SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
CAMILLO BENSO DI CAVOUR

CAVOUR FU ASSASSINATO?

"Molti, all'intitolazione del nostro racconto, allargheranno gli occhi prorompendo in un: possibile!? Lettori, sí! Con Napoleone III in trono, il servile governo di Vittorio Emanuele II avrebbe fatto appiccare il gerente e i proti per offesa alle sovranità amiche e protettrici; ma adesso che Napoleone III è diventato un ricordo - adesso ch'egli è un privato e svergognato cittadinuzzo - adesso che la monarchia d'Italia ha riconosciuto la repubblica di Francia; - adesso siamo in diritto d'evocare dalla tomba di Santena l'ombra del gran ministro... Adesso noi solleviamo un lembo di quel lenzuolo funerario che copre le ceneri di tanti illustri spediti all'altro mondo da una testa coronata! Il lettore crederà un sogno il sentir parlare di avvelenamenti in pieno secolo XIX. No! i veleni non sono un esclusivo privilegio di casa Borgia, per torsi da piedi chi dà ombra! Cavour fu avvelenato; lo ripetiamo". 

Inizia con queste parole il libretto "Cavour avvelenato da Napoleone III" dal sottotitolo, si noti bene, "Documenti storici di un ingrato", pubblicato anonimo presso l'editore Domenico Cena di Torino nell'anno di grazia 1871. Il volumetto da noi reperito risulta essere la quarta edizione di una precedente stampa del 1870 effettuata presso la tipografia Bandiera dello Studente di Torino. 

A prima vista il contenuto del libretto parrebbe inverosimile. La tesi dell'avvelenamento, suffragata da tre documenti "storici", contrasta con tutta la tradizione storiografica italiota. Mai è stata infatti divulgata la tesi del Cavour ucciso, o meglio fatto avvelenare, da Napoleone III tramite "una giovane donna, d'un viso piacevole" moglie di un commissario di polizia (forse di Parigi), la quale, in cambio di un sostanzioso premio (500.000 lire), si sarebbe prestata allo "scellerato progetto". 

Costei si porta a Torino, riesce a diventare intrinseca dell'amante del Cavour, una certa Bianca Ronzani, bellissima valchiria prussiana separata dal marito, impresario teatrale fallito, del quale aveva assunto il cognome. Informatasi con molta cautela delle abitudini del Cavour, l'agente segreto in gonnella riesce - secondo l'Ingrato - a dare pratica attuazione al piano diabolico. In un momento di distrazione della Ronzani, intrise di veleno la "tazza di porcellana bianca filettata in oro" da cui il ministro piemontese sorbiva il suo caffè. "Cavour bevve, bevve... e non s'accorse che egli, col caffè, succhiava la morte" che lo rapí cinque giorni dopo. 

I DOCUMENTI STORICI 

L'anonimo "Ingrato" riporta anche tre dispacci ("i documenti storici" decodificati e tradotti) che l'avvelenatrice avrebbe trasmesso per il suo padrone Napoleone III.

Eccoli:

1) "Acquisto terreno - Non dispero piú - notificherete a lui una nuova strada apertami - E' fedelissima al conte Cavour la servitú che lo circonda - Tentarla sarebbe stato un compromettere il piano. Il ministro italiano è ritiratissimo e viene, può dirsi ingolfato giorno e notte nei molteplici ed infiniti suoi affari - la sera dopo il pranzo, lavora - dopo va in via Nuova (alcune volte in vettura ed altre volte a piedi) da certa signora Bianca, prussiana, della quale, se non è innamorato, è certamente affezionatissimo - » col mezzo di lei che riuscirò nello scopo - Ho preso in affitto un alloggio sullo stesso piano di lei - Procuro di trovarmela di fronte quando ella discende le scale - Prima con impercettibile segno del capo, dopo piú spiccatamente cominciai a salutarla. - Ella mi corrisponde il saluto. Presto vi darò altri ragguagli. M.S.". Per essere il messaggio di un agente segreto, questo rapporto ci sembra poco ortodosso. 

Diventata amica della Ronzani, la francese invia un secondo rapporto:

2) "Le cose sono a buon punto - Quasi giornalmente sono nella casa di lei - Si mostra molto affezionata a me - Il ministro italiano continua a recarsi da lei tutte le sere - Vi resta per parecchie ore - Egli è all'oscuro della mia relazione colla signora Bianca - Mi sono informata delle abitudini del conte - Seppi ch'egli prima di lasciare quella casa beve una tazza di caffè - Pare che il caso favorisca i miei disegni - Il conte ha un'apposita tazza di capacità maggiore a quelle comuni - A cosa fatta vi comunicherò il resto. Torino, 22 maggio 1861".

Ed infine il terzo messaggio a cose fatte:

3): "Tra due ore avrò lasciata Torino. Il mio compito è finito. Tutto andò felicemente. Per la città si conosce l'indisposizione del conte Cavour. Nessuno dubita. La prudenza non mi abbandonò un solo istante. Fra quattro o cinque giorni sarà affar finito. Raggiungo il suolo francese lieta e soddisfatta d'avere obbedito l'imperatore, reso un servizio alla mia patria. Lo saranno del pari gli altri...? Torino, 2 giugno, 1861. N.N". 

LA STORIOGRAFIA UFFICIALE 

Lo storico che maggiormente ha sudato sulle carte del Cavour, Rosario Romeo, che ha indagato nei minuti particolari con tre ponderosi volumi la vita e l'attività politica di quel giacobino che "consigliava" i suoi luogotenenti di trattare con la frusta (cioè: fucilazioni e impiccagioni) i Duosiciliani, parla invece di malaria: "Non di rado, nel corso dell'ultimo quindicennio, Cavour era stato colpito da brevi indisposizioni: episodi che si rinnovavano varie volte nell'anno, duravano alcuni giorni, e trattati con salassi, venivano superati senza speciali difficoltà...La malattia iniziata la sera del 29 maggio (1861, ndr) parve dunque una delle solite indisposizioni... il male la mattina del 31 pareva già vinto... verso mezzogiorno la malattia tornò ad affacciarsi con maggiore violenza, in un quadro clinico caratterizzato da accessi di febbre intermittente con delirio e in continuo peggioramento...Alla luce della scienza medica del XX secolo si è poi creduto di poter precisare che Cavour, già malarico cronico per un'infezione contratta nelle risaie di Leri dal parassita identificato nel 1880 da Leveran, fu vittima di una perniciosa comitata delirante con febbre di tipo terzanario, restando esclusi tanto l'eccesso di lavoro quanto l'emozione provocata dallo scontro di un mese e mezzo prima con Garibaldi, quanto la gotta di cui pure si parlò".

