SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
ANTONIO DI PIETRO



E' stato l' uomo-simbolo di "mani pulite", il pool di giudici milanesi che con le inchieste sulla cosiddetta Tangentopoli ha provocato il crollo della Prima Repubblica. 

E' poi diventato un politico conteso, che tutti "tiravano per la giacchetta", cercando di portarlo dalla propria parte o, almeno, di non averlo come avversario. Adesso sembra essere diventato un isolato, uno "che non ci azzecca" con il mondo politico e istituzionale. 
Ma la vita politica di Antonio Di Pietro potrebbe ancora avere in serbo qualche sorpresa.

Antonio Di Pietro è nato il 2 ottobre 1950 a Montenero di Bisaccia, provincia di Campobasso, in Molise. Dopo un breve periodo in seminario a Termoli, nel 1961 finisce prima a Fermo e poi a Roma e si diploma perito elettronico nel 1969. 
Diplomato, Di Pietro emigra in Germania, a Bomenkirch, dove lavora la mattina alla catena di montaggio e il pomeriggio in una segheria. Nel 1973 torna in Italia, sposa Isabella Ferrara e quello stesso anno nasce il figlio Cristiano. A quell' epoca, Antonio Di Pietro, che lavora come impiegato civile dell'Aeronautica Militare, si iscrive a Giurisprudenza e nel 1979 si laurea. Il primo impiego per il neo dottor Di Pietro è quello di segretario comunale in un paese del Comasco, ma poi entra in polizia, dove diventa commissario.

Nel 1981 vince un concorso in magistratura e viene assegnato alla Procura di Bergamo. Di Pietro è molto attivo e a volte protagonista di clamorose operazioni, come quando nel 1983 convince un bandito, asserragliato in un appartamento, a lasciare andare la convivente e la figlia e ad arrendersi, o come quando scopre il "mostro di Leffe", un bancario che ha ucciso suocera, moglie e figlia e ne ha nascosto i corpi, per anni, in cantina. Nel frattempo si è separato dalla moglie e ha conosciuto Susanna Mazzoleni, avvocato, che sposerà nel 1995 e dalla quale avrà altri due figli. 

Nel 1984 si trasferisce alla Procura di Milano, senza lasciare la sua residenza di Curno, nel bergamasco, in una cascina che lui stesso ha rimesso a posto. Il primo processo che lo porta alla ribalta delle cronache riguarda le cosiddette "patenti facili": 125 imputati dopo un arresto di massa alla Motorizzazione civile di Milano. Per la sua requisitoria Di Pietro usa le diapositive e in seguito utilizzerà spesso i computer, tanto da guadagnarsi il soprannome di "Tonino il telematico".
 
Il 17 febbraio 1992, giorno dell' arresto di Mario Chiesa, segna l' inizio dell' era di "mani pulite". Craxi, tentando di sminuire il fatto, aveva definito Chiesa un "mariuolo". L' inchiesta (e tutte quelle che seguiranno) stravolge però il mondo della politica (un po' meno quello dell' economia).

 Il pentapartito e il cosiddetto Caf (il patto Craxi-Andreotti-Forlani), che sembrava eterno e vincente, viene travolto. La Dc si frantuma in una diaspora senza fine, il Psi quasi scompare, stessa sorte Psdi, Pli e Pri. Le persone indagate saranno oltre 3.000, il valore delle tangenti e dei fondi neri scoperti ammonta a migliaia di miliardi. 

Gli anni di "Mani Pulite" fanno di Di Pietro un simbolo della lotta alla corruzione. A Milano rimane fino al 6 dicembre 1994, quando, a conclusione dell'ultima sua requisitoria nel processo Enimont, con un gesto un po' teatrale, si toglie la toga, si rimette la cravatta che teneva già annodata sotto il banco del pubblico ministero, indossa la giacca 

e conclude la sua carriera di magistrato dicendo:"Presidente, se mi permette, io ho finito e do' ordine ai miei collaboratori di spegnere i computer". Dall' inizio di Tangentopoli sono trascorsi 1.024 giorni.
Dopo l' annuncio della decisione di lasciare la magistratura, è evidente che la strada di Antonio Di Pietro si indirizza verso la politica. Già nell' aprile-maggio 1994, durante il periodo della formazione del governo Berlusconi, erano circolate parecchie voci sui tentativi per portare Di Pietro all' interno della compagine governativa, ma il 7 maggio, dopo un incontro con il presidente del Consiglio incaricato Silvio Berlusconi, il sostituto procuratore annuncia di aver rifiutato l' incarico di ministro dell' Interno. Il primo atto da cittadino è comunque l' accettazione di una collaborazione con il Libero Istituto Universitario Carlo Cattaneo (Liuc) di Castellanza (Varese), come docente nel corso di laurea nella facoltà di Economia Aziendale e nei corsi speciali per funzionari dell' amministrazione pubblica e per magistrati. 

