SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
BENEDETTO CROCE


Benedetto Croce, uno dei più duri accusatori del parlamentarismo

Continuò a riflettere: seguì all'inizio i corsi di Labriola; riprese autonomamente la via della riflessione della dottrina idealista; senatore e poi ministro della P.I. con Giolitti; nel '22 ebbe un iniziale favore al fascismo (votò a favore perfino nel fatidico periodo di crisi del "dopo Matteotti"); poi lo osteggiò elaborando un Manifesto firmato dai migliori intellettuali italiani di parte liberale (1925); A Napoli fu (con Sforza che lo strattonava *) tra gli intansigenti nei confronti di Badoglio e della Monarchia dopo l'8 settembre; era indignato dell'uno e dell'altra, ma poi (fino a quel momento sperato di fare lui il primo ministro, con Sforza "ruota di scorta") entrò nello stesso governo Badoglio nel 1944; pochi mesi dopo entrò in quello di Bonomi; nel dopoguerra prese parte alla ricostituzione del Partito Liberale italiano.

(* nel periodo di livore a Napoli, nel '43-'44, vedendo naufragare le sue ambizioni disse "della politica non ho capito nulla")
(vedi periodo 1943 e 1944 in "Riassunti")

 

NOTE BIOGRAFICHE
concesse gratuitamente da
http://www.filosofico.net/croce1.htm

Benedetto Croce nasce il 25 Febbraio 1866 da Pasquale Croce e Luisa Sipari nel palazzo dei Sipari a Pescasseroli. Nel 1875 entra nel collegio napoletano detto della "Carità". Ancora studente liceale ascolta le lezioni di logica tenute da Bertrando Spaventa, cugino del padre, all'Università di Napoli. Comincia a rivelarsi la sua inclinazione per gli studi eruditi e letterari.

Mentre si trova in vacanza con i genitori e la sorella a Casamicciola, nell'isola di Ischia, il 28 luglio 1883 è colpito dal terremoto, in cui perderà i suoi familiari.

A Casamicciola dopo il terremoto del 4 marzo 1881 che aveva causato la morte di 124 persone e gravi danni agli abitati, il 28 luglio 1883 un altro sisma più terribile e ben più grave colpì l'isola d'Ischia. L'epicentro fu ancora Casamicciola, rasa completamente al suolo, mentre i Comuni limitrofi subirono notevoli danni. In tutto 2.333 morti e 706 feriti. Solo a Casamicciola si ebbero 1.784 morti e 448 feriti; tra essi 625 villeggianti e 51 stranieri.
Benedetto Croce, nel libro Memorie della mia vita, scrisse "Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni".

Poco prima di morire Benedetto Croce (morì nel 1952) concesse questa intervista-biografia a Ugo Pirro su "Oggi" del 13 aprile 1950.
Noi qui facciamo una sintesi dell'articolo, e precisamente dove Pirro si accenna al terremoto di Casamicciola, quando il futuro filosofo aveva appena compiuti i 17 anni, ed era in vacanza con tutta la famiglia sull'Isola.
"Nel disastro restò sepolta anche la famiglia Croce, compreso Benedetto. La madre e la sorella Maria furono inghiottite dalle macerie, il padre invece perì dopo lunghe sofferenze aspettando invano soccorso, ad un passo da Benedetto che nulla poteva fare perchè incastrato con tutto il corpo dalle macerie della casa.
Il giovane fu estratto con una gamba fracassata e un braccio ferito. Benedetto fu tra gli ultimi feriti ad essere trasportato a Napoli, le sue condizioni non destavano soverchie preoccupazioni. Un cronista, girando fra le corsie degli ospedali napoletani, lo intervistò e così riferì ciò che il giovane Croce raccontò di quella terribile notte:
"Ieri fu trasportato a Napoli anche il figliuolo primogenito del comm. Croce; egli è gravemente ferito a una gamba e ad un braccio. Perirono il comm. Croce, la moglie e una figlioletta. Il giovinetto superstite di questa ricchissima famiglia foggiana, stabilita da lunghi anni a Napoli, conserva una memoria precisa dell'accaduto. La madre e la sorella sparirono nel vortice del crollamento, né si udì di loro alcuna voce. Egli, che era seduto ad un tavolino insieme col padre, precipitò. Il padre fu coperto tutto dalle macerie, ma parlò dalle nove e mezzo del sabato fino alle undici antimeridiane della domenica successiva. Benedetto era sepolto fino al collo nelle pietre, aveva però il capo fuori di esse. Il giovinetto fu estratto dalle rovine verso mezzogiorno, poco prima che il padre avesse cessato di parlare. Si racconta che
con gran senso pratico dicesse al figlio "offri centomila lire a chi ti salva".

