BIOGRAFIA DEI 120 DOGI DI VENEZIA (1)

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DALLA FONDAZIONE FINO ALL'ANNO 2000

VENEZIA, IL SUO STATO, I SUOI DOGI

Nessuno ritengo possa sottrarsi all'ovvia considerazione che Venezia fu il più duraturo e antico Stato d'Europa e che le sue istituzioni, dal primo Doge, Paoluccio (Paulicio) Anafesto (697-717), ancora circonfuso dai vapori della leggenda o se si vuole, da un'incerta storia, sino all'ultimo Doge, Lodovico Manin (1789-1797), abbiano rappresentato una continuità che è impressionante in massimo grado. La storia veneziana, sia per quanto riguarda "el mar" che arrivava ad Antiochia e a Costantinopoli, "sia la tera" che dal Friuli scendeva fino all'Adda va, prima di tutto, collocata entro uno scenario che ha come suo centro la complessa rete di ordinamenti e di governi dotati di autentiche autonomie, che per alcuni secoli furono uniche in Europa.
vedi IL "FEDERALISMO" DOGALE NELLA TERRA FERMA


LA LEGGENDA DI SAN MARCO - IL LEONE DI SAN MARCO
LA GONDOLA VENEZIANA - I COLOMBI DI PIAZZA S. MARCO
LA BOXE A VENEZIA - I MURAZZI - LE ZATTERE
VEDI VARIE SU VENEZIA


I DOGI


I primi duces di Venezia furono magistrati bizantini. La sostituzione con il Doge ("dose" in lingua venetica) avvenne fra il IX e il X secolo. 
In principio il dogato fu il vero centro del potere e le grandi antiche famiglie patrizie cercarono -e come vedremo dai nomi dell'elenco ci riuscirono- a rendere ereditaria e vitalizia la carica, che invece prima era assegnata per acclamazione
dai rappresentanti di una assemblea popolare dei sei rioni, da rinnovarsi ogni anno.

Nel 1032 si eleggono per la prima volta due consiglieri ducali. Un atto questo che impediva la formazione di un governo monarchico e quindi limitava i poteri di una sovranità dittatoriale del doge.
Dopo l'ultimo tentativo di una dinastia dogale (famiglia Michiel 1096-1172) la carica divenne una magistratura cittadina, soggetta a un maggior controllo. 
Nel 1143 si era già formato il Consilium Sapientium: un organo detto anche Consiglio dei Savi, composto da circa 35 membri. Tale organo, che deliberava sotto la presenza del
doge, è il primo nucleo del successivo Maggior Consiglio.

Dopo l'uccisione di Vitale II Michiel (1172) responsabile del fallimento nella guerra nell'Egeo, fu eletto l’uomo più ricco di Venezia, Sebastiano Ziani, usando per la prima volta una procedura indiretta con designazione da parte di undici elettori,  embrione del complesso e ben noto metodo misto di elezione e sorteggio in uso poi negli ultimi secoli.
Dal 1175 una lenta ma sicura evoluzione costituzionale mette sempre più in ombra sia i poteri dell'assemblea popolare (placitum), che quelli del Doge, a vantaggio del patriziato mercantile, il quale (a partire dal 1323) è in procinto di divenire  il vero signore di Venezia. Viene creato il Maggior Consiglio, emanazione dell'elemento nobiliare, il quale sceglie i quaranta elettori del Doge. Quest'ultimo, lungi dall'avere il potere assoluto di un tempo, acquista sempre più la figura di primo magistrato, con prerogative i cui limiti sono fissati dalla promissio ducalis.

Nel 1220 circa, compare nell’ordinamento veneziano un nuovo consiglio, quello della Quarantia, eletto analogamente al Consiglio dei Savi. In seguito i membri della Quarantia, i titolari delle singole magistrature e degli uffici furono assorbiti come membri di diritto nel Maggior Consiglio, la cui parte elettiva (Il Consiglio dei Savi) fu resa più numerosa. Come consiglio a sé la Quarantia svolse le sue funzioni nell'apparato giudiziario, sulla legislazione monetaria e in quella finanziaria.

Nel 1268 viene messa a punto la procedura di elezione del doge da parte del Maggior Consiglio, con dieci passaggi alternativi di elezione e di sorteggio culminante nella  designazione del doge. Fu usata per la prima volta per l’elezione di Lorenzo Tiepolo.

