SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
AMINTORE FANFANI

IL 
“CAVALLO DI RAZZA” 
DELLA DC

di Luca Molinari

Amintore Fanfani è stato sicuramente uno dei più rappresentativi e caratteristici esponenti dello scudocrociato democristiano per tutto il primo cinquantennio repubblicano. 

Nasce a Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo nel febbraio del 1908, dopo una severa e rigorosa giovinezza, ottiene ben presto la cattedra di professore di economia. Comincia a coltivare in giovane età entrambe le sue due maggiori passioni: la politica e la pittura, la prima sarà la sua missione, la seconda il suo svago preferito.

Sotto il fascismo si avvicina al gruppo antifascista della sinistra cristiana guidato da Giorgio La Pira (anche lui toscano e futuro sindaco “santo” di Firenze) e da Giuseppe Dossetti (emiliano e futuro sacerdote dopo una duplice esperienza di vicesegretario della Dc): sono i cosiddetti professorini che, nell’immediato dopoguerra, entreranno nella Democrazia Cristiana dando origine ad una corrente di sinistra (i dossettiani) che criticherà da posizioni progressiste la leadership di Alcide De Gasperi. Fanfani, fin da allora, fu ispirato da una cultura cristiano sociale di stampo corporativo-progresssita con non poche venature di integralismo.

Dotato di un carattere schietto e di un sarcasmo capace di incenerire l’interlocutore, divenne ben presto uno dei dirigenti politici democristiani più apprezzati all’estero, ma meno stimato nel paese e, addirittura, avversato ed odiato nel suo stesso partito. Del tipico dirigente democristiano aveva poco, non la moderazione e la capacità di mediazione di un Moro, non la furbizia levantina e curiale di un Andreotti, né tantomeno l’eterogeneità e l’incorporeità di un Rumor o di un Forlani: Fanfani voleva essere un protagonista e da protagonista voleva contare nelle scelte decisive del suo partito e del governo, in sintesi voleva influenzare e determinare le linee guida del paese. Notevole erano le sue capacità organizzative e l’impegno profuso nell’azione politica: gli valsero gli epiteti di motorino del secolo e di cavallo (per i detrattori pony, vista la bassa statura dello statista aretino) di razza della Dc (l’altro purosangue di Piazza del Gesù era il pugliese Aldo Moro, per aspetto fisico e per carattere l’opposto di Fanfani). 

Nel 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente dove svolge magistralmente il ruolo di Padre della Patria: di sua produzione è la formula d’apertura della Costituzione repubblicana “L’Italia è una repubblica democratica. Il potere appartiene al popolo che lo esercita nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione” (art. 1) che seppe, soprattutto nel II comma, mettere d’accordo sia i sostenitori di “una repubblica fondata sulle libertà” (Ugo La Malfa e molti altri liberaldemocratici), sia i fautori di “una repubblica di lavoratori” (Togliatti e Nenni).

Dopo la stagione della Costituente inizia quella di governo. Nel 1948 la Dc di De Gasperi ha sbaragliato il Fronte popolare, Fanfani è stato eletto alla Camera nella circoscrizione di Siena (dove sarà riconfermato, sempre per la circoscrizione toscana, fino al 1968, quando il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat lo nominerà Senatore a vita) e De Gasperi necessita di una sponda progressista nella sua compagine governativa. La trova proprio nel politico aretino che viene confermato nell’incarico, assunto l’anno precedente nel IV Governo De Gasperi, di Ministro del Lavoro e della previdenza sociale. Sarà in questa veste che attuerà un vasto piano di edilizia popolare, le famose case Fanfani, che daranno da lavorare a molti disoccupati. Questa dottrina prettamente keynesiana, improntata alla realizzazione di ingenti opere pubbliche finanziate dallo stato, avrà due notevoli limiti: il non essere appoggiata, ma anzi ostacolata, in seno allo stesso governo dal titolare del Tesoro, il conservatore e liberista Giuseppe Pella (Dc)e l’aver riguardato quasi esclusivamente la parte centro-settentrionale della penisola, lasciando, così, il Sud Italia in uno stato di pesante arretratezza. 

