SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIUSEPPE DOZZA

UN GRANDE SINDACO
DELL'ITALIA

"GRANDE UOMO E GRANDE POLITICO"

di LUCA MOLINARI

(E intervista sul personaggio a Renato Zangheri (storico e uno dei successori di Dozza come sindaco di Bologna)


Per 21 anni fu semplicemente "il Sindaco". Giuseppe Dozza nasce a Bologna il 29 novembre 1901, in via Orfeo, piccola via situata nel centro storico di Bologna.

Dozza ricevette la nomina a Sindaco della città dalle mani del generale inglese Hume nella primavera del 1945 e lasciò la carica di primo cittadino al compagno di partito Guido Fanti nel 1966, dopo che gli elettori bolognesi gli avevano confermato la fiducia in ben 5 elezioni amministrative consecutive raccogliendo anche il voto di elettori ideologicamente distanti dal suo partito, il Partito Comunista Italiano.

Fin dall’adolescenza manifesta idee democratiche e di sinistra. Si iscrive al Partito Socialista Italiano e, dopo il congresso di Livorno (1921) che vede la nascita del Partito Comunista, aderisce al neonato Partito Comunista d’Italia.

Durante il ventennio fascista è esule in Francia e poi in Unione Sovietica. È qui che nasce il legame affettivo e politico con il segretario del Pci Palmiro Togliatti, legame solido e onesto che non si incrinerà mai ed in cui le uniche divergenze saranno di carattere sportivo calcistico. Dozza, ovviamente, tifava per il Bologna, all’epoca "squadrone che faceva tremare il mondo", Togliatti, piemontese, era invece fedele tifoso juventino.

Dozza, alla caduta del fascismo rientra a Bologna e diviene uno dei membri del Comitato di Liberazione Nazionale formando, con Barontini ed Alberganti, il triunvirato che proclamerà l’insurrezione cittadina del 21 aprile 1945 che porterà alla liberazione di Bologna e al successivo ingresso in città delle truppe polacche che da giorni combattevano contro i nazifascisti ed i cui caduti riposano alla periferia est della città, tra Bologna e San Lazzaro di Savena.

Fu il Sindaco della Liberazione dall’occupazione nazista tedesca a dalla ventennale dittatura fascista.

Dozza e il suo partito, il Pci, ottengono un successo molto ampio nelle elezioni amministrative del 1946 e cominciano così i 21 anni di Dozza sindaco in cui il sindaco comunista uscì sempre vincitore dalle urne, anche nel duro scontro (1956) con il candidato indipendente della Democrazia Cristiana Giuseppe Dossetti, che con in suo "libro bianco" redatto da intellettuali cattolici come Luigi Pedrazzi (futuro vicesindaco nella giunta di centrosinistra del pidiessino post-comunista Walter Vitali, 1995-1999).

Dozza prese le redini di una città per il 70 % distrutta dalla guerra e in pochi anni contribuì in modo determinate a trasformarla in un modello invidiato e studiato in tutta Italia ed all’estero. 

Realizzò una rete di servizi pubblici (asili, rifornimento di acqua, trasporti pubblici ed infrastrutture) di primissimo valore, paragonabili ai migliori esempi delle migliori socialdemocrazie scandinava. La Bologna del comunista Dozza fu più simile a Stoccolma che a Mosca.

Fu il Sindaco della Ricostruzione.

Nella gestione dei servizi il pubblico fu preferito al privato e, grazie all’impegno dei migliori cervelli della millenaria e stimata Università cittadina (Campus Venuti, Renato Zangheri, Eustachio Loperfido, ecc…) che portò all’adozione di norme tributarie cittadine in grado di combattere l’evasione fiscale e di colpire la rendita parassitaria in modo da fornire alle casse del Comune fondi da investire e utilizzare per lo sviluppo dei servizi comunali pubblici cittadini. 

Dozza finì per il raccogliere l’eredita della migliore tradizione socialista del primo dopoguerra, non a caso stretto e onesto fu il sodalizio con Giuseppe Zanardi, socialista esponente del Psdi di Saragat e indimenticato "Sindaco del Pane".

