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"Mitteleuropa"

STORIA E LETTERATURA - 
Rivisitazione di un famoso libro di Claudio Magris, scrittore e germanista triestino

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ASCOLTA,

IL VECCHIO DANUBIO

RACCONTA

di IGOR PRINCIPE

Il viaggio è una formidabile occasione per imparare la storia. Il sopralluogo sul teatro degli eventi consente di goderne o immaginarne la scenografia, aiuta a ricostruire i movimenti - gesta eroiche o semplici rituali quotidiani - dei protagonisti delle pagine di libri che, lo abbiamo ripetuto più volte, non di rado strappano sbadigli a chi li affronta.

Il contatto diretto con i luoghi della storia, invece, soddisfa, dopo averla stimolata, quella sete di sapere che è la fedele compagna di chi decide di mettersi in viaggio. Pompei è un libro aperto sulla vita di una città di provincia durante i primissimi anni di Roma imperiale. Berlino è un manuale di storia europea del Novecento. Auschwitz, le spiagge della Normandia, Dresda, Hiroshima, di quel manuale sono le pagine più drammatiche.

Non soltanto i nomi di città, però, illuminano lo schermo su cui cominciano a scorrere le immagini della storia. Se dici Little Big Horn, pochi ettari di prateria americana ti raccontano l'epopea del generale Custer. Se dici Mississippi, dai campi di cotone si alza una voce che, tra uno spiritual e un blues, ti ricorda cosa è stata la guerra civile tra il Nord e il Sud degli Stati Uniti. Un fiume tra tutti sembra essere il più loquace: il Danubio. Nei suoi 2888 chilometri che uniscono le sorgenti tedesche alla foce rumena del Mar Nero, nelle sue innumerevoli anse, nelle alternanze di rapide e acque quasi immobili è racchiusa la storia di più civiltà.

Quella mitteleuropea, innanzitutto, crogiuolo di diverse culture che in quel fiume trovano un comune denominatore. Ma anche quella romana e quella turca, costruttrici di imperi che con le acque danubiane hanno avuto a che fare, per averle incluse nei loro confini o solamente lambite. Lo scrittore triestino Claudio Magris, circa quindici anni fa, ha viaggiato lungo il corso del Danubio in compagnia di cari amici. Il suo taccuino, scrupolosamente annotato durante il cammino, è diventato un libro - Danubio, appunto - che è contemporaneamente il diario di un viaggio, un trattato di filosofia e un testo di storia. Una storia raccontata a frammenti, come se i differenti angoli d'Europa toccati dal fiume fossero le tessere di un mosaico che Magris assembla con pazienza per regalare al lettore un'inedita immagine a tutto campo del Vecchio Continente. E dando vita a un inedito, coinvolgente modo di narrare il passato. Parlare di modo, tuttavia, non vuol dire parlare di tecnica, discorso che Storia in network ha già affrontato in precedenza con gli articoli su Ettore Fieramosca e su I lombardi alla prima crociata. Se Massimo D'Azeglio e Giuseppe Verdi attingevano alla storia per perseguire ideali risorgimentali, Claudio Magris - anche per ragioni anagrafiche che lo collocano in un'epoca non proprio caratterizzata dall'affermarsi degli ideali di cui sopra - si limita ad attingere alla sua cultura di germanista per rispolverare vicende più e meno note, sulle quali fermarsi a riflettere.

Il Danubio attraversa cinque Paesi (Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Jugoslavia), di altri due (Bulgaria e Romania) segna il confine fino quasi alla fine del suo corso, quando si impenna verso nord rientrando in territorio rumeno e, come rami dal tronco di un albero, dal suo letto prendono a spuntare i corsi d'acqua che ne costituiscono l'immenso delta. Lungo la sua strada, il fiume infila città come fossero le perle di una collana. Di alcune "perle" la fama è nota: tra tutte, Vienna e Budapest. Poche considerazioni, ispirate dalla storia e dalle tradizioni culturali che vi fanno capo, sarebbero sufficienti per dare alle stampe migliaia di pagine.

Chi viaggia lo sa, e democraticamente dà voce a cittadine meno conosciute e ad angoli di paesaggio del tutto segreti che, con leggerezza, allontanano quel luogo comune che vuole il fiume appannaggio degli Asburgo, quel "bel Danubio blu" come marchio di una
e una sola civiltà il cui copyright è esclusiva delle suddette capitali. Certo, alle due città Magris dedica molti dei suoi pensieri. Leggendo, però, si scoprono anche luoghi quali Ulm, Regensburg, Novi Sad, Bratislava, Belgrado.