Anche per altri studiosi di storia risorgimentalista il quadro clinico della malattia non mostra differenze. Al massimo qualcuno se ne discosta ipotizzando la sifilide che nell'Ottocento era endemica quasi come il raffreddore. La notizia che il Cavour potrebbe essere stato ucciso da Napoleone III è però del tutto originale e proprio per questo ha solleticato la nostra curiosità sí che abbiamo deciso di fare una indagine approfondita dell'argomento. E l'indagine non poteva essere che politica, andare cioè a rivedere i patti intercorsi tra il rivoluzionario ministro giacobino (pur se di nobili natali) e l'ambizioso "crimine coronato" Napoleone III, del quale il nizzardo Garibaldi con fine intuizione ebbe a dire, ma aveva le sue ragioni: "il padrone della Francia...è mosso da libidine, da rapina, da sete infame d'impero..." (discorso tenuto al Foro Italico di Palermo il 15 luglio 1862).

LA LIBIDINE DI NAPOLEONE III 

Le gesta politiche di Napoleone III miravano a ripristinare il primo impero, quello di Napoleone I, riportare cioè sotto la Francia, oltre che la contea di Nizza e la Savoia, anche regioni che erano state inglobate nel territorio metropolitano francese cioè Liguria, Toscana e Stato Pontificio. Il Piemonte, che in epoca napoleonica aveva pure fatto parte della Francia, pare che nel 1860 non rientrasse nelle brame del terzo Napoleone, ciò nonostante il Cavour temeva che l'alleato potesse trasformarsi in padrone: "Non voglio assolutamente ch'egli regni in Piemonte come in Francia, poichè, dopo averlo qui chiamato, io debbo piú d'ogni altro essere geloso dei diritti del nostro Re e salvaguardarli da ogni usurpazione" (dal diario di Salmour all'epoca dell'alleanza franco-piemontese nel 1859). 

UN DOCUMENTO SIGNIFICATIVO 

La Toscana non figurava negli accordi di Plombières, non è detto però che verbalmente i due marpioni non si fossero accordati sul suo futuro destino. Intanto nel mese di luglio 1860, in piena invasione delle Due Sicilie, circolava copia di un trattato segreto per la cessione della Sardegna e della Liguria alla Francia:

"L'Imperatore dei Francesi ed il Re di Sardegna hanno conchiuso la seguente convenzione, che rimane segreta per le due alte parti contraenti. 

1 L'Imperatore dei Francesi acconsente perché il Re di Sardegna continuando l'intrapresa opera di unificazione nazionale Italiana si annetta per qualunque mezzo che crederà conveniente di adoperare, diretto o indiretto, quella parte della Penisola che è conosciuta sotto il nome di Reame delle Due Sicilie.

A tale oggetto l'Imperatore dei Francesi s'impegna di impiegare tutta la sua influenza diplomatica ed al bisogno se son anche necessarie l'uso delle armi perché sia piú che mai strettamente rispettato il principio di non intervento straniero nelle cose Italiane; perciò resta confermata la contratta alleanza offensiva e difensiva fra le due corone.

2 Il Re di Sardegna rispetterà assolutamente gli attuali Stati Pontifici e si asterrà da qualunque azione diretta o indiretta, non piú d'Annessione, ma ben anche di semplice agitazione, non potendo l'Imperatore dei francesi ammettere in essi e neppure tollerare alcuna finzione. Però nel caso che vi scoppiasse una insurrezione vera spontanea, per opera degli abitanti delle Provincie papali; cioè senza intervento diretto o indiretto di parte delle altre province Italiane; in questo caso e soltanto in questo caso l'Imperatore dei Francesi acconsentirà ancora all'annessione delle Marche e dell'Umbria come tratto di unione con le province meridionali Italiane, agli Stati attuali del Re Vittorio Emanuele; ma in questo caso ancora il Gabinetto di Torino si accorderà con quello delle Tuileries per ristabilire, occorrendo anche colle armi l'ordine nelle province sconvolte; obbligandosi espressamente e formalmente le due corone di riconoscere, conservare e garantire il potere temporale del Papa in Roma e nel patrimonio di San Pietro.

3 In cambio e ricompensa degli anzi detti assentimenti, deferenza, cooperazione ed in caso eventuale anche di appoggio armato concessi dall'Imperatore dei Francesi al Re di Sardegna, questo dopo aver effettuato l'annessione delle Due Sicilie, delle Marche, dell'Umbria, o solamente dopo l'annessione delle Due Sicilie, cederà alla Francia le Isole di Sardegna e d'Elba, non che tutte le Ligurie compreso Genova e la Spezia, portando cosí le frontiere dell'Impero Francese fino a tutte le Alpi Marittime. Questa cessione sarà pura e semplice, senza obbligo di consultare il suffragio della popolazione.

4 Se piú tardi il Re di Sardegna vorrà riscattare la Venezia impegnandosi in una guerra contro l'Austria ed altre potenze, l'imperatore dei Francesi non opporrà a questa nuova acquista e annessione, ma se sarà necessario ricorrere alle armi per tale oggetto il Re di Sardegna intraprenderà la guerra a suo rischio e pericolo, senza poter mai pretendere che la Francia la segua ed appoggi anche in tale intrapresa ecc. ecc." 

SMENTITE 

Questo documento, sintesi di altro documento a quanto pare ai posteri non pervenuto, viene dal Cavour negato essere farina del suo sacco (lettera n. 991 del 22 luglio 1860 Cavour a Nigra del Carteggio Cavour - Nigra, vol. 4&Mac176;): "Je vous envoie copie d'un prètendu traitè secret qui porterait la cession de GÍnes et de la Sardaigne à la France. C'est Villamarina qui me l'envoie de Naples. Le mÍme bruit s'est rèpandu à Palerme, à GÍnes, à Sassari, en Angleterre. Je m'èvertue en vain à le dèmentir. C'est un mauvais tour des Mazziniens, peut-Ítre aussi des Napolitains: certainement des ennemis de l'Empereur" (Vi invio copia di un preteso trattato segreto che comporterebbe la cessione di Genova e della Sardegna alla Francia. » Villamarina che me lo invia da Napoli. La stessa voce s'è sparsa a Palermo, a Genova, a Sassari, in Inghilterra. Io mi sforzo invano di smentirla. E' un brutto tiro dei mazziniani, forse anche dei Napolitani: certamente dei nemici dell'Imperatore). E aggiunge: "Sono queste le disposizioni principali e sostanziali della convenzione. Le parole possono essere diverse dacchè io non ho potuto avere una copia precisa, ma tale e non altro è il contenuto". 

