SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
DON GNOCCHI

"una delle figure cristiane più eroiche del dopoguerra"
( il Santo di 14.000 mutilatini )



PAPA' DEI BIMBI
MUTILATI DALLE MINE ANTIUOMO


di Ilaria Tremolada

Nell'immediato dopoguerra, l'Italia era un paese distrutto. Dopo una lunga occupazione, la penisola, liberata dagli alleati e dall'eroica azione dei partigiani, si trovava in condizioni economiche gravissime. Il sistema dei trasporti era in buona parte inutilizzabile: strade interrotte, ponti e ferrovie distrutte rendevano quasi impossibile la circolazione delle merci. Inoltre la classe politica si trovava di fronte all'enorme impegno di ricostruire, dopo più di 20 anni di fascismo, un'Italia democratica, che avrebbe anche dovuto accreditarsi presso la comunità internazionale attraverso la riconquista di un ruolo attivo nelle vicende diplomatiche.

Tutto ciò impegnava i partiti che erano rappresentati emblematicamente, dopo il 25 aprile, da Ferruccio Parri, scelto come nuovo primo Ministro per il ruolo di capo partigiano che aveva avuto nell'ultima parte del conflitto mondiale. La sua permanenza alla guida dell'esecutivo fu però breve. Alla fine di quello stesso 1945, Alcide De Gasperi, massimo rappresentante del rinato partito della Democrazia Cristiana, lo sostituiva dando inizio a quel dopoguerra di ricostruzione faticosa che avrebbe portato il paese verso la rinascita economica e diplomatica.

In questa Italia tutte le migliori energie venivano quindi spese per la ricostruzione materiale, per la programmazione del referendum istituzionale prima e delle elezioni politiche poi. "Incupita dalla grande paura del comunismo, che il pessimismo dei benpensanti ingigantiva di mese in mese" l'Italia ufficiale dimenticava così "le ferite della carne". Ma un uomo, un prete, "che pareva fatto di carta velina", don Carlo Gnocchi, riscattava con il suo impegno tutta quella grande fetta d'Italia che sembrava dimenticare l'esistenza delle sofferenze causate dalla seconda guerra mondiale.

A 100 anni dalla sua nascita, (siamo qui nel 2002 - Ndr.) "una delle figure cristiane più eroiche del dopoguerra" viene ricordata quest'anno da numerose manifestazioni che rinverdiscono l'attualità del suo operato. Sono almeno 2 i motivi che rendono attuale don Gnocchi: innanzitutto la triste e dolorosa presenza, anche oggi in tutto il mondo, di bambini mutilati dalle mine antiuomo, compagni nel dolore, di quei piccoli di cui si occupò, subito dopo la liberazione, il prete nato a San Colombano al Lambro; e in secondo luogo il valore di ricostruzione sociale che ha caratterizzato tutto il suo cammino di uomo e che risulta valido come esempio, in ogni epoca.

Lo scorso 11 marzo, Milano ha reso omaggio al padre dei mutilatini con una serata al Teatro Dal Verme durante la quale è stato presentato un filmato-documentario, dal titolo Amis, ve raccomandi la mia baracca che ripercorre le tappe della sua vita. In un'occasione, diremo istituzionale, come è stata quella al teatro milanese, alla quale hanno partecipato, oltre al presidente della Fondazione don Gnocchi, monsignor Angelo Bazzari, anche il sindaco del capoluogo lombardo Gabriele Albertini, l'assessore alla sanità Carlo Borsani e numerose altre personalità, l'aria che si respirava era comunque quella di una grande partecipazione affettiva che ha coinvolto tutti i presenti come un grande contagio.

L'idea di un mito, che se pure ha impedito che venissero fuori - ma del resto non era neanche il luogo - quegli aspetti severi del carattere di don Gnocchi, che si possono leggere per esempio nella cronaca con la quale il "Corriere della sera" del 29.2.1956 annunciava la sua morte, non ha però trasformato quella occasione in una cerimonia imbalsamata. La semplicità del film proiettato in anteprima e le melodie dei canti degli alpini, a cui egli si era unito come volontario durante la grande guerra, hanno comunicato la grandiosità di un uomo verso il quale tutta la società civile, e non la chiesa, sarà sempre in debito.