Il 31 gennaio del 1995 la commissione stragi affida a Di Pietro l'incarico di consulente per coordinare le indagini sul terrorismo. La sua relazione sulla "Uno bianca" provocherà un' ondata di polemiche e il 5 giugno Di Pietro lascia l'incarico. Il 3 aprile Di Pietro intanto ha presentato formalmente le dimissioni dalla magistratura, che saranno accolte il 27.

LA GARA AL MASSACRO

Cominciano per lui anche le grane giudiziarie, una stillicidio di indagini e accuse dalle quali uscirà sempre a testa alta, completamente scagionato. La prima è del 7 aprile 1995: a Brescia, Di Pietro è iscritto nel registro degli indagati per le dichiarazioni del gen Cerciello che racconta di avere appreso di pressioni esercitate su altri imputati affinchè lo coinvolgessero nelle indagini assieme a Silvio Berlusconi. L'inchiesta, condotta dal pm Fabio Salamone, si conclude poco dopo con la richiesta di archiviazione fatta dallo stesso magistrato che, nel frattempo, però aveva indagato Di Pietro per varie altre vicende.



 Il secondo e terzo proscioglimento arrivano tra il febbraio e il marzo 1996 per le accuse di concussione e abuso d' ufficio per l'informatizzazione degli uffici giudiziari. Una quarta archiviazione  per alcuni esposti di Sergio Cusani; il quinto proscioglimento per un accusa di concussione ai danni dell' ex presidente della Maa assicurazioni Giancarlo Gorrini (prestito di 100 milioni, compravendita Mercedes) e per il reato di abuso d'ufficio per avere favorito l'amico Eleuterio Rea nella nomina a comandante dei vigili urbani di Milano. Il 15 ottobre 1997 Di Pietro è prosciolto dall'accusa di falso ideologico in relazione alla firma dei verbali di alcuni interrogatori delegati ad ufficiali di polizia giudiziaria. Il 10 dicembre 1998 è archiviata l' accusa di aver ottenuto l' uso di un appartamento in centro per aver favorito il socialista Sergio Radaelli nell' inchiesta sulle tangenti Atm. Il 18 febbraio 1999 Antonio Di Pietro è di nuovo prosciolto dall' accusa di corruzione per aver favorito, nelle sue inchieste, Pierfrancesco Pacini Battaglia. Analoghi risultati avranno i giudizi in appello e in Cassazione.

Contemporaneamente alle vicende giudiziarie, ed intrecciata con queste, procede anche la vita politica dell' ex magistrato. Il 20 novembre 1995, il quotidiano "La Repubblica" pubblica 8 domande di Di Pietro a Romano Prodi, che da qualche mese è sceso in campo come leader dello schieramento di centrosinistra: l' Ulivo. Il 9 dicembre 1995, ancora su Repubblica, Antonio Di Pietro espone il suo programma. Pochi giorni dopo, dal porto delle nebbie dei servizi segreti, esce il fascicolo "Achille", raccolto sull' ex pm, ma le minacce non si fermano lì. All' inizio di marzo del 1996 ai carabinieri di Palermo arriva una minaccia telefonica: "
Uccideremo Antonio Di Pietro sull' autostrada, all' altezza dello svincolo di Vasto sud". In seguito il mafioso Giovanni Brusca dirà di aver progettato un attentato contro di lui nel 1993 e anche il "pentito" Maurizio Avola affermerà che nel 1992 alcuni esponenti della cosca di Nitto Santapaola acconsentirono a compiere un attentato contro Di Pietro per fare un favore a "persone importanti". 

