FEDERICO II
"IL GRANDE"

SECONDA PARTE

Ma ritorniamo in Germania. Le vittorie militari - come in Italia quelle dell'Indipendenza- furono dunque solo un aspetto dell'unificazione tedesca, l'altro ( più autonomo  ma anche il più importante) fu quello economico. Iniziato con  la già accennata  Zollverein, divenne rapidamente così allargato questo potere che con il benessere che ne derivò contribuì a dare un impulso demografico di grandissime proporzioni. La modesta (dopo il Congresso di Vienna)  Prussia del 1834  contava circa metà della popolazione dell'Austria, 15 milioni; nel 1871 ne contava 40 milioni, nel 1914 aveva raggiunto i 67 milioni. Inoltre alla vigilia della Grande Guerra, l'economia ormai quasi totalmente costruita sul settore industriale,  stravolse l'intero territorio: la popolazione nelle città passò -posto 100 nel 1848- a 300 nel 1914.

Con il tasso di sviluppo dell'economia e quello demografico - prendendo solo gli ultimi 14 anni, cioè i primi del secolo- se la Germania fosse uscita vittoriosa alla prima guerra mondiale (e la seconda non ci sarebbe mai stata)  nel 2000 avrebbe raggiunto i 250 milioni di abitanti, e la sua economia sarebbe stata di molto superiore a quella americana, anche perchè quest'ultima avrebbe perso tutti i ricchi mercati europei. Nè avrebbe mai conosciuto quella prosperità che si sviluppò poi negli Stati Uniti  dopo la prima e la seconda guerra mondiale.

Solo dopo la grande "avventura" del 1915-18, con la (mai accettata) sconfitta militare, considerata un tradimento della monarchia, il popolo tedesco ruppe con la tradizione  autoritaria degli ultimi Hohenzollern (gli irresponsabili signori della guerra, con i sudditi che dovevano (così in Italia con i Savoia) solo ubbidire e da che parte schierarsi a secondo i propri capricci, o peggio, con  le ambigue e spesso false alleanze),  costrinse l'ultimo re della dinastia GUGLIELMO II ad abdicare (in effetti si diede alla fuga dopo aver scatenato una guerra con gli odiati austriaci - anche se si allearono per ben altri motivi), e proclamò nel 1919 la repubblica di Weimar che avrebbe dovuto dare al Paese quella costituzione democratica che aspirava fin da quel 1817 ricordata sopra. (Il Italia nel 1821 con un Carlo Alberto "traditore")

Ma le condizioni, così lontane nel tempo, nel 1919 non erano più quelle (gli equilibri di forza), perchè i belligeranti piccoli "sultani" europei nell'incapacità di mettersi d'accordo dentro i propri "cortili", uscirono dal conflitto tutti sconfitti, in quanto la loro guerra intestina segnò - se non la causò direttamente - uno spostamento della potenza internazionale dall'Europa all'America da un lato, alla Russia sovietica dall'altro. Per rimanere da questo momento in avanti  padroni assoluti dell'Europa.
(e nei successivi anni, senza la concorrenza tedesca riuscirono  a trasformarsi  in due potenze economiche mondiali, entrambe pronte a rientrare nel secondo conflitto; quello definitivo)

Insomma la guerra segnò la fine di un'era, la fine del dominio dell'Europa sulla scena mondiale. Le grandi dinastie dell'Europa centrale ed orientale - i Romanov, gli Asburgo e Hohenzollern - vennero spazzate via. Solo in Italia nel successivo ventennio se ne salvò una: I Savoia. Un piccolo uomo si mise dentro  grossi stivali, e iniziò a prendere ordini da un caporale,  pur di non perdere quella autorità... che non aveva; e scappando (in quel caso i grossi stivali delle sette leghe gli furono utili) dimostrò di non avere neppure la dignità.

