SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
CHARLES DE GAULLE

"Le General" comandò l'esercito di liberazione schierato contro i tedeschi.
Finito il 2° conflitto mondiale assunse la presidenza della Repubblica con poteri quasi assoluti.
Autoritario e arrogante.... si disse...ma...


DE GAULLE, IL "RE",
RESTITUI' ALLA FRANCIA
LA SUA GRANDEUR

di PAOLO DEOTTO

"Davanti allo smarrimento dei miei connazionali, alla disintegrazione di un governo schiavo del nemico, e dal momento che le istituzioni del mio paese non sono in grado di funzionare, io, generale de Gaulle, soldato francese e comandante militare, mi rendo conto di parlare in nome della Francia.
In nome della Francia dichiaro quanto segue: è sacro dovere di ogni francese che porti ancora le armi di continuare la battaglia. Gettare le armi, abbandonare qualunque posizione militare di qualche importanza, o acconsentire a cedere qualunque parte del territorio francese, per quanto piccola, al nemico, sarebbe un crimine contro la nostra nazione... Soldati di Francia, ovunque possiate essere, sorgete!"


Questo appello, lanciato dai microfoni della BBC di Londra nel pomeriggio di mercoledì 19 giugno 1940, segna l'inizio di una grande avventura, vissuta da un uomo che fino a quel momento era quasi uno sconosciuto, e che da quel momento prese in mano il destino della propria nazione, senza avere alcun mandato, se non quello che egli sentiva imposto dalla propria coscienza e dal proprio senso del dovere. Forse egli stesso pensava che la sua avventura sarebbe stata solo militare, e si sarebbe conclusa con la liberazione della Francia. Non poteva sapere quanto e come il destino lo avrebbe invece chiamato, per quasi un trentennio, ad essere, egli stesso, lo Stato e la Francia, padre alle volte difficile da amare, ma del quale non si può fare a meno.

Stiamo parlando di un uomo che rappresenta nella Storia un caso unico, una personalità assolutamente eccezionale e irripetibile: il generale Charles André Joseph Marie de Gaulle, nato a Lilla il 22 novembre 1890. Professione: uomo di potere, sempre e solo nell'interesse della sua nazione.
E' una facile tentazione per lo storico, per semplificare la propria fatica, operare delle classificazioni sugli uomini, simili a quelle utilizzate dagli studiosi di Storia Naturale. Né queste classificazioni sono sempre e necessariamente arbitrarie; la chiara collocazione politica di alcuni personaggi è già in sé stessa una definizione e, in genere, anche un limite.

Studiando la figura di De Gaulle ben presto ci si accorge che Le Général sfugge a qualsiasi classificazione. Anomalo come militare, anomalo come politico, in meno di un ventennio salvò due volte il suo paese dal disastro. Sconvolse il panorama politico mondiale col suo modo di agire e con la sua libertà di azione, facendosi guidare solo da ciò che egli considerava l'interesse della Francia, al quale sottometteva qualsiasi altra considerazione. Dimostrò nei fatti un coraggio e una fede illimitati. Chi lo conobbe e ne lasciò memoria lo definì spesso come un uomo di un'arroganza totale e di un carattere intrattabile. Ma nessuno, neanche i suoi più decisi avversari, poterono mai disconoscere la sua grandezza.

Abbiamo scelto la data del 19 giugno 1940 per iniziare la nostra storia. De Gaulle è già quasi cinquantenne, ma fino a quel momento il suo nome è noto solo alla ristretta cerchia di addetti ai lavori. In Francia sono i giorni cupi della disfatta, militare e morale. Le armate tedesche sembrano inarrestabili e hanno già inflitto a Francia e Gran Bretagna l'umiliazione di Dunkerque, costringendo 340.000 uomini, dei quali 120.000 francesi, a riparare oltre Manica. Il generale Weygand, comandante supremo francese, caldeggiando la richiesta di armistizio ai tedeschi, in contrasto col primo ministro Reynaud, aveva costretto quest'ultimo, fautore della resistenza contro l'invasore, alle dimissioni. Reynaud si era trovato quasi solo in seno al suo stesso governo e soprattutto la politica arrendevole di Weygand aveva l'appoggio del maresciallo Pétain, vicepresidente del consiglio, eroe nazionale della Grande Guerra. E fu lo stesso maresciallo Pétain, divenuto primo ministro, a rivolgere ai francesi un drammatico appello radiofonico, il 17 giugno 1940: "Faccio dono alla Francia della mia persona per attenuare la sua sciagura. Con il cuore spezzato vi dico: bisogna cessare di combattere!".

