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BIOGRAFIA DEI 120 DOGI DI VENEZIA (2)

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< QUI INIZIO

 ANNI 827 - 1118

XI - GIUSTINIANO PARTECIPAZIO (827-829)
Due anni di relativa tranquillità non fosse per le continue diatribe tra i patriarchi ecclesiastici di Grado ed Aquileia, sempre più intenti ad essere divisi in casa ed uniti verso l'esterno, in particolar modo verso quelli dalmati. 
Questioni ancor oggi mai risolte quando si parla di "iconoclastia", ovvero l'occidente schierato, quasi totalmente, contro la devozione di immagini "sacre" dipinte o scolpite e l'oriente a favore.
La leggenda vuole che durante l'ultimo anno del dogado di Giustiniano siano state trafugate, da Alessandria d' Egitto, le spoglie dell'evangelista Marco, diventando così il patrono della città in sostituzione di san Teodoro.
Da questo momento VENEZIA innalzò sugli alberi delle proprie navi un vessillo che incuterà riverenza e timore ma anche protezione, in tutto il medio oriente ed in parte dell'Africa settentrionale: il "Leone di San Marco". 
Giustiniano muore nel suo letto di morte naturale e lascia il dogado al fratello Giovanni lasciando in eredità i suoi averi "sub judice" alla costruzione di una chiesa "granda" (ovvero quella che diventerà nei secoli la Basilica di San Marco).

XII - GIOVANNI PARTECIPAZIO I (829-836)
Dogado molto contrastato, soprattutto da lotte intestine alla stessa nobiltà veneziana. Dopo vent'anni di esilio si ripresentò Obelerio a rivendicare un diritto non più suo. 
Al fine di non lasciargli spazi per ulteriori congiure, Giovanni fece radere al suolo Malamocco (sua città di elezione) e dopo averlo catturato lo fece decapitare con l'obbligo di esposizione della testa (come succedeva ai traditori). Ma evidentemente una gran parte della nobiltà veneziana non vedeva di buon grado l'ulteriore rafforzamento del potere dinastico dei Partecipazio. Forse le stesse famiglie vicine al casato dogale costrinsero Giovanni a rifugiarsi presso Lotario. Per sei mesi "el caregon" (trono) fu occupato da tale tribuno Caroso.
Con l'appoggio dei franchi di Lotario Giovanni rientrò a Venezia, Caroso fu accecato ed espulso (non fu ucciso perché console di Costantinopoli) mentre i complici furono sterminati.
Ma l'assolutismo dei Partecipazio non poteva avere lunga vita. Nel 836 dopo aver assistito ad una messa presso la basilica dell'Olivolo, Giovanni fu rasato e consacrato "chierico di Grado". 

XIII - PIETRO TRADONICO (836-864)
Da famiglia di provenienza istriana, non sapeva leggere e scrivere pertanto i documenti e gli editti venivano firmati con "signum manus". Il suo dogado fu contraddistinto dalle lotte ai pirati che infestavano le acque dell'adriatico, sui quali però Venezia non riuscì a concludere molto; dalle guerre contro i saraceni che avevano preso Bari e Taranto che sconfissero Venezia nella battaglia di Sansego (isoletta a sud di Pola) e dal "patto di Lotario".

Dopo secoli di guerre e cospirazioni, finalmente i due "blocchi": l'occidentale dei franchi e l'orientale dei bizantini, capirono che forse una piccola "Svizzera" commerciale poteva far comodo a tutti.
Nel 840, infatti Lotario riconobbe l'indipendenza di Venezia che divenne ducato sovrano su tutta la gronda lagunare e pochi territori limitrofi fino ad "acquas salsas", mentre da li a poco, Bisanzio nominerà il doge, suo spatario ed ipato.

Ma le congiure non finiscono mai di stupire a Venezia e Pietro Tradonico, dopo la morte del figlio Giovanni (co-reggente) finisce assassinato a colpi di pugnale all'uscita dalla messa di consacrazione della chiesa di san Zaccaria.

XIV - ORSO I PARTECIACO 864-881
Verso la fine dell'anno 864, i congiurati contro Pietro Tradonico furono catturati, processati e condannati a morte, e giustiziati probabilmente con il taglio della testa.
Il nuovo doge viene eletto quasi immediatamente ( n.d.r :l'elezione dei dogi, si ritiene, fosse per "fisc-ci de boca"- ovvero acclamazione)
Ad Orso I Partecipazio vanno i meriti di aver contenuto, in qualche misura, le scorribande marittime dei saraceni e dei pirati nell' adriatico, grazie anche a nuove costruzioni navali "più grande" e capaci di contrastare il nemico.
Morì di morte naturale.