Le parole di Giovanni Paolo II colgono l'essenza di un uomo che pur essendo un prete aveva ben chiaro il valore dell'esistenza terrena oltre all'importanza della serenità spirituale. Il papa dice: "Egli non si accontentava di assistere le persone, ma intendeva "restaurarle", promuoverle, metterle in grado di ritrovare una condizione di vita il più possibile adeguata alla loro dignità". Con ciò si è già detto molto di quest'uomo e della sua vita dedicata ai bambini mutilati prima e a quelli poliomielitici poi. Ma è proprio a questo punto che dobbiamo stare attenti a non porre l'accento unicamente su alcuni aspetti della sua esistenza che sebbene siano i più qualificanti rischiano però di nascondere dietro la loro imponenza altrettanti caratteri ugualmente importanti per comprendere in tutto e per tutto un personaggio così poliedrico come don Gnocchi.

Lo storico Giorgio Rumi, professore di storia contemporanea all'Università Statale di Milano, di cui è in uscita una biografia dedicata al prete dei mutilati scritta in collaborazione con Edoardo Bressan, anch'egli docente alla Statale, sottolinea in un articolo pubblicato su "l'Osservatore Romano", che i primi contributi scientificamente corretti, riguardanti don Carlo Gnocchi insistono tanto sulle virtù del personaggio, sul suo disinteresse per gli onori e la carriera, ma non fanno di più. Si limitano cioè a prendere atto della sua santità senza domandarsi il perché ed evitando di approfondirne ragioni, significati e valori. Si dimentica così di analizzare tutto il retroterra ecclesiale ambrosiano all'interno del quale, la grande tradizione di carità risulta essere il punto di partenza e il "duraturo nutrimento" di tutta l'esperienza di don Gnocchi. Questo forse succede perché chi scrive di lui e si interessa della vicenda dell'apostolo dei mutilatini lo fa più per esaltarne santità e altezza morale che per ricostruirne storicamente l'esperienza.

Ma andiamo con ordine: chi era don Gnocchi? Quale fu il suo percorso di vita prima di rispondere alla vocazione ecclesiastica? Come si è confrontato con gli avvenimenti del suo tempo: il fascismo e la seconda guerra mondiale, a cui ha partecipato?

Carlo Gnocchi nacque il 25 ottobre 1902 a San Colombano al Lambro vicino a Lodi. In quell'anno per l'Italia iniziava un periodo di crescita e progresso che sarebbe stato scandito dai governi capeggiati dal mitico statista Giovanni Giolitti. La madre dell'apostolo dei mutilatini, Clementina Pasta, era casalinga, mentre il papà che faceva il marmurin, lavorava cioè il marmo per farne lapidi cimiteriali, morì quando Carlo aveva 3 anni lasciando con lui altri due figli più grandi: Andrea e Mario. In seguito alla morte del padre, la famiglia Gnocchi si trasferì a Milano dove la mamma di Carlo riprese a fare la sarta per mantenere i figli.

Il successivo spostamento, dal capoluogo lombardo a Montesiro in Brianza dipese da un nuovo lutto: la prematura scomparsa dei due fratelli più grandi. Negli anni successivi, a cavallo della prima guerra mondiale, don Carlo frequentò il seminario e venne ordinato prete il 6 giugno 1925. Destinato alla parrocchia di Cernusco sul Naviglio, che lascerà l'anno dopo per diventare assistente dell'oratorio della parrocchia milanese di S.Pietro in Sala, ebbe modo, grazie a queste prime esperienze, di mostrare una spiccata predisposizione per l'insegnamento, l'educazione e la pedagogia che si esplicò in quegli anni incerti e di passaggio tra stato liberale e stato fascista, nell'impegno verso i giovani che frequentavano l'oratorio milanese e verso le loro famiglie.

Dopo alcuni anni la sua opera sacerdotale, già molto apprezzata, venne notata e ben valutata dal Cardinale del capoluogo lombardo, Ildefonso Schuster. Quest'ultimo intuendo la passione di don Gnocchi per i giovani lo nominò assistente spirituale dell'Istituto Gonzaga di Milano e poi dell'Università Cattolica.