Il governo francese nel frattempo, sotto l'incalzare delle truppe tedesche, si era trasferito da Parigi a Tours, poi a Bordeaux e infine a Vichy. Lo stesso 17 giugno Hitler accetta la richiesta di armistizio, lasciando in vita il governo Pétain, e affidandogli l'amministrazione di una parte del territorio francese che non sarà occupato dall'esercito tedesco.
De Gaulle nel governo di Paul Reynaud ricopriva la carica di sottosegretario di stato per la difesa nazionale, in particolare addetto ai rapporti con la Gran Bretagna. Era ai suoi esordi in politica, perché fino ad allora la sua vita era stata quella di un ufficiale dell'esercito, alquanto centrifugo, ma comunque soldato, che non aveva mai nascosto il suo disgusto per la "politica dei politicanti". I De Gaulle erano una famiglia colta ed erudita, fortemente cattolica e conservatrice, fedelmente al servizio dei valori tradizionali. Il padre, Henri, già ufficiale dell'esercito, si era dato successivamente all'insegnamento e con i suoi alunni come con i suoi figli era un uomo attento, anche affettuoso, ma che incuteva un timore reverenziale.

Secondogenito di quattro maschi e una femmina, Charles aveva manifestato fin da giovanissimo alcune peculiarità che lo avrebbero contraddistinto per tutta la vita. Era un bravo studente, ma non particolarmente brillante; era tuttavia dotato di una memoria prodigiosa. Garbato con i compagni, era però fondamentalmente un solitario che preferiva la compagnia delle letture a quella dei coetanei. Fu educato dai gesuiti e quando il governo francese decretò l'espulsione dell'Ordine dalla Francia e la chiusura delle scuole confessionali, il padre lo mandò a completare i suoi studi secondari in un collegio di gesuiti in Belgio.

Terminati gli studi nel 1909, il giovanotto entrò nella scuola militare di Saint-Cyr; nominato sottotenente il 1° ottobre 1912, chiese di tornare al reparto dove aveva fatto il primo anno di vita militare, il 33° reggimento di fanteria. Il suo nuovo comandante era il colonnello Henri Philippe Pétain. E all'ombra di quest'ultimo si svolse per diversi anni la vita militare di Charles de Gaulle.
Nella Grande Guerra De Gaulle non ebbe molte occasioni per distinguersi. Fatto prigioniero dai tedeschi nel marzo del 1916 a Douaumont, trascorse in prigionia il resto del conflitto. Nel 1920 partecipò alla campagna di Polonia col generale Weygand (lo stesso che vent'anni dopo si sarebbe arreso ai tedeschi) e successivamente ottenne l'incarico di professore di storia militare a Saint-Cyr; a questo incarico aggiunse quello di ufficiale addetto al vicepresidente del consiglio superiore di guerra, carica quest'ultima assegnata al suo protettore, il maresciallo Pétain.

Sono gli anni in cui De Gaulle inizia a mettersi in luce come brillante scrittore di cose militari e come deciso innovatore delle vecchie dottrine difensive, dominanti nell'esercito francese. Le sue lezioni sono seguite e apprezzate, e in particolare sono interessanti i suoi studi sull'esercizio del potere, su come deve essere un comandante. Erano argomenti nuovi in un ambiente per sua natura conservatore, e le critiche non mancavano su questo giovane ufficiale che non si limitava a predicare l'impiego di massa dei mezzi corazzati come elemento risolutore della guerra, ma arriva a teorizzare la necessità della disobbedienza agli ordini superiori quando un comandante si trovi, per situazioni contingenti, unico giudice della situazione sul campo. I suoi libri, Il filo della spada, Verso l'esercito professionale e La Francia e il suo esercito sono bombe in un ambiente che sonnecchiava tranquillo, nella convinzione di essere totalmente protetto dalle fortificazioni della Linea Maginot.

Peraltro De Gaulle mostrava chiaramente la sua scarsa propensione ad accettare le critiche e a prendere in considerazione, più di tanto, il parere altrui. Si legge nelle sue note personali, redatte dai superiori alla Scuola di Saint-Cyr un giudizio significativo: "Un ufficiale molto serio, intelligente e colto, molto dotato. Sfortunatamente sciupa le sue incontestabili doti a causa dell'eccessiva presunzione, dell'eccessiva severità verso le idee altrui e della tendenza a sentirsi un re in esilio... "