Croce racconta che quella notte fu lunga a passare. Lo distraeva, seppure per poco, la luna, mentre gli sovveniva alla mente la descrizione del terremoto di Napoli fatta dal Colletta nella Storia del reame di Napoli.
Sia detto, dunque, senz'ombra di ironia: Croce non poteva che diventare filosofo. Come Socrate che aspettava la morte discutendo di filosofia con i discepoli, così il giovane letterato oscillava tra l'abbattimento e la speranza di salvezza, ripassando la storia dei reame di Napoli.
Benedetto Croce si trovò improvvisamente solo al mondo; della sua famiglia era sopravvissuto con lui soltanto il fratello Alfonso, che proprio poche ore prima della scossa tellurica aveva lasciato Casamicciola. Un grande sconforto lo colpì e dapprima anelò alla morte.

A ridare ancora fiducia nella vita a Benedetto Croce, dopo la tragedia di Casamicciola, pensò lo zio Silvio Spaventa, che lo condusse nella sua casa in via della Missione, a Roma. Così, toccò proprio allo zio rivoluzionario, lui che per primo aveva salutato Garibaldi che entrava a Napoli, mentre le simpatie della famiglia Croce andavano invece ai Borbonici, completare l'educazione di Benedetto e aver cura di lui.
Ma le ferite riportate a Casamicciola continuavano a far soffrire il giovane ed anzi lo tormenteranno per molti anni ancora. Così, anche a Roma, egli dovette restare ancora a lungo a letto; lo affliggeva, oltre che la ferita alla gamba, anche lo choc nervoso che l'aveva colpito. Ma a tutte queste pene fisiche, se ne aggiungevano altre di ordine morale: in particolare lo affliggeva la paura che le donne non potessero più interessarsi a lui per via della sua gamba così mal ridotta. Si racconta, anzi, che quando Benedetto Croce espresse a un amico le sue preoccupazioni, diciamo così, di carattere sentimentale, quello gli rispose che non c'era assolutamente da preoccuparsi per così poco perché non alla sua gamba, ma piuttosto alla sua borsa avrebbero guardato le donne.
In effetti, il giovane Benedetto era diventato di colpo ricchissimo; la grande proprietà paterna di Montenerodomo, così come quella materna di Pescasseroli, andava divisa fra lui e il fratello Alfonso.
Benedetto, durante le lunghe giornate della convalescenza, immobilizzato a letto, studiava come poteva, servendosi della biblioteca di Silvio Spaventa, e qualcosa scrisse anche in quel periodo; approfittò tuttavia del forzato riposo soprattutto per riordinare i suoi ricordi. Si mostrava già un parlatore, se non di effetto, certamente efficace e convincente: lo zio Silvio Spaventa e Antonio Labriola, che era un assiduo della casa di via della Missione, si soffermavano ad ascoltare volentieri il giovane infermo, e Silvio Spaventa accarezzava già il sogno di fare di lui un diplomatico o ún politicante, poiché lo sentiva pieno di mordente, arguto, armato già di una sottile dialettica, sebbene ancora acerba."

