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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1860-1861

GAETA: 14 FEBBRAIO 1861 


Il Re Francesco II il 5 settembre eman˛ un proclama che annunciava il suo trasferimento a Gaeta per evitare disordini e danni alla capitale, affidandola a Liborio Romano:
"In mezzo a continue cospirazioni, non ho fatto versare una goccia di sangue, e si Ŕ accusata la mia condotta di debolezza. Se l'amore pi˙ tenero per i miei sudditi, se la confidenza naturale della giovent˙ nell'onestÓ degli altri, se l'orrore istintivo del sangue, meritano tale nome: sÝ, certo, io sono stato debole. Ho preferito abbandonare Napoli, la mia cara Capitale, senza essere cacciato da Voi, per non esporla agli orrori di un bombardamento. Questi son i miei torti: preferisco i miei infortuni ai trionfi degli avversari".

Poi rivolto ai suoi sudditi:
"Voi, amati sudditi, sognate l'Italia ma, arriverà il giorno che non avrete più
nulla, nemmeno gli occhi per piangere".

E il 6 settembre prima di lasciare Napoli rilasciava quest'altra protesta:
"sottoscritta da Noi, munita del suggello delle nostre arme reali, e contrassegnata dal nostro ministro d'affari esteri"

""Da che un ardito condottiero, con tutte le forze di che l'Europa rivoluzionaria dispone, ha attaccato i nostri dominii, invocando il nome d'un sovrano d'Italia, congiunto ed amico, Noi abbiamo, con tutti i mezzi in poter nostro combattuto durante cinque mesi, per la sacra indipendenza de' nostri Stati. La sorte delle armi ci Ú statà contraria. L'ardita impresa che quel sovrano nel modo più formale protestava sconoscere, e che pertanto nella pendenza di trattative di un intimo accordo, riceveva ne' suoi Stati principalmente aiuto ed appoggio, quella impresa cui tutta Europa, dopo aver proclamato il principio di non intervento, assiste indifferente, lasciandoci solo lottare contro il nemico di tutti, è sul punto d'estendere i suoi tristi effetti sin sulla nostra capitale. Le forze nemiche si avanzano in queste vicinanze. D'altra parte la Sicilia e le province del continente, da lunga mano e in tutti i modi travagliate dalla rivoluzione, insorte sotto tanta pressione; han formato de' governi provvisorii col titolo e sotto la protezione nominale di quel sovrano, ed hanno confidato ad un preteso dittatore I'autorità ed il pieno arbitrio de' loro destini.
"Forti sui nostri dritti fondati sulla storia, sui patti intÚrnazionali e sul dritto pubblico europeo, mentre Noi contiamo prolungare, sinchÚ ne sarà possibile, la nostra difesa, non siamo meno determinati a qualunque sacrifizio, per risparmiare gli orrori di una lotta, e dell'anarchia a questa vasta metrpoli, sede gloriosa delle più vetuste memorie, e culla delle arti e della civiltà del reame. In conseguenza Noi moveremo col nostro esercito fuori delle mura confidando nella lealtà e nell'amore dei nostri sudditi, pel mantenimento dell'ordine e del rispetto all'autorità: Nel prendere tanta determinazione, sentiamo però al tempo stesso il dovere, che ci dettano i Nostri dritti antichi ed inconcussi, il Nostro Onore, l'interesse dei Nostri Eredi e successori, e più ancora quello dei Nostri amatissimi sudditi, ed altamente protestiamo contro tutti gli atti finora consumati e gli avvenimentì, che sonosi compiuti o si compiraranno in avverire. Riserbiamo tutt'i nostri titoli e ragioni, sorgenti dà Sacri incontrastabili diritti di successione, e dai trattati, e dichiariamo solennemente tutt'i mentovati avvenimenti e fatti nulli, irriti, e di niun valore, rassegnando per quel che Ci riguarda nelle mani dell'Onnipotente Iddio la Nostra causa e quella dei Nostri popoli, nella ferma coscienza di non aver avuto nel breve tempo del nostro Regno un sol pensiero, che non fosse stato consacrato al loro bene ed alla loro felicità. Le istituzioni che abbiamo loro irrevocabilmente garentito ne sono il pegno. Questa nostra protesta sarà da noi trasmessa a tutte le Corti; e vogliamo che, sottoscritta da Noi, munita del suggello delle nostre arme reali, e contrassegnata dal nostro ministro d'affari esteri, sia conservata ne' nostri reali ministeri di Stato degli affari esteri, della Presidenza del Consiglio dei ministri, e di grazia e giustizia, come un monumento di opporre sempre la ragione e il dritto alla violenza e all'usurpazione.