Era il 1936. Il fascismo dominava l'Italia ormai da 14 anni e don Carlo, che aveva all'epoca 34 anni, era un uomo dal carattere fermo e deciso, ma che viene descritto da tutti i suoi ragazzi come "vivace, cordiale, aperto, pronto ad avvicinare gli studenti più scontrosi, a convincere gli indecisi, ad agevolare le iniziative e gli slanci dei migliori." Spesso per passare del tempo con loro li seguiva sui campi da sci e nelle loro passioni, fossero sportive o di altro genere. Questa estrema disponibilità lo aveva fatto diventare ben presto il consigliere non solo dei ragazzi che frequentavano il collegio Gonzaga, ma anche delle rispettive famiglie. In esse don Gnocchi notava però una certa rilassatezza data dall'opulenza e ricchezza nella quale vivevano.

Da ciò venne l'idea di chiedere alle mamme degli alunni, che si riunivano periodicamente, di esercitare anche un po' di carità che egli avrebbe insegnato loro attraverso la pedagogia di un grande maestro, San Vincenzo De' Paoli. Venne così creata una sezione distaccata, presso l'Istituto Gonzaga, di quella Società delle Dame della Carità che da 80 anni aiutava i più bisognosi. Il Nunzio apostolico a Berlino monsignor Cesare Orsenigo, che era stato a lungo direttore spirituale delle Dame di Milano, diceva, dopo essere stato interpellato in merito all'idea avuta da don Carlo: "L'iniziativa di d. Gnocchi è un tipo a sé, con una propria fisionomia… risponde a un concetto nuovo, […] Bisogna lasciarlo fare con tutta libertà. Forse potrà segnare una via nuova, quella della carità organizzata accanto agli istituti educativi…[…] Voi non chiedete di più, non mandate a ispezionare o a controllare, lasciate fare."

Iniziava così, connotandosi fin da subito come innovativo, l'impegno di don Carlo. Nell'assolvere al ruolo di padre spirituale e di organizzatore della carità, don Gnocchi si poneva senza soluzione di continuità sulla scia della lunga tradizione lombarda e in particolare di quella ambrosiana che in ogni secolo e per ogni più diverso bisogno aveva saputo tendere sempre la mano. Tuttavia don Gnocchi si distinse dai fondatori delle opere di carità milanesi. Egli accompagnò "la sua gente sul fronte delle contingenze". Il suo fu un impegno a tempo pieno per il quale egli non contemplò mai in nessun momento la possibilità di una delega. Seguì i ragazzi del Gonzaga in guerra e si assunse, dopo il 25 aprile, la responsabilità di curare ogni aspetto della vita di quegli sfortunati bambini colpiti dalle bombe e dalle malattie che prese sotto la sua custodia. Non si limitò a dar loro un pasto caldo o una casa in cui vivere, ma si fece carico anche della loro istruzione e più in generale del loro benessere.

Negli anni '30, quando i giovani italiani erano esposti alla tentazione di seguire e incarnare l'idea dell'uomo nuovo proposta dal fascismo, don Gnocchi mise tutto il suo impegno nella creazione e diffusione di un'alternativa basata sull'esistenza cristiana. Tale alternativa doveva raggiungere i giovani attraverso le organizzazioni che lo stesso Mussolini aveva creato, persino attraverso la Milizia. La forza della chiesa durante il ventennio di dittatura risiede proprio in questo progetto: lo sfruttamento delle istituzioni mussoliniane, che per il numero altissimo di giovani che riunivano erano il migliore e più diretto veicolo di diffusione dei precetti cristiani. In termini assolutamente utilitaristici; il ragionamento seguito da don Gnocchi tendeva ad abolire il significato delle idee e delle scelte fasciste per volgerne completamente a suo favore strutture e strumenti. Contando sul suo grande potere e sul suo indubbio peso in una società come quella italiana, la chiesa cattolica, che Mussolini non poteva neutralizzare, ma che non poteva neanche ignorare, ottenne, grazie alla sua forza e al suo peso a livello internazionale, un riconoscimento ufficiale da parte del duce.

La firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929), seppure fu un indubbio successo per Mussolini, fu ancor di più un successo per la chiesa cattolica che in cambio della rinuncia a qualcosa che aveva irrevocabilmente perduto da quasi sessant'anni (il potere temporale) manteneva intatta la rete operativa ed educativa che faceva capo all'Azione cattolica entrando in concorrenza con il fascismo proprio sul terreno più delicato: l'educazione dei giovani. In questo modo l'istituzione ecclesiatica si poneva come un vero ostacolo, insieme alla monarchia, alle aspirazioni totalitarie dello stato fascista.