In Germania nel '19, purtroppo, nella nascente Repubblica di Weimar (che fu in quel terribile contesto ininfluente ma un importante esempio di carta costituzionale  al quale personaggi come Hugo Preuss e Max Weber dettero un importante contributo)  il popolo tedesco, fu costretto suo malgrado  ad accettare le pesanti clausole della pace di Versailles. E più che punire la  fuggiasca  classe dirigente punì il popolo che a quella classe era stato costretto a ubbidire sempre e comunque - pena la fucilazione - In Italia c'era un emulo,  un Cadorna che fucilava i riluttanti, e c'erano anche 1.500.000 di processi di diserzione di (dissero) "antipatrioti". Ma  non dimentichiamo che anche in Austria furono altrettanti e forse anche molto di più; Musil che dirigeva e scriveva durante la guerra un giornale patriottico austriaco, dalle sue colonne, si scaglia violentemente contro i disfattisti austriaci; del suo ceto, non contro i poveri contadini chiamati alle armi. Lui parla di alcuni facoltosi soggetti che "brulicavano" a Vienna.

 Versailles alla Germania  causò  le pesanti ripercussioni: il tormento dell'iperinflazione; una irreversibile disastrosa disoccupazione;  i tentativi rivoluzionari della sinistra che per la soluzione di tutti i mali guardava  all'utopica svolta  avvenuta a Est; infine  il terrorismo politico dei nazionalisti ormai milioni -dopo la guerra diventati in un modo  palese o no tutti estremisti- che non vollero mai accettare quell'umiliazione che era stata riservata dalle grandi potenze, non alla "Germania guglielmina" che Guglielmo aveva "svenduta" (prima, durante e dopo la guerra)  ma al popolo tedesco. Stiamo parlando di popolo tedesco, non austriaco, dove dovremo fare più avanti un distinguo.

Ma se un Hohenzollern vivo i tedeschi lo avevano cacciato fuori dalla porta, dalla finestra rientrò il fantasma di un Hohenzollern morto; cioè ritornò se non proprio la figura  del sovrano Federico II, tornò prepotentemente quella coscienza nazionale che Federico aveva creato e Bismarck poi consolidato, i tedeschi nella rovina e senza altri punti di riferimento, lì ritornarono: alle loro radici non poi tanto così lontane.
Altro non c'era. C'era il caos di partiti che non avevano nè storia e nemmeno concreti progetti, salvo quello marxista, non certo applicabile in una Germania che era stata solo cinque anni prima la più prosperosa e colta nazione del mondo - c'era ancora in giro qualche principe, ma non vi erano di certo i kulaki zaristi o la disperazione dei contadini russi; in Prussia la miseria era finita proprio ai tempi di Federico II.
Il popolo tedesco non ebbe così altra scelta che quella di scavare dentro nell'animo alla ricerca di quella radice che aveva prodotto la grande pianta. E la radice, lo abbiamo letto sopra, erano quei due milioni di prussiani che Federico II con quella sua concezione militaresca dello stato - in tutte le attività- aveva poi portato a cinquanta milioni, con la potenza, il rigore, l'efficienza, la disciplina. Ed aveva avuto successo perchè ogni suddito si sentì orgoglioso di essere da lui comandato, ma nello stesso tempo ognuno era anche cosciente che tutto questo funzionava perchè era lui il vero protagonista del miracolo prussiano, Federico era solo la necessaria guida carismatica.
Finita l'epoca di Federico tutto rimase latente, l'economia florida - come è sempre accaduto nella storia - (Greci, Persiani, Romani, Bizantini, Arabi, Veneziani ecc.)  fece dimenticare soprattutto il rigore, la disciplina, e anche quel nazionalismo che nasce quando un intero popolo (in un paio di generazioni che vivono a contatto) ha contribuito a far nascere una nazione con le sue forze e i suoi sacrifici.  Purtroppo, dopo, le nuove generazioni ereditarono e camminarono per inerzia,  con tanto individualistico e egoistico interesse, guardando ognuno il suo particolare e non più al generale.
Ci fu poi il '48, seguì il fecondo periodo di Bismarck; trent'anni di potenza tedesca. Poi anche lui "il cancelliere di ferro" fu messo alla porta da un geloso monarca.