Napoli, 6 settembre 1860. Firmato: FRANCESCO
firmato: Giacomo De Martino "

Alle ore 6 del pomeriggio del giorno successivo il Re e la Regina lasciarono Napoli, imbarcandosi sul vapore Messaggero comandato dal "luciano" Vincenzo Criscuolo. S'imbarcarono con il Re: Emanuele Caracciolo duca di S. Vito, il principe Nicola Brancaccio di Ruffano, il maresciallo Francesco Ferrari, il maresciallo Giuseppe Statella, il conte Francesco de la Tour, il Retro Ammiraglio Leopoldo del Re, il maresciallo Riccardo de Sangro principe di Sansevero, il marchese Imperiali, la duchessa di S. Cesareo ed un'altra ventina di persone. Comandata dal pilota Giacomo Persico, partÝ anche la nave-avviso Delfino, carica dei bagagli della famiglia reale e della corte, nonchŔ l'archivio personale del Re.

I comandanti delle navi Ettore Fieramosca, Ruggiero e Guiscardo s'erano venduti al Piemonte e rifiutarono di seguire il Sovrano, nonostante avessero ricevuto ordini ben precisi. Superato il canale di Procida, la nave spagnola Col˛n, con a bordo il diplomatico Salvador Bermudez de Castro, si mise sulla scia del Messaggero in segno di rispetto e protezione. Durante la traversata Francesco II si confid˛ con Criscuolo : "Mi hanno tradito tutti, Vincenzino" ed il Criscuolo, per confortarlo, gli rispose che molti Napolitani gli erano ancora fedeli, ma il Re, profeticamente, disse ancora : "I Napolitani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io per˛ ho la coscienza di avere fatto sempre il mio dovere, ma per˛ ad essi rimarranno solo gli occhi per piangere".

Nel frattempo gli indignati marinai delle navi traditrici, ribellatisi ai loro comandanti, si gettarono in mare per non essere coinvolti nella vergogna. Erano circa seicento e in parte si diressero via terra verso Gaeta, altri invece si imbarcarono il giorno dopo sulla nave a vela Partenope comandata dal Capitano di Vascello barone Roberto Pasca, che la diresse a Gaeta. Anche il personale diplomatico di Russia, Prussia, Brasile, ed il Nunzio Apostolico si recarono a Gaeta, tranne quelli di Piemonte, di Francia e d'Inghilterra 

A Napoli il Re aveva lasciato insensatamente nel Banco di Napoli la sua personale e favolosa fortuna composta di circa undici milioni di ducati d'argento, due milioni sterline in oro e cinquanta milioni di franchi in oro. Nella Reggia aveva lasciato un considerevole vasellame e oggetti d'oro e d'argento, opere d'arte e arredi di inestimabile valore. Maria Sofia, inoltre, aveva lasciato interamente il suo guardaroba e i gioielli personali. I depositi privati assommavano a 77.205.172 franchi. 

Francesco II e Maria Sofia giunsero a destinazione alle ore 6 del mattino del 7 settembre. A Gaeta si sistemarono anche il ministro di Russia, principe Volkonskij, il ministro dell'Austria e quelli di altri Paesi. Non appena sistemato, il Re cominci˛ l'opera di riorganizzazione dell'esercito e dello Stato. Nomin˛ capo del nuovo governo il generale Casella, il retroammiraglio Leopoldo del Re divenne Ministro della marina, il barone Salvatore Carbonelli fu Ministro delle Finanze, il duca di Lauria don Pietro CalÓ Ulloa fu messo alla Giustizia. Fu inviato un telegramma alle varie autoritÓ del Regno con la comunicazione che la sede del Governo era in Gaeta. 