 

Si trasferisce a Roma col fratello Alfonso in casa di Silvio Spaventa, cugino del padre, che diventerà il loro tutore. Vive per due anni a Roma, iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza dell'Università "La Sapienza", che lascerà poco dopo.
Nel 1884 comincia a seguire le lezioni di filosofia morale tenute da Antonio Labriola alla Sapienza. Nel 1886 si trasferisce a Napoli, dal 1887 al 1892 compie numerosi viaggi di istruzione (Germania, Austria, Francia, Olanda, Spagna, Portogallo), svolge inoltre le prime ricerche sulla rivoluzione napoletana del 1799, sui teatri di Napoli e sul Seicento italiano. Dal 1892 si dedica a studi sulla Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza. Inoltre egli sviluppa un profondo interesse per l'opera di Francesco De Sanctis, di cui si farà anche editore. Nel 1893 pubblica la memoria La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte, negli anni successivi, oltre a continuare a dedicarsi alla letteratura, intraprende lo studio dell'economia e della teoria marxista, a cui dedicherà diversi saggi, riuniti nel volume Materialismo storico ed economia marxista (1900).

Nel 1899 conosce Karl Vossler con cui instaurerà un lungo rapporto epistolare; pubblica negli Atti dell'Accademia Pontaniana le Tesi fondamentali di un'estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, in cui vengono delineate le prime riflessioni estetiche che saranno meglio definite nell'Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, pubblicata nel 1902, che costituisce il primo volume della Filosofia dello Spirito.
Negli ultimi anni del secolo inizia la lunga e travagliata amicizia con Giovanni Gentile, con cui collaborerà ed instaurerà uno scambio intellettuale tra i più importanti per la sua formazione filosofica.
Nel 1901 conosce l'editore Giovanni Laterza e diviene inoltre Commissario per l'Istruzione pubblica nella gestione commissariale del Comune di Napoli. Nel novembre dell'anno successivo fonda "La Critica, rivista di storia, letteratura e filosofia" che uscirà nel suo primo numero nel gennaio del 1903.
Nel 1905 escono, sempre negli Atti dell'Accademia Pontaniana, i Lineamenti di una logica come scienza del concetto puro. Nel 1906 l'editore Laterza comincia a pubblicare la rivista "La Critica" (stampata finora da Croce a sue spese), accanto alla quale Croce fa vivere tre collane, sempre edite da Laterza: "Biblioteca di cultura moderna" (1902), "Classici della filosofia moderna" (1906), "Scrittori d'Italia" (1910). Nello stesso anno vede la luce il saggio Ciò che vivo e ciò che è morto nella filosofia di Hegel.

Nel 1907 esce la sua traduzione dell'Enciclopedia delle scienze filosofiche di Hegel. Negli Atti dell'Accademia Pontaniana pubblica la Riduzione della filosofia del diritto alla filosofia dell'economia. Nel 1908 viene pubblicata la nuova e riveduta edizione dell'Estetica.
Croce partecipa inoltre al Terzo Congresso di Filosofia tenendo una relazione intitolata Il carattere lirico dell'intuizione artistica. Nel 1909 vedono la luce altri due volumi della Filosofia dello Spirito: la Logica come scienza del concetto puro, che riprende e sviluppa le concezioni dei Lineamenti del 1905, e la Filosofia della Pratica - Economica ed Etica.

Nel 1910 entra a far parte del Senato del Regno. Negli anni successivi vedono la luce: La Filosofia di G.B. Vico (1910); Problemi di Estetica (1911), Breviario d'Estetica (1913). Nel 1913 Croce decide di rendere pubblico su "La Voce", col titolo Una discussione tra filosofi amici, il dibattito con Gentile; in esso si mostra il crescente dissenso con il filosofo siciliano.

Nel 1914 si sposa con Adele Rossi, dal matrimonio nasceranno: Giulio, morto prematuramente, Elena, Alda, Lidia, Silvia. Nelle dispute fra "neutralisti" ed "interventisti" riguardo alla partecipazione dell'Italia alla Prima Guerra Mondiale si schiera con i primi. Nel 1915 esce la versione tedesca del quarto volume della Filosofia dello Spirito: Teoria e storia della storiografia, che verrà pubblicato in italiano nel 1917. Nello stesso anno pubblica il Contributo alla critica di me stesso. Nel 1920, anno in cui pubblica Ariosto, Shakespeare e Corbeille, diviene Ministro della Pubblica Istruzione nel quinto ed ultimo ministero Giolitti, carica che ricoprirà fino all'anno successivo.