XV - GIOVANNI II PARTECIACO 881-887
Dogado tra i più squallidi sin qui avuti.
Teso solo a rafforzare poteri, nepotismi e finanze famigliari. Per questi motivi e per la distruzione, nonchè predazione di Comacchio, Venezia ricevette la prima scomunica papale. 
Era probabilmente in animo di questa famiglia la discendenza ereditaria ma, si dice che la buona sorte non fosse dalla loro parte.
Giovanni II Partecipazio morì di malattia così come tanti suoi co-eredi "designati".

XVI - PIETRO I CANDIANO  887
Uno dei più brevi dogadi della storia di Venezia. Eletto "choram populo" dalle famiglie patrizie veneziane, probabilmente perché di discendenza imperiale romana.
Giovane e intransigente, condusse egli stesso una spedizione contro i pirati dalmati che infestavano le acque dell'adriatico.
Ma non dovevano essere stati tempi facili e durante la rappresaglia contro i "narentani" il doge fu ucciso. Durò in carica circa sei mesi.

XVII - PIETRO TRIBUNO 888-912
Dopo alterne vicissitudini e questioni di carattere ereditario del "soglio" (Venezia infatti assomiglierà sempre di più alla monarchia-?- o repubblica- ?- pontificia, nonostante i laici distinguo) dogale, l'elezione del doge ritorna in mano al "popolo".
Roberto Cessi -però chiarisce che il "popolo sovrano" è limitato a poche "schiatte" dalle quali era escluso il vulgo e l'artigianato.
Pietro Tribuno venne eletto in coincidenza con il tramonto dell'impero franco. 
Fu appellato dai veneziani con i titolo di "Onorifico e pieno di ogni bontà" essendo stato l'artefice della resistenza e dell'invasione degli ungari nei confronti di ALTINO città madre di Venezia . Altino fu comunque definitivamente distrutta e saccheggiata e nel 900 il documento del placito ( placito = assemblea dei "saggi") tenuto nel 900 riporta << ecco che venne l'abate del monastero di Santo Stefano altinate, Joanicio, sopraggiunto nel pianto e con angoscia ad esporre i danni del suo cenobio( monastero) e che i suoi possedimenti erano stati spopolati, poichè i coloni erano stati uccisi dagli ungari o erano fuggiti.>> 
Le sue battaglie contro gli Ungari si estesero anche a Treviso, Chioggia, Pellestrina e Malamocco. 
Da Bisanzio venne nominato protospatario ed acclamato dalle popolazioni venete come "liberatore".
Morì di morte naturale nella primavera del 911.

XVIII - ORSO II PARTECIPAZIO  (912-932)
Non ci sono attualmente gli strumenti, ne tanto meno le conoscenze storiche (anzi forse non ci saranno mai) per definire l'umana inettitudine posta ai sommi livelli istituzionali .
Dalle poche cose che si riescono a leggere, sicuramente Orso II Parteciaco deve essere stato una sorta di rappresentanza, squisitamente veneziana, "ante litteram" di questa umana situazione.
Ringraziarono, pertanto: diaconi, preti, abati, vescovi, cardinali e papi .
Ventanni di dogale presenza all'insegna del nulla.
Eppure pirati dalmati, saraceni, e narentani continuarono ad infestare le acque del mare Adriatico ovvero quelle del "Golfo Venetianorum" senza che il doge agisse di conseguenza.
Si può solo pensare che, probabilmente i Partecipazi più che averne le tasche piene, le avevano già gonfie (di denari).
Orso II era già di generazione successiva ai primi "parteciaco", con basi economiche e potenziali politici ben consolidati.
Forse non tanto capace di intendere e volere (perchè probabilmente generato attraverso un matrimonio consaguineo(?), fu usato dalla cosiddetta repubblica veneta e contemporanemente dal papato per i suoi lasciti.
"Alla sua famiglia si fanno discendere i N.H e le N.D. ( nobil homini e nobil done) dei "Badoer", perchè Orso stesso fu conclamato "Baduario" ovvero "figlio" di Costantinopoli (da Baduario: "patrizio bizantino" (Enc..Treccani).
Per la prima volta, sotto l'egida di tutti, fu concesso alla Serenissima Repubblica Veneta di battere moneta con zecca autoctona.
Orso II, dopo aver "abdicato" (strano termine per una repubblica (?) si ritirò in convento.
Dopo la morte fu dichiarato beato. 