Dopo le battaglie di Capua, del Volturno e del Garigliano il giorno 13 novembre 1860 incominci˛ il vero e proprio assedio alla fortezza di Gaeta. Il generale Salzano chiese le dimissioni per motivi di salute e fu provvisoriamente sostituito dal generale Sanchez de Luna. La situazione della fortezza era veramente sconcertante. Risultavano esservi circa 700 bocche da fuoco, ma la maggior parte di esse giÓ allora avrebbe ben figurato in un museo. Vi erano addirittura ancora in servizio due obici fusi nel XV secolo. Abbondavano munizioni per fucili, ma difettavano quelle per l'artiglieria, i camminamenti e le casematte erano vulnerabili, perchÚ non erano stati blindati. Per quanto riguarda il vettovagliamento della guarnigione e della popolazione non vi erano scorte sufficienti, nŔ vi era denaro bastante per pagare almeno le truppe. Vi si trovavano, inoltre, quasi mille tra cavalli e muli per i quali non vi era foraggio. Gli uomini non avevano coperte da campo, nŔ pagliericci, nŔ ricambi di abiti o di biancheria e dormivano sulla nuda terra. Nelle posizioni pi˙ avanzate le nostre truppe non potevano di notte nemmeno accendere i fuochi per riscaldarsi perchÚ questi erano presi a cannonate dai piemontesi.

Fu inviato a Marsiglia Antonio Ulloa per recuperare fondi e acquistare cosÝ armi e viveri per l'Armata Duosiciliana. La missione, per˛, fu un fallimento e l'unico aiuto venne dalla colonia duosiciliana che, per opera del barone Carbonelli, raccolse 500.000 franchi, ma si dovettero vendere due navi (di cui una era il Messaggero) per raccogliere una somma accettabile. 

La notte del 28 novembre fu effettuata sul colle dei Cappuccini un'azione ricognitiva di 400 uomini comandati dal generale Bosco. La sortita riuscÝ e furono messi in fuga con molte perdite il 6&Mac176; ed il 7&Mac176; bersaglieri, ma nelle scaramucce perse la vita il tenente colonnello Migy. 

Il 4 dicembre, sotto una pioggia torrenziale, vi fu una sortita di 120 cacciatori che, dopo aver eliminate le sentinelle piemontesi, fecero saltare un gruppo di case che nascondevano alla vista alcune batterie nemiche, costringendole ad arretrare. 

Le condizioni all'interno di Gaeta, intanto, si facevano di giorno in giorno pi˙ difficili. Gli uomini, sprovvisti di coperte e pagliericci, erano costretti a dormire sulla nuda terra in condizioni igieniche spaventose. Avvenne cosÝ che dopo pochi giorni si svilupp˛ un'epidemia di tifo petecchiale, che incominci˛ a mietere vittime tra i nostri soldati, ed anche la sepoltura dei caduti divenne un serio problema.

L'8 dicembre, in occasione di una cerimonia per la festivitÓ di Maria Vergine (festa nazionale), Francesco II eman˛ un proclama con cui denunciava la vile aggressione piemontese. Lo stesso giorno il Savoia Vittorio Emanuele si rec˛ a Mola di Gaeta per vedere i lavori apprestati per bombardare la fortezza. La giornata era nebbiosa e cadeva una fitta pioggia. 

Il comandante degli assedianti piemontesi disponeva ora di 166 cannoni rigati, dal tiro molto preciso, alcuni dei quali riuscivano a bombardare fino a 4.600 metri (quindi potevano colpire senza essere colpiti), mentre il comandante duosiciliano non disponeva che di quattro cannoni rigati; il resto delle artiglierie funzionanti era formato da circa 300 vetusti cannoni distribuiti in otto batterie, tra le quali le pi˙ importanti erano denominate Torre d'Orlando, Transilvania, TrinitÓ, Regina e Philipstadt. I quattro cannoni rigati erano stati preparati ingegnosamente dal colonnello d'artiglieria AfÓn de Rivera, adattando una macchina per fabbricare viti. 

L'8 dicembre il Cialdini ebbe dal Cavour l'ordine di sospendere i bombardamenti per permettere all'ammiraglio francese Barbier de Tinan, latore di un messaggio personale di Napoleone III, di concordare con il Re Francesco II la cessazione d'ogni resistenza. L'imperatore francese, in caso contrario, minacciava di allontanare la flotta da Gaeta, ma Francesco II, con una abile risposta, riuscÝ a procrastinare la partenza delle navi.