Tra il 1921 ed il 1922 vedono la luce diversi scritti tra cui: Storia della storiografia nel secolo decimonono, Poesia e non poesia, La poesia di Dante. Dopo un'iniziale adesione al fascismo, credendo che fosse "un impeto disordinato ma generoso di rinnovamento dell'Italia", rifiuta di assumere cariche pubbliche nel primo gabinetto Mussolini.
Nel 1924 dopo il delitto Matteotti rompe i suoi rapporti con il Partito Fascista ed aderisce al Partito Liberale italiano che tiene il proprio congresso a Livorno. Nell'aprile del 1925 dopo l'instaurazione della piena dittatura con il colpo di Stato del 3 Gennaio, esce un Manifesto degli intellettuali fascisti, a cui Croce risponde, su proposta di Giovanni Amendola, con il Manifesto degli intellettuali antifascisti, che esce nel "Mondo" e in altri giornali. Cessa il suo rapporto d'amicizia con Gentile, che aderisce pienamente al Fascismo. Sempre nello stesso anno esce la Storia del regno di Napoli.

Il 1° Novembre 1926 subisce una spedizione punitiva fascista nella sua casa napoletana. Nello stesso anno viene radiato da tutte le Accademie governative d'Italia. In questi anni il filosofo napoletano compie diversi viaggi all'estero, stringendo rapporti personali con Thomas Mann e Albert Einstein; continua inoltre, con la collaborazione di Adolfo Omodeo e Guido De Ruggiero, una metodica battaglia antifascista nelle pagine della "Critica". Strinse anche amicizia con Giovanni Gentile, anch'egli impegnato nella critica del marxismo, il quale divenne il suo principale collaboratore nella rivista "La Critica", da lui fondata nel 1902 per propugnare la rinascita dell'idealismo. Tale rivista, con i suoi articoli di filosofia, storia e critica letteraria, avrebbe esercitato un'influenza determinante sulla vita culturale e politica italiana sino al 1943.

In contatto con le figure più rappresentative della cultura europea, Croce svolse la sua attività fuori dall' università attraverso questa rivista e i suoi scritti, mantenendo un distacco critico verso la figura del filosofo professionale dedito alla speculazione pura. Nel 1902 Croce pubblicò l'opera che gli avrebbe dato vasto successo anche presso un pubblico non strettamente interessato ai problemi filosofici: L'estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale . Essa costituisce il primo volume di quella che fu chiamata da Croce " Filosofia dello spirito"; gli altri volumi sono: Logica come scienza del concetto puro (1909), Filosofia della pratica. Economia ed etica (1909) e Teoria e storia della storiografia (1917).

Nel 1906 per sua iniziativa prese avvio presso Laterza, l'editore dei suoi scritti, la "Collezione di classici della filosofia moderna", il cui primo volume è l' Enciclopedia della scienze filosofiche di Hegel, tradotta da Croce stesso; in quello stesso anno pubblicò il saggio Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel . Mantenne dapprima un atteggiamento di cautela, vedendo nel fascismo stesso una " reazione giovanile patriottica ", che si sarebbe spenta presto consentendo la restaurazione di uno Stato liberale rafforzato, ma dopo il delitto Matteotti, nel 1924, assunse una netta posizione antifascista in difesa della libertà, rompendo definitivamente i rapporti di amicizia con Giovanni Gentile, il quale invece aderì al movimento fascista che lo portò alle stelle.

Nel 1925, in risposta a un "Manifesto degli intellettuali fascisti", scritto da Gentile, contrappose un altro manifesto, sottoscritto da vari intellettuali antifascisti, nel quale denunciava il ricorso alla violenza e la soppressione della libertà di stampa da parte del regime. Croce fu polo di riferimento per quanti si opposero al regime fascista. Dopo la liberazione fu ministro nei governi.