Ci voleva la rovina totale per riportare in superficie queste riflessioni; anzi quella riflessione che era solita fare Federico.
 "Nulla deve essere lasciato alla -molto spesso sconsiderata- iniziativa privata che opera solo nel suo egoistico interesse. Solo così il popolo non patirà mai la fame,  non sarà mai tormentato dallo spettro della miseria, non andrà mai in rovina". Per combattere la fame, la miseria e la rovina occorre un intero popolo unito.  Ognuno dovrebbe vergognarsi se nel suo Paese esiste un solo uomo che ha fame o è in miseria. Solo così nasce, e solo questo è l'orgoglio nazionale".
Se rileggiamo il Mein Kampf, vi ritroviamo quasi le stesse  frasi. Hitler ci pescò a piene mani.

Ferito l'orgoglio nazionale in un modo totale, con la fame, la miseria, la rovina, riscoperto il rigore e l'efficienza  economica e militarista federiciana, vedremo dopo Versailles un uomo costruire la sua carriera politica proprio con nazionalismo, con  il "nazionalsocialismo", di cui nè Federico II, e nemmeno il suo amico consigliere politico Voltaire ne erano immuni. La riduzione degli squilibri sociali per far grande la Prussia, lo abbiamo visto sopra era il "credo" di Federico, ed era abbondantemente instillato dal filosofo francese. Bismarck poi fece il resto.

Torniamo dunque ai severissimi trattati di Versailles. Causarono i disastrosi effetti della crisi che non poteva terminare se non in un altro conflitto, che si trasformò in un'altra annunciata guerra mondiale, quella che ancora oggi da tutti gli storici è considerata una prosecuzione della prima, cessata solo per stanchezza, per riprendere fiato,  ma "tenendo sempre le bocce in mano".
Ma gli effetti materiali devastanti, che tutti avevano già previsto, ma con tanta  indifferenza (o mancanza di sensibilità) stavano a guardare -e forse proprio per questo l'umiliazione fu maggiormente avvertita- riportarono in superficie quella coscienza collettiva creata proprio da Federico II più di un secolo prima, da Bismarck tre decenni prima, pronta nell'unità della nazione a risorgere con un capo carismatico.

Questa unica drammatica e violenta via d'uscita - una nuova guerra mondiale - veniva sempre presa realisticamente in considerazione; le cronache e i saggi politici del tempo e le interviste ai grandi capi di Stato, nel corso di 18 anni, testimoniano il difficile equilibrio di questa fase molto critica; ma piuttosto di sanare i contrasti si preferì inasprirli; anche perchè  ormai erano in gioco altri interessi, questa volta planetari. Innanzitutto la sopravvivenza di una potenza continentale, poi la sopravvivenza di una potenza  extracontinentale, che se entrambe non intervenivano nella grande "olimpiade della morte", dalla potenza economica tedesca sarebbero state inesorabilmente entrambe schiacciate.
L'Inghilterra isolata avrebbe perso tutti i mercati europei, l'America tutti quelli mondiali.

Tutti i politici mondiali sapevano che se la Germania rimetteva in moto il volano della produzione in breve tempo sarebbe ritornata nuovamente a far tremare le grandi potenze economiche. Cosa che appunto avvenne puntualmente. E dalla potenza economica a quella militare il passo sarebbe stato breve. E anche questo avvenne puntualmente in brevissimo tempo. Si tornò ai mezzi cari a Bismarck: "alla potenza delle armi", al motto "la forza supera il diritto".

Nel 1934 il grande giornalista Knicherborcker, con il suo documento libro che riporta le interviste a tutti i più importanti capi di Stato del mondo, dal titolo Ci sarà la guerra in Europa?, la guerra mondiale  la ritiene inevitabile. Il sottotitolo è:  Ci sono 6 milioni di uomini in uniforme pronti. 
Dentro, la frase viene ripetuta, e aggiunge: "Questi uomini cosa aspettano?"

Knicherborcker descrive nel suo libro minuziosamente (oltre che dare l'elenco degli armamenti) dove inizierà la guerra (a Danzica),  come proseguirà nelle fasi successive (Polonia e Cecoslovacchia. Austria), poi un imprudente generale francese (ma molto probabilmente a conoscenza della nuova tecnica di guerra, i blitz e i panzer) gli indica addirittura -criticando aspramente chi ha voluto  la "inutile" colossale Maginot- come si potrebbe invadere la Francia, cioè semplicemente aggirando la Maginot (attraverso la Foresta delle Ardenne, ritenuta invece dai novantenni generali francesi pensando forse ancora ai cavalli, impenetrabile; aggiramento che Hitler puntualmente poi farà - e se acquistò il libro che costava 12 lire, spese bene i soldi, perchè gli indicava la strada). 