Inizia in questi anni anche un sodalizio con Paul Reynaud, uno dei pochi politici che vedevano chiaramente la minaccia hitleriana e la conseguente necessità per la Francia di rivedere un dispositivo militare obsoleto.
Nel 1938 De Gaulle lascia la Scuola di Saint-Cyr, assegnato, finalmente, a un reparto operativo corazzato. La sua carriere militare procede a rilento, e la sua stessa nomina a colonnello avviene solo per il deciso appoggio di Reynaud, nel frattempo divenuto guardasigilli nel governo presieduto da Daladier. De Gaulle aveva perso, con i suoi atteggiamenti, la protezione di Pétain e l'influenza del vecchio maresciallo negli ambienti militari era ancora molto incisiva.
Ma la nomina successiva, quella a generale, De Gaulle se la guadagnerà sul campo. Scoppiata la seconda guerra mondiale, il colonnello De Gaulle è tra i pochi ufficiali francesi a riportare vittorie significative contro i tedeschi. La battaglia di Laon, dal 17 al 19 maggio 1940, gli frutterà la promozione a generale di brigata. E questo sarà poi il suo grado per tutto il resto della sua vita. Gli avvenimenti incalzavano e Le Général si apprestava ad esercitare un potere che non avrebbe avuto bisogno delle stellette.

La Francia scivolava nel disastro, travolta dalle tecniche moderne delle armate tedesche e minata da un disfattismo interno sempre più marcato. Paul Reynaud, succeduto a Daladier nella carica di primo ministro, chiamò al sottosegretariato per la difesa nazionale quel neo-generale che era stato inascoltato profeta qualche anno prima e che ora manifestava una indomita volontà di resistenza. Lo incaricò di tenere i rapporti con la Gran Bretagna; in pratica di trattava di una sorta di sottosegretariato agli esteri, che portò De Gaulle a fare la spola tra Parigi e Londra.
Gli avvenimenti incalzavano, e si arrivò al 17 giugno 1940, alla drammatica dichiarazione di resa del maresciallo Pétain. De Gaulle non ebbe dubbi. Era appena tornato da Londra, quando la radio diffuse le parole del vecchio maresciallo; risalì immediatamente su un aereo, conscio che di lì a poco i tedeschi avrebbero avuto in mano la Francia, e tornò nella capitale britannica.

Quindici anni prima De Gaulle aveva intrattenuto gli ufficiali della Scuola di Saint-Cyr sulla necessità storica della disobbedienza, considerata, in circostanze particolari, come un segno di grandezza e autorità. Ora si trovava a mettere in pratica questo principio. Un maresciallo di Francia, capo del governo, ordinava ai soldati di deporre le armi. Un generale di brigata si rifiutava di obbedire e per di più invitava altri a seguire il suo esempio. Ai pochi ufficiali che costituivano il suo entourage a Londra si limitò a confidare: "Io solo so quanto mi costi". Ma peraltro a Maurice Schumann, che sarebbe poi stato il ministro degli esteri della nuova Francia liberata, disse che la resa di Pétain poteva essere considerata solo un tradimento: "Avevo visto il tradimento sotto i miei occhi, e il mio cuore disgustato si rifiutava di accettarlo".

De Gaulle a Londra era solo, senza mezzi finanziari e senza la sicurezza che i britannici lo avrebbero appoggiato fino in fondo. Il primo ministro Churchill era propenso a considerare la resa unilaterale della Francia come un tradimento, perché il governo francese aveva assunto precisi impegni con quello inglese nella comune lotta contro la Germania, ma nondimeno cercava di convincere qualche personalità francese più rappresentativa a recarsi a Londra e a porsi a capo di una resistenza francese.
Ambasciatore di Churchill fu Jean Monnet, l'economista francese che presiedeva il comitato anglo-francese per il coordinamento degli acquisti di materie prime, e che nel dopoguerra sarebbe stato promotore e primo presidente della CECA (Comunità europea carbone acciaio - il primo organismo economico comune europeo). Monnet, che in quei giorni era a Londra, si recò subito in Francia e tentò di convincere diverse personalità politiche, di sicura fede anticollaborazionista, a tornare con lui in Gran Bretagna per prendere in mano le sorti della resistenza francese. Ma nessuno degli interpellati (il presidente della Repubblica, Lebrun; il deposto Reynaud; i presidenti di Camera e Senato, Herriot e Jeanneney; l'ex primo ministro Léon Blum) rispose all'appello, tratti anche in inganno dalla notizia che il governo francese stava per trasferirsi in Nord Africa per continuare da lì la guerra. Era una notizia falsa, una trappola per evitare che gli interpellati ripartissero per Londra con Monnet. Quest'ultimo tornò nella capitale britannica senza risultati e il generale di brigata Charles de Gaulle si trovò ad essere l'unico capo della resistenza francese contro i tedeschi.