Il giacobino Cavour mente anche al suo segretario d'ambasciata a Parigi dato che erano già tre mesi che il pittoresco Giuseppe Garibaldi infuriava su suo mandato nelle Due Sicilie e da oltre da un anno era suo chiodo fisso divorarle nel senso piú crudo del termine. Leggiamo infatti ancora dalle memorie di Salmour: "Debbo ricordare un fatto, per provare che fino dal 1859 Cavour pensava seriamente all'annessione del Reame di Napoli. Nell'ottobre di quell'anno 1859, in seguito ad alcune lettere ricevute da Napoli, mi recai da Cavour per dirgli che se egli obbligava il Ministero a mandare a Napoli Sclopis o un altro ministro di polso e di opinioni non troppo spiccate, facilmente avrebbero indotto il Re di Napoli a dare una costituzione al suo popolo. "Ma come? - mi rispose - tu che sei di spirito cosí fine, hai potuto pensare un istante che noi vogliamo che il Re di Napoli dia una costituzione? Ciò che noi vogliamo e ciò che faremo è di prenderci i suoi Stati".

In data 2 giugno 1860 aveva scritto al Nigra a Parigi: "Dans une dèpÍche officielle que j'envoie aujourd'hui à Paris et à Londres je proteste d'avance contre toute intervention armèe dans les affaires des deux Siciles. Si, comme vous me le mandez, la France et l'Angleterre ne s'opposeraient pas à l'annexion de la Sicile, je suis dècidè à marcher droit au but. Je sais parfaitement que (pour ce qui regarde les ressources matèrielles) l'annexion d'une ile èloignèe aurait plus de dèsavantages que d'avantages. Mais ce serait là un autre grand pas, un autre jalon pour l'unification dèfinitive de l'Italie. Veuillez sonder le terrain et me dire si je dois aller à toute vapeur ou enrayer la locomotive" (In un dispaccio ufficiale che oggi invio a Parigi e a Londra io protesto contro ogni intervento armato negli affari delle Due Sicilie [l'intervento degli altri no, ma il suo sí, ndr]. Se, come voi mi comunicate, la Francia e l'Inghilterra non s'opporrebbero all'annessione della Sicilia, io son deciso a marciare dritto alla meta. So perfettamente che (per quanto riguarda le risorse materiali) l'annessione di un'isola lontana avrebbe piú svantaggi che vantaggi. Ma questo sarebbe un altro grande passo, un altro picchetto per l'unificazione definitiva dell'Italia. Vogliate sondare il terreno e dirmi se devo andare a tutto vapore o arrestare la locomotiva) (lettera n. 878, 2 giugno, Carteggio Cavour - Nigra, vol. IV). 

MEMORANDUM PER L'INDIPENDENZA 

Perché l'invio di una protesta a Londra e Parigi? perché il giorno prima (1 giugno) il ministro degli esteri delle Due Sicilie, Carafa di Traetto, aveva invocato la intangibilità del territorio delle Due Sicilie: "Villamarina mande que Carafa a invoquè la garantie du territoire et l'intervention maritime des Puissances reprèsentèes à Naples. Nous lui avons ordonnè de protester d'avance contre toute intervention en se fondant sur le principe de non intervention en Italie adoptè par la France et l'Angleterre" (Villamarina comunica che Carafa ha invocato la garanzia del territorio e l'intervento marittimo delle Potenze rappresentate a Napoli. Noi gli abbiamo ordinato di protestare in anticipo contro ogni intervento basandosi sul principio di non intervento in Italia adottato dalla Francia e dall'Inghilterra) (lettera n. 874, stesso Carteggio).

Ecco infatti il memorandum con cui Carafa si rivolgeva alle Potenze europee: "In vista delle gravi circostanze nelle quali la rivoluzione ha immerso la Sicilia, S.M. ne appella a tutta l'Europa per provocare dalle varie Potenze che i loro rappresentanti siano autorizzati ad officialmente e solennemente dichiarare di voler garentire, con la Dinastia, l'integrità del Regno delle Due Sicilie ed a chiedere che con le loro forze marittime concorrano le stesse Potenze ad impedire qualunque invasione nei Reali Domini" (A.S.N., Aff. Est., Arch. Stor., busta n. 12). 

I rappresentanti diplomatici di Francia, Inghilterra e Prussia nicchiarono, favorevoli furono il Nunzio pontificio e l'ambasciatore spagnuolo, ma l'ambasciatore piemontese, Villamarina, prospettò una guerra generale in Europa se il principio di non intervento fosse stato disatteso. Lo zar Alessandro, invece, all'ambasciatore delle Due Sicilie, Duca di Regina, accreditato nella lontana Pietroburgo, faceva sapere che non riconosceva quel principio: parole al vento, chè egli non poteva dare forza concreta allo sfogo, data la lontananza della Russia dallo scacchiere di crisi: "...Circa le pratiche fatte verso il Gabinetto di Turino (sic!), esse non sono meno energiche, ed il Principe di Gortchakow in una recente conversazione tenuta col Marchese Sauli (ambasciatore piemontese a Pietroburgo, ndr) l'incaricò di scrivere al Conte Cavour che l'Imperatore Alessandro provava tale e tanta indignazione per ciò che accadeva in Sicilia, per l'attitudine che serbava il Gabinetto Sardo, che se la posizione geografica della Russia fosse stata diversa, egli sarebbe intervenuto materialmente, malgrado e contro i principii di non intervenzione che le Potenze Occidentali tengono in forza contro il diritto e rilasciano in favore della rivoluzione" (dispaccio n. 135 dell'11 giugno 1860, Regina a Carafa, Carteggi di Cavour, La Liberazione del Mezzogiorno, vol. V, appendice IIB). 

Le esatte parole di Gortchakow al Sauli furono: "Ove la giacitura geografica della Russia nol vietasse, lo Czar interverrebbe con le armi a difendere i Borboni di Napoli, senza curarsi del non intervento proclamato dalle Potenze occidentali" (A. Zazo, La politica estera del Regno delle Due Sicilie nel 1859-60, pag. 288), da cui traspaiono a chiare lettere i limiti e l'impotenza della Russia ad agire in scacchieri geopolitici lontani dal suo territorio. 

