SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
I DAL VERME

 GLI UOMINI DI VENTURA DIVENTATI RICCHI E FAMOSI 


Il borgo medioevale di Torre degli Alberi, ultimo (feudo) dei dal Verme, sull'Appennino Pavese.

I DAL VERME

Luchino, Jacopo, Luigi, Pietro

di Mario Veronesi

Una stirpe di Capitani di Ventura Contribuirono in modo determinante, alla fortuna dei Visconti

La fortuna di questa famiglia originaria di Verona, è esclusivamente legata ai frutti raccolti dai loro capitani di ventura, le cui imprese accompagnano  in gran parte la storia del ducato di Milano.

Luchino prima e il figlio Jacopo poi, contribuirono con notevoli capacità militari e diplomatiche, all'affermazione dei Visconti ricavandone ben poco, solo i loro discendenti con personalità e carisma certamente inferiori assaporarono il potere.

Capostipite di questa famiglia di valenti capitani di ventura fu Luchino, "di tutti i capitani dell'età nostra è il più esperto e il più valoroso" scriveva di lui Francesco Petrarca, generoso con i vinti, nè avido di bottino, nè sanguinario, un caso forse unico tra i capitani di ventura.

Luchino nacque attorno al 1320 circa a Verona da Pietro, scarse sono le notizie sulla sua giovinezza, prestò servizio sotto gli Scaligeri facendo le prime esperienze militari, per passare al soldo dei Visconti nella lotta contro Firenze.

Nell'aprile del 1359 la città di Pavia fu investita da potenti forze viscontee, duemila barbute e duemila fanti riempirono i campi del Siccomario, le guidava Luchino dal Verme che badò a bloccare il contrado, con fortificazioni per impedire il vettovagliamento della città assediata.

All'interno della città un frate Jacopo Bussolari, incitava la cittadinanza a resistere all'assedio, ma tutto fu inutile, ormai privi di vettovagliamento la città di Pavia si arrese al Visconti il 13 novembre, perdendo definitivamente la propria libertà comunale.

Il frate emblema della resistenza cittadina fu inviato in esilio nell'isola d'Ischia presso il fratello.

I Visconti intrapresero numerose iniziative nell'intento di pacificare i pavesi, tra questi la ricostruzione della città, ricostruzione urbanistica affidata a Luchino, nello stesso periodo fu intrapresa la costruzione dell'imponente castello, simbolo della nuova signoria.

La guerra con il marchese del Monferrato proseguiva, nel 1361 questi chiamò in Italia il famoso Giovanni Acuto che mise in subbuglio il territorio circostante Pavia, e ci volle tutto il valore di Luchino per contrastarlo, nel 1363 recuperò diverse zone del pavese, del novarese, costringendo l'Acuto a ritirarsi.

Luchino con quelle conquiste si creò una fama notevole alla corte viscontea, e il Petrarca quando visse nel castello di Pavia, incaricato di sistemare la nutrita biblioteca viscontea conobbe il capitano, ebbe modo di apprezzarne le doti, e ne divenne amico.
Un ammirazione che si spiega nel fatto che il dal Verme era forse il solo capitano, che sapesse di lettere e di costumi.

Poco dopo Luchino accettò la condotta offerta dal Doge Lorenzo Celsi nella guerra contro Candia, e nel maggio al comando dell'armata veneziana sbarcò a Candia.
A capo dei rivoltosi era un frate ortodosso soprannominato "Calogero", Luchino in tre giorni ebbe ragione dei rivoltosi. 
Venezia esplose di gioia alla notizia della vittoria portata dalle galee di Piero Soranzo il 4 giugno, e Luchino vide il suo nome iscritto nell'albo patrizio veneto con una pensione annua di duemila ducati.

Dopo un lungo soggiorno in oriente, tornò al servizio dei Visconti nel proseguimento della guerra contro il marchese del Monferrato, erano gli anni in cui era subentrato in aiuto del marchese, Amedeo IV di Savoia, il Conte Verde, e Ambrogio Visconti aveva istituito la nuova "Compagnia di S. Giorgio" con i soldi del padre Bernabò.
Luchino preferì ritornare in Oriente al soldo della Serenissima, ma fini per trovarvi la morte nel 1372 nella lontana Siria.

Il figlio Jacopo nato a Verona nel 1350 continuò le gesta del padre, sposato con Cia degli Ubaldini, una nipote della guerriera di Cesena, fu dapprima al soldo degli Scaligeri, ma nel 1370 passò al soldo di Galeazzo II, che nel 1373 lo mandò ad occupare la Val Tidone nel piacentino ribellatasi.