XIX - PIETRO II CANDIANO 932-939
I movimenti commerciali di Venezia iniziavano ad estendersi in tutto il " golfo di Venezia", non più contrastati dalle grandi potenze dell'epoca.
Il dogado di Pietro II Candiano fu dapprima impegnato a consolidare il predominio della repubblica verso Comacchio e Ravenna e successivamente verso i territori istriani.
Dall' Istria pretese il tributo annuo di 100 anfore di vino in cambio di un libero mercato " a favore" degli istriani (sorge il dubbio che, la consistenza numerica degli abitanti dell' estuario e della gronda lagunare avesse ormai bisogno di un maggior apporto di "beni di consumo immediato" ).
Tant'è che il "concordato-imposto" non andò bene a Vintero ( duca di Capodistria) il quale impose il blocco alle attività commerciali dei mercanti di Venezia.
La risposta non si fece attendere: la flotta veneziana impose il blocco navale, ovvero un assedio da parte del mare ( forse il primo nella storia degli eventi marittimi che si ricordi)
La questione si risolse, per buona pace di tutti, con l'intermediazione del patriarca di grado.
Pietro II Candiano morì di morte naturale. 

XX - PIETRO BADOER PARTICIACO ( 939-942)
Figlio di Orso II Partecipazio.
La "Serenissima Repubblica", come più volte dimostrato, attraverso i suoi meccanismi quasi dogmatici, ogni qual tanto, cova in seno la bramosia del "regno".

I Badoer presenti, partecipi alle vicissitudini della repubblica veneta e ben vigili da secoli (sotto " non" mentite spoglie di : cugini , cognati, generi ecc... di qualcuno già eletto), con Pietro ritentano "le carte" dell'assolutismo trasmesso per via genetriaca.
Il dogado durerà poco, ma le tentazioni del potere assoluto rimarranno tali per i secoli futuri.

XXI - PIETRO III CANDIANO  ( 942-959)
Venezia, come si è più volte detto, ha ormai assunto un ordinamento politico diverso da quello monarchico ed il Duca viene eletto, non vi è quindi possibilità di tramandare il soglio attraverso la consanguineità.
Ciò nonostante, furono grandi le tentazioni di assomigliare al resto del mondo conosciuto, anche nelle trame e nelle tresche. La famiglia dei Candiano fu una delle tante a cadere in tentazione, così come successe con i Partecipazio. Così dopo Pietro I e II arrivò al soglio dogale anche il Terzo e non fu l'ultimo.
L'episodio che diede più lustro al Doge Pietro III fu la liberazione delle fanciulle rapite dai pirati narentani durante la "processio scholarum" , ovvero la festa dei matrimoni che si teneva il 2 di febbraio nel giorno della "Purificazione".
Con lo scopo di rapinare le genti Veneziane, i dalmati avevano atteso un giorno di festa per poter sferrare la sortita che andò a buon segno con in più dodici "fanciulle vergini" da vendere sui mercati levantini.
Pietro III fu prontissimo ad armare la flotta e condurla all'inseguimento dei pirati che furono raggiunti nella laguna di Caorle e trucidati.
Da allora la festa dei promessi sposi si chiamò "delle Marie": (Oggi reintrodotta all'interno del carnevale).
Nel 959 Pietro III fu costretto a cedere il passo al figlio Pietro IV il quale, assetato di potere, appoggiato dal marchese di Ravenna Guido e dal re Berengario, mise insieme un'armata e marciò contro il padre che sconfitto fu deposto dallo stesso figlio.
Nel frattempo Venezia, alle soglie dell'anno mille, aveva già assunto la connotazione di una vera e propria città urbana con insediamenti in muratura ed accessi fortificati ( Palazzo Ducale), anche se rimarranno sempre le acque le migliori mura di difesa.