Dozza fu il simbolo di un Partito Comunista che contava in città, che sapeva, e voleva, contare, modellando la città sulle linee della giustizia sociale, ma senza rinunciare mai al dialogo con l’opposizione democristiana, dialogo che a volte sfociò nell’accordo come nel caso della realizzazione della tangenziale cittadina.

Uomo di grandi rapporti umani, di grande calore, ebbe un rapporto personale ed istituzionale profondo e sincero con il Cardinale della città GIACOMO LERCARO (1)  con cui strinse una profonda amicizia tanto che l’anziano prelato si recò a trovare Dozza in punto di morte esprimendogli affetto e conforto. Il sindaco comunista Dozza si occupava alla crescita economica e sociale della città urbanizzando le periferie risanandole e costruendovici case popolari, centri ricreativi e farmacie comunali e il Cardinale Lercaro pensava alla crescita morale, etica e religiosa dei cittadini istituendo nuove Chiese e nuove parrocchie.

La lungimiranza di Dozza lo portò dopo lo scontro aspro con GIUSEPPE DOSSETTI (2), a non respingere a priori il programma dell’avversario, ma buona parte del programma dossettiano venne ripreso dal sindaco comunista. Nacquero all’ora i quartieri, enti del decentramento amministrativo cittadino che il futuro "Monaco di Monte Sole", aveva teorizzato e proposto nella campagna elettorale.

Nel 1966, ormai vecchio, malato e debilitato nel fisico, Giuseppe Dozza passava le consegne e la fascia tricolore di sindaco a Guido Fanti ed usciva per l’ultima volta da Palazzo d’Accursio.

Finiva la lunga era di un grande sindaco, uomo onesto, amministratore capace ed integerrimo che aveva creato, nel cuore dell’Emilia e dell’Italia intera, un’isola felice che sarà (e che per certi aspetti lo è tuttora) un modello di buona amministrazione. 

Segno tangibile dell’affetto che lo lega ai suoi amministrati è che, pochi mesi dopo la sua morte, il circolo del dopolavoro dei dipendenti dell’azienda consorziale dei trasporti pubblici urbani (ATC) mutò il proprio nome da Cral in Circolo Giuseppe Dozza e utilizzò la faccia del compianto Sindaco della Liberazione e della Ricostruzione, come proprio emblema.

Giuseppe Dozza è morto a Bologna nel 1974 all’età di 73 anni. 
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RENATO ZANGHERI RICORDA GIUSEPPE DOZZA


"GRANDE UOMO E GRANDE POLITICO" di LUCA MOLINARI 

(da "il nuovo informatore" novembre 2001)

"Giuseppe Dozza non fu solo un grande amministratore, ma anche un grande politico e un grande uomo. Proprio nell’essere stato tutte queste cose risiede la sua originalità". Con queste parole Renato Zangheri, eminente storico di fama e uno dei primi successori di Dozza come Sindaco con la "S" maiuscola di Bologna dal 1970 al 1983, ha voluto iniziare il suo ricordo dell’indimenticabile "Sindaco della Liberazione".

In cosa consisteva la forza di Dozza?

Nell’essere al tempo stesso molto umano, un sottile politico capace e molto popolare come amministratore. 

Quale fu la cosa più importante che ha caratterizzato l’era Dozza?

Fra le tante cose molto importanti la più significativa è stato il contatto con la popolazione. La capacità di ascoltare la gente, interpretarne i bisogni. Spiegare perché a volte le cose non si potevano fare. L’insegnamento principale che ci ha lasciato è proprio quello di aver saputo coinvolgere i cittadini nella vita di Bologna. Dozza fu sicuramente un uomo carismatico. Un carisma vero, senza bisogno di artifici. 

Da cosa derivava questo magnetismo?

Dalla sua grande personalità e dalla storia che aveva alle spalle. Combattente antifascista, internazionalista. Uomo coerente che tornava a Bologna dopo vent’anni in cui, per sfuggire alle persecuzioni fasciste, era vissuto in esilio. In quel lungo ventennio si era trovato nei punti cruciali della vita politica e culturale europea. La popolazione bolognese lo sapeva, ne conosceva i meriti. Ne apprezzava la coerenza e la capacità di stare in mezzo alla gente. 