Sulle pagine dei giornali continua ad impazzare il toto-Di Pietro: "va con il centrodestra", "No, va con il centrosinistra", "Farà un partito giustizialista per conto suo", "è un golpista". L' 1 aprile 1996 Romano Prodi dice di essere convinto che Di Pietro non si schiererà con nessun partito e il giorno dopo, nella consueta rubrica sul settimanale "Oggi", l' ex magistrato conferma.

Intanto però l' Ulivo vince le elezioni del 1996, voto anticipato per la crisi prematura dell'alleanza di centrodestra che aveva vinto le elezioni del 1994. La Lega aveva abbandonato Berlusconi e la situazione era stata temporaneamente tamponata da un governo Dini. Dopo le elezioni, Prodi forma il nuovo governo e chiama Antonio Di Pietro al ministero dei Lavori Pubblici. Tra i primi atti del nuovo ministro ci sono un progetto per la riapertura dei cantieri interrotti per motivi giudiziari e una proposta per combattere la corruzione nel pubblico impiego. Il 13 novembre però Di Pietro è indagato a Brescia per l' ennesima volta, questa volta per concussione e falso ideologico nell' inchiesta sulle attività del banchiere Pacini Battaglia. Il giorno dopo si dimette da ministro dei Lavori Pubblici. Il 6 dicembre, su ordine della Procura di Brescia, la guardia di finanza compie un mare di perquisizioni (anche nelle abitazioni dell' ex ministro a Curno e Montenero di Bisaccia, al ministero, all'Università di Castellanza e nelle abitazioni di molti suoi collaboratori) che il Tribunale del riesame e la Cassazione dichiararono poi illegittime. Il 25 marzo del 1997 intanto Di Pietro diventa avvocato. Come ex magistrato l' iscrizione è praticamente automatica, senza bisogno di esami.

Il 16 luglio 1997, l' Ulivo gli offre la possibilità di rientrare nella grande politica come candidato al seggio senatoriale del Mugello, lasciato libero da Pino Arlacchi, andato all' Onu. Le elezioni si svolgono il 9 novembre. Di Pietro stravince con quasi il 68% contro il 16% di Giuliano Ferrara, candidato per il Polo, il 13% di Sandro Curzi, candidati di Rifondazione e il 3% di un candidato leghista. Le voci sulle sue intenzioni di fondare un nuovo partito continuano. Di Pietro replica: "In tanti mi dicono fai il partito. Fai il partito. E che ci faccio io con un partito ?". Di sicuro però Di Pietro non rinuncia al tentativo di smuovere le acque della politica e delle istituzioni,  non creando un vero e proprio partito ma un movimento.

All' inizio del 1998 è uno dei più attivi promotori della raccolta di firme per un referendum che intende abolire la quota proporzionale. Durante la raccolta delle firme sarà anche colto da un malore, il 5 giugno a Matera. Nello stesso mese è raggiunto l' obiettivo delle 500 mila firme e il 23 luglio, con gli altri leader referendari, deposita in Cassazione le 687.000 firme raccolte.

Ma per proseguire l' attività politica Di Pietro intanto ha costruito un suo movimento. Il 21 marzo del 1998, a Sansepolcro, l' ex leader di "Mani pulite" ha presentato "L' Italia dei Valori". Il gruppo politico di Di Pietro trova l' adesione anche di qualche deputato e senatore, tanto da costituire un sottogruppo all' interno del gruppo Misto. Il movimento di Di Pietro farà il suo esordio elettorale alle amministrative del 9 novembre 1998. Il miglior risultato è il 6,8% ottenuto a Treviso. Un mese dopo l'annuncio che per le elezioni europee del 1999 si sta lavorando ad una lista unica con il movimento dei sindaci Centocittà e i prodiani più fedeli all' iniziativa dell' Ulivo. All' inizio del 1999 l' alleanza, alla quale presto si accoda anche parte della Rete di Leoluca Orlando, dà vita ai "Democratici per l'Ulivo". Il 27 febbraio è presentato ufficialmente il partito "I democratici", che si presenterà alle europee con un asinello che somiglia molto ad un disegno disneyano come simbolo. 

Secondo i promotori, i partiti sono "quartier generali senza truppe" e non riescono più a interpretare il nuovo che emerge dalla società. Alle elezioni del 9 giugno, i Democratici ottengono quasi il 7,7% e 7 seggi, un buon risultato, ma forse inferiore a quelle che erano le aspettative più ottimiste.
A fine agosto Antonio Di Pietro annuncia che firmerà i referendum promossi da An e alcuni di quelli proposti deai radicali, perchè la via referendaria è l' unica strada percorribile per le riforme. 