XXII - PIETRO IV CANDIANO (959-976)
Il popolo veneziano lasciava fare finchè gli interessi del doge coincidevano con gli interessi generali. Ma Pietro IV fu invece molto determinato ad attendere i suoi affari, più che quelli della nazione.
Al fine di farsi proteggere dall' imperatore Ottone I emanò una serie di editti, ivi compresi il bando della schiavitù che andavano contro gli interessi di Bisanzio.
Con l'accusa di simonia fece arrestare ed accecare il vescovo dell' Olivolo il quale, per istituzione aveva sempre avuto la benevolenza di Bisanzio.
Ripudiò la moglie e sposò con nozze saliche la nobile nibelunga Waldrada. 
Fatalità, il vescovo di Grado Vitale, figlio di Pietro IV, fu nominato patriarca e metropolita di Venezia.
Ottone I concesse al doge la sovranità su tutti i possedimenti ecclesiastici in territorio veneziano, in cambio di un tributo annuo fisso da pagarsi in moneta imperiale o veneziana recante l'incisione "cristus imperat venecia". 
A sancire l'amicizia truppe mercenarie presidiavano il palazzo ducale. 
Bisanzio nel frattempo era divenuta insofferente perché vedeva rotti quegli equilibri sui quali aveva investito la propria fiducia in Venezia.
Nel mentre gli affari del doge andavano a gonfie vele, Ottone I morì (973).
Gli succedette il figlio Ottone II, il quale nel 976 fu troppo preso da questioni interne con il duca di Baviera (che si era alleato con la Polonia e la Boemia al fine di rivendicare l'esproprio della marca di Verona), per poter seguire anche le vicissitudini del doge di Venezia .
A Bisanzio fu solo necessario soffiare sulla brace che covava sotto la paglia. 
Il popolo, vessato da pressioni fiscali mai subite, la presenza di truppe straniere in città, i commerci con l'Oriente compromessi, si "incendiò" bruciando quasi tutta Venezia.
Pietro IV ed il figlioletto "Pietro", stanati dal fuoco e dal fumo che aveva attaccato anche il palazzo ducale, furono trucidati sul posto e per estremo disprezzo, i loro corpi vennero gettati nel del mattatoio pubblico. 

XXIII - PIETRO ORSEOLO I  (976-978)
Pietro I Orseolo fu eletto a doge nella basilica dell'Olivolo probabilmente per due motivi: il primo perchè discendente della romana "gens ursia" ed il secondo (ma non è dato averne certezza) perchè mise a disposizione la sua casa (poichè limitrofa) per l'attacco incendiario al palazzo ducale del suo predecessore.
Dalla moglie Felicia Malipiero (Badoer ?) ebbe due figli.
Il maschio di nome Pietro divenne doge a sua volta, mentre la figlia andò in sposa a Giovanni Morosini (altra famiglia estremamente ricca e nobiliare).
Il primo ed ultimo atto politico di Pietro Orseolo fu quello di assegnare alla moglie del suo predecessore Waldrada (sfuggita, non si sa come alle esecuzioni sommarie che avevano portato a morte il marito ed il figlioletto), tutti i beni della famiglia del consorte, giusto per non inimicarsi l'impero germanico. 
Waldrada era stata presa sotto protezione da Adelaide, ex imperatrice e vedova di Ottone I (ovvero imperatrice madre).
La sua opera primaria fu quella di ricostruire Venezia.
Probabilmente, Pietro Orseolo, molto compenetrato nel cristianesimo ortodosso, la notte del primo settembre 978 fuggì da Venezia (già vestito in abiti monastici).
Si ritirò in un monastero nella catena dei Pirenei ( Cuxa?).
Successivamente fu canonizzato dalla Chiesa cattolica e proclamato santo.
Oggi i reliquiari delle sue spoglie fanno parte del Tesoro di San Marco e custodite nella Basilica. 

XXIV - VITALE CANDIANO ( 978-979)
Doge di transizione, così come lo era stato il suo predecessore ( Pietro Orseolo I).
 A Venezia regna il timore che continuando la politica del compromesso non si possa più reggere.
Le famiglie che sin qui hanno praticamente regnato, hanno anche constatato la loro fragilità negli scontri con gli interessi di altre famiglie abbienti e gli interessi del popolo a queste legati.
E quindi in un periodo di transizione il doge deve rispecchiare la realtà.
Vitale Candiano dopo aver abdicato entrò in un convento e dove successivamente si ricongiunse col Padre. 

XXV - TRIBUNO MENIO (o Memmo) (979-991)
Il suo dogado fu caratterizzato da faide famigliari portate spesso alle estreme conseguenze.
La famiglia dei Coloprini imparentati con i Candiano entrarono spesso in conflitto con i Morosini che stavano crescendo di importanza. I Morosini erano imparentati con gli Orseolo ed erano filobizantini, mentre i Coloprini erano legati alle concessioni feudali di Ottone II.
In una delle tante risse morì il giovane Domenico Morosini ed i Coloprini furono costretti a riparare presso Verona sotto protezione dell'imperatore germanico, ed ebbe come conseguenza l'assedio di Venezia, un blocco navale ed un editto imperiale con il quale si vietava ai sudditi di commerciare con la città lagunare.
Vano fu il tentativo di far intervenire Bisanzio, nonostante il doge avesse inviato a Costantinopoli il figlio Maurizio.
I Morosini si vendicarono con il saccheggio dei palazzi dei Coloprini e la poca lungimiranza del doge permise l'arresto delle mogli.
La morte di Ottone II pose fine al blocco e all'assedio. Sembrava che gli animi si fossero sopiti ma, mentre Stefano Coloprini (il capofamiglia) non se la sente di ritornare, nonostante le garanzie dogali e ripara presso il duca di Toscana, gli altri rientrano in patria per essere trucidati dai Morosini, dopo pochi anni.
Durante l'assemblea popolare del marzo 991, Tribuno, ormai vecchio ed incapace di governare, fu deposto ed obbligato a farsi monaco della chiesa di San Zaccaria, dove morì dopo pochi mesi.
Durante il suo dogado fu promulgato il decreto dove veniva chiaramente espresso l'assoluta proprietà dogale sulla basilica di San Marco che doveva considerarsi una sorta di cappella privata e le funzioni ecclesiastiche delegate ad un "primicerio" ( dal latino primicerius = ufficiale iscritto per primo sulla tavoletta di cera, ovvero prelato posto a capo dei diaconi e dei chierici) 