Nel 1297 avviene la  "serrata" del Maggior Consiglio.  La riforma che ne segue regolamenta la partecipazione e ammissione al Maggior Consiglio solo alle famiglie che in precedenza vi appartenevano (almeno da quattro anni), bloccando così l'infiltrazione di nuovi ricchi borghesi  che non appartenevano all'aristocrazia e da questa era guardata con un certo disprezzo.
Fu inutile e finì nel sangue del patibolo messo in piazza San Marco la loro congiura nell'anno 1300.
Nel 1310 altro tentativo di una congiura dei borghesi per rovesciare il potere dogale. L'appello rivolto al popolo dai congiurati rimase inascoltato e il tentativo di sovversione fu facilmente debellato e soffocato nel sangue. L'oligarchia dominante - dopo questi episodi- reagisce con il Consiglio dei Dieci, emanazione del Maggior Consiglio, che veglierà in futuro sulla sicurezza della Repubblica. (Un'altra congiura, fu ordita addirittura da un doge in carica, Marin Faliero, che fu decapitato nella piazzetta (1355). Gli esiti infelici di questi tentativi eversivi, sottolineano la differenza fra la situazione veneziana e quella di altre città italiane, dilaniate da lotte sociali e da scontri sanguinosi fra fazioni rivali (interne alla nobiltà o per l'ascesa di ceti inferiori)  ma tutte destinate a fallire. 
Venezia insomma preferì usare il "pugno di ferro". Tutti i funzionari erano soggetti a controllo del proprio operato da parte degli Avocadori di comun, che potevano chiamare a giudizio, chiunque avesse commesso irregolarità o si fosse macchiato di infedeltà alla costituzione. Le funzioni di polizia erano demandate ai Signori della notte.

Nel 1323 l’appartenenza al Maggior Consiglio divenne permanente ad accesso ereditario in via definitiva (morto il padre subentra il figlio o un parente). Cioè con un numero chiuso, chi era dentro era dentro e chi era fuori rimase fuori, fino al 1797 (salvo due "iniezioni" dopo il critico 1508 - quando 140 neo-ricchi - per lo più della terraferma -sempre snobbati- furono utili al vecchio patriziato al solo fine di riempire le casse vuote).
Questo regime può dirsi a ragione aristocratico, anzi di èlite, e se vogliamo anche democratico ma dentro la stessa aristocrazia, poiché le cariche maggiori furono divise tra non più di cento famiglie di un certo lignaggio e con cospicue ricchezze, anche se erano 286 le famiglie patrizie, pari a circa di media 900 individui ).

Lo Stato veneziano assume da questo momento la fisionomia definitiva di una potente REPUBBLICA oligarchica ma aristocratica e al suo interno democratica.
Dal sistema feudale, senza passare dalle vicende comunali italiane di tutto il secolo XII (Venezia non si eresse mai a Comune) passa direttamente a questo singolare sistema di governo che è pur sempre di tipo feudale, anche se diverso, e dove il popolo (abolito il placitum) pur credendo di poter esprimere indirettamente la propria opinione, in realtà era soggiogato alla volontà di "queste poche" famiglie benestanti, più vicine ai propri interessi che non a quelli generali. Ma in effetti le cariche che a "questi pochi" venivano affidate, le esercitavano bene, perché capaci, fanno veramente politica attiva, inoltre esercitando fin da giovani in vari campi acquisiscono non solo le capacità di governare, ma con i risultati che ottengono ricevono anche gli apprezzamenti degli altri patrizi indolenti, che non avevano, prima di tutto voglia di governare, e in secondo luogo sapendo di non esserne capaci preferivano delegare chi capace lo era veramente.

Chi proponeva tizio o caio, conosceva le capacità dell'eletto. Ed entrambi non potevano andare "fuori strada". Né uno né l'altro potevano fare imbrogli, anche  perché continuamente si scambiavano le parti, di sorvegliati (gli eletti) e sorveglianti (i proponenti). Quest'ultimi se sbagliavano, pagavano di persona (in prestigio e anche in denari) gli errori del loro prescelto.

 Venezia espandendo i suoi commerci su tutta l'area orientale del Mediterraneo divenne una delle città più potenti d'Europa, fino a quando entrata in crisi con le nuove scoperte delle rotte oceaniche che aveva spostato il baricentro dei traffici, le sue aspirazioni egemoniche, dal mare si rivolsero (non senza contrasti interni) alla terra ferma, con alcuni espansionistici successi, che però allarmarono "tutti" gli altri Stati.