La sua iniziativa provoca qualche polemica nei democratici e nell' Ulivo. Comincia la divaricazione che lo porterà, dopo una lunga serie di polemiche con Arturo Parisi, a lasciare l' Asinello e a riprendere la sua libertà d'azione. A gennaio del 2000, Di Pietro presenta un proprio documento congressuale in vista dell' Assemblea delle regioni, il parlamentino dei Democratici, in cui prevale però la linea di Parisi. Il 21 febbraio Di Pietro dice di aspettare le elezioni regionali come "prova del nove", pronto a presentare il conto in caso di insuccesso e critica quelli che definisce "tatticismi" e "squallide figurinette". Le elezioni regionali in effetti segnano la sconfitta dell' Ulivo e un risultato deludente per i Democratici. Il governo D'Alema prende atto del voto e si dimette. Quando comincia a profilarsi un nuovo governo Amato, Di Pietro dichiara sui giornali: "Amato non lo voterò" e aggiunge: "Quando stavano iniziando le indagini su Bettino Craxi, Giuliano Amato, che era presidente del Consiglio, partecipò ad una riunione in cui vennero tracciate le linee per delegittimare l' operato del pool 'mani pulite' e anche la mia persona". 

Il 27 aprile Di Pietro lascia i Democratici: "Non perdano tempo nè a minacciare nè a procedere ad espulsioni perchè me ne vado via da solo e invito a seguirmi tutti i democratici veri, quelli cioè che finora hanno fatto i veri asinelli, portatori di voti, consensi, lavoro e idee". I Democratici comunque lo espellono lo stesso.
Il 3 giugno Antonio Di Pietro annuncia un suo nuovo movimento, un soggetto politico che intende presentare proprie liste alle elezioni politiche del 2001. Lo stesso senatore del Mugello ne riassume il programma in sei punti in un...

"Manifesto di intenti"

1) Ci rivolgiamo a chi ritiene che l' esigenza di cambiamento istituzionale e politico in Italia non sia più rinviabile.

2) Obiettivi strategici sono la valorizzazione, diffusione e piena affermazione della cultura e dei valori della legalità, della trasparenza amministrativa e politica, del diritto alla "giusta informazione".

3) Vogliamo integrare i valori tradizionali di libertà, uguaglianza e giustizia con quelli nuovi della pari opportunità, sviluppo sostenibile, autogoverno, solidarietà e sussidiarietà, responsabilità, iniziativa, partecipazione ed europeismo, nel quadro di un sempre più avanzato federalismo europeo.

4) La nostra "Carta dei valori" ha nella sua matrice le grandi culture riformiste del Novecento: la cattura cattolica della solidarietà e delle autonomie familiari e sociali, la cultura socialista del lavoro e della giustizia sociale, la cultura liberale della libertà individuale e del buon governo, attraversate dalle grandi tematiche dei diritti civili, della questione morale e dei nuovi diritti di cittadinanza. 

5) Per questo "ci opponiamo non solo al vecchio dogmatismo delle ideologie fondamentaliste, ma anche ad un nuovismo superficiale fatto di un pragmatismo privo di principi, in cui tutto ha un prezzo, ma nulla ha più un valore. Il pragmatismo senza principi è una zattera senza bussola: una ricerca di poltrone vuote di ideali e di identità.

6) Non siamo dunque un altro partito, ma un 'fattore di riaggregazione, per il rilancio della questione morale e su questo "crinale" daremo il nostro contributo di consensi a quelle persone e a quelle forze politiche che siano, con noi, disponibili a porre la "questione morale", come fattore "pre-politico" per una buona politica.