XXVI - PIETRO ORSEOLO II - (991-1009)
E' il doge che accompagna Venezia ed i veneziani oltre il primo millennio. Fu probabilmente il primo "vero", "grande" doge della Serenissima Repubblica.
Attraverso la sua diplomazia riuscì a rendere docile l'impero d' occidente, così come quello d'Oriente, nonchè lo stato papalino.
Se a Ottone III concesse il padrinato di alcuni figli, in modo tale che l' imperatore d'Occidente divenisse "compadre" del "duca" di Venezia", per Bisanzio ed il papato riconquistò Bari e Taranto, cadute in mani saracene.
Questo lavorìo diplomatico e militare favorì i commerci ed il lavoro in maniera inequivocabile. Furono aperti scali, porti e mercati lungo i fiumi che portavano all'entroterra trevigiana e brentana.
Ottenne favori sull'interscambio commerciale e l'abolizione di dazi sull'importazione del SALE.
Riuscì a sconfiggere i pirati dalmato-narentani, mettendo a ferro e a fuoco Lissa, Curzola e Lagosta (Isole della costa dalmata che funzionavano da avamposto nelle scorrerie), riuscendo a risalire persino il fiume Narenta. 
Per la prima volta la flotta veneziana issa il "gonfalone di San Marco" (raffigurante il leone alato) benedetto dal Patriarca di Aquileia e dal Patriarca di Grado e non ultima la benedizione di papa Silvestro II.
Forse quest' ultima cosa potrebbe sembrare ininfluente se non fosse che, dietro alla formalità dei gesti e delle parole, vi fu il riconoscimento di Venezia da parte della terza potenza mondiale dell'epoca: lo stato pontificio.
Pietro II Orseolo morì di morte naturale nel settembre del 1009.

XXVII - OTTONE ORSEOLO ( 1009-1026)
Figlioccio di Ottone III, fu eletto doge all'età di appena quindici anni. 
La tentazione di tramandare la discendenza, da parte dei casati veneziani, ma soprattutto di imporre a Venezia questa volontà, da parte delle potenze imperiali e clericali fu sempre presente ed anche Ottone Orseolo ne fu testimonianza.
Dopo due anni dall'elezione fu sposato con la principessa Elena di Ungheria.
Il fratello Orso Orseolo divenne Patriarca di Grado, il Fratello Vitale Orseolo Vescovo di Torcello.
Alcune famiglie veneziane evidentemente avevano dimenticato che Venezia, seppur indipendente per i propri trascorsi, indipendente non avrebbe mai potuto esserlo del tutto se non rimaneggiando continuamente le proprie alleanze, attraverso sottili trame diplomatiche.
Ad Ottone Orseolo, infatti, costò cara la dimenticanza delle coperture politiche.
Il Patriarca di Aquileia Poppone scontento, perchè scontento fu papa Benedetto VIII, saccheggio Grado sotto l'indifferenza dell'indifferenza dell'imperatore d' occidente Enrico II.
Nè valse l'insediamento del nuovo imperatore Corrado II e di un nuovo Papa: Giovanni XIX.
Così fu sufficiente l'opposizione del doge Ottone all'insediamento del diciottenne Domenico Gradenigo al vescovado dell' Olivolo, per scatenare una rivolta capitanata da Domenico Flabianico.
La rivolta portò alla destituzione del doge il quale, in segno di disprezzo, fu rasato di barba e capelli ed esiliato a Costantinopoli. 