Si incontrano mondi mai troppo conosciuti e si comprende, con un certo stupore, che la civiltà mitteleuropea è molto più complessa di quanto si creda. Una complessità dalla quale emergono tratti comuni ai diversi elementi che la compongono. Primo tra tutti l'ironia, che emerge già dalla prime pagine. Magris racconta della diatriba tra i due paesi della Germania meridionale che si contendono la paternità del fiume, Furtwangen e Donauschingen. Ufficialmente, le sorgenti danubiane appartengono a quest'ultimo, distante soli 35 chilometri dal primo. C'è chi sostiene, tuttavia, che il vero Danubio cominci nella Breg, fiumiciattolo il cui punto sorgivo dista, dalle foci rumene, 48,5 chilometri in più rispetto a Donauschingen.

L'autore, quindi, racconta della "battaglia a suon di carte bollate e certificati" che il dottor Oehrlein, proprietario del terreno in cui sgorga la Breg, ha combattuto contro le autorità del paesello ufficialmente accreditato quale "papà" del Danubio. Di quella diatriba, Magris parla come di una "piccola e tarda ripercussione della Rivoluzione francese nella arretrata "miseria tedesca", il borghese dedito alle professioni liberali e piccolo proprietario che si erge contro la nobiltà feudale e i suoi stemmi.

I bravi borghesi di Furtwangen si sono schierati compatti dietro il dottor Oerlhein e tutti ricordano il giorno nel quale il borgomastro di Furtwangen, seguito da un codazzo di concittadini, ha versato con disprezzo nella fonte di Donauschingen una bottiglia d'acqua della Breg". Sempre a Furtwangen, l'umorismo lascia spazio ad una riflessione sui paradossi del succedersi degli eventi. Nel museo degli orologi della città, lo scrittore triestino ragiona sui binari del tempo e dà vita a una splendida pagina di filosofia della storia. "Fra questi innumerevoli pendoli - scrive - non si pensa alle domande di Aristotele e di Sant'Agostino, agli interrogativi metafisici sul tempo, ma a incongruenze e difformità cronologiche più modeste". Magris ricorda un comizio di pochi mesi prima del Movimento Sociale Italiano, che celebrava i quarant'anni della Repubblica di Salò. Ciò gli rinnova il pensiero della fine della Grande Guerra e delle elezioni dell'aprile 1948, e il confronto tra i due eventi lo porta a scrivere che "nel 1948, durante la famosa campagna elettorale, il 1918, con la fine della prima guerra mondiale e l'unione di Trieste all'Italia, apparteneva a un passato ormai lontano e pacato, che non poteva più accendere feroci passioni; i trent'anni trascorsi fra il 1918 e il 1948 avevano collocato quegli eventi oltre il rogo, dove non va ira nemica.

I quarant'anni intercorsi fa la Repubblica di Salò e la sua recente celebrazione sono un tempo breve, che non ha archiviato alcuna passione; il comizio annunciato in quei manifesti avrebbe potuto provocare disordini, risse e ferite". Lo scrittore ragiona quindi
su quel paradosso che fa sembrare i quarantatré anni della belle époque ben più lunghi dei quaranta che lo separano dalla Repubblica di Salò (oggi più di cinquanta, ma non per questo più facili da maneggiare), e sul fatto che una quindicina di anni di impero napoleonico sembrino un'era geologica rispetto a quarant'anni di Democrazia Cristiana. Quindi conclude con parole magnifiche e amare al tempo stesso, con una sentenza definitiva sull'impossibilità di obbedire al monito di Orazio, carpe diem: "Nel puro presente, la sola dimensione in cui peraltro si vive, non c'è storia; in nessun istante c'è il fascismo o la rivoluzione d'ottobre, perché in quella frazione minimale c'è solo la bocca che inghiotte saliva, un gesto della mano, uno sguardo che si posa sulla finestra".

Magris ricorda il paradosso di Zenone, quello della freccia che non può muoversi perché, sebbene scagliata dall'arco, è ferma in ogni punto dello spazio, e la successione di istanti immobili non può dirsi movimento; parallelamente, "…non la successione di quegli attimi senza storia crea storia, bensì le correlazioni e le aggiunte apportate dalla storiografia. La vita, diceva Kierkegaard, può essere compresa solo guardando indietro, anche se dev'essere vissuta guardando avanti - ossia verso qualcosa che non esiste".