Chi vince ha sempre ragione, ma proviamo per un attimo a calarci in quel giugno 1940: nulla sembra essere in grado fermare la potenza nazista, e anche la decisione di resa del maresciallo Pétain poteva avere una giustificazione. A che vale lottare, infliggere nuovi lutti al proprio popolo, se si sa che la guerra è ormai perduta? Gli Stati Uniti, gli unici che potrebbero capovolgere le sorti della guerra, pur inviando aiuti, hanno ribadito la loro neutralità, che durerà ancora per un anno e mezzo (fino all'attacco giapponese contro Pearl Harbour).
La decisione di De Gaulle poteva quindi sembrare pazzesca, anche se, dopo, i fatti gli avrebbero dato ragione. Ma era l'unica decisione che poteva prendere. Il rigore morale, l'assoluta certezza che quello era il bene della Francia, non gli consentivano di scegliere altrimenti, anche a prescindere dalle reali possibilità di vittoria. Come lascerà scritto nelle sue memorie, lo muoveva il fatto di considerare un tradimento la resa, non tanto di considerare sicura la vittoria. Era il soldato che va a combattere perché sa di dover combattere, né, in quel particolare momento storico, la sua auto - elezione a rappresentante della Francia poteva nascere da sete di potere.

Il potere da De Gaulle fu sempre vissuto come un dovere, come un fatto inevitabile, data la sua propria superiorità. Presunzione sfrenata? Probabilmente sì. Ma se questa presunzione si fosse tradotta in quell'attaccamento al potere che contraddistingue in genere l'uomo politico comune, allora sarebbe biasimevole. Ma Le Général, come vedremo, seppe anche rinunciare al potere, anche a quello assoluto. Del resto, non era un uomo politico comune.
Era Charles De Gaulle.

L'avventura di De Gaulle poté iniziare e svilupparsi anche per l'incontro con un altro uomo eccezionale. Il primo ministro Churchill aveva cercato, come vedevamo sopra, di trovare un uomo rappresentativo e famoso come guida della resistenza francese, ma nessuno degli interpellati aveva risposto. Churchill era abbastanza realista per saper accettare, in alcuni casi, il fatto compiuto, né gli dispiaceva la personalità di quel francese, così diverso dai suoi connazionali, deciso, solitario, autoritario, così simile ed opposto a lui stesso. I rapporti tra De Gaulle e Churchill furono sempre tempestosi, e probabilmente non poteva essere altrimenti, perché entrambi erano personalità troppo forti per non arrivare a scontrarsi. Ma furono rapporti di collaborazione, né d'altra parte il primo nucleo di resistenza francese, Francia Libera, avrebbe potuto veder la luce senza l'appoggio inglese.

Il 23 giugno 1940 De Gaulle fondò il Comitato Nazionale Provvisorio Francese con sede a Londra. Il governo britannico riconobbe subito il comitato come "pienamente rappresentante quelle personalità francesi indipendenti decise a proseguire la guerra, in accordo agli obblighi internazionali sottoscritti dalla Francia". Non era un riconoscimento pieno di governo in esilio, né d'altra parte ciò era possibile perché la Gran Bretagna manteneva ancora rapporti ufficiali col governo del maresciallo Pétain. La situazione ambigua si protraeva anche per la preoccupazione di Churchill relativa alla flotta francese: se il governo di Vichy avesse consentito ai tedeschi di impadronirsi delle navi da guerra francesi, ora che anche l'Italia era entrata in guerra, il Mediterraneo rischiava di divenire impraticabile per i britannici. Ma proprio sul problema della flotta francese la situazione ambigua si chiarì, e in modo tragico.

Dopo le vaghe promesse del governo di Vichy, di non lasciare che navi da guerra francesi cadessero in mani tedesche, Churchill ordinò a una squadra navale inglese, comandata dall'ammiraglio Sir James Somerville, di portarsi a Mers el-Kebir, presso Orano, in Algeria. In quel porto si trovava la gran parte della flotta francese e compito della squadra inglese era quello di intimare all'ammiraglio francese Marcel Gensoul di seguire la flotta inglese, oppure raggiungere sotto scorta le Indie occidentali, per essere comunque lontano da mani tedesche. L'ammiraglio francese rifiutò di ricevere il negoziatore inglese, e alle 17.45 del 3 luglio 1940 le navi inglesi aprirono il fuoco, affondando l'incrociatore Bretagne e rendendo inservibili la gran parte delle altre navi, facendo uso anche di aerosiluranti. Nell'azione persero la vita 1.200 marinai francesi. La sera stessa il governo di Pétain rompeva le relazioni diplomatiche con la Francia.