Nel 1928 esce la Storia d'Italia dal 1871 al 1915 che scatena una dura reazione fascista. L'anno successivo, oltre ad essere pubblicata la Storia dell'età barocca in Italia, tiene un discorso in Senato contro il disegno di legge relativo al Concordato con la Santa Sede. Negli anni successivi vedono la luce: Etica e Politica (1931), Nuovi Saggi sulla letteratura italiana del Seicento (1931), Storia d'Europa nel secolo decimonono (1932), Poesia popolare e poesia d'arte (1933), Ultimi saggi (1935), La poesia (1936), La storia come pensiero e come azione (1938), Il carattere della filosofia moderna (1941), Poesia antica e moderna (1941), Pagine sparse (1943).

Nel Gennaio del 1944 si reca a Bari per partecipare al congresso dei comitati di liberazione. Nell'aprile dello stesso anno entra a far parte del secondo governo Badoglio come ministro senza portafoglio; dopo la liberazione di Roma entra nel governo Bonomi sempre come ministro senza portafoglio, dimettendosi il 27 Luglio.

Il 4 Giugno legge al teatro Bellini di Napoli il discorso col quale viene chiuso il I congresso del ricostituito partito liberale. Nel settembre '45 entra a far parte della Consulta. Pubblica Discorsi di varia filosofia (2 voll.) e Poeti del pieno e tardo Rinascimento.

Il 31 Marzo 1946 sottoscrive, nell'imminenza delle elezioni per la Costituente, con Orlando, Nitti e Bonomi il manifesto dell'"Unione democratica nazionale". Escono Pensiero politico e politica attuale. Nel biennio '46-'47 partecipa alle sedute dell'Assemblea Costituente. Il 16 Febbraio 1947 inaugura a Palazzo Filomarino l'Istituto Italiano per gli Studi Storici.

Nel 1948 diviene senatore della prima legislatura. Negli ultimi anni della sua vita si dedica incessantemente allo studio, pubblica: Filosofia e Storiografia (1949), La letteratura italiana del Settecento (1948), Letture di poeti e riflessioni sulla teoria e la critica della poesia (1950), Storiografia e idealità morale (1950), Poeti e scrittori del pieno e tardo Rinascimento (1952), Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici (1952).

Il mattino del 20 novembre 1952 si spegne nella sua casa a Napoli.


Qui sotto una pagina di
GIAN LUIGI FALABRINO

OGGI-IERI -- IERI-OGGI (corsi e ricorsi) (1912-14-- 1995-2000)

I DELUSI DELLA LIBERTÀ

 "La storia si ripete"

"La storia si ripete". Il vecchio detto non sembra essere poi così lontano dal vero.
Come fa pensare questo articolo del febbraio 1995, ripreso dalla rivista "Il Mondo Nuovo"
"In Italia e in Europa ritorna il disprezzo per il parlamentarismo e per
le "inefficienze" della democrazia. Un'idea diffusa all'inizio del secolo, da Sorel
a Prezzolini, che aprì la via alla prima guerra mondiale e ai regimi totalitari".

( OGGI )

C'è in giro, nel mondo, una grande stanchezza della libertà, una grande insofferenza per i parlamenti e per le corti di giustizia.
Non soltanto la Russia ha abbandonato il bolscevismo e ha aperto alla democrazia, lasciando che il presidente Eltsin cannoneggiasse il Parlamento, tra l'ammirazione dei giornalisti occidentali che avevano pianto e deprecato l'autoritarismo cinese esplicato sulla piazza Tien An Men. Ma anche il paese che viene considerato il capolista delle democrazie, gli Stati Uniti, ha visto in lizza per la Casa Bianca un rozzo miliardario antiliberale e, nelle ultime elezioni, ha registrato nelle due Camere il trionfo dei repubblicani più a destra, più intransigenti e più contrari ai diritti civili.

In Germania e in Svizzera aumenta l'ostilità agli immigrati, non soltanto tra i Republikaner tedeschi e fra i borghesi elvetici, ma nelle stesse leggi degli Stati. La Spagna, la Germania e la Francia rivivono le vicende italiane di Tangentopoli e vi si diffonde la pericolosa equazione "democrazia uguale corruzione". Da qui l'insofferenza per il Parlamento, per le procedure democratiche, lente e inefficienti.