Su quanto appena detto aveva riflettuto a lungo anche don Gnocchi. In uno dei suoi primi scritti risalente al '34, L'insegnamento religioso nell'Opera Nazionale Balilla, che fa da battistrada, insieme ad Andate e insegnate dello stesso anno, a una lunga serie di lavori editoriali, il futuro padre dei mutilatini faceva notare che dall'alto dei suoi 4 milioni 327 mila iscritti, l'ONB era un "magnifico campo d'apostolato moderno, che può mettere il Sacerdote a contatto con zone vastissime di anime, non altrimenti accostabili per via ordinaria." Accanto a questo apparentemente mero sfruttamento delle organizzazioni fasciste c'era però anche una certa adesione alle idee mussoliniane che ben concordava con il consenso pieno ed entusiastico che tutta l'Italia tributava al Duce, in quegli anni a ridosso della guerra d'Etiopia.
Don Gnocchi citando il duce scriveva: "Andiamo verso forme nuove di civiltà (Mussolini)." E poi aggiungeva: "A noi spetta di far sì che siano mete di civiltà cristiana." Viene da osservare che probabilmente molto poco importava a don Carlo che le forme nuove di civiltà cristiana avessero le fattezze dello stato fascista. Al termine del ventennio mussoliniano egli avrebbe infatti dimostrato che la sua opera poteva realizzarsi in qualsiasi contesto istituzionale perché portava intatta in sé l'idea dell'esistenza cristiana che avrebbe tentato di realizzarsi in qualsiasi cornice politica.

Quanto detto ci aiuta a capire in modo inequivocabile quale fosse il fine di don Gnocchi e allo stesso tempo ci fornisce la chiave per interpretare le sue azioni che altrimenti sotto una normale lente analitica potrebbero essere considerate contraddittorie. La sua adesione al fascismo prima e alla resistenza poi, al dolore della guerra e a quello innocente dei bambini mutilati dalle mine sembra contenere aspetti tra loro inconciliabili che invece trovano nell'insegnamento cristiano una semplice spiegazione. Tutte le scelte di don Gnocchi, legate in un percorso assolutamente coerente, sono guidate e ispirate da un unico grande obiettivo: poter essere guida morale e spirituale della gioventù in qualunque situazione essa si trovi. In questo modo risulta facile intuire che il contesto istituzionale-politico acquista per don Carlo il solo significato di cornice all'interno della quale realizzare la propria vocazione educativa.

La scelta di don Gnocchi è severa. Quando scoppia la seconda guerra mondiale, molti dei ragazzi che egli istruiva al collegio Gonzaga e all'Università Cattolica vengono richiamati dallo stato e mandati al fronte. Don Carlo si arruola come cappellano volontario e parte nel marzo 1941 per l'Albania con il Battaglione Alpini Val Tagliamento. Sarà poi sul fronte greco e infine su quello russo insieme agli Alpini della Tridentina.
La guerra fu per don Gnocchi, come per ogni altro uomo richiamato alle armi, un'esperienza plasmante. Durante la catastrofica ritirata dal Don, gennaio-febbraio 1943, quando la temperatura era scesa di 40 gradi sotto lo 0, i pensieri di don Carlo erano tutti per i suoi compagni. In uno dei suoi scritti più conosciuti: Cristo con gli alpini, che risale al 1943, si possono trovare riflessioni come questa: "Può darsi condizione più disperante e più umiliante di quella che viene dall'impossibilità di soccorrere, di non avere più una benda per un ferito, la forza di stendere la mano a un congelato che si trascina carponi dietro la colonna, un po' d'acqua per un morente?"

Anche quando il tenete medico, Rolando Prada lo trova steso nella neve e lo carica su una slitta strappandolo alla morte sicura, egli chiede perché debba toccare a lui questo privilegio e non ad un altro alpino. In questa situazione disperata nella quale neanche il suo buon animo poteva fare niente per salvare concretamente la vita ai suoi compagni, don Gnocchi promette agli uomini a cui da l'ultimo conforto prima della morte che una volta tornato in Italia avrebbe fatto di tutto per aiutare le loro famiglie.