In effetti al principio del Cinquecento la potenza di Venezia era al massimo; tuttavia doveva essere proprio il Cinquecento ad assistere al declino della grande Repubblica. Ma fu una decadenza luminosa che ebbe  ancora i suoi momenti di gloria e che ancora per molto tempo impose al mondo il magico nome di Venezia come simbolo della più alta civiltà, oltre che dell'efficienza. Basti dire che nel periodo più spento di iniziative (nel '700), gli altri Stati inviavano i migliori economisti a Venezia per capire come potevano i Veneziani vivere in quell'ostentato benessere mentre la politica sprofondava nell'isolazionismo più completo. Qual'era il suo segreto "politico".

Due secoli prima, gli anni critici dal 1508 al 1511 (Lega di Cambrai)  avevano messo a rischio l'esistenza stessa di Venezia. Ma ammaestrata dall'esperienza (mentre l'Italia cadeva sotto il dominio degli stranieri e fecero del territorio italiano una arena delle loro guerre) la città dogale manterrà, a partire dal 1525, una saggia neutralità nella situazione di conflittualità internazionale creata dallo scontro fra gli Stati europei. Periodo in cui fu perfezionata la costituzione veneziana, tutta giocata sulla possibilità di accesso della classe nobiliare e anche mercantile alle cariche pubbliche, attraverso una complessa serie di designazioni e di sorteggi (ma emarginando altri soggetti, la cosiddetta nobiltà povera, i barnabotti - che ritroveremo poi filo-napoleonici e alcuni perfino più rivoluzionari della stessa plebe).

Una neutralità quella di Venezia, che pur scongiurando una decadenza economica, non gli evitò però quella politica; ristretta questa a un gruppo di abulici nobili. Le prerogative politiche (del Consiglio dei dieci, del Doge, del Senato) si ridussero a svolgere solo funzioni negli affari "pubblici", e solo dentro la ristretta ricca aristocratica èlite, patrizi purtroppo pigri, non più amanti del rischio; proprio loro che l'avevano inventato il rischio (le società accomandatarie), e proprio in un momento che gli altri stati - il rischio - lo stavano scoprendo.
Eppure non mancavano menti aperte (che passeranno alla storia); è del 1736 il "consiglio politico" che Scipione Maffei dava ai veneziani: "associate il popolo al governo affinché partecipandovi prenda amore allo Stato e cooperi validamente alla sua potenza". 
(qualcosa del genere accadde, con Manin, ma era ormai troppo tardi, era il 1848!)
Maffei era stato ad Amsterdam, Londra, Parigi; e nella sua casa a Verona ospitò più volte Montesquieu, quello dello
"Spirito delle leggi", che divenne poi il vangelo degli Stati Uniti.

Ancora nel 1721 i patrizi veneziani bocciarono l'idea di una banconota per gli scambi con altri stati, lasciando l'economia languire, ispirandosi sempre a quel motto antimodernista che Foscarini continuava a ripetere ancora nel 1762:  "Impedir le novità perniziose e lassar le cose come le sta". Che a fine Settecento, equivaleva dire "lentamente lasciarsi morire" in un collettivo "suicidio" economico oltre che politico.

Durerà questo stato di cose fino all'anno 1797 rimanendo la Serenissima sempre di più isolata dalla grande politica europea, ed anche in quella italiana; che gli sarà però fatale.
Quando la città verrà investita dalle truppe francesi, il Maggior Consiglio
di questa ristretta oligarchia "democratica" multi-dittatoriale, decise la dissoluzione della Repubblica e la biasimevole resa a Napoleone (né potevano fare altrimenti) cercando di "salvare il salvabile". Il banchiere Lippomano rivolgendosi ai nobili angosciati di perdere titoli, beni e averi, fu del resto sincero e ben chiaro: "Bisogna essere delle nullità, come noi siamo, per riuscire a tenere tutto". Il 12 maggio  il M.C. in una drammatica seduta, votò e accettò il governo municipale napoleonico votando in massa la fine dell'aristocrazia, cedendo il monopolio del potere- che aveva avuto in mano in quasi mezzo millennio - con 598 voti favorevoli, solo 7 contrari, e 14 astensioni. 
Il popolino fu impietoso, li bollò tutti come dei  "calabraghe".
Fino a quel giorno le cariche nobili-oligarchiche erano 824 distribuite dentro le 286 famiglie aristocratiche veneziane, che erano all'incirca lo stesso numero che nel 1325 avevano formato il Maggior Consiglio (alcuni nomi provenivano ancora da Aldino, cioè più di mille anni prima).
Quasi nulla da allora era cambiato. Era sì una "democrazia" ma molto singolare perché era solo all'interno di una èlite. Era sì una Repubblica, ma di una èlite sovrana, senza "repubblicani".
 