Knicherborcker  indica pure la minaccia dell'Olocausto; il patto con la Russia di Hitler, e la successiva rottura del patto e l'invasione,  e incredibilmente (cosa decisamente impensabile nel 1934)  profetizza che la stessa Russia si unirà ai Paesi democratici  contro la Germania; predice  l'attacco dei Giapponesi alla Russia;  preannuncia la disfatta dell'Italia mussoliniana perchè millantatrice, e impreparata anche se la guerra scoppiasse nel 1942-43; indica che il grande conflitto sarà nuovamente mondiale e che questa volta non serviranno come nell'ultima guerra, sommergibili, navi, eserciti di fanti o di alpini,  ma l'arma decisiva per vincerla saranno solo gli aerei, i bombardamenti delle città, e forse una sconvolgente arma segreta che alla fine metterà termine a tutto. Cita perfino un modello di un particolare aereo protagonista, che verrà effettivamente e abbondantemente  costruito 6 anni dopo.

Ha fatto persino i calcoli. verranno rovesciati 600 tonnellate di esplosivi al giorno, uccidendo 17.600 persone al giorno, e fa già i conti di quanti soldati dovranno essere ancora richiamati nel 1944 per proseguire la guerra calcolando persino i fanciulli dai 10 ai 14 anni del 1934, quando appunto ne avranno nel '44, 20-25. (non sbagliò, la 2nda guerra mondiale, finì nel 1945, durò 2190 giorni, 6 anni esatti più un giorno, e sbagliò di poco anche sulle vittime, in difetto, furono 25.528 vittime al giorno)

La prima pagina inizia con questa domanda: "L'Europa è in uniforme. Si prepara alla guerra? In un territorio che è tre volte minore degli Usa, sei milioni in uniforme sfilano nelle città, perlustrano campagne, montano di sentinella, si allenano in piccole e grandi manovre. L'Europa nei suoi cinque accampamenti aspetta - con una trepidazione che non fu mai altrettanto viva dal 1914 in poi- con la baionetta in canna. Che cosa aspetta? 

Altre inquietante profezia: "I concorrenti, su terra sul mare nell'aria, entreranno nel rettilineo finale verso il 1944. Quel giorno nella sola Germania saranno 13 milioni di maschi dai 15 ai 40 anni chiamati a lottare, e si aggiungeranno ai 4 milioni di veterani tra i quaranta e cinquant'anni d'età" (Sbagliò in difetto solo di un milione).

"Per cosa lotteranno?  Da una parte i paesi che dall'ultima guerra hanno ricavato ciò che volevano e non vogliono mollare.  Dall'altra i paesi che hanno perduto ciò che ambivano ed oggi vogliono riconquistare. E in mezzo anche l'Italia che non riuscì a ottenere tutto quanto voleva.
Su un isola il popolo che vive di commerci e ha quindi un interesse vitale. E' l'Inghilterra che oggi detiene la chiave della pace o della guerra in Europa.
Intorno all'Austria bivaccano con le armi al piede gli eserciti d'Italia, dei Cechi, degli Slavi, dell'Ungheria, della Germania, che a sua volta ha la questione Danzica aperta, assieme a quella della Sahar. La Germania arma rapidamente e nessuno la fermerà, questo è evidente
L'Italia ha anche un altro timore, che l'Austria si converta al nazional-socialismo: si troverebbe sul confine alpino settantadue milioni di Nazis. A quel punto cosa farà Mussolini.
In Inghilterra l'attesa la chiamano "ansietà grave", che è poi l'equivalente di quella che invece chiamano in America "allarme". 

Poi prosegue con inquietanti interviste a venti capi di Stato, e infine conclude:

"La corsa agli armamenti è cominciata. Partiti! Germania, Francia, Inghilterra, Russia, Giappone, Italia partecipano alla contesa che culmina  nei giuochi olimpici della morte".