La tregua di Gaeta fu sospesa, di fatto, la notte tra il 12 ed il 13, quando l'uscita d'alcune guardie dalla Fortezza fu interpretata come una sortita dai piemontesi che spararono contro di loro. Dalla Fortezza, invece, al rumore degli spari si pens˛ ad un attacco piemontese e cosÝ ci fu un'infernale sparatoria durata, inutilmente, circa tre ore.

Il 13 dicembre il Re Francesco II riuscÝ ad inviare al generale Fergola a Messina, per mezzo del maggiore Michele Bellucci, la somma di 30.000 ducati per sostenere le truppe. Lo stesso giorno morÝ per il tifo il tenente generale Caracciolo, duca di S. Vito e aiutante del Re.

Il 14 dicembre Francesco II decise di sciogliere due reggimenti della Guardia Reale, che risultavano superflui in quella situazione di difesa passiva, e pose in congedo 50 uomini di ogni battaglione Cacciatori, non potendoli sistemare convenientemente. Essi, circa 4.500, dotati di tre giorni di viveri e di 8 giorni di paga, furono imbarcati dopo tre giorni sulle navi francesi Protis e Stella e inviati a Terracina, con l'obbligo di ritornare nelle rispettive provincie. Le truppe di Cialdini riuscirono a catturare alcuni di questi uomini, ma molti riuscirono a passare e si diressero nelle loro terre d'origine nell'attesa degli eventi. Nella fortezza di Gaeta rimasero 12.219 soldati e 994 ufficiali, con circa 3.000 civili e poco pi˙ di un migliaio di denutriti cavalli. Le forze piemontesi erano costituite da circa 15.500 soldati e 800 ufficiali. 

Dopo il 15 di dicembre, i bombardamenti su Gaeta furono pi˙ serrati e micidiali. Il bombardamento fatto dai piemontesi era del tutto indiscriminato ed aveva solo finalitÓ terroristiche. Furono colpite anche chiese, ospedali e case civili. Le maggiori sofferenze si ebbero tra la popolazione civile che non aveva validi ricoveri. La giovane diciannovenne Regina Maria Sofia, di giorno e di notte, si recava intrepidamente a predisporre l'assistenza e a dar conforto ai feriti e agli ammalati. Spessissimo si recava sugli spalti a rincuorare i soldati, incurante delle bombe. Divenne popolarissima anche tra la popolazione civile di Gaeta. Per questo suo coraggioso comportamento fu considerata con ammirazione e rispetto, diventando in tutta l'Europa famosa come l'"eroina di Gaeta" e fu il simbolo dell'assedio. 

Il 23 dicembre, tuttavia, i Duosiciliani riuscirono a far arrivare a Gaeta, durante una fitta pioggia, due bastimenti carichi di viveri comprati a Marsiglia. 

A Natale cadde la neve. In quel giorno furono lanciate sulla fortezza pi˙ di 500 bombe, ma la festivitÓ fu festeggiata ugualmente in entrambi i campi avversi. Nel frattempo i governi di Austria, Prussia e Russia facevano pressioni su Napoleone III in favore del Sovrano delle Due Sicilie, mentre l'Inghilterra premeva in senso opposto. L'ammiraglio Barbier de Tinan present˛ una nuova proposta di resa al Governo delle Due Sicilie, ma anche questa fu respinta. 

Il 1° gennaio Francesco II e Maria Sofia ricevettero i tradizionali auguri per il nuovo anno dagli ufficiali in alta uniforme e fu una cerimonia ricca e fastosa, per quanto permetteva la situazione. Il 5 gennaio, i Sovrani delle Due Sicilie, dopo che una cannonata aveva sfondato il soffitto dello spogliatoio della Regina, traslocarono in una casamatta addossata al bastione "Ferdinando" a picco sul mare. Nella casamatta si sistemarono anche i conti di Trani e di Caserta, il duca di Sangro e il generale Ferrari. Il Cialdini, invece, si era acquartierato in una villa reale a Castellone, procurandosi ogni agiatezza possibile, come del resto faceva la maggior parte degli ufficiali piemontesi. 