Dell'Italia non parliamo: abbiamo tutti sott'occhio una cosiddetta seconda repubblica fatta dai complici della prima, con l'aggiunta degli squadristi verbali e degli autoritari di destra e del cosiddetto centro. Il nuovo mito è l'efficienza, il vecchio nemico è il Parlamento: si disprezza la costituzione esistente senza essere in grado di proporne una nuova, ma la si vagheggia presidenzialista e anti - parlamentare. Dovunque, in Europa, si respira un'aria molto vecchia e molto pericolosa.

( IERI )

Siamo ritornati al 1912-14, non soltanto per le guerre balcaniche e per il risorgere dei nazionalismi, ma anche per la stanchezza della democrazia. Non sembri inutile ripercorrere le tappe ideologiche di un processo che, tra la fine dell'Ottocento e il 1933, ha visto molti valentuomini, in origine liberali, democratici e socialisti, opporsi al regime liberal-democratico il quale - allora - sembrava dominare l'Europa, sia pure in varia misura. E non era, si badi, un'opposizione per migliorare quei regimi, per renderli veramente democratici. Era l'opposizione dei "delusi della libertà", come li chiamò Paolo Vita Finzi in un vecchio libro (Le delusioni della libertà), che oggi occorre rileggere per trovare impressionanti analogie con il nostro tempo, e per diffidare di chi vuole ridurre, o distruggere, la democrazia nel nome di un apparente liberalismo e liberismo. I delusi non erano soltanto gli imperialisti e i vitalisti irrazionali come D'Annunzio e Marinetti.

I veri delusi, e i più pericolosi - come oggi i Pannella, le Maiolo, i Biondi, e i rottami del socialismo craxiano - venivano da ben altre origini e da più degne ideologie. Guardiamoli un poco, uno ad uno. Ecco Charles Pèguy, dreyfusista accanito fino a disprezzare Dreyfus quando questi accettò la grazia, nemico della politica in nome della mistica; e, guarda caso, l'aborrita politica gli si configurava solo come parlamentarismo ("il suffragio universale è avvilimento di un grande amore umano"); il suo sogno è la gloire, da conquistarsi sul campo di battaglia. Ecco George Sorel, socialista, mitizzatore dello sciopero generale e, attraverso questa favola, e sia pure per amor dei lavoratori, divenuto sognatore di una specie di superuomo sindacale: "Nietzsche e Sorel vanno d'accordo nel predicare la virtù redentrice della violenza e la bellezza della crudeltà", scrisse a suo tempo Borgese.

Sorel rifiutava la democrazia per vagheggiare una società "comandata da padroni energici e brutali, cui si contrappongono altrettanto energici proletari". Ed era pronto ad entusiasmarsi per ogni minoranza, per ogni partito rivoluzionario, purché questo mostrasse di disprezzare il parlamento, qualunque fosse, e imponesse la sua volontà alla maggioranza: inneggiava a Lenin e stimava Mussolini, ma, mentre il russo non lo prese sul serio, l'italiano si formò in buona parte sui suoi libri e i suoi articoli, dai quali imparò l'odio per il socialismo riformista, il disprezzo per il parlamento, la distinzione tra i "paesi del lavoro" ed i "paesi del capitale" e altro. E soreliani furono tutti i sindacalisti (ad eccezione di Farinacci) che aderirono al fascismo: il quadrunviro Michele Bianchi, Amicucci, Giulini, Rossoni, Orano, Marinelli, finito poi fucilato a Verona con Ciano, espressione di quella borghesia "violenta" che aveva combattuto in gioventù, e vari altri. Ecco Daniel Halévy, che dal disgusto per la "degenerazione" del parlamentarismo fu spinto a vagheggiare un regime dittatoriale di élites guidate da un Capo; ecco Emile Faguet, ostile alla democrazia perché questa è nemica della competenza e di ogni superiorità, di nascita, di ricchezza, di virtù, tanto da scivolare fatalmente verso il socialismo (orrore!).