FALLIMENTO DIPLOMATICO 

I tentativi della diplomazia di Napoli per un intervento delle Potenze europee in favore delle Due Sicilie tuttavia fallirono. Cosí scriveva amaramente il ministro Carafa al rappresentante a Londra, Guglielmo Ludolf, mettendo in evidenza la doppiezza delle grandi Potenze: "Rilevo la conferma dell'inalterabile non intervento, mentre poi si interviene nel modo che ogni diritto ripugna" (A.S.N., Inghilterra, fasc. 661, 23 giugno 1860). In data successiva, il 25 giugno, allo stesso Nigra il ministro piemontese cosí scriveva: "Villamarina me mande que le Roi de Naples est disposè a suivre les conseils de l'Empereur. Nous le seconderons pour ce qui regarde le continent, puisque les macaronis ne sont pas encore cuits, mais quant aux oranges qui sont dèjà sur notre table, nous sommes bien dècidès à les manger" (Villamarina mi comunica che il Re di Napoli è disposto a seguire i consigli dell'Imperatore. Noi lo asseconderemo per quanto riguarda il continente, giacchè i maccheroni non sono ancora cotti, ma quanto ai portogalli [cioè la Sicilia, ndr] che sono già sulla nostra tavola noi siamo ben decisi a mangiarli) (lettera n. 924 stesso Carteggio). 

I GENOVESI INSOFFERENTI 

Intanto i genovesi vogliono passare sotto la Francia: "Je vous envoie un des nombreus billets qui circulent dans GÍnes. Il est adressè au Marquis A. Mari un des chefs des clèricaux, qui ètait liè avec Gramont, à qui il a louè plusieurs annèes de suite son palais de Savone. Montrez-le en riant à Thouvenel" (Vi invio uno dei numerosi biglietti che circolano in Genova. Esso è indirizzato al marchese A. Mari uno dei capi dei clericali, che era legato con Gramont, a cui egli ha locato per piú anni di seguito il suo palazzo di Savona. Mostratelo ridendo a Thouvenel) (ministro degli esteri francese successo al Walewski il 28 dicembre 1859, ndr).

Ecco il biglietto: "La Nobiltà Genovese deve molto desiderare passare sotto Governo Imp. Francese. Ora essa si trova molto avvilita (sic) e non curata dal Piemonte che l'odia. Il Governo Imp. rialzerà molto con onori, impieghi, cariche di Corte etc.. Corte Imperiale abiterà spesso a Genova che diverrà seconda Capitale Impero, con residenza del Maresciallo di Francia, Ammiragliato, Banca, Grandi Feste, grande Commercio, nuove strade e dotazioni stabilimenti e Monumenti Pubblici. Religione Cattolica rispettata, Arcivescovo Franzoni rimpatriato"

Non sappiamo se in questa voglia dei liguri di diventare provincia di Francia rimestasse lo zampino dei servizi segreti napoleonici. Tuttavia nello stesso lasso di tempo, si noti bene, cominciarono a farsi sentire delle smentite da parte francese. Ne riporta qualche eco la Civiltà Cattolica (Serie IV, Vol. VI, anno 1860, pag. 752): ´Il Moniteur, che da un pezzo taceva di politica, ora parla a nome del Governo, e protesta contro chi attribuisce al Governo francese "disegni di eccitare o di lasciar nascere questioni in Europa per cercarvi occasione di nuovi ingrandimenti" oltre alla Savoia e Nizza, che ingrandirono la Francia in seguito ad articoli del Moniteur pieni di fiducia, di sicurezza e di proteste di non voler ingrandimenti. La stessa strategia usata dopo Plombières: negare per poi mettere l'Europa di fronte ai fatti compiuti". 

IL MASTINO INGLESE 

Ma c'è di piú. C'era un accanito avversario di ulteriori ingrandimenti francesi: gli inglesi. Al riguardo Rosario Romeo riporta quanto segue: "Elemento dominante, al fondo della mutevole politica seguita dal governo britannico nei mesi decisivi della crisi, fu il timore di ulteriori ampliamenti territoriali della Francia, esploso dopo l'annessione della Savoia e Nizza. Il governo di Londra incaricò dunque Hudson di chiedere a Cavour un impegno formale a non fare alcuna ulteriore concessione territoriale alla Francia...La questione parve chiusa per allora; ma nel luglio la diffusione di un falso franco-piemontese, probabilmente fabbricato negli ambienti mazziniani, rimise in allarme i governanti inglesi, e di nuovo Palmerston sollecitò un impegno formale da parte del Piemonte...".

C'è da osservare che qui il Romeo, nonostante il suo acuto ingegno, ripete acriticamente e pedissequamente le parole del ministro piemontese, laddove parla di falso e di ambienti mazziniani. 

LA RABBIA DEL NIZZARDO 

Ma c'è una frase del Cavour, dopo la cessione della contea di Nizza e della Savoia, che, ne riferiremo tra poco, merita piú che una semplice attenzione. Come si sa, la firma in calce all'atto di cessione territoriale ("adesso siamo complici", aveva detto, fregandosi le mani, il Cavour al plenipotenziario francese Benedetti) fu posta col
Trattato di Torino in data 24 marzo 1860, rendendosi il Cavour insieme al Savoia II tre volte traditore, traditore dello pseudo-parlamento piemontese per averlo tenuto all'oscuro delle sue trame con Napoleone III, della costituzione per averne violato l'articolo 5 e del popolo subalpino il cui corpo nazionale veniva lacerato indissolubilmente.

Nella tornata parlamentare del 12 di aprile, quando le cose erano diventate irreversibili e ormai di pubblico dominio, ebbero luogo le interpellanze del Garibaldi intorno a Nizza (gratta gratta il suo cuore era rimasto municipale, della Savoia non gliene importava un bel niente):
"Egli trattò la questione sotto l'aspetto costituzionale, e sotto il politico. Lo Statuto all'art. 5&Mac176; dice: "I trattati che importassero una variazione di territorio dello Stato non avranno effetto, se non dopo ottenuto l'assenso delle Camere". Ora, soggiungeva il Garibaldi, "che una parte dello Stato voti per la separazione prima che la Camera abbia deciso se questa separazione debba aver luogo, prima che abbia deciso se si debba votare, e come si debba votare pel principio d'esecuzione della votazione medesima, è un atto incostituzionale della votazione medesima". Passando poi alla questione politica il Garibaldi ricordò "che i Nizzardi, dopo la dedizione del 1388 a Casa Savoia, stabilirono nel 1391, 19 Novembre, che il Conte di Savoia non potesse alienare la città in favore di qualsiasi principe, e se lo facesse, gli abitanti avessero diritto di resistere mano armata, e di scegliersi un altro Sovrano a loro piacimento, senza rendersi colpevoli di ribellione". "Dunque, - ripigliava il Garibaldi -, nell'anno 1388 Nizza si uní alla dinastia sabauda colla condizione di non essere alienata a veruna potenza straniera. Ora il Governo col trattato del 24 Marzo l'ha ceduta a Napoleone. Tale cessione è contraria al diritto delle genti. Si dirà che Nizza è stata cambiata con due province piú importanti; però ogni traffico di gente ripugna oggi al senso universale delle nazioni civili".