Nel frattempo, Francesco II, per alleggerire la pressione su Gaeta, aveva inviato il colonnello LuvarÓ ed il Conte Teodulo mile de Christen, con poche truppe, verso gli Abruzzi con il compito di coordinare la resistenza giÓ iniziata. 

Cavour scrisse al generale piemontese Della Rocca che era stato raggiunto l'accordo con Napoleone III per la partenza della flotta francese da Gaeta per il 19 del mese. 

L'8 gennaio, il giorno prima della tregua, allo scopo di dimostrare la sua potenza, il Cialdini ordin˛ di effettuare un micidiale bombardamento. Per tutto il giorno caddero su Gaeta quasi 8.000 bombe che, tuttavia, produssero pochi danni materiali: gli assediati ebbero sette morti e 20 feriti. Anche la nostra artiglieria fece la sua parte con un terribile fuoco di controbatteria, che caus˛ tra i piemontesi solo 2 morti e 24 feriti. L'effetto demoralizzante che Cialdini voleva procurare negli assediati fu in pratica nullo. Cessato il bombardamento, il capo di stato maggiore francese, l'ammiraglio Tinan, si rec˛ da Francesco II accordandosi per una sospensione delle ostilitÓ e con lo scopo di trattare un armistizio.

Le clausole proposte dall'ammiraglio Tinan, che prevedevano tra l'altro un controllo nel campo piemontese da parte francese, furono per˛ violentemente contrastate dal Cialdini e ci˛ permise, durante la tregua, agli assedianti di rinforzare notevolmente (ed impunemente) i lavori d'assedio che erano espressamente vietati dagli accordi. 

Il 16 gennaio fu festeggiato in Gaeta il compleanno di Francesco II e vi fu anche una parata militare. Presenziarono alla cerimonia i diplomatici stranieri accreditati, venuti per l'occasione a Gaeta. Le navi francesi e spagnole spararono una salva di 21 colpi. Nel duomo, tra le macerie, venne anche intonato il Te Deum. Alcuni diplomatici restarono nella Fortezza assediata per soddisfare il desiderio del Re, ma i restanti se ne tornarono a Roma. 

Il Cavour, intanto, sempre uniformandosi segretamente alle direttive inglesi, si accord˛ definitivamente con Napoleone III per far ritirare il giorno 19 la flotta francese da Gaeta, nonostante le pressioni contrarie di Austria, Prussia e Russia. Prezzo del ritiro fu la cessione alla Francia dei comuni di Mentone e Roccabruna con un trattato che fu firmato il 2 febbraio. La partenza della flotta francese, intanto, aveva lasciato Francesco II nello sconforto. Il giorno dopo, mentre il vapore francese Dahomey lasciava il porto di Gaeta, diretto a Messina con seicento tra donne e bambini, una nave piemontese con bandiera bianca entrava nel porto con il generale Menabrea ed il colonnello Caselli per trattare un ulteriore accordo di resa. La richiesta di resa fu respinta e il Cialdini dichiar˛ lo stato di blocco navale del porto, ma non riuscÝ ad impedire al vapore francese Sphynx di sbarcare 1.500 balle di farina nella notte del 21 gennaio. La sera la flotta piemontese di Persano si posizion˛ nel golfo di Gaeta, che rest˛ del tutto isolata dal mondo.

Il giorno 21 il giornalista francese Garnier, che molto aveva contribuito al mito dell' "eroina di Gaeta", descrivendone le gesta sul "Journal" di Parigi, insieme agli altri stranieri ospitati nella casamatta della batteria Regina fece celebrare al santuario della Montagna Spaccata una messa propiziatoria in memoria di Luigi XVI di Francia. 

Napoleone III, intanto, impedÝ che fossero acquistati, da emissari duosiciliani, dei cannoni rigati richiesti al Belgio.

La mattina del 22, mentre le bande dell'8° e 9° del 176 cacciatori intonavano l'inno nazionale, tutte le batterie di Gaeta fecero fuoco su quelle piemontesi. L'azione fu cosÝ violenta e precisa che le batterie piemontesi in prossimitÓ della Fortezza furono smantellate. Salt˛ in aria anche la polveriera piemontese sul colle dei Cappuccini, causando decine di morti e numerosi feriti. Il Persano, allora, accorse con la flotta in aiuto e si avvicin˛ ai bastioni della Fortezza, aprendo il fuoco con tutti i suoi cannoni. Tuttavia, poichŔ prudentemente le navi erano state posizionate troppo lontane, queste non riuscivano a colpire le nostre postazioni. Per sfidare il nemico, allora, le truppe assediate si scatenarono dagli spalti provocatoriamente con insulti e gesti osceni nei confronti delle navi piemontesi.