Così torna dalla Russia con "zaini zeppi di nomi, indirizzi, fotografie che aveva raccolto sui corpi dei morti, o con i portafogli che gli affidavano i feriti." Deciso a tenere fede alla promessa fatta ai compagni alpini, animato da uno slancio amplificato e moltiplicato dalla drammatica esperienza di guerra, comincia la ricerca delle mogli e dei figli dei combattenti di Russia. Girava la Brianza in lungo e in largo con un motorino, che non smise di usare neanche quando un'ordinanza del cardinale Schuster vietò ai preti di muoversi con tali mezzi. Unico fine di questa ricerca era quello di aiutare quei piccoli innocenti rimasti orfani perché il sacrificio dei loro padri non rimanesse vano. Alcuni passi contenuti in Cristo con gli alpini sono a questo proposito di un'eloquenza straordinaria:
"Lo sguardo dunque dei miei compagni perduti ho sempre portato desto e conturbante nell'anima fino a pochi giorni or sono, soffrendone come di un debito insoluto verso la morte, sentendone il peso come di un'oscura colpa personale. Ma ora non più.
L'altra sera, una chiara e fredda sera invernale, spazzata dal vento, i miei piccoli, gli orfani dei miei alpini dormivano tutti naufragati nei grandi letti bianchi, della casa austera e serena da poco preparata per loro. Dormivano il loro sonno di seta, popolato di corse spensierate al paesello alpestre, dalla voce pacata della Suora insegnante, nella grande casa nuova ancora tutta da scoprire. E nell'oscurità frusciante di innocenti pensieri e di sogni ridenti, tornai a vedere gli occhi desti e trafiggenti dei miei morti. Lente e stanche le palpebre del sonno scendevano su di essi. I miei morti finalmente riposavano in pace."


Questo passo appare a giudizio di molti uno dei più significativi dell'intero scritto. Commozione e passione lo pervadono coprendo, ma non azzerando quelle affermazioni, non del tutto condivisibili, con le quali l'autore dice che la guerra è permessa da Dio per purificare nel dolore l'umanità.
Dopo avere iniziato la sua opera di aiuto agli orfani di guerra, un giorno, don Gnocchi vide arrivare ad Arosio, dove stava in quegli anni, una donna con un bambino che aveva perso una gamba. La giovane madre disperata si era informata riguardo ai centri di assistenza ai mutilati e per sbaglio era stata indirizzata alla comunità di don Carlo.
Da quel momento i bambini colpiti dalle bombe furono la sua nuova sfida.
Nel '46 i mutilatini erano circa 14.000, ma la cifra era destinata a salire e anzi a raddoppiare entro la fine del decennio. All'inizio fu dura. L'Italia ufficiale era distratta, affannata e impegnata nella ricostruzione, così don Gnocchi dovette per necessità cercare i fondi necessari altrove. Girava nelle redazioni dei giornali e delle radio con buste piene di fotografie che ritraevano i suoi mutilatini. Ebbe l'appoggio di molta gente benestante, ma soprattutto ebbe la sua forza e il suo coraggio sostenuti da un carattere forte e deciso che venne definito da alcuni genitori di bambini mutilati: "severo, troppo severo".

Si può così tranquillamente affermare che egli sostituì lo stato. Benché avesse l'aiuto di alcuni benefattori, don Gnocchi si trovò però ben presto a fari i conti con grossi problemi economici. Oltretutto la cura degli orfani, dei grandi invalidi e dei piccoli mutilati poneva anche problemi di ordine pedagogico. Le diverse tipologie di handicap fisico richiedevano educatori preparati in modi differenti e poi necessitavano di laboratori per le terapie rieducative e di continue cure mediche. Quest'ultimo aspetto non era affatto da sottovalutare: i piccoli sfortunati erano infatti ancora molto giovani e i loro moncherini continuavano a crescere con il resto del corpo richiedendo interventi chirurgici periodici. Così ogni centro doveva essere fornito di laboratori, scuole professionali, palestre fisioterapiche, il tutto correlato da un corpo insegnanti molto preparato.

Lo studio di tutte queste problematiche, e soprattutto la loro risoluzione rendono l'opera di don Gnocchi estremamente innovativa. L'obiettivo di rendere questi bambini indipendenti, autonomi e utili per la società civile così da compierne la restaurazione sociale faceva dei centri per i mutilatini non solo dei centri di ricovero, ma soprattutto dei centri di formazione. Quello che don Carlo va creando negli ultimi anni '40 diventa così una sorta di rivoluzione dell'assistenzialismo caritativo che ponendosi altissimi traguardi sotterra ogni passato metodo rieducativo.