Di Pietro usa anche internet come mezzo di comunicazione con gli aderenti e i simpatizzanti (l'indirizzo del suo sito è www.antoniodipietro.org ) e chiarisce spesso che non intende allearsi più nè con il centrodestra nè con il centrosinistra: 

"noi andiamo da soli - dice - e cerchiamo il voto dei cittadini, di destra, di centro, di sinistra e degli astenuti. Dopodichè lavoriamo per poter essere noi alternativi a Berlusconi. 
Non mi schiero da nessuna parte e mi rifiuto di essere pre-etichettato. Una cosa è certa: sono e resto alternativo a Berlusconi" ma per il centrosinistra "è meglio una salutare doccia elettorale che mandi a casa tutte queste persone e che sia una prima pietra di ricambio generazionale che attraverso l'Italia dei Valori si espanda a macchia d'olio per costruire la vera alternativa a Berlusconi. Mi auguro che il centrosinistra abbia la voglia di capire per tempo, perchè tempo ce ne sarebbe per rompere quel tavolo, mandando a casa tante di quelle persone che non ci "azzeccano" nulla, e per costruirne un altro basato non sul centro più sinistra, ma su una lista civica nazionale dove si possano ritrovare le migliori forze della società civile che sia la vera alternativa a Berlusconi". 

All' interno del centrosinistra però qualcuno, soprattutto Rutelli, non ha rinunciato del tutto al tentativo di recuperare l' ex magistrato.

 Francomputer 
Pluralisticamente accettiamo altre tesi - pro e contro
Non per partito preso o per attribuire torti o ragioni 
ma perchè è giusto cercare di capire


di recente è uscito il libro di Di Pietro (Laterza  Editore)

INTERVISTA SU 
TANGENTOPOLI
La ricostruzione "autentica" del magistrato e l'impegno del politico per l'affermazione della legalità


