SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GRAZIA DELEDDA

 

GRAZIA DELEDDA (1871-1936) nasce il 27 settembre 1871 a Nuoro dove avviene la sua formazione letteraria del tutto autodidatta, nell'ambito della famiglia, in cui il padre, piccolo proprietario terriero con diploma di procuratore, si dilettava di poesia in dialetto dando vita, in una città povera di risonanze culturali, a dibattiti letterari.

Giovanissima, invia alcuni racconti ad un giornale di moda pubblicato a Roma e cerca tramite rapporti epistolari di entrare in contatto con il mondo letterario. A 24 anni pubblica il suo primo romanzo Anime oneste. Romanzo famigliare, con la prefazione di un critico assai famoso: è il primo riconoscimento autorevole alle sue qualità di scrittrice. Nel 1900, diventa moglie di un funzionario statale, si trasferisce a Roma dove soggiornerà per il resto della vita. Qui i contatti con il mondo delle lettere sono naturalmente più facili anche se il suo nome è già una promessa.

Sulla Nuova Antologia esce nel 1900 il suo romanzo più apprezzato Elias Portolu, storia dell'amore di un ex detenuto per la cognata. Nel 1913 esce Canne al vento in cui rappresenta la fragilità dell'uomo travolto da una sorte cieca e spietata, mentre La madre (1920) scandaglia la relazione fra un sacerdote e sua madre. In precedenza aveva scritto un romanzo, Cenere (1904), in cui aveva affrontato il tema di un rapporto filiale.

Scrisse anche due testi teatrali, L'edera (1912) e La grazia (1921). Nel 1926 ottiene il premio Nobel, un riconoscimento che negli anni lontani delle prime esperienze sarde sarebbe sembrato assurdo sperare. Così la sua fama, prima circoscritta, si accrebbe e si allargò oltre i confini nazionali.

Muore a Roma il 15 agosto 1936.

"Esce postuma nel 1937 a Milano "Cosima", romanzo autobiografico, che va a consolidare la singolare fortuna che negli ultimi anni ha avuto l'opera di Grazia Deledda, e un rinnovato interesse della critica al problema e ai modi della sua arte. I quali anzichè esaurirsi nell'ambito della narrazione regionale, sembrano partecipare di quel più vasto atteggiamento della sensibilità e del gusto inteso comunemente col nome di "decadentismo", trovando la loro ragion d'essere, e il loro valore espressivo, proprio in codesto oscillare o trapassare dal verismo al simbolismo" (Enc. Ital. Treccani, 1a ed.)

In generale, nelle opere di Grazia Deledda predominano i sentimenti forti dell'amore e del dolore; un'altra tematica ricorrente è l'amara consapevolezza di un destino già designato. Una straordinaria corrispondenza fra personaggi e luoghi, fra lo stato d'animo dei protagonisti e la terra sarda è un altro tratto distintivo della sua narrativa, che è stata accostata talora al verismo e talora al decadentismo, ma in realtà sfugge a una catalogazione precisa.

Pur riconducendosi per certi aspetti della sua opera al Verismo ottocentesco, la Deledda si colloca nell'ambito della nostra narrativa con una fisionomia indubbiamente originale, sia per i caratteri nuovi del suo regionalismo sia per la particolare e intensa attenzione che portò ai problemi dell'anima umana, alle vicende spirituali, ai drammi vissuti e sofferti dai personaggi dei suoi romanzi.

I suoi personaggi irrequieti e spesso travagliati da dissidi interni, sempre però sostenuti da una profonda intimità religiosa si muovono sullo sfondo di un paesaggio arcaico e austero, quasi sempre quello sardo.

CANNE AL VENTO

E' unanimemente ritenuto il capolavoro di Grazia Deledda. Narra le vicende di tre sorelle, le dame Pintor, rimaste padrone di una casetta e di un piccolo podere, cui accudisce il vecchio servo Efix.

Il protagonista, Efix, per le dame Pintor coltiva lui l'ultimo podere rimasto alle tre nobili discendenti di una famiglia in rovina: Ruth, Ester, Noemi. Efix vive in fantastica dimestichezza con i folletti, i giganti della montagna, i santi del cielo, i morti, vivi e veri per lui come le persone del presente. La nobile casa cade a pezzi e le dame vendono di nascosto le verdure del poderetto.