Fu una delle decisioni più spietate prese da Churchill in tutta la guerra, adottata non solo per garantire la sicurezza nel Mediterraneo, ma anche, come dirà lo stesso primo ministro nelle sue memorie, per far capire a tutti, alleati o nemici, che il gabinetto di guerra britannico non indietreggiava davanti a nulla quando considerava in pericolo la sicurezza dei propri sudditi. Il bombardamento della flotta francese rischiò di provocare gravi spaccature nel primo gruppo di resistenti di Francia Libera, non pochi dei quali accusarono il governo britannico di "comportamento da pazzi criminali". Lo stesso De Gaulle però non poté non piegarsi alle necessità di guerra.

Ma ormai ogni equivoco era chiarito: la Francia era rappresentata dal generale De Gaulle, che arruolava i suoi uomini, i primi nuclei combattenti di Francia Libera, con uno speciale acte d'engagement, un modulo d'arruolamento, in cui, in luogo del tradizionale giuramento di fedeltà allo Stato, ci si impegnava a servire il generale De Gaulle, comandante in capo, "con onore, fedeltà e disciplina, per la durata della guerra".
La Francia era una repubblica che conservava un impero, pudicamente definito come territori d'oltremare. E proprio da questi iniziarono ad arrivare le prime adesioni a Francia Libera. Il Ciad, il Camerun, il Congo francese e l'Algeria rispondono all'appello di De Gaulle, mentre l'esercito francese in Siria dichiara la sua fedeltà al maresciallo Pétain.

Inizia per Le Général il lungo viaggio che lo porterà a tornare sul territorio francese solo dopo quattro anni, il 14 giugno del 1944, entrando poi trionfalmente a Parigi il 25 agosto.



Il 30 luglio del 1940 una Corte Suprema, appositamente riunita in Francia, lo ha condannato a morte, dopo che anche l'Indocina, col governatore generale Catroux, ha dato la sua adesione a Francia Libera.
Inizia per Le Général un lungo viaggio, e i rapporti con i compagni di viaggio non sono semplici. Quando gli Stati Uniti entrano nel conflitto a fianco della Gran Bretagna, Churchill, da uomo dotato di realismo, e conscio che solo la strapotenza industriale e militare americana potrà battere le armate tedesche, si autodichiara "il leale luogotenente" del presidente americano, Franklin Delano Roosevelt, e come tale si comporterà.

De Gaulle sembra che invece combatta una guerra personale, da un lato sollecitando gli aiuti inglesi e la partecipazione della Francia ai benefici della legge americana "Affitti e Prestiti" (che consentiva alle nazioni alleate l'accesso a rifornimenti, non solo militari, a condizioni molto favorevoli), d'altro lato non perdendo occasione per affermare la sua autonomia quale "Capo provvisorio del governo francese". Presto i rapporti col presidente americano, da tesi che erano all'inizio, si fanno pessimi. Roosevelt non riesce, da buon americano, miope in politica estera e incapace di calarsi nelle realtà altrui, ad accettare un "Capo di governo" che si è di fatto autonominato, e gli Stati Uniti manterranno a lungo un atteggiamento di totale ostruzionismo verso De Gaulle. D'altra parte gli atteggiamenti spesso arroganti di quest'ultimo hanno anche una ragione ben precisa: la Francia deve essere rappresentata da lui, perché in tal modo si può definire una nazione che non si è arresa, che sta combattendo a fianco degli alleati e che quindi potrà sedere al tavolo dei vincitori, recuperando la sua dignità e la sua grandezza. Contrariamente, la Francia diverrebbe un paese comunque liberato da armate straniere, perdendo in dignità e contraendo dei debiti morali e materiali la cui entità potrà pesare per generazioni.

I pessimi rapporti tra Roosevelt e De Gaulle pesarono spesso sugli stessi rapporti tra America e Gran Bretagna. Mentre Churchill era propenso, nonostante i frequenti scontri con De Gaulle e nonostante il fatto che questi avesse avviato una sua autonoma politica di apertura verso Stalin, ad appoggiare Francia Libera, anche per l'interesse che aveva la stessa Gran Bretagna a ripristinare sul continente la posizione francese, Roosevelt diventava quasi maniacale nei confronti del generale francese, arrivando ad ipotizzarne una rapida caduta politica appena avesse messo piede in Francia: l'esatto contrario di ciò che gli dicevano i suoi consiglieri, e l'esatto contrario di ciò che pensavano inglesi e americani, che, forniti di una stampa libera anche in tempo di guerra, non mancavano di criticare l'atteggiamento del presidente americano.