Il Ministero giustificò il suo fatto col voto delle popolazioni; ma il Garibaldi domandò perché questo voto dovea aver luogo in Nizza dal 15 al 16 Aprile, mentre in Savoia si è stabilito pel 22. Si ha piú premura per Nizza! esclamò il Garibaldi accolto qui dai Bravo della galleria. E poi dichiarò che il voto popolare non avea nessuna importanza per "la pressione, sotto la quale si trova schiacciato il popolo di Nizza; la presenza di numerosi agenti di polizia, le lusinghe, le minacce senza risparmio esercitato su quelle povere popolazioni; la compressione che impiega il Governo per coadiuvare l'unione alla Francia; l'assenza da Nizza di moltissimi cittadini, obbligati di abbandonarla pei motivi suddetti; la precipitazione ed il modo con cui si chiede il voto di quella popolazione". Conchiudeva domandando la sospensione del voto di Nizza. Il conte di Cavour rispose tosto al Garibaldi che la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia non era cosa isolata, ma era ´un fatto che rientra nella serie di quelli che si sono compiuti e che ci rimangono a compiere. (La Civiltà Cattolica, Serie IV, vol. VI, anno 1860, pagg. 350/351).

La rabbia del nizzardo era esplosa già tre giorni prima. Egli "ha ricorso alla Russia invocandone l'appoggio; ha proposto far dichiarare Nizza libera e collocata sotto la protezione degli Stati Uniti..." (Canòfari a Carafa, da Torino, 9 Aprile 1860, dispaccio n. 4536). 

Dunque il Cavour mentiva spudoratamente sulle cessioni, anche se in quei giorni era fortemente combattuto dai rimorsi di coscienza, come risulta dalla relazione che l'ambasciatore duosiciliano a Torino, Canòfari, inviò a Napoli al ministro degli esteri Carafa: "Benedetti ... è giunto. Voleva Cavour differire la conchiusione della cessione...voleva impossessarne primordialmente il Parlamento...Ma Benedetti irremovibile dicea che senza la cessione immediata e conforme al programma dell'Imperatore non si sarebbero riconosciute le annessioni della Toscana e Romagne ed il movimento di ritorno delle truppe sarebbe divenuto piú celere. Quindi il trattato è stato firmato" (A.S.N., Sardegna, fasc. 2031). 

Tutte le Potenze si irritarono per quella cessione, in particolare l'Inghilterra, che vedeva in pericolo la sua politica di contenimento delle potenze continentali, come comunicava a Napoli da Londra il ministro Targioni: "L'annessione di Savoia e Nizza ha ridestata in Inghilterra violenta animosità contro Napoleone". L'unico a non prendersela fu il ministro russo Gortchakow: "Du moment oú l'annexion de la Savoie à la France est le rèsultat d'une transaction diplomatique entre les Cabinets des Tuileries et de Turin, nous ne pouvons nullement nous en occuper" (Dal momento che l'annessione della Savoia alla Francia è il risultato di una transazione diplomatica tra i Gabinetti delle Tuileries e di Torino, noi non possiamo affatto occuparcene") (A.S.N., Russia, fasc. 1700, Pietroburgo, 14-16 marzo 1860). 

SOSPETTI INGLESI 

Già nel mese di maggio, quando la Sicilia poteva dirsi ormai piemontese, il governo di Londra aveva il sospetto, anzi la certezza, che il Cavour si apprestasse ad effettuare la cessione di Genova alla Francia qualora la Sicilia fosse annessa al Piemonte: "Brunnow avec qui je causais se matin, m'a à travers ses phrases mielleuses fait entendre qu'on s'inquiètait ici de quelque combinaison mysterieuse entre vous et l'Empereur qui vous aurait laissè plus de libertè d'action en Italie. Il m'a mÍme citè à cet ègard un propos qu'on vous attribue et dont Lord Palmerston lui mÍme m'avait ègalement parlè, ajoutant que vous n'aviez mÍme pas paru l'entourer de mystère. On voit donc ici dans les arrangemens relatifs à Nice et à la Savoie une concession qui en aurait amenè une autre par rapport à Venise. Mais ce que les Ministres Anglais croient à peu près positif c'est que vous vous ètes engagè en vertu de nouvelles annexions à cèder GÍnes à la France" (Brunnow con cui ho discorso stamattina mi ha fatto intendere attraverso le sue frasi mielose che qui ci si inquieterebbe di qualunque combinazione misteriosa tra voi e l'Imperatore che vi avrebbe lasciato piú libertà d'azione in Italia. Egli mi ha anche citato a tal riguardo un proposito che si attribuisce a voi e di cui lo stesso Lord Palmerston m'aveva egualmente parlato, aggiungendo che voi non avevate dato neppure l'impressione di circondarlo di mistero. Si vede dunque qui negli accomodamenti relativi a Nizza e alla Savoia una concessione che ne avrebbe comportato un'altra in rapporto a Venezia. Ma ciò che i ministri inglesi credono quasi certo è il fatto che voi vi siete impegnati in virtú di nuove annessioni a ceder Genova alla Francia) (Cavour e l'Inghilterra, II, 2, lettera n. 1139 di E. D'Azeglio a Cavour datata 12 maggio 1860 da Londra).

I curatori della sistemazione del Carteggio a questo punto fanno una omissione, o meglio il riassunto di ciò che segue: "Rileva poi come simili apprensioni possano rendere gli Inglesi ostili alla causa italiana". 

E ancora nel dispaccio 1141 datato Londra 17 maggio: "Lord Palmerston... m'a dit qu'aucune communication ou accord avec la France par rapport à la Sicile n'avait ètè èchangè mais d'autre part il m'a rèpètè que si nous cèdions GÍnes nous nous aliènerons entièrement ce pays equivoque" (Lord Palmerston... m'ha detto, quanto alla Sicilia, che non era stata scambiata alcuna comunicazione o accordo con la Francia ma d'altra parte egli mi ha ripetuto che se noi cediamo Genova ci alieneremo interamente questo paese [in]-equivocabilmente). 

Il furbissimo ministro piemontese invia un dispaccio cifrato al suo addetto a Londra nei seguenti termini perché ci sia smentita: "J'aimerais cent fois mieux renoncer aux nouvelles provinces que cèder un ponce de la Ligurie à la France. Vous pouvez le dèclarer de la manière la plus formelle. Demain j' ècrirai" (Preferirei cento volte rinunciare alle nuove province piuttosto che cedere un sassolino della Liguria alla Francia. Potete dichiararlo nel modo piú formale. Domani scriverò) (lettera 1142).