I progressisti veneziani, la plebe e gli stessi  barnabotti, i quali avevano sperato nell'avvento di un vero regime democratico "popolare", rimasero poi profondamente delusi quando Napoleone anche lui "lasciò stare le cose come stavano"  e cedette Venezia all'Austria. 
E ancora più delusi furono l'anno dopo, quando nel febbraio 1798, dodici rappresentanti del patriziato veneziano giurarono -sempre a nome della ex élite dominante- fedeltà all'imperatore d'Austria, riuscendo anche questa volta "a tenere tutto".

Gli eventi successivi iniziano a far parte di un altro periodo storico di Venezia; che fu anche questo piuttosto tormentato, con tante altre delusioni e amarezze.
L'ultima, quando scrissero il 27 ottobre 1866, e misero la lapide nel Palazzo del Doge, dove si afferma che Venezia "è sotto" il governo sabaudo
(vedi la lapide ricordo)

 

E se Venezia iniziò ad andare "sottacqua" per quell'incuria che gli fu riservata dai montanari piemontesi (*), la popolazione dell'entroterra iniziò ad andare "sottoterra" per le malattie, la pellagra, la malaria e la fame o costretti a dover lasciare la propria terra 
perchè nel plebiscito ....non 
" ...tutto si svolse con mirabile ordine e fra universali manifestazioni di gioia".
Questo lo scrissero sui giornali e sui libri i prezzolati panegiristi dei sabaudi.

Nel 1900, in 24 anni, per la fame per la miseria, per la disperazione, 1.385.000 Veneti dovettero emigrare (una emigrazione biblica, fino allora sconosciuta nel Veneto)
Dovettero lasciare la loro terra, i parenti, i tosi e... l'ala protettiva del Leone di San Marco.
Più di uno partendo per "la Merica" con le lacrime agli occhi seguitò  "a bastemiare" :
"Viva Savoja! chè i n'à portà 'na fame roja" (fame troia)
"Savoja, Savoja, 'ntanto noaltri...'ndemo via... vaca roja.."
"Regno di Sardegna? chi lo ha in tel cul se lo tegna!"

(*) Una precisazione:
chi scrive qui non è di parte
non è un veneto! ma un piemontese! 
ma che ama il Veneto
le sue montagne, il suo mare, le sue valli
la sua storia, la sua arte, la sua tradizione, la sua gente.
E che non ho mai preso una lira da un veneto!!
Franco Gonzato


DOGI IN ORDINE CRONOLOGICO 
ANNI 697-827

le brevi biografie sono di Franco Prevato

I -  PAULICIO ANAFESTO (697-717)
Chiamato anche Paoluccio fu, probabilmente eletto DOGE dai "venetici", a seguito di situazioni politiche e belliche in atto nei territori limitrofi alla gronda lagunare veneziana in contrapposizione con la presenza romana, longobarda e romano-cattolica . La leggenda vuole che da Anafesto (forse tra i primi secondi nomi o cognomi qual dir si voglia), sia discesa la famiglia Falier, ma questo viene riportato nella "cronaca" del diacono Giovanni, solamente nell' anno 1000. Non si conosce il luogo reale dove il "primo" DOGE insediò il suo enclave. Sicuramente erano già sorte da molti secoli città peninsulari come, Adria, Altino, Chioggia, Este, Oderzo, Padova, Treviso e Vicenza (per rimanere ai limiti della gronda lagunare). Ma anche altre città insulari erano sorte come: Eraclea, Grado, Malamocco, Mazzorbo, Murano, Pellestrina, Rialto, San Pietro e Torcello.