La cannoniera Vinzaglio si lasci˛ tentare dalla sfida e si avvicin˛ ancor pi˙ alla Fortezza. Appena giunta a tiro una potente scarica la colpÝ, provocandole numerosi morti e ingenti danni, tanto che immediatamente manovr˛ per allontanarsi tra le grida e gli insulti dei nostri fieri soldati. Anche altre navi si fecero avanti, tra cui la Confienza di Saint-Bon, che non fece nemmeno in tempo a puntare i suoi cannoni che venne colpita da un'altra precisa scarica che la danneggi˛ seriamente e fece altri morti. Il resto delle navi ritorn˛ precipitosamente indietro, puntando verso Ponza per sfuggire pi˙ rapidamente ai tiri delle batterie della fortezza. La festa sugli spalti fu veramente grande e fu anche allietata dalla cattura dei numerosi pesci uccisi dai colpi piemontesi caduti in mare. Quel giorno le nostre batterie avevano sparato circa undicimila colpi, quelle piemontesi tredicimila, compresi quelli delle navi. Il morale degli assediati salÝ alle stelle, in particolare il mito dell'"eroina di Gaeta", che era sempre stata sui luoghi pi˙ esposti, divent˛ leggendario.

La sera del 24 si ebbe ancora una violentissima e molto precisa azione della nostra artiglieria sulle pi˙ avanzate trincee piemontesi, che dovettero essere abbandonate. Intanto vi fu anche un'azione partigiana ad Arquata, dove addirittura una compagnia piemontese fu annientata. 

Il 27 gennaio il ministro della Marina francese telegraf˛ al Ritucci, che aveva assunto il comando della Piazza di Gaeta, che la nave francese Mouette, giÓ ancorata nel porto di Napoli, era stata messa a disposizione dei Reali per qualsiasi necessitÓ. 

Gaeta, nel frattempo, era continuamente bombardata con una media di circa cinquecento colpi il giorno. Alle poche vittime delle bombe, si aggiungevano le moltissime causate dal tifo. Ma nel giorno di carnevale la truppa volle festeggiare lo stesso con maschere, balli e canti. Una strana processione si rec˛ verso la casamatta dei Sovrani, dove fu improvvisata una vorticosa tarantella, mentre la Regina batteva le mani divertita. 

A Gaeta i tiri delle batterie piemontesi diventavano di giorno in giorno pi˙ precisi, probabilmente perchÚ alcuni traditori avevano indicato la posizione dei depositi delle polveri. Il 4 febbraio fu centrata la polveriera Cappelletti e fu evitato, per il coraggioso intervento dell'artificiere Chiapparelli e del marinaio Feduce, che un incendio facesse saltare la polveriera Transilvania.

Il pomeriggio del 5 febbraio, alle ore 19.00 circa, un colpo centr˛ in pieno il deposito munizioni della Cortina di S. Antonio che conteneva sette tonnellate di polvere e 40.000 cartucce. Salt˛ in aria l'intero bastione, aprendo un cratere di oltre quaranta metri. Vi morirono 316 militari e pi˙ di 100 civili. Tutta Gaeta fu coperta dal fumo e si udirono da tutte le parti grida disperate. Contemporaneamente, mentre si estraevano dalle macerie i morti ed i feriti, i piemontesi continuarono pi˙ intensamente il fuoco, concentrando vilmente i tiri proprio sulla zona dell'esplosione, causando altre vittime. Anche la flotta del pusillanime Persano volle partecipare alla mattanza con tiri ravvicinati, ma senza alcuna efficacia, perchÚ fu tenuta a distanza dalla risposta degli assediati. Il bombardamento proseguÝ tutta la notte, con il lancio di circa 600 proiettili ogni ora.