La risposta dell'ambasciatore piemontese arriva via telegrafo cinque giorni dopo: Lord Palmerston "proteste contre toute cession de territoire et on leur a maintenant mis la tete que l'on pourrait bien demander la Sardaigne" (protesta contro ogni cessione di territorio e adesso qualcuno ha messo loro in testa che si potrebbe ben domandare la Sardegna) (lettera 1147). 

Il Palmerston non crede a una parola di quel che gli assicura l'ambasciatore piemontese. Apertamente dichiara che: "Ce n'est pas la moitiè de ce qu'on nous a dit lors de la cession de la Savoie" (Ciò non è la metà di ciò che ci è stato detto al momento della cessione della Savoia) e aggiunge: "que nous nous ètions identifiès à la politique franÁaise au point de pouvoir en etre considèrès un peu comme les instruments et qu'il n'y aurait pas grande difference si l'Empereur ou nous avions la Sicile pour ses vues ultèrieures" (che noi [cioè il Piemonte, ndr] eravamo identificati alla politica francese al punto da poterne essere considerati un po' come gli strumenti e che non ci sarebbe gran differenza se l'Imperatore o noi avevamo la Sicilia per le sue ulteriori mire). 

INTERESSI GEOPOLITICI 

Proviamo ora, solo per un istante, ad immaginare concretizzata la politica espansionistica di Napoleone III: Sardegna, Liguria, Toscana diventare territori metropolitani francesi, e il Regno delle Due Sicilie, pur formalmente indipendente, diventare un protettorato napoleonico retto da Luciano Murat o da Gerolamo Napoleone. Si sarebbero ripresentate, aggravate, le condizioni geopolitiche del primo impero: il Mediterraneo lago francese, cosa che l'Inghilterra non avrebbe mai potuto tollerare. Nel dossier diplomatico inglese urgeva inoltre una altro gravissimo problema: già da un anno erano cominciati i lavori per il canale di Suez da parte di una società francese. L'Inghilterra temeva che Napoleone III invadesse quel pezzo di impero turco impadronendosene: "Pour sa part la France tenerait de s'emparer de l'Egypte. L'Angleterre l'en empÍcherait par la force des armes ainsi que cela avait eu lieu de mèmoire d'homme. Est-ce à dire que l'Angleterre s'en emparerait elle-mÍme? Pas prècisèment. Mais l'Angleterre agissant à l'ègard de l'Egypte de mÍme que pour la Sicile, dirait: mon intèrÍt et ma politique ne sont pas de prendre ces pays. Mais de les occuper militairement chaque fois que un autre pouvoir et spècialement le France voudra s'en emparer...C'ètait pour rèaliser una de ses idèe favorites, la Mèditerranèe lac franÁais, que la convoitise franÁaise s'etendait sur l'Egypte. En mÍme temps l'Impèratrice Eugènie ècrivait imprudemment en Espagne pour exciter les susceptibilitès nationales contre la possession de Gibraltar par l'Angleterre. Elle laissait pourtant entrevoir que la possession des Iles Balèares pourrait bien devenir una necessitè pour la France" (Per parte sua la Francia tenterebbe di impadronirsi dell'Egitto. L'Inghilterra lo impedirebbe con la forza delle armi come è sempre stato a memoria d'uomo. » a dire che l'Inghilterra se ne impadronirebbe essa stessa? Non precisamente. Ma l'Inghilterra attiva in riguardo all'Egitto allo stesso modo che per la Sicilia, direbbe: il mio interesse e la mia politica non tendono ad impadronirsi di questi paesi. Ma di occuparli militarmente ogni volta che un altro potere e specialmente la Francia vorrà impadronirsene ... Era per realizzare una delle sue idee favorite, il Mediterraneo lago francese, che la bramosia francese si estendeva sull'Egitto. Nello stesso tempo l'Imperatrice Eugenia scriveva imprudentemente in Spagna per eccitare le suscettibilità nazionali contro il possesso di Gibilterra da parte dell'Inghilterra. Ella lascerebbe pure intravvedere che il possesso delle isole Baleari potrebbe ben divenire una necessità per la Francia) (lettera n. 1136 di D'Azeglio a Cavour in data 14 Aprile 1860 da Brockett Hall).

A tali seri problemi se ne aggiungeva un altro: la Russia zarista in quel tempo lavorava alacremente per portare l'impero turco alla dissoluzione. Questa eventualità avrebbe reso la Russia "padrona del Mar Nero e capace di minacciare a poco a poco l'India". Era quindi vitalissima necessità per la diplomazia inglese contenere l'espansionismo di Napoleone III, allentare o spezzare l'alleanza franco-piemontese e sostenere l'impero turco in funzione antirussa. 

Il decennio 1860/70, fino alla disfatta di Sedan dove Napoleone III fu preso prigioniero dai fieri prussiani, fu dunque per l'Inghilterra un decennio di passione e di febbrile attività politico-diplomatica. Il problema Suez fu risolto nel 1869 dal governo presieduto da Disraeli con l'acquisto del pacchetto di maggioranza delle azioni della Società del Canale. 

Superata la fase di incertezza relativa all'impresa del nizzardo, in un primo tempo definito da Lord Russell "gent out of law" cioè filibustiere, il governo inglese, con spietata doppiezza, sacrifica, per i suoi interessi di egemonia geopolitica, il Regno delle Due Sicilie dandolo in pasto al Piemonte, contraddicendo l'opinione generale che questo "adocchiasse la Sicilia in compenso della Savoia" perduta (Omodeo, La politica di Carlo Filangieri, pag. 101). 