Alla morte del duca nel 1378, lo stato di Milano era governato dal figlio Gian Galeazzo e dal vecchio Bernabò, sempre in lite tra loro perciò Jacopo preferì lasciare Milano, e passare al servizio dei signori di Verona, che gli affidarono il comando delle milizie nella guerra contro i Visconti.

Ristabilita la pace, il vecchio Bernabò che aveva avuto modo d'apprezzarne le doti militari, nel 1379 lo assoldò come capitano generale nella nuova guerra contro il marchese del Monferrato.

Jacopo si mise al servizio di Gian Galeazzo, aveva fatto la sua scelta tra i due potenti Visconti, scelse il più giovane, che evidentemente gli assicurava un concreto futuro, divenne una specie di ministro del giovane Visconti, pronto ad aiutarlo nell'impadronirsi del potere, insieme tramarono nel castello di Pavia il colpo mortale allo zio Bernabò.

Gian Galeazzo finse di voler fare un solenne pellegrinaggio al santuario del Sacro Monte, sopra Varese per sciogliere un voto fatto alla Madonna, e scrisse allo zio che dovendo passare per Milano, avrebbe desiderato incontrarlo e rendergli omaggio lui e la moglie soltanto, ma in realtà avrebbe avuto un seguito di quattrocento armati con a capo il dal Verme.

Bernabò acconsente e la mattina del 6 maggio 1385 in groppa ad una mula, accompagnato dai figli Rodolfo e Ludovico va incontro al nipote fuori porta Giova, Gian Galeazzo procede a piedi con la moglie, ma ad un segnale convenuto arriva Jacopo dal Verme con i suoi armati.

Bernabò e i suoi figli sono disarmati e condotti nel castello di Trezzo, dove il terribile vecchio morirà sette mesi dopo.

Si era verificato un colpo di stato in piena regola, che liberava Milano da un signore tiranno e feroce, grazie alla freddezza di Jacopo che con quest'azione si assicurò un futuro tutto Visconteo, nella piena fiducia di Gian Galeazzo e della moglie Caterina.

Prima di tutto Jacopo occupò i territori di Bernabò riunendoli sotto la signoria del giovane Visconti, nel1387 Giovanni d'Azzo degli Ubaldini occupò Verona e Vicenza in nome del Visconti, mentre Jacopo occupava Padova, ponendo fine alla signoria dei Carraresi.

Questa spedizione procurò al dal Verme la stima della repubblica di Venezia, che nemica dei signori di Padova, aveva favorito le conquiste territoriali del Visconti, così Jacopo come il padre vide il proprio nome, iscritto tra le famiglie patrizie veneziane e la concessione del palazzo di S. Polo.

Nel 1390 il Visconti affida a Jacopo una spedizione contro Bologna e Firenze, i bolognesi chiedono l'aiuto al conte Giovanni d'Armagnac parente del re di Francia, mentre questi passa le Alpi i fiorentini sono in movimento con Giovanni Acuto che respinge l'avanzata viscontea.

Il dal Verme prevedendo il ricongiungimento delle forze nemiche, si era portato nei pressi d'Alessandria con duemila cavalli e quattromila balestrieri, controllando i passaggi obbligati del Tanaro e della Bormida.

L'Armagnac arrivò a metà luglio con quindicimila uomini, dilagando in Piemonte assediando fortezze, Jacopò l'assali di sorpresa prima dell'arrivo del grosso dell'esercito, il 25 luglio 1391 presso Castellazzo, il conte d'Armagnac fu fatto prigioniero con i due ambasciatori fiorentini e la confisca di 25.000 fiorini d'oro.
Quando arrivò il grosso dell'esercito fu sbaragliato dalle milizie viscontee.

Fu una vittoria salutata come un trionfo delle armi italiane su quelle straniere, e Ariosto nell'Orlando Furioso cantò: "La gente di Francia malaccorta tratta con arte ove la rete e tesa col conte Armeniaco, la cui scorta l'avea condotta all'infelice impresa, giaccia per tutta la campagna morta".

La disfatta dell'Armagnac mise l'Acuto in una situazione critica, dovette fuggire e lo fece con abilità, giunse a Firenze inseguito da Jacopo che bloccò la città, la quale cadde preda d'una carestia e di una pestilenza.
L'intervento del papa Bonifacio IX portò alle trattative di pace.

Ormai il potere Visconteo era esteso su tre quarti dell'Italia settentrionale, e Gian Galeazzo si sentiva maturo per il gran titolo, l'ottenne il 5 settembre 1395 ricevendo da un legato dell'imperatore Venceslao l'investitura a duca, dietro il versamento di 100.000 fiorini.
Era l'affermazione massima per il biscione visconteo.