Mentre l'esercito di Francia Libera diveniva una realtà che iniziava a battersi su tutti i fronti, finalmente, il 30 maggio 1943, De Gaulle poté installare ad Algeri il suo comando, anche con la benedizione americana, peraltro rilasciata in modo contorto, perché Roosevelt si rifiutava di riconoscere De Gaulle come capo del governo francese, ma accettava di ammettere Francia Libera ai benefici della legge "Affitti e Prestiti". L'ultima grande battaglia politica di De Gaulle fu combattuta per far partecipare con piena ufficialità l'esercito francese allo sbarco in Normandia e alla liberazione del territorio francese. Anche qui il presidente americano tentò fino all'ultimo di porre in condizione di subordine i reparti francesi, ma De Gaulle trovò un alleato nel generale Eisenhower, che si mostrò molto più politico e realista del suo presidente che, ormai minato dalla malattia, sarebbe morto il 12 aprile del 1945, ma che già da diversi mesi palesava sempre più affaticamento e nervosismo nella conduzione della politica americana.

De Gaulle ottenne di entrare in Francia per primo, come liberatore. Era quello che voleva: la Francia doveva essere liberata dai francesi. E subito dopo De Gaulle si affrettò a nominare i nuovi prefetti e i capi delle municipalità, agendo di propria iniziativa ed ignorando volutamente il piano alleato che prevedeva, oltre alla messa in circolazione di valuta d'occupazione, anche la nomina di amministratori civili. Non v'era motivo: solo il capo del governo francese aveva il potere di nominare amministratori francesi, e De Gaulle procedette come un rullo compressore con la sua politica "del fatto compiuto", rifiutando anche la circolazione di valute d'occupazione, che avrebbero avuto un effetto devastante sull'economia francese, e che non potevano giustificarsi, non essendo la Francia un territorio "occupato", bensì una nazione che con le sue forze armate aveva scacciato i tedeschi occupanti.

La presenza di De Gaulle fu così massiccia che a Yalta, dove peraltro Le Général non fu presente per l'opposizione americana, si decise tuttavia di assegnare alla Francia una zona d'occupazione in Germania, al pari delle zone inglese, americana e sovietica. Era il coronamento definitivo della politica di De Gaulle: alla Francia veniva riconosciuta la stessa dignità delle altre nazioni che avevano sconfitto la Germania. La grandeur, la grandezza e l'orgoglio nazionale erano salvi.

De Gaulle aveva ormai tutte le condizioni per esercitare un potere assoluto: idolatrato da gran parte dei francesi, che vedevano in lui il liberatore, aveva formato un governo con i partiti che avevano fatto parte della resistenza sul territorio francese e la sua autorità era indiscussa. Il 13 novembre 1945 l'Assemblea Costituente, in cui pure il partito comunista, da sempre suo avversario, aveva una presenza massiccia, lo confermò capo del governo e capo provvisorio dello Stato. Ma non era questo il potere che ormai interessava De Gaulle; la Costituente stava modellando la Quarta Repubblica sullo stesso schema della Terza e i partiti riprendevano ad alzare la testa e a bloccare l'attività del governo con i loro dissidi.

Il 20 gennaio 1946 De Gaulle presentò le dimissioni e iniziò, mal consigliato soprattutto da André Malraux, una lunga battaglia politica contro la Quarta Repubblica, con dei toni sempre più conservatori che rischiavano di distruggere, in un popolo volubile come quello francese, la sua popolarità. De Gaulle era l'uomo che aveva proceduto anche alle grandi nazionalizzazioni nel 1945, attuando una politica sociale incisiva; ora scivolava sempre più verso una rancorosa politica di destra. Un buon successo (il 26%) alle elezioni municipali del 1947, conseguito dal suo neonato RPF (rassemblement du Peuple Francais) non fu confermato nelle successive elezioni per il Consiglio della repubblica e in quelle legislative del 1951.

De Gaulle decise quindi il suo ritiro da ogni attività pubblica, dedicandosi alla stesura delle sue memorie nella casa di Colombey-les-Deux-Eglises. Era un ritiro sdegnoso, fatto da un uomo che sapeva di aver dato moltissimo al suo paese e che ora accusava il suo paese di riprendere a cadere, travolto dalle lotte politiche.
Senza dubbio la Francia soffriva di una cronica instabilità. Quattordici governi si succedettero negli anni dal 1947 al 1957. Ma la scossa doveva arrivare da oltremare, e ancora una volta De Gaulle sarebbe stato chiamato a salvare il suo paese.
Lo sfaldamento dell'impero coloniale era apparso subito dopo la guerra come un processo inarrestabile. Ma fu in particolare l'umiliazione dell'Indocina, da cui le truppe francesi, dopo l'epica difesa di Dien Bien Phu, furono di fatto scacciate da un capo comunista che avrebbe fatto a lungo parlare di sé, Ho Chi Min, a causare uno stato d'animo che non permetteva di affrontare con lucidità un altro bollente calderone, quello dell'Algeria. In questo paese i fermenti indipendentisti erano sempre più forti tra la popolazione locale musulmana, contrastata dai coloni francesi (i cosiddetti pieds noirs) e dalle forze armate che, comandate dal generale Raoul Salan, non erano intenzionate a subire un altro smacco dopo quello dell'Indocina.