XXVIII - PIETRO CENTRANIGO  (1026 - 1031)
L'assemblea dei nobili, irretita da Flabianico, dopo la deposizione del predecessore, elesse Pietro Barbolano o Centranigo discendente di una ricca famiglia di Eraclea.
Ritornò sulla scena la sinusoide ondivaga delle alterne simpatie politiche, militari ma soprattutto economiche di Venezia.
Pietro Centranigo fu costretto a contrapporre gli interessi della Repubblica a tutte e tre le potenze mondiali dell'epoca.
Corrado II, imperatore d'occidente, costrinse papa Giovanni XIX ad un nuovo sinodo dei vescovi per confermare la supremazia di Popone cardinale d' Aquileia nei confronti del patriarcato di Grado caro invece a Venezia e Bisanzio (perché : patriarchali nomine utebatur).
L'imperatore d' oriente Romano Argirro. dal canto suo, aizzò gli ungheresi che vantavano, dopo il matrimonio del predecessore, un qualsiasi diritto.
L'assemblea popolare toccata nei propri interessi e, considerato lo stallo della situazione, non trovò di meglio che radere di barba e capelli anche Pietro e spedirlo in esilio a Costantinopoli. 

XXIX - DOMENICO FLABIANICO  ( 1032-1042)
Il soglio dogale rimase vacante per un anno dopo la deposizione di Pietro Centranigo.
Ricuciture e nuove alleanze avrebbero voluto riportare a palazzo ducale Ottone Orseolo a sua volta in esilio a Costantinopoli dove, fra l'altro i veneziani avevano costituito un punto d'appoggio non indifferente, praticamente una piccola città nella città.
Nel 1032 comunque Ottone Orseolo morì di malattia senza poter rientrare a Venezia.
Doge emblematico, probabilmente discendente e tribuno egli stesso della "gens romana" ma soprattutto ricco per i suoi commerci con la seta d'oriente.
Fu prima "capo-bastone" nel rappresentare il malumore popolare a dispetto delle famiglie nobiliari, poi il primo rappresentante di un potere sempre più oligarchico.
Si intravedeva all'orizzonte un "consiglio nobiliare" (minor consiglio) a sostegno degli interessi generali delle famiglie possidenti.
Durante il suo dogado Domenico Flabianico con Venezia, non furono combattuti dall'esterno, furono semplicemente ignorati, senza insegne o riconoscimenti imperiali o papali.
Il doge morì di morte naturale, lasciando però la Serenissima Repubblica in condizioni ben diverse da come l'aveva presa, ovvero: non avrebbe dovuto più chiedere il riconoscimento a nessuno ! 

XXX - DOMENICO CONTARINI I (1043 -1071)
Gli equilibri, in questo periodo, si rimisero sulla giusta strada. Al di la delle guerre contro Zara, città dalmata indomita, Domenico I non affrontò grandi controversie.
Zara fu sottomessa, Domenico I Contarini fu nominato prima "archiproto" e poi "magister" da parte di Bisanzio, nel mentre due papi (Benedetto IX e Leone IX) e l'imperatore d'occidente (Enrico III) tacquero.
La quasi- pace portò a grandi benefici, anche perchè il doge Contarini continuò nell'operato del suo predecessore Flabianico il quale attraverso l'espansione agricola dell'entro terra del Po ed il rafforzamento della flotta navale era riuscito a creare nuove facoltà economiche e quindi nuova nobiltà ed alleanze.
Durante questo dogado continua incessantemente l'opera di costruzione-ricostruzione della basilica di San Marco, prima pretesa come cappella dogale privata, da qui in poi come luogo di pubblica assemblea, clericale e politica.

Domenico I Contarini morì di morte naturale nel 1071 e fu sepolto nella chiesa di San Nicolò del lido da lui espressamente voluta e fatta erigere. 

XXXI - DOMENICO SILVO ( o Selvo) - ( 1071-1084)
Quando le cose non potevano considerarsi certe, a Venezia una certezza ci fu sempre: il popolo!
Già nella chiesa di San Nicolò del lido, durante i funerali del suo predecessore Domenico Contarini, Domenico Silvo fu chiamato ad occupare il soglio ducale dal popolo, accorso in moltitudine (innumerabilis multitudo).
La nobiltà non fece altro che accondiscendere e portarlo a spalla sino al palazzo ducale e quindi nella "cappella dogale" (oggi la Basilica di San Marco) dove il doge, entrato scalzo, ricevette l'investitura.
Probabilmente di alto lignaggio e di discendenza romana.
Fu prima ambasciatore di Venezia presso Enrico III e poi sposò Teodora, sorella dell'Imperatore d' Oriente Michele VII.
Gli interessi di Venezia con Bisanzio divennero ancora di più stretti.
Purtroppo papa Gregorio VII non vide di buon occhio questi rapporti anche perchè erano in piedi, ormai, distinguo di non poco interesse quali le divisioni all'interno dello stesso clero, nonchè le diatribe e le guerre iconoclastiche.
Così mentre il papato muoveva i normanni, i croati e gli ungheresi contro Venezia, Venezia fu costretta a difendere i propri interessi e quelli di Bisanzio.
Dopo una prima vittoria dei veneziani, nei pressi di Durazzo, la Serenissima subì una grossa sconfitta a Corfù.
La flotta, capitanata dal figlio del Doge (anch'esso di nome Domenico) fu colata a picco ed i sopravissuti deportati ed incarcerati dai normanni al seguito degli Altavilla.
Il risentimento del popolo veneziano non si fece attendere, anche perché il doge aveva ricevuto, da Bisanzio (con la crisobolla del 1082), il potere di tramandare la propria discendenza.
Domenico Silvo fu destituito e costretto al monachesimo. Morì nel 1087 e le sue spoglie giacciono nel loggiato della basilica di San Marco. 