Le mire del Visconti su Genova, causarono la costituzione di una lega anti viscontea, i bolognesi, il marchese di Ferrara, i signori di Mantova e Padova, era un'altra guerra.
Un potente esercito comandato da Jacopo dal Verme e Ugolotto Biancardo, quest'ultimo doveva svolgere un'azione ausiliaria per le operazioni delle forze navali sul Po, Jacopo puntava su Mantova, occupando Melara e Marcaria, ma Carlo Malatesta capitano dell'esercito della lega lo fermò, le milizie viscontee occuparono il ponte di Borgoforte, ma la sconfitta del Biancardo a Governolo nell'agosto del 1397 mise in difficoltà il dal Verme che si rifugiò a Guastalla in attesa d'insperati rinforzi.
Il duca inviò in suo aiuto Alberico da Barbiano e in ottobre si giunse alla battaglia di Borgoforte, nella quale gli alleati furono completamente sconfitti.

Il Visconti avrebbe voluto continuare la guerra fino ad occupare tutto un vasto territorio a sud del Po, ma la minaccia di un'invasione della Lombardia da parte di Leopoldo d'Austria, invitato dai fiorentini lo bloccò.
Firenze dopo l'elezione di Roberto di Baviera né chiese l'aiuto, promettendogli 100.000 fiorini d'oro al suo arrivo e altrettanti ad impresa compiuta, il tutto sotto la tutela del papa e segretamente di Venezia.

Gian Galeazzo allestì un nuovo esercito di 23.000 uomini affidandolo ad Alberico da Barbiano e Jacopo dal Verme, i due condottieri viscontei bloccarono l'esercito tedesco nei pressi di Brescia il 21 ottobre 1401, costringendo l'imperatore a ripassare le Alpi, il Visconti nel 1402 occupava Bologna dopo la splendida vittoria di Casalecchio.
Ad impedire l'occupazione di Firenze da parte delle milizie viscontee, fu la sopraggiunta morte del duca, avvenuta il 3 settembre dello stesso anno.

Jacopo riordinò l'esercito in Toscana e risalì in Lombardia per combattere Francesco Novello da Carrara che si era impadronito di Verona ed era in procinto d'assediare Brescia. La guerra si protrasse per due anni e si concluse dopo l'alleanza tra Milano e Venezia.
Sconfitti definitivamente i signori di Padova, i Carraresi prigionieri della Serenissima furono strangolati per sentenza del consiglio dei dieci.

Nel frattempo Jacopo inviato come diplomatico da Caterina a Venezia, fu abile a risolvere il problema dei rapporti con la repubblica, cedendogli i possedimenti dei defunti Carraresi, con il suo comportamento assicurava a Caterina un potente alleato.
Gli intrighi di corte continuarono, e la duchessa temendo per la propria vita si rifugiava a Monza, il figlio Giovanni Maria assumeva il governo.

Nello stato visconteo ormai regna l'anarchia, nel gennaio del 1407 Jacopo recluta milizie a Venezia e a Mantova, il duca deve guardarsi dai parenti che si appoggiano a Facino Cane, questi approfittando dell'assenza del dal Verme, in un incontro con il duca lo persuade ad affidargli il comando generale, ordinando che nessuno ubbidisca a Jacopo.
Un insulto per un condottiero come lui sempre fedele al casato, ma Jacopo conosce bene il duca e sa che ha agito così per paura, o almeno crede che sia stato così, ha radunato molti soldati e penetra nel bergamasco, quindi nel milanese spingendosi a Desio, Saronno, Magenta e Rosate.

Facino Cane aveva occupato Binasco e Morimondo, lo scontro avviene il 21 febbraio 1407 e il Cane subisce una tremenda sconfitta, fugge verso Pavia ma inseguito da Jacopo riesce a salvarsi in Piemonte.
Dopo quella vittoria il rientro a Milano, accolto festosamente dalla popolazione e dal duca, sempre però molto incerto nelle controversie interne.
Jacopo è nauseato dal comportamento infido di Giovanni Maria e nel 1408 segue le orme d'Alberico da Barbiano, lascia Milano e il ducato.

Se ne va senza aver ottenuto quella signoria che certamente ambiva e meritava, l'apoteosi dei Visconti, la loro massima espansione è dovuta in parte alle gesta militari e alla diplomazia del dal Verme, forse troppo onesto per l'epoca in cui visse.
La sua fine è avvolta nella leggenda, alcuni ritengono che si recò in Oriente e morì combattendo contro i Turchi come il padre.
Altri affermano che la morte lo colse improvvisamente a Venezia nel 1409 nel suo palazzo di S. Paolo o nel castello di Sanguinetto.

Luigi dal Verme figlio di Jacopo nacque intorno al 1380, intraprese la carriera mercenaria presso i veneziani, passò un breve periodo nella compagnia di Muzio Attendolo e nel 1420 era alle dipendenze dei bolognesi.
Sconfitto da Braccio da Montone, tornò al servizio della Serenissima.
Sposò una figlia del Carmagnola, Luchina Bussone e visse il dramma del grande condottiero, ne ereditò il palazzo del broletto a Milano.