Nel 1951, VII Governo De Gasperi, diviene Ministro dell’Agricoltura e delle foreste e nel 1953 compie il grande balzo: diventa Ministro dell’Interno nel VIII Governo De Gasperi, incarico in cui sarà confermato anche nel successivo esecutivo (sempre nello stesso anno) presieduto dall’antico rivale Giuseppe Pella (Dc).

Il 1953 segna la fine, con il fallimento della cosiddetta legge truffa, dell’era degasperiana e, più in generale, del potere dei vecchi notabili prefascisti approdati alla Dc dal Partito Italiano Popolare del primo dopoguerra (tra questi ricordiamo Piccioni, Scelba e Pella). Al congresso democristiano (il V della storia della Dc) tenutosi a Napoli dal 26 al 29 giugno 1954, viene eletto segretario del partito della Democrazia Cristiana, carica a cui sarà riconfermato al successivo VI Congresso della Dc (Trento, 14-18 ottobre 1956).

Nel gennaio del 1954 entrerà al Viminale dove allora aveva sede, in coabitazione con il Ministero degli Interni, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e vi resterà per neanche due settimane in quanto il suo esecutivo otterrà la necessaria fiducia del Parlamento.
Diventato, come si è visto, segretario della Dc, inizierà una politica di progressiva autonomia del partito dalle tradizionali agenzie collaterali (soprattutto la Chiesa), volendo fare della Dc un partito in grado di reggersi sulle proprie gambe e di fare concorrenza sul piano dell’organizzazione alla perfetta e capillare diffusione sul territorio del Pci. 

Sul finire degli anni ’50, sull’onda della svolta presidenzialista attuata in Francia dal generale Charles de Gaulle, tenterà di aumentare il potere e l’incisività dell’esecutivo e del suo presidente. Non si era ancora in un clima di riforme costituzionali e, quindi, Fanfani, pensa di arrivare a ciò concentrando nelle proprie mani sia la carica di segretario politico della Dc (che detiene dal 1954), sia la presidenza del Consiglio dei Ministri che conquista nel 1958 a guida di un bicolore Dc-Psdi. Ma l’attivismo fanfaniano spaventa molti, dentro e fuori da Palazzo Sturzo, di qua e di la dal Tevere, per cui in meno di un anno perde sia la segreteria del partito (che cederà a Aldo Moro), sia la guida del governo che nel 1959 passa a Antonio Segni (Dc). Sarà questo il più grande fallimento dell’attivismo di Fanfani che tornerà alla ribalta solo nel 1960, dopo la tragica esperienza di governo di Fernando Tambroni che aveva tentato una svolta a destra ed autoritaria con un gabinetto che si giovava dei voti determinanti  del Movimento Sociale Italiano. 

Gli anni ’60 sono gli anni d’oro di Amintore Fanfani che darà inizio ad una nuova stagione politica caratterizzata dalla nuova formula di governo del centro-sinistra di cui sarà lui stesso l’iniziatore con i suoi governi (III-IV 1960-63) che, composti dalla Dc, dal Psdi di Saragat e dal Pri di Ugo La Malfa, godrà dell’appoggio determinante del Psi di Pietro Nenni che aveva imboccato una linea autonoma rispetto al Pci dopo anni di patti di unità d’azione a sinistra.
Sono questi gli anni della programmazione economica sostenuta, oltre che dallo stesso Fanfani, anche dal leader repubblicano La Malfa e dal socialista (ex azionista come La Malfa) Riccardo Lombardi. La destra economica e politica (interna, Scelba, Segni, Andreotti, ed esterna, il Pli di Malagodi, alla Dc) ritengono questa esperienza di governo troppo avanzata o, per meglio dire, troppo “attivista” l’uomo, cioè Fanfani, che la conduce. 