Cosa è il "modello emiliano"? Un pezzo di socialdemocrazia scandinava trapiantato nel cuore della Pianura padana?

Non mi piace parlare di "modello". Sembra di voler insegnare ad altri come fare, invece ogni città ed ogni regione ha i suoi modi di risolvere i propri problemi. Parlerei piuttosto di una "caratteristica" della nostra vita sociale. Si tratta della capacità di unire l’iniziativa dei privati con la creazione delle infrastrutture e delle altre necessità da parte delle istituzioni pubbliche.

Come è cambiata la città in oltre mezzo secolo?

È cambiata in bene. Si è sviluppata: è una città più ricca con alti livelli di scolarizzazione e di professionalità. C’è meno sicurezza: è un problema fondamentale per una grande città. 

E il rapporto tra cittadini e amministrazioni pubbliche?

Purtroppo c’è un minore collegamento tra le istituzioni pubbliche e la popolazione. Questo non è un problema solo di Bologna, è una tendenza abbastanza diffusa nel Paese.

C’è oggi un erede diretto di Dozza?

Eredi diretti non ci sono mai. Le situazioni cambiano, ma ognuno di noi ha imparato qualcosa da Giuseppe Dozza. 

(1) CARDINALE GIACOMO LERCARO

Fu un uomo del dialogo. Fu l'uomo del Concilio Vaticano II. Furono questi i due aspetti più significativi della vita e del magistero del Cardinale Giacomo Lercaro, Arcivescovo di Bologna dal 1953 agli anni '60 di cui ricorre oggi 18 ottobre 2001 il 25ennale della morte.
Ligure di origine, di umile famiglia, figlio di un nostromo e di un'ortolana portò per tutta la vita il ricordo della miseria e degli stenti in cui, con i numerosi fratelli era nato e cresciuto. Della lotta alla miseria ed all'indigenza fece, infatti, la stella polare della sua vita sacerdotale: dalle trincee insanguinate della Grande Guerra in cui fu cappellano militare, fino alla guida spirituale di Bologna, ultimo e più importante degli incarichi ricoperti. 
Negli anni di permanenza nella città petroniana contribuì alla rinascita ed alla crescita di una città ancora sofferente per la guerra da poco finita. Operò in una città laica, ma seppe conquistarsi la stima e l'affetto anche degli avversari. Fu il sindaco comunista Giuseppe Dozza ad andarlo a ricevere con l'intera giunta comunale alla stazione al ritorno dal Concilio ed ad insignirlo della cittadinanza bolognese onoraria. Nessuno stupore. Negli anni della sua rinascita a Bologna collaborarono e cooperarono forze diverse ed a volte opposte. Se le giunte Dozza pensavano al benessere materiale e sociale delle periferie costruendo centri sociali, asili, farmacie comunali e case popolari, la Chiesa di Lercaro pensava alle esigenze spirituali delle anime edificando Chiese e luoghi di aggregazione per i fedeli. Per dirla con le parole di Giuseppe Dossetti, il "Monaco di Monte Sole" stretto collaboratore di Lercaro, bisognava "ricostruire la comunità".
Questo fu Giacomo Lercaro, l'uomo del Concilio che meglio seppe applicare l'insegnamento di Papa Giovanni XXIII che invitava a "cercare ciò che che unisce e non ciò che divide". 