La politica governativa incerta faceva sempre più alzare la testa ai militari, ben decisi a tentare un colpo di Stato. Quattro delle nove regioni militari francesi erano comandate da generali simpatizzanti per Salan, che il 13 maggio del 1958 non esitò ad occupare il palazzo del governatore di Algeri, attuando così un "mini colpo di Stato" che avrebbe dovuto estendersi al territorio metropolitano. Il presidente della Repubblica Coty invitò De Gaulle, il 15 maggio, a formare un nuovo governo. Le Général accettò, a condizione di ottenere sei mesi di pieni poteri e di indire un referendum per una nuova costituzione. Il parlamento votò la fiducia a De Gaulle, in uniforme di generale di brigata, il 1° giugno, e questi liquidò rapidamente il problema algerino. Salan fu richiamato in patria con un incarico ispettivo che serviva solo ad allontanarlo da Algeri. I comandanti delle altre regioni militari non avevano osato andare avanti nel putsch: la personalità e la fama del generale erano ancora troppo forti. Con un deciso discorso televisivo comunicò che non sarebbero stati tollerati atti insurrezionali di alcun genere e di alcuna provenienza. Aveva i pieni poteri ed era ben deciso ad usarli. Il temuto colpo di Stato si sgonfiò, e Salan, che non si era rassegnato e aveva costituito la società clandestina OAS (Organization de l'Armée Segrete) fu arrestato e condannato all'ergastolo.

Il 28 settembre 1958 un referendum popolare approvava la nuova costituzione. Nasceva la Quinta Repubblica, marcatamente presidenziale, che faceva del Capo della Stato una sorta di Re senza corona, dotato di ampi poteri, con controllo pieno sul governo, che non era più sottoposto alla fiducia parlamentare. E' la costituzione che tuttora governa la Francia, e che l'ha guarita dalla sua cronica instabilità politica.
Il 21 dicembre 1958 De Gaulle fu nominato presidente della Repubblica con una votazione plebiscitaria, e governò per dieci anni, preoccupandosi anche, nel 1962, di far approvare una modifica alla Costituzione: la nomina del presidente non era più affidata ad un corpo di "grandi elettori", ma era di competenza diretta dei cittadini. Era l'ennesima affermazione della politica gollista, staccata dal gioco dei partiti e che cercava direttamente nel popolo la sua legittimazione.

Si è detto, erroneamente, che la fine politica di De Gaulle fu causata dai moti del "maggio francese" del 1968. Quando gli universitari della Sorbona scatenarono i disordini a Parigi il generale era in effetti ormai stanco e desideroso di ritirarsi. Ma non poteva farlo sulla spinta della piazza. Solo De Gaulle poteva ritirare De Gaulle. E lo fece, forse in modo un po' machiavellico. I disordini di piazza furono repressi con decisione, e l'allarme nella pubblica opinione si calmò rapidamente. Ma De Gaulle sentiva che la situazione non era più dominabile come una volta. I tempi mutavano e lui, a settantotto anni, iniziava a desiderare un po' di riposo. Indisse un nuovo referendum ponendo agli elettori due quesiti: l'abolizione del Senato e una maggiore autonomia ai corpi governativi regionali e locali. Ufficialmente i referendum erano indetti per modernizzare la struttura dello Stato, e i progetti erano accettabili, ma De Gaulle li caricò di un significato personale, annunciando che in caso di sconfitta, si sarebbe ritirato. Doveva capire se la Francia era ancora con lui; ma la Francia, col 53% di "no", espresse la sua disapprovazione.
(vedi nota a fondo pagina - prelevata dall'ANNO 1969 di Cronologia)

De Gaulle fu, come sempre, di parola. il giorno successivo alla sconfitta referendaria, il 28 aprile 1969, incaricò il capo del governo, Couve de Murvile, di annunciare al paese il suo irrevocabile ritiro dalla vita politica. Ancora una volta aveva potuto essere lui a decidere, secondo ciò che valutava giusto, per il bene del paese, e senza mai venir meno alla lealtà verso la Francia.