Dopo la sconfitta elettorale Dc del 1963 (con notevole  aumento dei liberali “confindustriali” di Malagodi che fece toccare al Pli il suo picco storico con il raggiungimento di oltre il 7 % dei voti, molti dei quali ottenuti a danno proprio della Dc) la guida del governo va al più mite Aldo Moro che, incurante delle opposizioni delle destre interne ed esterne al partito, continua nell’esperienza di centrosinistra, inserendo, ed è la prima volta dalla primavera del 1947, dei ministri socialisti nel governo del paese. Nel dicembre del 1963 Pietro Nenni diviene Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, e i suoi compagni di partito Giacomo Mancini ed Antonio Giolitti diventano rispettivamente Ministri della Sanità e del Bilancio: “Da oggi ognuno è più libero” titolerà l’Avanti, l’organo ufficiale del Psi. 

Fanfani è estromesso dai giochi di potere e vede altri (Moro) alla guida della creatura (il centro-sinistra) da lui stesso ideata e realizzata. Le differenze tra i due modelli di centro-sinistra risiedono soprattutto nel fatto che per il leader aretino il centro-sinistra doveva innanzi tutto compiere riforme strutturali e di sistema in modo da sconfiggere i comunisti (ed indebolire gli stessi alleati socialisti!) sul loro stesso terreno politico, invece il leader pugliese (e per il Presidente della Repubblica in carica, il democristiano Giovanni Gronchi) intendeva il centro-sinistra come una formula più marcatamente politica in grado di aumentare il numero degli attori politici partecipanti all’azione di governo (Moro tenterà, pagando con la vita, la stessa cosa nei confronti del Pci nella seconda metà degli anni ’70). Nella seconda metà degli anni sessanta Fanfani comincerà a compiere una svolta moderata e, cominciando a sognare il Quirinale, carica alla quale nessuno nella Dc vuole farlo eleggere, assumerà sempre più tenori conservatrici tanto da guidare, nel 1974, da segretario della Dc (rieletto a tale carica al XII congresso democristiano tenutosi a Roma dal 6 al 10 giugno 1973), la sciagurata campagna referendaria favorevole all’abolizione del divorzio. 

Sconfitto nel 1974 sul tema del divorzio e duramente punita la Dc nelle elezioni amministrative della primavera del 1975 che videro un’imponente avanzata elettorale del Partito Comunista Italiano guidato da Enrico Berlinguer e la conquista da parte delle sinistre (Pci e Psi, in molti casi appoggiate anche dagli eletti del Psdi e del Pri e, come a Torino dell’eletto di Democrazia Proletaria, Dp, che appoggiava la giunta guidata dal sindaco comunista Diego Novelli) delle maggiori città italiane, Fanfani viene allontanato dalla segreteria della Dc. Verrà eletto il moroteo Benigno Zaccagnini. Fanfani assumerà la presidenza del senato (carica già ricoperta nel 1968-73) nel 1976-82 e nel 1985-87. 
Sia nel 1982, sia nel 1987, sarà richiamato alla guida di due esecutivi per tentare di far raffreddare le acque di un clima politico sempre più caldo, segnato dallo scontro, tutto interno alla maggioranza governativa di pentapartito (Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli) e soprattutto tra la Democrazia Cristiana di Ciriaco De Mita ed il Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi.