XXXII - VITALE FALIER - Dodoni (1084-1095)
Consigliere del cosiddetto "Minor Consiglio", (cerchia ristretta di notabili ai quali il doge si rivolgeva per le decisioni più importanti), fu uno dei fautori della sommossa che portò alla deposizione del suo predecessore.
Il "concio o consìo" fu inizialmente denominato "Minor" proprio per il sistema oligarchico che governava il ducato.
Venezia anche se definita "Repubblica" in effetti, fino a tutto il secolo XII non fu nemmeno comune, ma più semplicemente un complicato sistema politico di tipo feudale, dove il popolo, che pur credendo di poter esprimere la propria opinione, in realtà era soggiogato alla volontà di poche famiglie benestanti, più vicine ai propri interessi che non a quelli generali. 
La flotta di Vitale Falier si riprese la rivincita sui normanni con la vittoria di Butrinto (importante centro della Caonia, provincia settentrionale dell' Epiro, odierna Albania). 
L'imperatore d'oriente, Alessio I Comneno grato per aver liberato l'Adriatico dai normanni, concesse al Doge il titolo di Duca di Dalmazia e Croazia (nonostante il re d'Ungheria Ladislao fosse divenuto anche re dei croati) ed un nuovo titolo coniato per lo scopo: "Protosevasto" (proto=primo, sebasto =augusto).
La zecca veneziana potè iscrivere sulle monete "S. Marcus Venecia" oltre al nome dell'imperatore.
Pur essendo stato un Doge illustre, la fortuna non fu dalla sua parte, perchè i territori governati subirono una grande carestia e Venezia stessa fu flagellata da fortunali e terremoti.
Per questo, il "puovolo" (popolo) non gli fu grato e durante il funerale ci furono motti di disprezzo.
Nel dicembre del 1095 fu sepolto nel loggiato della Basilica di San Marco.
Si suppone sia stato il primo Doge del quale si conservi una autentica immagine, effigiata in un mosaico di fronte all'altar maggiore della Basilica. 

XXXIII  -  VITALE I MICHIEL ( 1095-1102)
Appartenente ad una delle dodici famiglie cosidette "apostoliche", sposato con Felicia Corner.
Nonostante la chiamata alle armi da parte di Urbano II e l'adesione di Goffredo di Buglione, questo Doge inizialmente non concesse l'adesione di Venezia, forse perché non intravedeva i vantaggi da una simile spedizione ma soprattutto perché la flotta veneziana non era ancora preparata e pronta a simili eventi.
Goffredo di Buglione ad ogni buon conto partì con un seguito di 120 navi pisane, una scorta genovese e milizie provenienti dai quattro angoli del vecchio continente.
Capita l'importanza e la portata economica di questa guerra d'occupazione il Doge riunì l'assemblea Generale per difendere i territori in "terrasanta", non tanto per la conquista di questi quanto preservarli dal dominio pisano.
La proposta di Vitale Michiel fu accolta e a luglio del 1099, da San Nicolò del Lido salparono ben 207 navi tra navi armate e navi onerarie.
Il comando della flotta fu assegnato al figlio del Doge Giovanni Vitale ed al Vescovo dell'Olivolo di Castello Enrico Contarini.
A dicembre dello stesso anno a Rodi, la flotta veneziana intercettò navi pisane e le affondò.
Nella primavera del 1100 la flotta veneziana diresse verso le coste della "terrasanta", dove nel frattempo Goffredo di Buglione aveva preso Gerusalemme il quale però, orfano della flotta pisana non ebbe più modo di proclamarsi "Re di Gerusalemme" e fu costretto a scendere a patti con Venezia.
Venezia concesse a Goffredo i suoi servizi in cambio di poter stabilire un proprio quartiere presso ogni singolo territorio o città conquistata, non soggetto a dazi, tasse o gabelle .
Ben presto caddero Haifa, Giaffa, Mira ed i territori della Siria costiera. 
Da Mira vennero asportate alcune reliquie di San Nicolò a significare che se San Marco era il vessillo, San Nicola ne sarebbe stato il suo nocchiero.
Ma Vitale non fu solo accorto verso il vicino oriente, fu sapiente anche nei confronti dei ducati limitrofi dell'entroterra italico e probo, soprattutto nei confronti di Matilde di Tosana nell'acquisto di Ferrara, dalla quale riuscì ad ottenere gli stessi favori commerciali instaurati altrove.
Morì nella primavera del 1102 e fu sepolto accanto alla moglie, nel loggiato della Basilica di San Marco.