Antonio Di Pietro nel libro "intervista su Tangentopoli" a cura di Giovanni Valentini (edito da Laterza) parte dagli "anni terribili del Paese anormale" in cui dominano Gelli e la la Loggia P2 per ripercorrere e spiegare con chiarezza ed onestà intellettuale tutta la storia di quell'impressionante e radicatissimo fenomeno di corruzione, dopo che troppi, per troppo tempo, l'hanno fatto contro di lui e contro ogni principio di verità, con l' unico scopo di affossare il suo lavoro di magistrato prima e di minare in seguito la sua credibilità di politico .
E lo scenario che si dispiega sotto la solita regia "occulta" dalla fatidica data dell'arresto di Mario Chiesa fino alle dimissioni del simbolo di Mani Pulite (e oltre) è sostanzialmente inalterato, anche se con esiti "solo" drammatici rispetto a quelli tragici degli anni precedenti: la prefabbricazione ininterrotta di dossier-spazzatura (sotto varie latitudini politiche), il lavoro articolato di faccendieri "professionisti" e politici ai più alti livelli istituzionali, le campagne di disinformazione e di delegittimazione orchestrate che arrivano ad "anticipare" o "suggerire" come nel caso del Foglio i movimenti investigativi del Gico di Firenze.
Così come è in grado di smontare alla lettera, pezzo per pezzo, il "castello di accuse di Gorrini e il micidiale incastro del puzzle D'Adamo-Pacini pazientemente ed abilmente costruito tra Arcore e lo studio di Cesare Previti, Antonio Di Pietro demolisce uno ad uno i punti di forza della disinformazione mediatica all'origine berlusconiana poi semplicemente univoca ed imperante. Vengono respinte le accuse generalizzate e mai circostanziate di abusi e minacce e di uso disinvolto della custodia cautelare da parte del Pool di Mani Pulite, così come viene provata la inconsistenza e la faziosità di due leit-motiv tanto ricorrenti da essere divenuti per buona parte degli italiani due dogmi di fede (berlusconiana): il presunto accanimento contro il Partito Socialista (e contro Berlusconi in seguito) ed il corrispettivo trattamento di favore nei confronti del Pci-Pds.
Dall'accusa di "strabismo" a favore della sinistra è breve il passo verso la "persecuzione giudiziaria" che assume uno spessore e una valenza demonizzante quando la" vittima" del tutto casualmente e dopo che sono stati inquisiti centinaia di imprenditori assume l'identità di Silvio Berlusconi. La "particolarità" di Berlusconi è stata quella di urlare al complotto politico grazie ad "una vera campagna mediatica, condotta con grande dispendio di mezzi e di uomini che, forti delle televisioni e dei giornali di cui è proprietario, sono riusciti ad inculcare nell'opinione pubblica il tarlo del dubbio, trasformando nell'immaginario collettivo gli imputati in vittime e i giudici nei loro carnefici".
Anche sulle innumerevoli "amicizie pericolose" che gli sono state rimproverate, da Rea a D'Adamo fino a Pillitteri Di Pietro può dimostrare con le date di averle strette in tempi non sospetti e di aver tenuto strettamente separato l'aspetto umano da quello giudiziario.
La stagione precoce dei dossier comincia molto presto a dare i suoi frutti e la delegittimazione personale è tesa ad ostacolare, o meglio ancora, ad impedire il proseguimento delle inchieste In contemporanea al primo "colpo di spugna" e all'arrivo degli ispettori alla Procura Milano per indagare sulle indagini in corso che hanno coinvolto Paolo Berlusconi e stanno portando alla luce i rapporti tra Craxi e Silvio Berlusconi, a Brescia tra gli innumerevoli filoni di inchiesta contro il pool si apre sempre a cura di Fabio Salamone il primo dei copiosissimi fascicoli a carico di Antonio Di Pietro che solo dopo molti anni si vedrà prosciolto sempre in fase predibattimentale da ben 27 disparati capi di accusa. La scelta di abbandonare la toga è dettata dalla duplice esigenza di difendersi liberamente e di non compromettere irreversibilmente ed in via definitiva le indagini.
Il Di Pietro politico che "scende in campo "nel 97 quando D'Adamo parla e decide di candidarsi per l'Ulivo è un uomo che non ha mai fatto mistero di "non essere" di sinistra e che per due volte ha declinato le profferte di Berlusconi .Crede nella costruzione dell'Ulivo e si impegna strenuamente e coerentemente nella campagna referendaria tanto da sacrificare temporaneamente come gli ha giustamente rimproverato Paolo Flores D'Arcais la priorità della "questione giustizia". Molto presto ha la consapevolezza di essere solo e non in quanto straniero nel collegio "rosso" del Mugello ma perché "il nuovo centro-sinistra è fatto di transfughi del centrodestra, di spartizioni di poltrone e di favoritismi da Prima Repubblica, di accantonamento della questione morale e di inciuci con il polo berlusconiano." Da questa motivata delusione e dalla ancora più rafforzata determinazione di "non lasciare tutto in mano a quello che considero il pericolo numero uno della democrazia italiana: Silvio Berlusconi" scandisce a scanso di equivoci Di Pietro , nasce la decisione di fondare una lista civica per differenziarsi da un centro sinistra "politicamente incapace di esprimere un'alternativa seria alla dittatura berlusconiana".
L'unica discriminante valida secondo il fondatore di questa lista civica nazionale è "tra chi fa della questione morale una bandiera e chi l'ha abbandonata", e questo valore non a caso era uno di quelli fondanti degli stessi democratici, tra i quali occorre distinguere nettamente" il popolo degli elettori" che si riconosce negli stessi principi che l'hanno determinato a presentarsi autonomamente, rischiando tutto, dalla " casta degli eletti", autoreferenziale, trasformista e inaffidabile. E ribadisce instancabilmente che il presupposto autentico di cambiamento risiede solo nel rilancio della questione morale.
La fine ci riporta dunque all'inizio: il messaggio dell'uomo politico ci riconduce all'operato del magistrato soggetto soltanto alla legge che secondo la costituzione esercita il controllo di legalità nei confronti di qualsiasi cittadino. In questo e "solo" in questo risiede la dirompente ed inaccettabile rivoluzionarietà di Mani Pulite. Contro la realizzazione di questo presupposto dello stato di diritto e della democrazia si è scatenata l'offensiva reazionaria del rinato sistema partitocratico nel suo complesso. Il cosiddetto "primato della politica" si riduce ad una meschina rivalsa nei confronti della magistratura come ha evidenziato nel suo commento dall'eloquente titolo "La rivincita della politica che avvelena la giustizia" Giuseppe D'Avanzo sulla Repubblica di sabato 13 gennaio. "La transizione italiana non è finita; potrà finire soltanto quando sarà risolta la contrapposizione fra legalità e impunità :o vincerà l'una attraverso il ritorno alla normalità, o vincerà l'altra attraverso la normalizzazione".

Recensione di "Intervista su Tangentopoli" di Antonio Di Pietro a cura di Giovanni Valentini

Laterza editore £18.000

DANIELA GAUDENZI

dal sito http://www.antoniodipietro.org/

ULTIMO AGGIORNAMENTO DICEMBRE 2001


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