Nel 1987 (Ministro dell’Interno nel governo presieduto dal compagno di partito Giovanni Goria) e nel 1988 (Ministro del Bilancio e della programmazione nell’esecutivo presieduto dal segretario democristiano De Mita, l’unico oltre a Fanfani a essere riuscito a cumulare nelle proprie mani entrambe queste due cariche e, come Fanfani, destinato a perderle entrambe presto). 
Queste due sono state le ultime sue esperienze politiche dirette. Al momento della fine della Democrazia Cristiana non si è nascosto dietro un aulico paravento da Padre della Patria, come avrebbe potuto legittimamente fare, fece da subito una scelta netta da militante: aderendo al Partito Polare Italiano, fondato da Mino Martinazzoli nel 1994, ne ha condiviso e spronato la collocazione politica nell’alleanza elettorale e governativa di centrosinistra. In fin dei conti non poteva che essere così, chi meglio di Amintore Fanfani si intendeva di centrosinistra! Coerente fino all’ultimo. In un paese di facili e troppi opportunismi la coerenza non è dote di poco conto.
All’età di oltre 91 anni si è spento sabato 20 novembre 1999, tra il cordoglio di tutta la classe politica e dirigente nazionale.


Cronologia politica di Amintore Fanfani (Dc)

1908: nasce in provincia di Arezzo.
1930: "Si laurea in economia e si iscrive, come molti all'epoca , al Partito Fascista. Diventa professore di Storia Economica all'Università Cattolica di Milano nel 1936. Fervente fascista, ma anche uomo estremamente ambizioso, egli si ritrova, nel 1938 ad essere (insieme a Luigi Gedda) tra i firmatari del Manifesto in difesa della Razza Italiana, manifesto del razzismo italiano, fortemente voluto da Mussolini stesso. Convinto sostenitore del corporativismo fascista, egli si trova, a partire dal 1942, vicino alle posizioni antifasciste della sinistra cattolica di Giuseppe Dossetti". (Fonte, Nino Tripodi e centro di doc. ebraica)
1946: membro della Assemblea Costituente, eletto nella lista Dc
1946: membro della direzione Dc (I congresso, Roma 24-27/4/’46)
1947: Ministro del Lavoro e previdenza sociale (IV De Gasperi)
1948-63: deputato alla Camera dei deputati iscritto al gruppo Dc 
1948: Ministro del Lavoro e previdenza sociale (V De Gasperi)
1951: Ministro dell’Agricoltura e foreste (VII De Gasperi)
1953: Ministro degli Interni (VIII De Gasperi)
1953: Ministro degli Interni (Pella)
1954: Presidente del Consiglio dei Ministri 
1954: segretario della Dc (V congresso, Napoli 26-29 giugno ‘54)
1956: segretario della Dc (VI congresso, Trento 14-18 ottobre ‘56) 
1958: Presidente del Consiglio dei Ministri
1958: …e a interim Ministro degli Affari Esteri (II Fanfani)
1960: Presidente del Consiglio dei Ministri
1962: Presidente del Consiglio dei Ministri 
1962: …e a interim Ministro degli Affari Esteri (IV Fanfani)
1964: Ministro degli Affari Esteri (II Moro)
Nel 1965 nominato Presidente della XX Assemblea Generale dell'ONU.
1966: Ministro degli Affari Esteri (III Moro)
1968-99: Senatore a vita (Dc 1968-94, Ppi 1994-99)
1968 (5-6) 1973 (17-6): Presidente del Senato
1973: segretario della Dc (XII congresso, Roma 6-10 giugno 1973)
1976 (5-6)-82 (12-5): Ancora Presidente del Senato
1980-1989: membro di diritto della direzione Dc;
XIV congresso (Roma 15-20 febbraio 1980)
XV congresso (Roma 2-6 maggio 1982)
XVI congresso (Roma 24-28 febbraio 1982)
XVII congresso (Roma 26-30 maggio 1986)
XVIII congresso (Roma 18-22 febbraio 1989)
1982: Presidente del Consiglio dei Ministri
1985 (9-7) 1987 (21-4) : Ancora Presidente del Senato
1987: Presidente del Consiglio dei Ministri
1987: Ministro dell’Interno (Goria)
1988: Ministro del Bilancio e della prog. economica (De Mita)
Dal 1992 al 1994 nella XI legislatura repubblicana Presidente della Commissione Esteri del Senato.
1993: membro del consiglio nazionale del 23 marzo 1993
1999: Muore a Roma il 20 novembre

di Luca Molinari


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