Il padre le teneva segregate in casa e quella che fu un tempo la condanna della gioventù e dell'amore è adesso per loro l'estrema difesa. Due di loro sono vecchie e dolci, ma Noemi che serba ancora un resto di gioventù e di bellezza , è altera e dura. Una delle sorelle, Lia, non accettò quella sorte, e fuggì tanti anni prima sul continente; il padre che la inseguiva fu trovato morto sul ponte, e si credette ad una disgrazia. Fu, invece, Efix a ucciderlo involontariamente, mentre vegliava sulla fuga di Lia, per la quale egli aveva una devozione appassionata molto simile all'amore.

Tanto tempo è passato da allora, Lia si è sposata, ha avuto un figlio, Giacinto, e adesso è morta. Nessuno conosce il delitto di Efix e quando Giacinto, orfano e scacciato per un furto dal suo impiego alle Dogane, viene a cercar lavoro in Sardegna, gli ritornano in mente i tragici ricordi del passato. Giacinto in paese gioca, fa i debiti, firma cambiali con il nome delle zie, si innamora di Grixenda, che è una povera ragazza nipote della vecchia Pottoi e vuole sposarla. Efix, che ama Giacinto più di quanto non lo amino le zie, tenta inutilmente di ammonirlo e il ragazzo disperato a causa dei rimproveri del vecchio, gli fa capire che conosce la storia del delitto, il quale gli fu rivelato dalla madre. Poi lascia Galte e va a Nuoro in cerca di lavoro.

Intanto la scadenza della cambiale porta la rovina e la disperazione in casa delle dame Pintor, Ruth muore improvvisamente ed Ester e Noemi sono costrette a vendere il podere a un cugino, don Predu, che le salva dal dissesto economico. Efix spera che da quel riavvicinamento nasca un matrimonio fra Predu e Noemi, ma lei si rifiuta di accettare la proposta di matrimonio del cugino. Allora Efix pensa che quell'accecamento sia il castigo di Dio al suo passato delitto. Lascia la casa e vive mendicando.

Efix ritorna finalmente al paese dove credono che sia stato in America, trova Giacinto che lavora da mugnaio e sposerà Grixenda, anche Noemi accetta ormai l'offerta di Predu. Ora il buon servo può riposare e il giorno delle nozze di Noemi, Efix muore consolato. Così in questa umile accettazione della vita, il servo trova la sua pace, e il suo significato fa sconfinare il breve cielo dove Efix cercava i suoi santi e i suoi folletti nel cielo eterno cui tende il dolore di tutti gli uomini, servi anche essi di sconosciuti padroni.

 


BIBLIOGRAFIA.:
A. Bocelli, in Nuova Antologia, 16 gennaio 1934, 10 settembre 1936, 1° agosto 1937; id., Fortuna della Deledda., in Ulisse, n. 3, novembre 1947;
F. Bruno, Grazia Deledda, Salerno 1935;
A. Momigliano, Storia della letteratura ital., Messina-Milano 1936, pp. 636-44;
id., in Corriere della sera, 8 dicembre 1937, 4 gennaio 1938 (con lettere della D.), 15 giugno 1946;
L. Falchi, L'opera di Grazia Deledda (con lettere inedite), Milano 1937;
G. Dessi, in L'Orto, Roma, gennaio 1938;
E. De Michelis, Grazia Deledda e il decadentismo (con ampia bibl.), Firenze 1938;
N. Zoja, Grazia Deledda, ed., Milano 1939;
B. Croce, La letteratura della nuova Italia, VI, Bari 1940, pp. 317-26;
E. Cecchi, prefaz. a Romanzi e novelle, ed. cit.;
P. Pancrazi, Scrittori d'oggi, Bari 1946, I, pp. 68-76; III, pp. 49-55;
N. Sapegno, in Rassegna di cultura e vita scolastica, I, n. 3, 31 marzo 1947;
G. Titta Rosa, Secondo Ottocento, Milano 1947, PP. 179-84;
F. Flora, in La Rassegna d'Italia, gennaio 1948. Cfr. anche R. Branca, Bibliografia deleddiana, Milano 1938.


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