In opposizione ad essa, Faguet vuole che la società metta in onore gli elementi "aristocratici" ed elabora la prima teoria delle camere corporative. Ecco Robert de Jouvenel che, acuto e spiritoso nell'esame dei mali della democrazia, ebbe il buon senso di non avventurarsi alla ricerca di altre società ideali; ma il titolo del suo libro rimase e servì ai nemici della Terza Repubblica, che egli aveva definito "La République des camarades" e che altri poi chiamò la Repubblica dei complici. In Italia Prezzolini, assertore della "unione tra cultura e vita morale", fu però anch'egli così ingenuo da attribuire "alla democrazia parlamentare tutti i vizi dell'uomo in società, come se con altri regimi essi sparissero"; anche lui così debitore allo spirito del suo tempo da scrivere: "Una civiltà che minaccia di stancarsi ha bisogno d'una guerra o d'una rivolta per riprendere vigore" (gennaio 1914!); non a caso nel suo gruppo pontificava Ardengo Soffici, autore, tra l'altro, del primo racconto squadristico (Lemmonio Boreo, 1911). Delusi dalla libertà e delusi illustri furono anche PARETO e Mosca, cui abbiamo dedicato un saggio.

Vilfredo Pareto sostenne una lunga polemica contro le religioni, le superstizioni e le teorie filosofiche: tutte hanno in comune l'assoluta indimostrabilità e perciò severa e inappellabile fu la sua condanna contro il principio della maggioranza, la "santissima religione umanitaria", il culto della "Ragione" e del "Progresso" e, di deduzione in deduzione, l'intero regime parlamentare. Ma, caso strano, l'uomo che non accettava i dogmi dell'eguaglianza e del progresso, credeva invece, acriticamente, in altri dogmi, non meno indimostrabili e tutti, strana coincidenza, molto "codini": la proprietà privata, l'ordine pubblico, l'incolumità personale... Nessuna meraviglia, quindi, che l'illustre studioso fosse, con Sorel, uno dei maestri che più influenzarono la cultura eclettica di MUSSOLINI. Anche Pareto aveva teorizzato la funzione delle "élites" , riprendendo e sviluppando la teoria di Gaetano Mosca sulla "classe politica": Mosca era ben certo che il potere appartiene a una ristretta classe, a una minoranza. Teorizzandone la funzione, egli sostenne Montesquieu contro Rousseau, cioè "contro il primo autore della superstizione democratica", il liberalismo contro la democrazia, accomunandosi a Pareto nel disprezzo verso il Parlamento, nel pessimismo sull'uomo, nel rifiuto del socialismo. Peggio ancora si potrebbe dire di Croce, filosofo duplice, teorico dell'utile come della libertà, della vitalità come della forza morale. Certo è che la polemica di Croce contro la "mentalità massonica", cioè l'astrattezza e la semplicità degli illuministi del Settecento, durò trent'anni: trent'anni di bordate continue contro la libertà, la fratellanza, la giustizia e tutti i principi del 1789, di entusiasmi per Marx e Sorel, di odio verso i "politicanti" e i "parlamentari" contro i quali Croce auspicava che il proletariato usasse "i metodi severi dell'abbattimento e della riedificazione".

Non fa meraviglia che egli arrivasse a difendere "il diritto e il dovere dell'intolleranza, dell'intolleranza che è legge inesorabile di sana vita morale e mentale"; né che nel 1914 la guerra non gli sembrasse altro che una "religiosa ecatombe alla quale la vecchia Europa si è offerta fidente nell'avvenire", tanto che chiamare la guerra "residuo di barbarie" gli pareva segno dell' "insanabile inferiorità" della mentalità massonica; e la "violenza levatrice della storia" lo portò a considerare con benevola approvazione le prime bastonature dei fascisti. Non furono soltanto errori di valutazione politica di quegli che durante il ventennio sarebbe poi stato considerato da tutti il filosofo della libertà per eccellenza; v'era nella sua formazione filosofica, e vi rimase anche nel secondo periodo della sua speculazione, una concezione che contraddiceva l'assunto liberale: era il suo idealismo hegel-marxista, che rifiutava l'individuo, per attribuire la libertà solo allo Spirito.