Il 6 febbraio fu concordata una tregua di 48 ore per seppellire i morti ed evacuare 200 soldati tra malati e feriti, che furono imbarcati il giorno dopo su due vapori piemontesi. 

Il Ritucci convoc˛ in quel giorno il Consiglio di Difesa, cui parteciparono 31 ufficiali superiori, tra i quali gli svizzeri Wieland e d'Auf de Mauer, il generale Pelosi, Sanchez de Luna, Marulli, Bosco, RodrÝgo Afan de Rivera e Riedmatten. Il responso fu che la Fortezza poteva ancora resistere, ma solo per breve tempo, date le condizioni sanitarie e le inumane fatiche cui erano sottoposte le truppe.

Il 9 febbraio il bombardamento riprese con pi˙ violenza e precisione. Cadevano ad uno ad uno: casematte, magazzini, depositi e riservette, quasi come se si sapesse esattamente dove mirare. Un incendio scoppiato davanti alla polveriera del bastione Annunziata fu coraggiosamente spento da due artiglieri, Barrecchia e Pettorelli. Il tenente d'artiglieria Savio, morto mentre puntava un cannone, fu sostituito immediatamente dal fratello, che subito dopo cadde anche lui. Una fregata piemontese tent˛ ancora una volta di cannoneggiare attraverso il bastione saltato, ma fu messa in fuga dal preciso tiro delle nostre batterie. 

Il giorno 10 giunse alla Regina Maria Sofia una lettera dell'imperatrice francese, che in termini molto affettuosi le consigliava di cedere ormai a quella resistenza senza speranza. Il giorno dopo il Re, convintosi dell'impossibilitÓ di ricevere aiuti internazionali, riunÝ lo Stato Maggiore per decidere sulla capitolazione, ma non tutti erano d'accordo. Fu, in ogni modo, incaricato il tenente colonnello di Stato Maggiore Delli Franci di sondare, durante il trasporto di altri malati di tifo fuori di Gaeta, la disponibilitÓ del Cialdini. Costui, dopo essersi consultato via telegrafo col Cavour, raggiunse un primo accordo per la cessione della Fortezza dopo la partenza dei Sovrani. In questo giorno scoppi˛ nella fortezza un altro deposito di munizioni, con minore intensitÓ con sole 120 bocche da fuoco. 

Quando iniziarono le trattative, il Cialdini, per affrettare i tempi acceler˛ il volume di fuoco su Gaeta, facendo altre vittime. Nella notte tra il giorno 11 ed il 12, inoltre, fece scatenare un inferno di fuoco grazie alle nuovissime batterie molto precise da poco ricevute, posizionate alla Torre Viola, all'Atratina e ai Cappuccini. 

Il giorno 13, proprio mentre le trattative venivano concluse, il bombardamento sulla fortezza divent˛ parossistico, tanto che salt˛ in aria il deposito munizioni della batteria Transilvania, che conteneva diciotto tonnellate di polvere e numerosi esplosivi. Morirono due ufficiali e oltre cinquanta militari, molti civili e si ebbero numerosi feriti, che non potettero essere aiutati perchÚ i piemontesi avevano concentrato il fuoco proprio sul luogo dell'esplosione. Durante il vile bombardamento i piemontesi applaudivano al massacro. Questo era il generale Cialdini, a cui i piemontesi hanno dedicato monumenti, piazze e caserme! 

La capitolazione, avvenuta nella villa di Caposele in Castellone, fu firmata due ore dopo, mentre ancora continuava il criminale bombardamento. Parteciparono alle trattative, per i Duosiciliani, il generale Antonelli, capo di Stato Maggiore dell'Armata di Terra, il barone Pasca dell'Armata di Mare, e il Delli Franci. Per i piemontesi furono incaricati il generale Menabrea e il colonnello Caselli. La guarnigione sarebbe rimasta prigioniera fino alla resa delle fortezze di Civitella del Tronto e di Messina. Le nostre perdite all'interno di Gaeta consistettero in 506 morti per ferite e 307 per malattia, 743 dispersi e circa 800 feriti fuori della piazzaforte. I piemontesi, che non effettuarono mai un assalto alla fortezza, ebbero solo 50 morti e 350 feriti. 