Fedele a questo insegnamento, Magris si muove lungo il Danubio come un gambero: dritto verso la foce ma con lo sguardo rivolto all'indietro, nel passato. E infatti, davanti all'abbazia di Echlingen, poco lontana dalla città di Ulm, lascia spazio ad una rilettura della figura di Napoleone. Il 19 ottobre 1805, nei pressi dell'abbazia medesima, il generale austriaco Mack si deve arrendere all'avanzata della Grande Armée. In uno dei luoghi che testimonia della grandezza del condottiero corso, Magris preferisce metterne in luce i lati oscuri.

Lo fa affidandosi alle memorie dello scrittore austriaco Franz Grillparzer, che nel 1809 assiste al trionfante ingresso di Napoleone a Vienna. "Grillparzer - scrive Magris - non può certo vedere in Napoleone, come Hegel, l'anima del mondo a cavallo, bensì un parvenu che esercita il potere in nome di uno sfrenato egocentrismo anziché di un'idea superiore; (…)". E, sempre ragionando sulle impressioni del "collega" austriaco, lo scrittore triestino, con un paragone che tra la grandeur napoleonica e lo spirito austriaco, spiega magistralmente cosa sia quel liberalismo che è connotato tipico dell'homo autriacus ottocentesco.

"Napoleone (…) rappresenta per Grillparzer il totalitarismo ovvero la politicizzazione totale della vita, l'irruzione della storia e dello stato nell'esistenza dell'individuo, fagocitata nei meccanismi sociali. A questa mobilitazione, propria della società moderna (…) viene contrapposto l'ethos giuseppino del fedele servitore dello stato, che compie con abnegazione il proprio dovere ma traccia anche i limiti dell'ingerenza della politica, difendendo la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata". Chi ha timore della parola "revisionismo" dovrebbe leggere queste pagine, nelle quali Magris rivede e sconfessa i luoghi comuni - spesso inevitabili - di cui sono infarciti i manuali di storia su cui si studia negli anni delle scuole superiori, quando di Napoleone ti trasmettono la figura, scevra di sbavature, del semidio che "cadde, risorse e giacque". Il ritratto che emerge dal Danubio è invece quello di un semplice uomo, tanto grande nell'azione quanto piccolo nel pensiero. Questo modo di rivedere la storia percorrendo le strade meno battute appare nitidamente quando la nostra "guida" raggiunge la cittadina di Guenzburg. Là, nel 1770, "la cittadinanza rese omaggio (…) a Maria Antonietta che si recava, col suo corteo nuziale di 370 cavalli e 57 carrozze, al matrimonio con Luigi XVI e, più oltre, al suo appuntamento con la ghigliottina.

Ma non è a Maria Antonietta - prosegue Magris - che fanno pensare queste case amabili, queste vie accoglienti e ordinate, l'insegna dell'Hotel Goldene Traube con suo grappolo dorato. Qui è nato Josef Mengele, il medico aguzzino di Auschwitz, forse il più atroce assassino dei Lager". In un convento della città, il dottore si è rifugiato fino al 1949. Ed è proprio questo soggiorno che spinge Magris a immaginare quell'uomo malato di crudeltà tranquillo e pacato, mentre innaffia i fiori sul davanzale della sua finestra.

Un uomo che conduceva i suoi atti con il sorriso calmo di chi è convinto di esser chiamato ad un compito superiore. In suoi, invece, "sono atti che ciascuno potrebbe compiere e che egli, nella sua ignoranza abbagliata dal Kitsch, pensa invece siano azioni riservate a pochi eletti". E' una demolizione, quella di Magris, che fa comprendere quanto la figura di Mengele non meriti neanche un minimo dell'esecrazione di tutti coloro che hanno avvertito l'inevitabile brivido di raccapriccio di fronte alle testimonianze provenienti da Auschwitz. Lapidario, lo scrittore conclude: "Il gesto proibito, spesso piatto come gettare immondizie dal finestrino, non è meno ottuso quando tormenta o tortura. La Medusa, diceva Joseph Roth a proposito del Nazismo, è banale. Le vittime di Mengele sono figure da tragedia, Mengele è una figura da polpettone". 

Il viaggio prosegue attraverso continue sorprese. Giunto a Vienna, Magris annota il suo taccuino
di numerose riflessioni, tra le quali non mancano quelle doverose sugli Asburgo, famiglia simbolo della civiltà Danubiana. Ma a giudizio di chi scrive, la pagina più bella che lo scrittore produce sulla capitale austriaca è quella che gli viene suggerita da una visita in un palazzo al numero 19 di Berggasse, sede della casa e dello studio di Sigmund Freud. Nello studio abbondano documenti e fotografie, ritratti dello psicoanalista e di suoi famosi colleghi.