VALUTAZIONI ERRONEE 

Nella successiva fase dell'invasione, apparentemente sembra che il regista malefico della distruzione del Regno sia la Francia. E' questa opinione abbastanza comune che non tiene conto dell'intero mosaico internazionale e mediterraneo dove i due giganti politico-militari sortiti dalla guerra di Crimea si scontravano per l'egemonia. In realtà la sovrastruttura diplomatica occulta, il grande regista dell'unità d'Italia fu il governo di Sua Maestà britannica. Questo, somma arte o astuzia o capacità diplomatica, diede a Napoleone III l'impressione di essere lui il vero stratega di tutta l'operazione. Al momento costui, dominato dalla sua boria di onnipotenza, non s'accorge di essere usato dalla occhiuta diplomazia inglese. Se ne accorgerà troppo tardi quando ormai i giochi saranno conclusi. Se ne accorse molto bene invece il principe di Carini, ministro duosiciliano accreditato presso il governo prussiano a Berlino, che trasmetteva in data 7 agosto 1860 al ministro degli esteri a Napoli, De Martino, il seguente riservatissimo dispaccio: "Diviene ormai inutile ogni insistenza piú diretta per sormontare le teorie ed assurde considerazioni affacciate dal Gabinetto Inglese per opporsi e per paralizzare le proposizioni dell'Imperador Napoleone in favor nostro....Anzi nelle piú recenti comunicazioni incalza in tal modo e con tale quasi minacciosa energia che difficilmente possono conservarsi in dubbio non solo la molesta politica di lord Palmerston, quella anche peggiore di Lord John Russell e tutta la malevolenza che ci han fabbricata in Inghilterra, ma altresí la connivenza e complicità di quel Governo negli attentati intrapresi contro la R. Nostra Dinastia e contro il nostro Regno. Gettando la maschera dell'umanità e delle filantropie che vanta colle labbra e smentisce coi fatti, esigge per noi le pruove del sangue, le pruove delle armi, per poi concedere le simpatie della Gran Bretagna o al Monarca che proditoriamente inceppa e lascia aggredire, o alla rivoluzione, che fomenta e protegge".

"Non posso dirmi sorpreso di questo implacabile accanimento, ma lo sono della docilità con cui la Francia e le altre Potenze, che sono rappresentate dai loro vascelli, si rassegnerebbero ad essere i testimoni oculari dell'assassinio del nostro Trono e della nostra nazionalità. 

"Nessuna delle cose da dirsi o da tentarsi in queste supreme circostanze è da me trascurata o taciuta, nè risparmio le considerazioni sulle conseguenze inevitabili d'una aggressione nella Venezia, d'una generale conflagrazione per tutta l'Europa, e di quanto ciascun altro Governo si può aspettare nell'abbandonare il nostro. Ricevo costantemente le piú buone e belle parole, ma in sostanza questo Governo non puole, ed altri non vogliono portare al di là del puro morale la loro assistenza ed appoggio. 

"Si compiaccia credermene indignato e trafitto...

"Poco tempo prima, prima dell'avvicendamento di ministri, il Ministro degli Esteri delle Due Sicilie, Carafa, aveva scritto al suo ministro a Londra, Ludolf, quasi negli stessi termini: "Il modo di vedere del ministro inglese non poteva essere diverso dai principi che, tranne qualche variazione inerente all'epoca, sono professati sempre da tutti i gabinetti inglesi, i quali principi devono, come i fatti costantemente lo provano, trovarsi falsati nella loro applicazione, cosí è che lord J. Russell nel tenere per fondamentale il diritto delle nazioni, ne ammette e ne tollera la violazione nella guerra civile che in uno Stato costituito porta una masnada di gente pagata da un partito che non ha governo legale... Ammetterebbe lord Russell simili dimostrazioni nei Regi Stati per effettuare una spedizione in altri, amici, dove si professano dal Governo diversi principÓ politici? I fatti non corrispondono alle teorie specialmente quando sono nel proprio senso".

"La sconfitta in quel poker di bari fu oltremodo bruciante per Napoleone III, anche perché la spedizione del nizzardo contro il Reame fu sovvenzionata inizialmente pure da lui, come risulta dal dispaccio che il ministro Antonini da Parigi inviava a Carafa a Napoli: "... Sono istruito che una porzione del danaro fornito per attivare la spedizione di Garibaldi, sia stato somministrato dal principe Napoleone e da questo ministro dell'Interno, M. Billaut che rappresenta la politica rivoluzionaria dell'Imperatore... Mi si assicura che l'Imperatore ignori o finga di ignorare le manovre del cugino e del ministro. Questi contano sul pieno successo: in tal caso agire presso i Siciliani per farne formare un Regno indipendente in favore del principe Napoleone; forzare la mano dell'Imperatore per darvi il pieno consenso, sapendo che l'Imperatore è contrario ad un maggiore ingrandimento ed a nuove annessioni al Piemonte"
(A.S.N., Francia, fasc. 476, Antonini a Carafa, Parigi, 11 maggio 1860). 

L'ERRORE FUNESTO DI RE FERDINANDO 

Che gli inglesi sospettassero una concorrenza sleale di Napoleone nella spedizione ne parla pure l'ambasciatore inglese a Napoli in una sua relazione a Lord Russell (Public Record Office London, Foreign Office 70/316, Elliot a Russell, Napoli 13 maggio 1860 n. 712, citata da A. Zazo pag. 289). La diagnosi di Carafa era esatta: ´Se la spedizione fosse stata offensiva alla Francia, essa non avrebbe avuto luogo" (Carafa ad Elliot).

La consumata diplomazia inglese si mise dunque all'opera per sventare i lacci napoleonici. Il successo che le arrise conservò all'Inghilterra il dominio del Mediterraneo, che le consentirà poi di vincere anche la seconda guerra mondiale. Come corollario a questo studio possiamo affermare, senza tema di essere smentiti, che l'errore principe commesso da Ferdinando II, che pur non difettava di acume politico, fu quello di non aver saputo trarre le logiche conseguenze dalla guerra di Crimea: tale terribile, anche se circoscritto, conflitto aveva messo in luce tutta la debolezza dell'alleata Austria, la sua pochezza industriale rispetto a Francia e Inghilterra e la sua incapacità di intervenire militarmente lontano dalle proprie frontiere. L'asse politico del mondo si era spostato definitivamente sulle rive dell'Atlantico. Il Congresso di Vienna, con l'Austria egemone, era ormai perso nella nebbia dei ricordi. Fatale calamità per il Reame. 

A conferma che il Cavour giocava con abilità su piú tavoli e che l'unità della penisola fu creazione della volontà inglese e non della Francia di Napoleone III, attestata sempre sugli accordi di Plombières, valgano infine le parole di Denis Mack Smith: "...erano stati tenuti dei plebisciti in Emilia e in Toscana. E non contento di questo, Cavour aveva quindi suggerito alla Gran Bretagna che, se la Francia non desiderava andare al di là della creazione di uno Stato dell'Italia settentrionale che facesse da contrappeso all'Austria, poteva invece essere nell'interesse inglese che si formasse un'Italia piú grande per far fronte alla Francia nel Mediterraneo" (in Vittorio Emanuele II, Laterza). 

Tale teorema trovava perfetta convergenza nei piani egemonici di Londra. Fino al giugno 1860, per motivi di liberalizzazione o meglio di globalizzazione economica, essa era stata ostile al governo borbonico che con alti dazi contrastava, in difesa della propria economia, le merci straniere, segnatamente le merci di Sua Maestà britannica, tanto che all'inizio dell'invasione garibaldesca, il 23 maggio, l'addetto duosiciliano a Washington informava il Carafa col seguente dispaccio: "Lord Lyons (ambasciatore britannico a Washington, ndr) diceva ieri sera in piena riunione sociale che se il legno che porta Garibaldi potesse essere mandato a picco, la sarebbe una vera fortuna e per lui e per l'Italia" (A.S.N. America, fasc. 3) in perfetta sintonia con le vecchie vedute di Lord Russell. 