Alle ore 7 del mattino del giorno 14 febbraio 1861, il Re Francesco II e la Regina Maria Sofia uscirono dalla Fortezza per imbarcarsi sulla nave francese Mouette, appena entrata nel porto. Lungo il percorso, una folla di militari e civili salut˛ con immensa commozione il passaggio dei Sovrani. Molti soldati, mentre presentavano le armi, non riuscivano a trattenere le lacrime e gridavano "Viva 'o Rre". Alcuni ufficiali spezzarono le loro spade con rabbia, gettando via i tronconi, piangendo senza vergogna, mentre la banda intonava il nostro inno nazionale. Una lancia con marinai in alta uniforme port˛ il Re e la Regina sulla Mouette. Sul pennone fu alzata la bandiera delle Due Sicilie accanto a quella francese. Poi, quando la Mouette salp˛, fu eseguita dalla batteria di S. Maria una salva di ventun colpi in omaggio ai Sovrani mentre sull'alta Torre d'Orlando per tre volte veniva alzata ed abbassata la nostra bandiera. 

Quasi contemporaneamente, la brigata piemontese Regina, comandata dal generale de Regis, entrava nella fortezza ed occupava tutte le postazioni. Qualche ora dopo fu innalzata la bandiera piemontese. 

Questo fu l'ultimo ordine del giorno di Francesco II : 

"Generali, Uffiziali e Soldati dell'Armata di Gaeta ! 

La fortuna della guerra ci separa. Dopo cinque mesi nei quali abbiamo combattuto insieme per l'Indipendenza della Patria, dividendo gli stessi pericoli, soffrendo le stesse privazioni, Ŕ giunto per me il momento di mettere un termine ai vostri eroici sacrifici. 

Era divenuta impossibile la resistenza, e se il mio desiderio di soldato era di difendere con Voi l'ultimo baluardo della Monarchia, fino a cadere sotto le mura crollanti di Gaeta, il mio dovere di Re, il mio amore di Padre, mi comandano oggi di risparmiare un sangue generoso, la cui effusione nelle circostanze attuali non sarebbe che l'ultima manifestazione di un inutile eroismo. 


Per Voi, miei fidi compagni d'armi, per pensare al vostro avvenire, per le considerazioni che meritano la vostra lealtÓ, la vostra costanza, la vostra bravura, per voi rinunzio all'ambizione militare di respingere gli ultimi assalti di un nemico, che non avrebbe preso la Piazza difesa da tal soldati, senza seminare di morte il suo cammino. 

Militi dell'Armata di Gaeta, da dieci mesi combattete con impareggiabile coraggio. Il tradimento interno, l'attacco delle bande rivoluzionarie di stranieri, l'aggressione di una potenza che si diceva amica, niente ha potuto domare la vostra bravura, stroncare la vostra costanza. In mezzo alle sofferenze d'ogni genere, traversando i campi di battaglia, affrontando il tradimento, pi˙ temibile che il ferro ed il piombo, siete venuti a Capua e a Gaeta, segnando il vostro eroismo sulle rive del Volturno, sulle sponde del Garigliano, sfidando per tre mesi dentro a queste mura gli sforzi d'un nemico, che disponeva di tutte le risorse d'Italia. 


Grazie a voi Ŕ salvo l'onore dell'Armata delle Due Sicilie; grazie a voi pu˛ alzare la testa con orgoglio il vostro Sovrano; e sulla terra d'esilio, in che aspetterÓ la giustizia del Cielo, la memoria dell'eroica lotta dei suoi Soldati, sarÓ la pi˙ dolce consolazione delle sue sventure. 

Una medaglia speciale vi sarÓ distribuita per ricordare l'assedio; e quando ritorneranno i miei cari soldati nel seno delle loro famiglie, tutti gli uomini d'onore chineranno la testa al loro passo, e le madri mostreranno come esempio ai figli i bravi difensori di Gaeta. 

Generali, Uffiziali e Soldati, vi ringrazio tutti, a tutti stringo la mano con effusione d'affetto e riconoscenza. Non vi dico addio, ma a rivederci. Conservatemi intatta la vostra lealtÓ, come vi conserverÓ eternamente la sua gratitudine e la sua affezione il vostro Re Francesco." 


Antonio Pagano 
Direttore periodico Le Due Sicilie
(vedi la rivista QUI)


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