XXXIV - FALERDO (ORDELAF) FALIER DODONI  (1102-1118)
Figlio di Vitale Falier, predecessore di Vitale Michiel. 
Proveniva dal Minor Consiglio formato in particolar modo da membri delle famiglie apostoliche che assumevano le cariche pubbliche di giudici, consiglieri, ambasciatori e soprattutto militari.
La leggenda vuole che fosse mancino e che il suo nome: Odelarf fosse derivato dalla scrittura speculare, anticipando così Leonardo da Vinci di ben cinque secoli.
Le prime preoccupazioni per questo doge furono sicuramente dovute all'ingerenza del re d'Ungheria Colomanno che riconquistata Zara si riplocamò re di Ungheria e Croazia.
La guerra con gli ungheresi durò dal 1105 al 1115 con la ripresa di Zara e Sebenico ma gli strascichi durano per ben altri trecento anni.
D'altro canto le forze veneziane erano ormai profuse anche per le conquiste verso il vicino oriente.
Venezia in quel periodo ebbe fame di navi!
Ecco dunque il potenziamento iniziale e mai definitivo dell' ARSENALE" (situato ancor oggi verso il mare, di fronte all'isola delle Vignole ed in prossimità dell'Olivolo o San Giuseppe di Castello)
Anche Dante Alighieri, in visita a Venezia, rimase stupefatto della tecnologia, della maestria, dell'organizzazione e della sofferenza di chi vi lavorava in quella "frabbrica", tanto da cantarla nell' "Inferno" (XXI-7-15): "Quale nell'arzanà de' viniziani/ bolle l'inverno la tenace pece/ ...altri fa remi e altri volge sarte/ chi terzeruolo e artimon rintoppa"

La guerra fu comunque lo stato che caratterizzò questo periodo dogale.
Ultimata la guerra contro l'Ungheria, Ordelaf ripartì per la Siria dove, conquistò una parte della città di San Giovanni d'Acri e da dove vennero asportati, dal convento di Cristo Pantocrator, ori e smalti che ora si trovano nella "Pala d'oro" che costituisce il tesoro di San Marco (Parete spessa circa 15 cm larga 3.5 m alta 2m, tutta in oro massiccio, posta dietro l'altar maggiore della Basilica di San Marco).
La leggenda vuole che l'effige dello sposo dell'imperatrice Irene (grandissima donna che riuscì a porre fine alle guerre iconoclastiche) sia stata sostituita da quella del Doge Ordelaf, anche se fu felicemente sposato con Matilde, principessa di Puglia, sorella di Baldovino Re di Gerusalemme e fratello di Goffredo di Buglione.
Questo Doge "militare", non ebbe grazia di morire nel suo letto, fu trucidato a Zara dopo un'ennesima spedizione contro gli ungheresi.
Le sue spoglie furono sepolte nel sagrato della Basilica di San Marco.


Franco Prevato

Bibliografia
I Dogi  di Claudio Rendina
Venezia Ducale di Roberto Cessi
Altino meievale e moderna
di Ivano Sartor - Ed Com. Altino

Storia Universale di Cambridge
-  Rizzoli
Venezia è caduta, di Paolo Scandaletti, Neri Pozza Ed. 1997
Delle Arti e del Commercio, Antonio Zanon, 1764
Storie di Venezia di Fredric C. Lane - Einaudi
Mercanti, navi,monete nel cinquecento veneziano  di Ugo Tucci  - Il Mulino
I Veneti di  Loredana Capuis  - Longanesi
Pietre e legni dell'Arsenale di Venezia di U. Pizzarello & V. Fontana - Coop L'altra riva di VE
Encicopedie
"Treccani"  - "Britannica"
E le  innumerevoli pubblicazioni di Alvise Zorzi
"Dizionario del Dialetto Veneziano" - Giuseppe Boerio - ed. Giunti 

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