II - MARCELLO TEGALLIANO (717 - 726)
La leggenda vuole che sia succeduto a Paoluccio Anafesto nel 717 ovvero, lo stesso "magister militum" che firmò il trattato con LIUTPRANDO (re dei Longobardi) assieme al suo predecessore. Probabilmente, come Anafesto, Marcello è solo un frutto postumo della "serenissima" macchina propagandistica. C'è chi sostiene che sia morto ad Eraclea nel 726 avendo dato origine alle famiglie Fonicalli e Marcello, chi invece, non sia mai esistito. Una cosa è certa che il "dux" romano, in quei tempi si stava trasformando in - "doge"- "duca" secondo l'etimologia fin qui adottata. Sull'etimologia mi è però sorto un dubbio, come dire, se invece fosse derivato da un latino più tardo "doga"? il significato sarebbe diverso perchè deriverebbe dal greco "doxi" che significa ricevere... come infatti accade alla doga di una botte che, assieme ad altre ricevono il vino. Mi è sorto questo dubbio perchè il "dux" era il condottiero imposto, mentre il "doge" veniva eletto (nei primi tempi) dopo aver ricevuto il consenso della popolazione o di una parte di essa. 

III ORSO IPATO (726 -737)
Nel clima di rivolta esploso in varie zone della penisola italica, a seguito degli editti iconoclastici proclamati dall'imperatore Leone III, tra i venetici presero il sopravvento forze antagoniste. Tra tumulti, guerriglie e scorribande non poteva certamente regolarizzare la situazione il popolo suddito; infatti furono gli uomini armati ad intervenire, così come imposero il nuovo doge. Fu rotto il "trattato Anafesto" di pacifica convivenza con i longobardi, firmato dall'omonimo doge e fu espressa una propria indipendenza. Nel 729 Ravenna occupata dai longobardi, dopo l'assalto a tutto l'Esarcato e la Pentapoli, venne liberata dalle forze venetiche. L'azione bellica trova l'ammirazione di Bisanzio ed Orso riceve la nomina di "IPATO" (console). Con gli anni le cose cambiano e mutano le alleanze anche per la crescita d'immagine che Venezia inizia a crearsi.

IV - DIODATO ORSO IPATO (742-756)
Dopo il "giallo" nella morte di "Orso", suo predecessore, torna a farsi presente il regime dei "magistri militum". Evidentemente i venetici dopo le prime affermazioni, non erano ancora pronti al totale controllo del territorio. Lo sbando è testimoniato dall'alternarsi al potere di Leone Domenico, Felice Corniola, Orso Diodato e Gioviano. La storia, non più leggenda, è ingarbugliata perchè il popolo venetico, l'impero romano e quello bizantino, vennero continuamente sottoposti a scorribande, saccheggi ed imposizioni da parte delle orde provenienti dai quattro angoli della terra. Non ultimi arrivarono i franchi di Pipino. Ravenna fu più volte presa e saccheggiata, resa dimora ed abbandonata dai longobardi ora sotto il regno di Astolfo. Così come molteplici furono le alleanze e le ripudie dei venetici. Finchè non emerse una figura risolutiva nei confronti della politica del doge Diodato Ipato (il significato di ipato è console di Bisanzio... e quindi si possono trarre le dovute conseguenze sul tipo di alleanze) , quella del suo successore Galla più propenso verso i nuovi "franchi" invasori. Diodato Ipato fu deposto ed abbacinato nel 756.

V - GALLA LUPANIO - (756-757)
 Dopo aver tradito "deusdeit (diodato) ipato" e dopo averlo fatto abbacinare (accecare *), si impone alla volontà del popolo venetico, con una elezione pilotata, Galla Lupanio. Anch'egli finisce accecato e condannato all'esilio. Di questo "condottiero" poco si sà, qualche storico lo vuole come fondatore della famiglia "Barozzi". Ancora oggi esiste il detto popolare sinonimo di "voltagabbana": voltabaròssi
(* il martirio dell'abbacinatura spettava ai traditori ai quali veniva consentito il diritto alla vita ma non ai beni terreni dei quali venivano privati , ivi compreso quello della vista. Consisteva in due modi diversi di "operare" sulla pubblica piazza: il primo a "valve chiuse", ovvero sulle palpebre abbassate veniva posta una lama resa incandescente e, a secondo del tempo impiegato, avveniva l'incollatura delle palpebre stesse con opacizzazione totale o parziale del cristallino; il secondo più cruento a "valve aperte", dove poteva accadere anche l'esplosione del bulbo).