Magris, tuttavia, li reputa "banalmente illustrativi" e la sua attenzione si sposta nella piccola sala d'aspetto, dove "ci sono alcuni libri della vera biblioteca di Freud: Heine, Schiller, Ibsen, i classici che gli insegnavano la discrezione, il rigore e l'humanitas indispensabili per scendere negli inferi". E' una normalità che lascia spiazzati i più, abituati a convivere con lo stereotipo dello psicoanalista bizzarro, contagiato in parte dalle angosce o delle schizofrenie dei suoi pazienti.

Magris se ne discosta, e osservando quella normalità restituisce al dottor Sigmund molto di quel che, in futuro, gli sarebbe stato tolto da chi fa uso improprio della scienza da lui inventata. "Di tutto questo - scrive - è rimasto poco nei convegni psicoanalitici, nei quali, spesso, confuse sparate a vanvera, ignare di sintassi, degradano la psicanalisi nella sua involontaria parodia, applicando il complesso edipico ai problemi della nettezza urbana o del serpente monetario. Gli eredi di Freud non sono i fumosi ideologi che adoperano spettacolarmente la psicoanalisi come una gomma americana, ma i terapeuti che con pazienza aiutano qualcuno a vivere un po' meglio". Una bellissima immagine degli Asburgo, in controtendenza con quella ufficiale di potente casato che domina mezza Europa, si legge invece quando l'autore arriva a Bratislava, capitale del regno d'Ungheria dal 1526, data della battaglia di Mohacs, che segnò l'inizio del dominio turco in terra di Pannonia.

"A Bratislava gli Asburgo venivano a cingere la corona di Santo Stefano e la giovane Maria Teresa venne a chiedere aiuto, dopo la morte del padre, l'imperatore Carlo VI, alla nobiltà ungherese, presentandosi col figlio Giuseppe, appena nato, in braccio". Dopo Bratislava e la Slovacchia, il Danubio si tuffa in Ungheria, la porta dell'Asia. Il fiume comincia là il percorso nei territori più complessi, popolati da una società costituita da innumerevoli componenti. Dall'Ungheria alla foce rumena, l'intreccio della storia si infittisce, e obbliga a fare in conti con le "solite" influenze asburgiche, ma anche con quelle turche e Transilvani, con quel mosaico di razze che compone la polveriera balcanica. Il serbatoio della storia, cui Magris attinge per riflettere e illustrare l'affascinante civiltà danubiana si fa sempre più profondo. Considerarlo interamente è impossibile. Budapest, che Magris considera la più bella delle città danubiane, è un modo per ritornare sui fatti del 1956, richiamati con le cronache di uno dei giornalisti - e grande amico dello scrittore - che allora raccontarono gli eventi ai lettori del Corriere, Alberto Cavallari.

Ma anche un modo per considerare il dramma di una città che vive la divisione nei blocchi figli di Yalta come qualcosa di innaturale rispetto al suo essere fortemente mitteleuropea. Riferendosi a uno scrittore censurato, Gyorgy Konrad, Magris spiega che mitteleuropea significa "la speranza di un'Europa unita e autonoma dai due blocchi, nella convinzione che le attuali contese fra russi e americani, che oggi sembrano il perno della storia universale, un giorno appariranno insensate e irresponsabili come quelle tra francesi e tedeschi di poche decenni fa". La storia degli ultimi anni sembra aver atteso questa speranza. Purtroppo, però, sembra aver confermato il timore che Magris avverte arrivando a Belgrado. Nella capitale serba, sempre la storia aiuta lo scrittore a prevedere quello che si è avverato con i tragici fatti del 1992. Una pagina magistrale di confronto tra passato e presente, l'ultima.

Per ragioni di spazio, di questo nostro viaggio lungo il Danubio, lasciandolo scorrere verso il mare con le sue perle di piccola e grande storia. "Il maresciallo Tito ha finito per assomigliare sempre più a Francesco Giuseppe, e non certo per aver militato sotto le sue bandiere nella prima guerra mondiale, bensì per la consapevolezza o il desiderio di raccoglierne un'eredità e una leadership - sovranazionale danubiana. (…) A somiglianza di quello asburgico, il mosaico jugoslavo è oggi insieme imponente e precario, esercita un ruolo assai rilevante nella politica internazionale ed è teso ad arginare e a elidere le proprie interne spinte dissolutrici; la sua solidità è necessaria all'equilibrio europeo e la sua eventuale disgregazione sarebbe rovinosa per quest'ultimo, come quella della duplice monarchia lo è stata per il mondo di ieri".

di IGOR PRINCIPE
Bibliografia
Danubio, di Claudio Magris. Garzanti, Milano 1986, 1990, 1997

 Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 


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