"La parola Italia deve dominare sulla parola Libertà", proclamava il manifesto futurista: e ANTONIO SALANDRA, professore di diritto, specializzato nello studio della difesa giuridica dell'individuo contro lo Stato, realizzò nel 1915 l'affermazione futurista (chi glielo avesse detto... ) portando il Paese alla guerra contro il volere della maggioranza e certamente anche contro il volere del Parlamento, equivocando intenzionalmente sui voti favorevoli delle Camere (che nel dicembre del 1914 non lo autorizzavano alla "piena libertà di azione", com'egli affermava), e appellandosi alla piazza, che arrivò per la prima volta nella storia d'Italia a invadere Montecitorio e ad insultare i deputati: ormai è cosa trita che quelle prime illegalità e violenze prepararono il Paese al caos del dopoguerra, al disprezzo per l'autorità legittima, alla pratica dello squadrismo.

Nella sua introduzione alla serie di ritratti ideologici, PAOLO VITA FINZI fa alcune osservazioni sugli uomini e sulle idee prese in esame; le più azzeccate mi sembrano essere "il connubio tra politica e letteratura, molto più sentito nei paesi latini che in quelli anglosassoni e nordici" e, legato ad esso, "la scarsa eco nei paesi latini di importanti fenomeni storici europei", quali lo sviluppo del laburismo non marxista in Inghilterra e nei paesi scandinavi. Ma altro avrebbe potuto osservare Vita Finzi, a proposito di questi "delusi". Essi, nelle loro critiche alla democrazia, portavano lo stesso astrattismo dei loro nemici, dei filosofi democratici ed egualitari alla Rousseau, senza averne la forza morale, il senso dell'uomo. Essi erano astratti perché si dicevano pessimisti e realisti, disprezzando l'ottimismo ingenuo dei democratici, ma formulavano critiche poco pessimistiche e pochissimo realiste: mettevano alla gogna i mali dell'uomo nella democrazia, dimenticando che gli stessi mali, o altri peggiori, allignerebbero in tutti i regimi: il male è nell'uomo.

D'accordo, non potevano certo immaginare le SS e Buchenwald; ma avrebbero potuto ricordare la servitù feudale, lo stato assoluto, e considerare che la violenza non è mai "santa", che la sopraffazione perpetrata da una minoranza non è mai migliore dell'abuso o della corruzione della maggioranza. Essi, con il Croce in testa che tuonava contro l'antistoricismo dei filosofi settecenteschi, cultori delle astratte dee Ragione e Umanità, si dimostravano antistorici a loro volta, con l'insofferenza per la democrazia, cioè per il mondo reale in cui vivevano, nel confronto con il mondo ideale che, chi più chi meno, vagheggiavano: ogni realtà li avrebbe delusi.

Neppure Mosca e Pareto riuscirono a comprendere, inoltre, che, se è vero che gli stati sono sempre governati dalle minoranze, il problema centrale della democrazia, quello che l'avrebbe portata verso qualche forma dell'aborrito socialismo, non stava nel suffragio universale in sé considerato (e quindi astrattamente considerato), ma nel conflitto tra le minoranze al potere e le maggioranze che cercano di esprimere nuove minoranze dirigenti. Di conseguenza, non videro che non si trattava di criticare la democrazia per abolirla ma per estenderla, per estendere le garanzie di libertà al maggior numero di persone, a tutti gli uomini. Qui Vita Finzi osserva giustamente che la libertà non sta nel "presunto dominio della maggioranza, ma nel diritto all'opposizione e alla critica"; perciò i delusi dalla libertà in realtà non la conoscevano e non potevano vedere che dove cedono i "postulati" democratici ed umanitari, altri si sostituiscono, disumani e anti-umani; né potevano comprendere che i principi liberali valgono non come archetipi di una società perfetta, ma come ideali per i quali continuamente si deve lottare senza sperare di poter mai pienamente realizzarli, così come l'uomo ha il dovere di combattere sempre per realizzare sé stesso contro l'istinto, la natura, la bestia, senza mai sperare definitiva vittoria.

di GIAN LUIGI FALABRINO

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di

IL VOLTO DOPPIO DEL LIBERALISMO > >


  ALLA PAGINA PRECEDENTE

CRONOLOGIA GENERALE  *  TAB. PERIODI STORICI E TEMATICI