Lunedì 9 novembre 1970 De Gaulle spirava all'improvviso nella sua abitazione di Colombey-les-Deux-Eglises. Per sua volontà, espressa per iscritto dal lontano 1952, i funerali dovevano essere sobri, senza rappresentanze politiche, solo con rappresentanze militari, ma senza fanfare. Il cancelliere tedesco Willy Brandt disse: "E' morto l'ultimo gigante". Il presidente francese Pompidou diede l'annuncio alla televisione. Lui, uomo freddo e compassato, aveva gli occhi lucidi: "Il generale De Gaulle è morto. La Francia è vedova".
Spesso ci sforziamo di fare commenti e analisi sui personaggi di cui scriviamo. In questo caso possiamo solo prendere a prestito le parole dei due statisti. Era morto un gigante. Una nazione perdeva una parte di sé stessa. Non c'era, non c'è, altro da aggiungere.

 

 

PAOLO DEOTTO

Bibliografia
De Gaulle, l'ultimo grande di Francia, di Charles Williams - Ed. Mondadori, Milano 1995
Charles De Gaulle, di Jacques Chaban-Delmas - Editions Paris-Match, Parigi 1980
Enciclopedia della Seconda Guerra Mondiale, di B.P. Boschesi - Ed. Mondadori, Milano 1980
De Gaulle, di Don Cook - Ed. dall'Oglio, Milano 1987

Questa pagina (solo per Cronologia)
è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net

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CHARLES DE GAULLE

De Gaulle nella tremenda crisi del '68 (identica all'Italia, e con gli stessi problemi) , con il suo solito "O io o il caos", aveva paventato i "disastri" e agitato l'orgoglio della Francia per normalizzare il Paese con una svolta autoritaria a destra. Con un sussulto di amore e di fiducia i francesi lo votarono ancora una volta in massa, con una maggioranza assoluta, con quasi pieni poteri, ma presto si accorsero che le cause che avevano determinato il Maggio francese non le aveva eliminate ma aveva solo aumentato il suo orgoglio ostacolando perfino l'Unione Europea e snobbando gli stessi americani. E allora i francesi cosa fecero il 28 aprile del 1969 ? Preferirono affrontare il Caos che lui aveva minacciato, e non fu un dramma, semmai il dramma fu per De Gaulle, che ha poi chiuso con i francesi con sdegno e anche con poco stile. Una fine malinconica per un uomo che era stato un mito e un protagonista della politica mondiale per trent'anni.
I francesi non gli hanno dato piu' credito e lui e' uscito di scena in un modo altezzoso, con il risultato (anche se andò su Pompidou) di far alzare la cresta alla sinistra che lentamente iniziò a risalire la china dei 43 anni di digiuno, e nell'81 con Mitterand andrà al potere (le premesse si erano compiute con il passo falso di De Gaulle nel '68 e del '69, fuori da ogni logica dei Paesi dell'Alleanza).

L'America aveva tutto l'interesse che non ci fossero svolte autoritarie nè in Francia nè in Italia: tipo un golpe con un governo di colonnelli. Per l'Italia in verità non avevano mai dato fiducia come capacità strategica e operativa- li avevano conosciuti nella prima e nella seconda guerra mondiale - da Badoglio 1918 a Badoglio 1943 - che non aveva di certo la statura di un De Gaulle).

Ne' d'altra parte potevano desiderare che l'Italia cadesse nell'anarchia nel cuore di un Europa che gia' era insofferente alla Nato. Sarebbe stato un errore rompere certi equilibri. Insomma l'Italia non era la Grecia ne' il Vietnam, e non si dovevano ripetere gli "arroganti" errori degaulliani come in Francia. L'Italia aveva dei problemi di carattere sociale, ma erano interni, erano comuni ribellioni (come in America) dei "nuovi tempi", anche se mischiati a tanti surrogati di ideologie, di cui nemmeno una rappresentava un problema di carattere internazionale perchè erano insipide minestre ribollite, provinciali, anche patetiche visto che a mettere il cucchiaio dentro la zuppiera venivano fuori pezzi di Lenin o di Mao mischiati alle nuove ideologie edonistiche di massa.
(Se gia' l'Italia "zoppicava" con una America,  forse poteva  sperare di "correre" con una Russia? Per qualche carenza di carattere economico l'Italia solo per questo poteva andare a prendere il "modello" nella vicina Jugoslavia di Tito , o il "modello" di Mao nella vicina Albania cinese?
Belle sciagurate scelte avrebbe fatto!

Vedi anche da De Gaulle a Mitterand > >


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