VI - DOMENICO MONEGARIO ( 757 - 764) 
Il clima politico dell'epoca non deve essere stato dei migliori e, le verità tornano ad ingarbugliarsi. L'impero romano è ormai diviso da secoli. Purtuttavia i legami con le terre orientali del mediterraneo continuano a permeare la vita di tutti i giorni. si creano fazioni in appoggio alla "nuova " realtà, quella dell'indipendenza dagli uni e dagli altri e, come è nella natura dell'uomo altre fazioni sorgono in contrapposizione. Sono anni..., che diventeranno secoli, durante i quali si discuterà molto della questione "iconoclasta". Per mascherare, come spesso accade le rivendicazioni di chi non possiede nulla, rispetto a chi ha già anche il superfluo dell'epoca. Il dogado di Domenico Monegario è anch'esso permeato da una sorta di contraddizioni pro e contro Bisanzio. Così come subisce l'influenza di Desiderio, (re dei longobardi, salito al trono con l'appoggio del papa Stefano II , che lo preferì a Rachi, altro nobile longobardo. Astolfo morì senza avere eredi). Anche questa cronaca non finisce bene. 
Domenico Monegario finirà abbacinato e deposto nel 764 come i suoi ultimi predecessori. Venezia ed i suoi mercanti, nel frattempo cominciava ad espandersi, al di là delle beghe e delle questioni di corte, fossero esse laiche od ecclesiastiche. 

VII - MAURIZIO GALBAIO (764-787)
Eletto subito dopo il suo predecessore, il suo dogato sarà uno dei più lunghi nella storia della Serenissima "Repubblica" Veneta, durerà ben 23 anni che per quei tempi non era poco.
La cronaca lo vuole nato ad Eraclea, cittadina a nord della laguna veneta più vicina ai longobardi che non ai franchi e quindi Bisanzio che riscontravano invece, simpatie più verso sud ovvero: Malamocco e Clodia.
Ma con l'elezione di Maurizio Galbaio vi è una sorta di colpo di scena: l'immediata nomina di Ipato e Magister Militum da parte di Bisanzio che provoca la reazione di Desiderio re dei longobardi.
Il papa Adriano I spera che sia giunta l'ora di mettere le mani sulle terre veneitiche e sprona le velleità di Desiderio in nome dell ' "Eclesia Defensor".
Ma Desiderio non onora i patti sottoscritti da Carlo Magno e mette a ferro e fuoco tutte le terre dell'esarcato Ravennate.
Carlo Magno interviene, fino a cingerlo d'assedio a Pavia e nel 774 ottenerne la resa. 
Carlo Magno diviene re dei franchi e dei longobardi e si autonomina esarca di Bisanzio, quindi imperatore.
Il doge Maurizio Galbaio si sa barcamenare tra tutte le turbolenze in atto e a mantenere salde le redini del commercio con Bisanzio, muore nel suo letto nel 787.

VIII - GIOVANNI GALBAJO ( 787-804)
Giovanni figlio di Maurizio non ebbe difficoltà ad assumere la massima carica dei venetici, ovvero quella di "DUX", con il padre era già reggente del piccolo impero che si andava sviluppando verso oriente.
L'Esarcato di Ravenna (gli esarcati non erano altro, in sostanza, che delle grandi Diocesi) era già stata trasferita da Ravenna a Grado e i quattro esarchi, di Alessandria, Antiochia, Aquileia e Grado furono definiti "Patriarchi".
Giovanni tentò in qualche maniera di mantenere gli equilibri tra franchi, papato ed impero d'oriente e forse ci riuscì, quello che fa supporre la fine del suo potere non derivò da fatti politici esterni (il popolo venetico, in sè, stava più per mare e a commerciare più che attendere le questioni di casa).
La sua malaugurata idea fu, piuttosto quella di farsi affiancare dal figlio Maurizio (II ?) nei compiti di stato.
Dopo Maurizio e Giovanni , ancora un Maurizio Galbajo o Galbajione avrebbe potuto significare una monarchia anzichè una repubblica, ancorchè oligarchica.
Giovanni ed il figlio Maurizio furono esiliati.