La pedagogia dell'apostolo dei mutilatini chiedeva la costruzione di un centro di tipo nuovo dove "accanto al supplemento di attenzioni e di pratiche, intese a favorire la maturazione affettiva ed intellettuale, ricreativa ed occupazionale, naturale e soprannaturale degli assistiti, le cure chirurgiche, la rieducazione professionale, la protesizzazione, l'istruzione scolastica, l'istruzione professionale e non il puro e semplice ricovero avrebbero dovuto costituire gli elementi prevalenti nell'assistenza, a pena di vederne dimettere non individui fisicamente riparati, intellettualmente e moralmente preparati, ma dei minorati fisici, degli storpi, dei monchi, sommariamente preparati per un lavoro il quale, per la mancata preparazione fisica del fanciullo avrebbe tenuto più conto delle loro manchevolezze che non delle loro attitudini e capacità."

Questa pedagogia così innovativa basata sul recupero e sull'esaltazione delle residue capacità di ogni singolo mutilato tale da farne un individuo capace di vivere nella società bastando a se stesso fu concepita pienamente da don Gnocchi durante il biennio '48-49. Furono questi gli anni nei quali il padre dei mutilatini, dopo avere costituito la Casa del Piccolo Mutilato, che si serviva anche delle strutture della congregazione di don Orione, agiva con grande pressione perché il nuovo e repubblicano stato italiano desse una mano alla sua organizzazione. La collaborazione con don Orione non soddisfaceva don Gnocchi che giudicava errati i suoi metodi di insegnamento e si trovò presto in disaccordo sulla provenienza del denaro, avendo scoperto che veniva ricavato dalle vendite di materiale bellico. Nel frattempo il numero di mutilatini si era indubbiamente stabilizzato. Ciò tranquillizzava don Carlo che non avendo mai smesso di propagandare la sua opera riceveva ormai riconoscimenti anche dall'estero. Inoltre le numerose lettere spedite da don Gnocchi ai ministri Scelba e Fanfani davano i primi frutti.

Il clima politico si era raffreddato grazie alla netta vittoria della DC nelle prime elezioni politiche dell'Italia democratica tenutesi il 18 aprile '48 contribuendo a liberare energie preziose che ora si potevano utilizzare per esempio per rispondere alle numerose richieste di aiuto di don Gnocchi. Ciò che lo stato proponeva per risolvere il problema dell'assistenza ai mutilatini era il coordinamento tra le varie strutture private e pubbliche che già se ne occupavano su tutto il territorio italiano. Poiché le strutture dello stato presenti a Napoli, Roma e in altre città italiane erano praticamente inutilizzate, si riconobbe in esse l'occasione per ampliare l'opera di don Gnocchi. Venne così stilato un abbozzo di statuto per la creazione di una Federazione istituti bambini mutilati di guerra che di lì a poco sarebbe stata costituita effettivamente con il nome di Federazione pro infanzia mutilata.
Sicché crebbe intorno a don Gnocchi un grande interesse anche da parte dell'opinione pubblica. L'incontro nel luglio '48 con il papa Pio XII e il conferimento a don Carlo del premio "Notte di Natale" da parte della municipalità milanese ebbero perciò il valore di una consacrazione pubblica che fu seguita poco dopo da quella istituzionale. Egli infatti ottenne in gestione dal governo, che dichiarava la sua incapacità a mantenere in efficienza quelle strutture, gli istituti di Parma e Bologna.

Rassicurato positivamente da tutti questi avvenimenti, don Carlo capì che era il momento per chiedere quella maggiore autonomia che ora più che mai gli sembrava necessaria per svincolare la Federazione da quei condizionamenti che ne rallentavano la crescita e lo sviluppo e che erano rappresentati nel concreto dalle altre organizzazioni di assistenza che essendo federate con l'opera del padre dei mutilatini richiedevano un coordinamento delle attività che ora stava stretto a don Gnocchi. Per di più all'interno della federazione avevano cominciato a manifestarsi dei forti dissapori soprattutto per quanto riguardava i metodi di insegnamento e la gestione esclusiva del problema del mutilati che l'Opera nazionale grandi mutilati di guerra voleva fosse suo appannaggio così da relegare in un secondo piano di importanza le organizzazioni private come quella di don Gnocchi.