(2) GIUSEPPE DOSSETTI 

L'EREDITA' DI GIUSEPPE DOSSETTI

Dossetti fu uomo di transizione, dimenticato fino ad un paio di decenni fa, quando è iniziato il difficile travaglio della democrazia italiana ed allora sono tornate di attualità le sue tesi ed i suoi insegnamenti.
Nessuno può avere un monopolio od un'esclusiva dell'eredità di Giuseppe Dossetti, anche perché è difficile parlare di una di tipo teologico, ma di tipo storico.
Nella storia personale di Dossetti vi sono contraddizioni tra gli anni della gioventù, un Dossetti fortemente innovatore sul piano costituzionale, e l'ultimo Dossetti, più conservatore e maggiormente legato al quadro costituzionale esistente. Si potrebbe, quasi paradossalmente, parlare di un parallelo tra la vita del monaco reggiano e quella di don Luigi Sturzo.
Ai tempi dell'Assemblea Costituente, Dossetti affermò che una Costituzione, contrariamente a quanto affermato dalla dottrina giuridica liberale classica, non è solamente un insieme di regole e di regolamenti, ma è, soprattutto una atto morale, un documento programmatico intriso di principi etici e morali. Per questo fu un oppositore del liberalismo classico che considerava troppo formalista. Per Dossetti dopo la caduta del regime fascista l'Italia non aveva bisogno solo di una ricostruzione formale, ma anche di una ripresa di spirito morale che trovasse espressione in un documento costituzionale.
Per "ricostruire la comunità", perché questo era il vero obiettivo dell'azione di Dossetti in Assemblea Costituente, occorrevano due fatti di primaria importanza:
- una "Costituzione in senso forte", ossia che non sia solo un insieme di leggi e norme, ma che contenga in se valori etici e morali in grado di farla apparire come il contratto, come il patto di una civile e fruttuosa convivenza con un forte afflato rivolto verso il futuro;
- il "partito politico", non da intendersi come macchina per la gestione del potere, ma come uno strumento di aggregazione e di scelta della classe dirigente. In quest'ottica fu affascinato dal modello e dall'esperienza del Partito Comunista Italiano di Palmiro Togliatti che, nelle cosiddette "regioni rosse", aveva saputo mescolare ed unificare i movimenti sociali della base con la ricerca, la selezione e la formazione di una classe dirigente di alto profilo in grado di far si che il PCI stesso, in tali zone del Paese, fosse identificabile con la "società": era proprio in virtù di tale situazione che il PCI riusciva ad avere ed a mantenere l'egemonia in tali realtà geopolitiche.

Dossetti abbandonò la vita politica a seguito dello scontro con De Gasperi al quale rimproverava di aver assecondato il Paese nella persecuzione di una politica di "basso profilo" a scapito di un politica con grandi slanci morali. Per non indebolire il leader democristiano e favorire, così, la destra di Gedda, si ritirò dalla politica attiva volendosi dedicare alla riforma della Chiesa intuendo che, a breve, vi sarebbe stato un Concilio Ecumenico.
Seguì gli studi fatti da studiosi tedeschi sul Concilio di Trento che stavano a dimostrare che il Concilio trentino no era stato convocato solo in risposta alla diffusione del protestantesimo, ma anche per dare risposte alle sempre maggiori domande di riforma e di innovazione che avevano attraversato anche quei Paesi e quegli Stati che non si convertirono al protestantesimo, ma che rimasero cattolici.
Su indicazione del Cardinale di Bologna, Giacomo Lercaro, mise le sue capacità e le sue conoscenze al servizio del Concilio Vaticano II in cui, scrivendone il "Regolamento", impedì l'approvazione dei testi già preparati dalla Curia romana, facendo si che si aprisse una reale discussione.
Nel frattempo aveva preso i voti.
Accortosi che, regnante Papa Paolo VI, la riforma della Chiesa aveva subito delle battute di arresto, intrapresa la via del monachesimo, iniziò un pellegrinaggio in Terra Santa, che sarebbe dovuto arrivare fino all'Oriente, per testimoniare come il bacino del Mediterraneo fosse stato la culla delle principali religioni.
Ultima fase della sua vita fu un ritorno in Patria ed alla politica attiva dopo la comparsa sulla scena politica della destra di Silvio Berlusconi, di cui temeva la pericolosa carica eversiva. In quest'ultima fase fu testimone dell'esperienza costituente e sempre più di frequente invitava al ricordo dei valori e dei contenuti della Costituzione. Fu una fase, per un certo senso, segnata da immobilismo, perché le Costituzioni vivono e si perpetuano nel tempo se sono circondate da consenso e non se diventano un intoccabile "libro sacro".
L'eredità di Dossetti, quindi, sembra maggiormente legata ai primi due momenti della sua vita:
- la "Costituzione come grande patto per l'avvenire", patto per la "società che non c'è" sottoscritto da gruppi di persone che credono in valori morali e che perseguono la creazione di una classe dirigente competente attraverso lo strumento del "partito politico";
- la "riforma della Chiesa".
Martedì 9 febbraio 1999


LUCA MOLINARI 


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