IX
- OBELERIO ANTENOREO ( 804-810)
Le ambiguità dei venetici si manifestano a tutto tondo e sono rappresentate in pieno da questa famiglia, probabilmente proveniente da Asolo e stabilita a Malamocco.
Obelerio, filo -franco venne eletto ma gli fu affiancato il fratello Beato, filo-bizantino. Il suo dogado se pur breve fu molto travagliato. 
Le dispute territoriali e gli intrighi cortigiani si risolsero con la distruzione di Eraclea e la conquista dell'Istria bizantina.
I franchi di Carlo Magno divennero quindi, sovrani su tutto l'alto Adriatico. Ma Niceforo, Imperatore Romano d'Oriente inviò una flotta, capitanata dal patrizio Niceta che produsse un vero e proprio blocco navale davanti alla laguna veneta.
Obelerio ritornò sui propri passi, anche perchè i franchi non disponevano di una flotta per fronteggiare il nemico, giurò fedeltà a Costantinopoli e Beato riaccompagnò Nicetà in patria.
La vendetta di Carlo Magno non si fece attendere e nel 809 invio il figlio Pipino che riuscì a costituire una flotta imponente tanto da far capitolare tutte le città rivierasche.
Il Consiglio non più venetico, ma VENEZIANO da qui in avanti si ritirò a "Rivoalti" (l'attuale Rialto) e predispose il "ricevimento" della flotta di Pipino in seno alla laguna, attirata da piccole imbarcazione sin dentro a quello che, ancor oggi viene chiamato il "Canale dell' Orfano" e distrutta. 
Il Canale dell'Orfano attraversa la laguna a nord di Burano e probabilmente collegava l'Adriatico ad Altino. 
Con Rivoalti si era nel frattempo costituito anche un altro insediamento molto importante, ovvero quello dell'Olivolo", oggi San Giuseppe di Castello che assieme costruirono i primi nuclei abitativi e consiliari di VENEXIA.
Obelerio fu deposto ed esiliato nel 810, probabilmente perché avversò la decisione di ritirare il Consiglio all'interno della laguna.
Nel 831 tentò una sorta di rivolta, fu sconfitto e fatto decapitare da suo successore. 

X - ANHELO PARTICIACIO - Particiaco- Angelo Partecipazio ( 810-827)
I partecipazi si distinsero in tre dinastie, quella di Angelo fu la prima.
Angelo, protagonista nella difesa di Venezia, grande possidente di Eraclea, fu eletto doge al posto del suo predecessore in quanto aveva intuito l'unica strategia possibile nei confronti della flotta carolingia.
Il suo dogado fu, seppur contrastato dagli ormai consueti ondivaghi andirivieni della nobiltà elettrice, abbastanza tranquillo.
Le isole veneziane cominciarono ad essere rafforzate e rinforzate con materiali di risulta dagli scavi di parecchie "velme" (velma è il termine veneziano usato per definire le venature prodotte naturalmente dalle correnti di marea sul fondo fangoso e semi-affiorante, quindi paludoso).
Rivoalto venne consolidato e così come la parte occidentale dell'Olivolo, dove fu eretto il primo bastione con ponte levatoi e che divenne successivamente il palazzo dogale.
Con la benedizione di Ludovico il Pio ( ancorchè da Fortunato, patriarca di Grado insediatosi all'Olivolo), sotto Angelo nasce la prima zecca veneziana e le monete riportano la scritta "RIVOALTI" .
Costantinopoli tacque.
Angelo o Agnello morì nel 827 e sepolto a Fusina, lasciando in eredità il dogado al figlio Giustiniano. 

Franco Prevato

Bibliografia
I Dogi  di Claudio Rendina
Venezia Ducale di Roberto Cessi
Altino meievale e moderna
di Ivano Sartor - Ed Com. Altino

Storia Universale di Cambridge
-  Rizzoli
Venezia è caduta, di Paolo Scandaletti, Neri Pozza Ed. 1997
Delle Arti e del Commercio, Antonio Zanon, 1764
Storie di Venezia di Fredric C. Lane - Einaudi
Mercanti, navi,monete nel cinquecento veneziano  di Ugo Tucci  - Il Mulino
I Veneti di  Loredana Capuis  - Longanesi
Pietre e legni dell'Arsenale di Venezia di U. Pizzarello & V. Fontana - Coop L'altra riva di VE
Encicopedie
"Treccani"  - "Britannica"
E le  innumerevoli pubblicazioni di Alvise Zorzi
"Dizionario del Dialetto Veneziano" - Giuseppe Boerio - ed. Giunti 

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