Quest'ultimo capendo che la situazione andava complicandosi chiese al governo il riconoscimento giuridico che venne dato il 26 marzo del 1949. Il 12 aprile, la prima riunione del consiglio di amministrazione stabiliva la riapertura dell'originaria e prima casa di Arosio come casa di prima accoglienza.

"Sembrava, insomma, prendere corpo la speranza da tempo covata ma mai sino ad allora apertamente dichiarata, di poter giungere alfine a svolgere l'ormai ritenuta indispensabile funzione di supplenza ed integrazione nei confronti di uno Stato le cui strutture (anche a non voler tenere conto delle altre, pur vistose, insufficienze), nate per assistere adulti, apparivano sempre più inadatte".

E del resto le azioni dei responsabili della politica sembravano andare proprio nella direzione di una consegna delle proprie responsabilità. Questa nuova veste a metà tra il pubblico e il privato, comportando per con Gnocchi moltissime competenze e di conseguenza moltissime spese in più rispetto a prima complicò non poco la vita dell'associazione caritatevole del prete alpino. I soldi promessi dallo stato non arrivavano mai, oltretutto, la legge sulle pensioni per i mutilatini, che poteva essere una parte della soluzione, si era arenata in Parlamento insieme alle discussioni che dovevano stabilire a quale ed unico ente affidare tutto il percorso di ricovero, cura, rieducazione e qualificazione professionale degli invalidi di guerra. Ciò che si augurava don Gnocchi era di poter diventare l'interlocutore privilegiato dello stato e questo pensiero era costruito sulla convinzione che: "il modo più rapido, più economico e più conclusivo per lo stato di attuare i propri compiti assistenziali è quello di entrare in stretta e fiduciosa collaborazione con l'iniziativa privata. In questa umanissima attività, dove la giustizia e la carità si danno la mano, fin quasi a confondersi, né lo Stato deve fare senza l'iniziativa privata, né questa deve fare senza lo Stato."

Le cose però non andarono come don Gnocchi si augurava. La parte più laica del governo infatti fu agguerritissima nel difendere le prerogative dell'Opera nazionale invalidi di guerra e rifiutando le accuse di inefficienza che gli venivano addossate giunse a contestare la stessa qualifica di ente pubblico che era già stata data alla Federazione di don Carlo perché giudicata lesiva dell'autonomia dell'ente di Stato. Alla fine delle discussioni parlamentari e governative, il ricovero dei mutilatini venne affidato all'Opera nazionale che avrebbe dovuto però avvalersi del "concorso" di enti giuridicamente riconosciuti. Questa soluzione che ad una prima considerazione può sembrare una sconfitta per chi come don Gnocchi si era prodigato senza sosta, non fu in realtà una totale disfatta. Infatti la legge prevedendo il "concorso" di enti giuridicamente riconosciuti lasciava al padre dei mutilatini un seppur esiguo spazio di manovra che egli avrebbe sfruttato a pieno riuscendo a ottenere ciò che la legge gli aveva negato.

Il Parlamento votò uno stanziamento di 200 milioni di lire e poi permise a don Carlo, in seguito ai colpi delle sue continue e incessanti pressioni di entrare a far parte del consiglio di amministrazione dell'Opera Nazionale. Infine nel marzo 1951, quest'ultima associazione delegò all'organizzazione del prete alpino le prerogative che l'anno prima gli erano state attribuite dalla legge. In conseguenza a tutti questi avvenimenti, don Gnocchi sciolse la Federazione pro infanzia mutilata e fondò in sua vece la Fondazione Pro Juventute, che nel settembre di quello stesso '51 riceveva gli ultimi due istituti per mutilati che erano ancora gestiti dall'Opera Nazionale invalidi, quelli di Salerno e di Pozzolatico. A coronamento di questo percorso, un decreto del Presidente della Repubblica dell'11 febbraio 1952 dava alla Federazione pro Juventute l'ambìto riconoscimento giuridico.