Da quel mese l'astio politico debordò contro la nazione Due Sicilie. Napoleone fu dunque impotente a contrastare la convergenza anglo-piemontese, la situazione gli era sfuggita completamente di mano. Purtuttavia ancora il 4 settembre al Duca di Caianiello, recatosi in missione a Chambery, assicurò che egli "portava grande interesse al re di Napoli ed aveva tutto il desiderio di sostenerlo; che già lo aveva fatto per mezzo di Thouvenel e specialmente verso l'Inghilterra e il Piemonte, ed anche ultimamente nel colloquio avuto col ministro Farini (piemontese, ndr) a Chambery", ma stava barando, come barava tre anni dopo anche il ministro Thiers che ebbe a dire alla camera francese, millantando un inesistente credito di benemerenza politica: "siamo noi, noi soli che abbiamo fatto l'Italia" e che l'unità d'Italia era stata conseguita "col sangue della Francia (una voce: e col suo denaro)" (Discours parlamentaires de M. Thiers, vol. XI, pagg. 46) svalutando con ciò anche qualunque italico patriottismo. 

Per tutto il tempo della crisi l'azione diplomatica del Quai d'Orsay ebbe di mira unicamente l'inglobamento della penisola, trifrazionata, in orbita francese contrastando la costituzione di un forte Stato unitario ostile alla Francia. La linea politica di quel governo era stata ben delineata da Thouvenel, ministro degli esteri francese, a Gramont, ministro a Roma, in data 18 marzo 1860: ´Si le Pape et le Roi de Naples avaient l'intelligence de leurs intèrÍts, ils comprendraient bien vite que ces intèrÍts sur un point capital, sont connexes avec les nÙtres. L'unitè de l'Italie nous dèplaÓt autant qu'à eux-mÍmesª (Se il Papa e il Re di Napoli avessero l'intelligenza dei loro interessi, essi comprenderebbero ben presto che questi interessi, su un punto capitale, sono connessi con i nostri. L'unità dell'Italia ci dispiace tanto quanto a loro stessi). Londra invece, già nemica dell'ultimo rappresentante bonapartista della Rivoluzione, il Murat, durante la campagna d'Italia nel 1815 perché temeva che l'unità sarebbe stata sfruttata a fini di supremazia francese, nel 1860 favorí il Piemonte per fini opposti". 

NAPOLEONE III SI SVEGLIA 

In tale quadro internazionale va collocata la tardiva decisione di Napoleone di porre il blocco navale davanti a Gaeta durante l'assedio, rinnegando il principio del non intervento da lui stesso teorizzato, che aveva favorito i piani di conquista da parte del Cavour. Il suo livore traspare dalle parole che ebbe a sibilare tra i denti al plenipotenziario duosiciliano La Greca, riferite da Liborio Romano (Memorie) "che mal suo grado, e contra i suoi interessi, si era già fatta l'annessione della Toscana, e lo stesso sarebbe avvenuto a Napoli...". Con tali elementi di discordia fin troppo poco dissimulati era inevitabile che la vendetta celtica colpisse inesorabilmente, come riferisce l'Ingrato. Ma nello scontro tra i due giganti per l'egemonia nel Mediterraneo il Regno soggiacque e fu stritolato.

L'analisi di questi fatti porta dunque a concludere che la fine del Regno era comunque segnata, qualunque fosse il sistema di governo, anche il piú liberale e democratico. Si rileggano in proposito le parole del Cavour al Salmour riportate all'inizio. Ben altre che le antipatie per un certo tipo di governo erano infatti le motivazioni profonde dell'agire occulto inglese. E nacque la questione meridionale, partorita sí dunque dall'Italia una e indivisibile edificata come antemurale in funzione antifrancese, ma conseguenza del cozzo per la supremazia da parte di quelle che allora, nel 1860, erano le superpotenze mondiali. I governi "italiani" poi, oltre ai feroci massacri e alle deportazioni delle nostre popolazioni, ce l'hanno messa tutta perché tale questione diventasse irrisolubile e avesse i connotati piú odiosi e vigliacchi. 

LA PERFIDIA PUNITA 

Delineato il quadro internazionale che portò alla dissoluzione e all'asservimento delle Due Sicilie ad uno staterello da nulla, possiamo ora tornare all'Ingrato autore della memoria "Cavour avvelenato da Napoleone III". Secondo costui le ultime parole balbettate dall'aguzzino delle Due Sicilie a "persona di sua grandissima confidenza" che lo assisteva e che "la delicatezza" gli vietava di nominare furono queste: "...sento di essere avvelenato... conosco donde mi viene il colpo ... i medici negarono dinanzi me ch'io fossi vittima di un veleno propinatomi ... Sai tu a chi debbo dire grazie?... Sai tu chi mi fece avvelenare? Napoleone III!". Identiche le parole ripetute all'amante Bianca Ronzani, accorsa a visitarlo. Il veleno? Probabilmente "un estratto di cicuta polverizzato ... che s'infiltra nella massa del sangue e provoca una congestione cerebrale molto affine alla febbre tifoidea". Infine, quasi con rabbia, l'Ingrato conclude: "Quando si farà giustizia e sarà fatta maggior storia di questo assassinio?".

La Giustizia, dopo 140 anni, è sempre là in attesa di vibrare il colpo di spada. Noi, per parte nostra, quantunque quel primo ministro non goda di nostre soverchie simpatie, pensiamo modestamente di avere spezzato una lancia a favore della verità. Da questo studio, confortati dalla inesistenza di smentite nella ricca bibliografia risorgimentalista, siamo portati a dare fiducia all'Ingrato che, per tanti segni, mostra di possedere conoscenze politiche di prima mano. Forse non siamo lontani dal vero nell'indicare nell'Artom, segretario-copista del primo ministro, l'autore del libello, uno dei pochi a conoscenza degli astuti e intricati giochi diplomatici della cancelleria di Torino, del legame sentimentale del Cavour con la Ronzani, e con entrature presso la polizia e gli uffici di intelligenza per l'ottenimento di informazioni riservate 

RIN
Da "Le Due Sicilie" - Periodico dei Popoli delle Due Sicilie
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CAVOUR A PLOMBIERES

CAVOUR: COME FARE UNA GUERRA

( vedi anche i "RIASSUNTI" STORIA D'ITALIA )


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