Nella guerra tra Milano e Venezia il duca lo volle al suo servizio, Luigi fornì prova del suo valore battendo i fiorentini a Pietrasanta, e notevole fu la sua partecipazione alla difesa di Bellinzona, il Visconti per assicurarsene la fedeltà gli aveva assegnato nel 1441 i feudi di Bobbio, Voghera, e Castel San Giovanni, ai quali si aggiunse due anni dopo il feudo di Sanguinetto nel veronese, si trattava di un recupero poiché Luigi lo aveva ereditato dal padre, perdendolo quando lasciò Venezia.
Il centro più caro ai dal Verme fu Voghera, nel castello di questa città si tenne una vera corte principesca frequentata da personaggi illustri.
Nel 1446 Luigi raggiunse la nomina più alta come capitano generale degli Este.

Alla morte del duca Filippo Maria Visconti, la repubblica Ambrosiana elesse capitano generale Francesco Sforza, e Luigi si mise dalla parte di questi con la speranza di recuperare i feudi di Pieve d'Incino, della Valsassina e di Monguzzo che una volta erano del padre.
Partecipò alle battaglie di Piacenza e di Caravaggio.
Luigi non riuscì ad essere al fianco dello Sforza nel suo trionfo, ferito durante l'assedio di Monza morì a Melzo di febbre il 4 settembre 1449.

Ultimo dei quattro figli di Luigi, Pietro fu il più ben visto dagli Sforza come condottiero, in memoria del padre fu lui ad essere decorato del "cingolo militare", il giorno stesso in cui Francesco Sforza prese il possesso del ducato di Milano aveva 25 anni.

Il duca fu di parola, tutti i domini feudali della famiglia dal Verme furono riconsegnati ai quattro fratelli e divisi tra loro, non ripresero in ogni caso Sanguinetto che nel 1451 passò a Gentile da Leonessa.

Sotto l'erede di Francesco, Galeazzo Maria, i dal Verme ebbero un'ampia conferma dell'investitura e dei privilegi già concessi alla loro casata, e Pietro fu in pratica signore dell'intera riva orientale del lago di Como, diventando uno dei più potenti feudatari d'Italia.

Dopo la morte di Galeazzo Maria iniziò il declino dei dal Verme, nel 1482 fu inviato in aiuto al duca di Ferrara, allora in guerra con Venezia ma in pratica rimase fuori dai giochi di potere, che in quegli anni si concentrò intorno a Ludovico il Moro.
Questi lo estraniò completamente da altri impegni militari, e rimasto vedovo cercò di inserirsi nella corte sforzesca, sposando Chiara figlia del defunto duca, ma questa in combutta con lo zio lo avvelenò il 17 ottobre 1485, contava di restare unica signora dei possedimenti del marito, invece il Moro confiscò tutto, compreso il palazzo del Broletto e ne fece dono alla sua amante Cecilia Gallarani.
Al fratello maggiore di Pietro, Taddeo ancora in vita fu tolto il castello di Voghera, tanto che morì in povertà nel 1493.

Una leggenda vuole che il cadavere esumato dal sepolcro tre anni dopo la sua morte, non fosse ancora consumato e dal braccio asportatogli uscisse ancora sangue, era evidente la voce del sangue che reclamava vendetta per i dal Verme.

Fu esaudita più tardi nel 1532 quando un nipote Federico, ottenne di nuovo da Francesco II Sforza il possesso d'alcune proprietà sull'appennino pavese e piacentino, compresi Bobbio e Voghera.
I beni di questa famiglia di capitani si ridussero ma rimasero in loro possesso fine al termine del feudalesimo.

Con la cessione negli anni cinquanta del castello di Zavattarello (Pavia) al comune montano, ai dal Verme non rimane che il castello di Torre degli Alberi (Pavia). Risulta che nel 1400 il maniero fosse adibito a scuderia dei cavalli dei conti.

Nel castello è conservata una stele ionica d'epoca Giulio-Claudia ritrovata nella zona di Valverde e trasportata nella rocca in epoca imprecisata, l'imponente struttura si compone del vecchio corpo di fabbrica, in parte restaurato e di una torre quadrata costruita in pietra del luogo e mattoni a vista, priva di merli, dopo il restauro è stato adibito ad abitazione e ospita tutt'oggi un discendente del casato dei dal Verme.

di Mario Veronesi
& Francomputer

Bibliografia
*I capitani di ventura
Di Claudio Rendina
Newton Compton editori
* Storia d'Italia Vol. 2
*Il Medioevo
di Paolo Giudici
Casa editrice G. Nerbini
Firenze 1930


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