Sicché la "battaglia" per i piccoli mutilati di guerra, come diceva don Carlo poteva dirsi conclusa. In 4 anni di intenso lavoro, tutte le istituzioni pubbliche e private che erano nate con lo scopo di aiutare i piccoli sfortunati avevano creato una rete di 20 collegi specializzati che contavano 40.000 posti letto, di cui 20.000 erano ubicati presso la Fondazione don Gnocchi. Erano intanto passati 7 anni dal termine della guerra e l'Italia governata da De Gasperi era un paese indubbiamente cresciuto e in pieno sviluppo economico. La guerra era un ricordo amaro e sicuramente ancora molto vivo nella memoria, ma alcune delle conseguenze del conflitto si potevano dire ormai risolte. Tra queste ultime c'era sicuramente il problema dei mutilatini. Don Gnocchi li aveva aiutati, curati, istruiti ed essi erano cresciuti: "Fu un giorno importante quando don Gnocchi si accorse che nel bilancio dei suoi istituti contava anche la voce "lamette da barba".

Ormai [i mutilatini] erano quasi tutti inseriti nella vita sociale." Ma don Carlo aveva ancora tante energie da profondere attraverso le sue strutture perfettamente organizzate. Uno dei numerosi problemi che attendevano ancora una soluzione era quello dei poliomielitici, sui quali don Gnocchi riversò da quel momento le sue attenzioni; del resto compartite tra tutte le categorie di giovani minorati. In quegli ultimi anni della sua vita, don Carlo profuse le ultime forze, viene descritto come smagrito, stanco, ma illuminato da un sorriso che comunicava la sua felicità interiore, alla cura di tutti i minorati fisici per i quali presentò anche una proposta di riforma della scuola elementare. Egli aveva studiato la situazione della scuola italiana e aveva concluso che essa era indubbiamente negativa. Gli istituti scolastici erano inadatti per i tanti bambini handicappati: non prevedevano corsi di recupero e non erano integrati da successivi corsi professionali di avviamento al lavoro. La riforma, che divenne un progetto di legge era già allo studio del Ministero della pubblica istruzione quando il 28 febbraio 1956 don Carlo morì.
Donò le cornee a due bambini che così riacquistarono la vista.

Lasciò in eredità, a chi ne continuò l'opera, la sua stessa vita, piena di insegnamenti.
Oggi la Fondazione pro Juventute, che porta il nome del suo fondatore, conta venti centri di riabilitazione e recupero in nove regioni e assiste 3500 persone ogni giorno. Nel 1986 il vescovo Carlo Maria Martini chiese che si cominciasse il processo di beatificazione. La curia romana accolse favorevolmente una richiesta, forse giusta, ma che, come dicono alcuni testimoni, non avrebbe impressionato don Carlo che "se fosse vivo, non ci terrebbe poi molto ad essere proclamato santo".

In effetti il suo carattere schivo e il suo disinteresse per gli onori e la carriera ci portano a credere che questa affermazione sia giusta o quanto meno sia in linea con la personalità di don Carlo.


BIBLIOGRAFIA
* Gli scritti, di: Don Carlo Gnocchi, Àncora, Milano, 1993
* Don Gnocchi, ritorno alle sorgenti, di: Aldo Del Monte, Piemme, Casale Monferrato, 1996
* Don Carlo Gnocchi, un uomo del suo tempo, di: E. Semenza, A. Colombo, Logos International, Pavia, 1987
* Il sole a mezzanotte ossia: l'anima di don Carlo Gnocchi, di: Virginio Sironi, Editrice Convivio letterario, Milano, 1968
* L'attività di don Carlo Gnocchi con i piccoli mutilati di guerra (1945-1956), di: Sandro Invidia, estratto da: "Bollettino dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia", N° 2 maggio-agosto 1991
* L'apostolato caritativo di don Gnocchi in alcune lettere inedite, di: Gian Paolo Melzi d'Eril, estratto da: "Civiltà Ambrosiana", N° 5 settembre-ottobre 1989
* Don Gnocchi, un testimone della carità ambrosiana, di: Giorgio Rumi, estratto da: "Osservatore Romano", 9 giugno1996
* Don Gnocchi si è spento serenamente a Milano, di: Orio Vergani, estratto da: "Corriere della Sera", 29 febbraio 1956
* Fino all'ultimo istante ha pensato ai suoi ragazzi, estratto da: "La Stampa", 29 febbraio 1956
* Fu l'apostolo di carità per i bimbi infelici, di: Ernesto Pisoni, estratto da: "Corriere della Sera", 27 febbraio 1966

Questa pagina
(concessa solo a Cronologia)
è stata offerta gratuitamente
dal direttore di
http://www.storiain.net


  ALLA PAGINA PRECEDENTE

CRONOLOGIA GENERALE  *  TAB. PERIODI STORICI E TEMATICI