Oggi sono le gare eliminatorie. Domani saranno le semifinali, se non si tronca la contesa.
Ma nessuno si propone di fare una guerra preventiva, perchè infrangerebbe il Trattato di Versailles.
Ma non Hitler se non gli concedono quello che reclama. E se lo ottiene con la forza, e poi vince, dopo non lo fermerà più nessuno
 
L'opinione - dei capi responsabili di Francia, Italia, Jugoslavia, Ceco-Slovacchia, Romania, Belgio, Svizzera, Olanda, Danimarca-  è "tutto dipende dall'Inghilterra". Hitler ha fiducia di guadagnarsi la benevole neutralità se non l'attiva amicizia dell'Inghilterra.
Mentre in Inghilterra parlando della Francia, dell'odiata Francia, si teme che concedendo gli armamenti ai tedeschi, la Francia chieda anch'essa di aumentare i suoi arsenali - e l'Inghilterra vuole la sua sicurezza oltre La Manica non temendo i tedeschi ma i francesi - non ha dimenticato Napoleone. 
Ma anche la Francia vuole la sua sicurezza, la parola inglese impegnata a Locarno a difesa della Francia contro l'aggressione tedesca non gli è sufficiente. Hanno paura degli inglesi, perchè anche loro non hanno dimenticato Napoleone.

"La Francia - confida un celebre uomo politico francese - è già condannata a morte, ma ci hanno messo davanti un vassoio d'argento dove possiamo scegliere con piena libertà, il veleno degli inglesi del disarmo; la corda italiana per impiccarci perchè Mussolini vuole che manteniamo fermi i nostri armamenti mentre lui e Hitler si riarmano come noi e più di noi; oppure scegliere il pugnale tedesco chiedendo proprio a noi che vogliono riarmarsi. 

Abbiamo così iniziato con le prime righe della prima pagina; mentre nelle ultime righe dell'ultima pagina Knicherborcker così conclude: 
"Nello schieramento delle nazioni, gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Francia e la Russia sono quelle che hanno tutto quanto desiderano, e che intendono conservare come sono oggi i confini.... (quindi nessuna concessione ai Trattati di Versailles). 
"Mentre le nazioni che non hanno quanto desiderano sono la Germania e il Giappone.
Hitler vuole la pace, lo ha dichiarato una ventina di volte. I suoi avversari non gli credono, la chiamano una pace preventiva per potersi riarmare.
Gli armamenti non hanno mai assicurato il mondo contro la guerra".

TUTTO IL RESTO CHE POI ACCADDE LO LEGGEREMO IN ALTRE PAGINE
FINI' COME FINI' - MA COMUNQUE SI POTEVA EVITARE!

Partendo da Guglielmo, siamo arrivati a Hitler,  perchè? Perchè  alcuni storici affermano che  Federico il Grande sia stato progenitore del nazismo. E' affermazione pericolosa, che meriterebbe un lungo articolo di argomentazioni favorevoli e contrarie. (Le attendiamo ! entrambe !) 
Pur tuttavia il "nazionalsocialismo" con la sua abbreviazione in "nazismo" è da considerarsi non solo un prodotto della psiche di Hitler, ma anche e soprattutto una risultante della storia tedesca del periodo che abbiamo appena narrato. Del resto questa espressione "nazionalsocialismo" o NSDAP,  risale a un periodo molto precedente la prima guerra mondiale.
Lo stesso partito DAP, che mostrava analogie con tale orientamento nacque nel gennaio del 1919 da DREXLER e FEDER, poi con Hitler assunse la sua vera fisionomia. Obiettivo vincolare al "regime" di un uomo (prima era il sovrano -  non Guglielmo ma a Federico di cui stiamo parlando) nella maniera più salda possibile tutti gli strati del popolo tedesco, "dai contadini alla borghesia" . Con Hitler, dato il mutamento della società, diventerà "dalla  classe operaia ai produttori" . (Non dissimile da quella che Mussolini mise come sottotilo al suo giornale "Il Popolo")

Comunque abbiamo visto sopra - e leggeremo ancora nel capitolo che seguirà - il grosso contributo dato al nazionalismo tedesco da Federico II nei suoi 46 anni di regno.
E' un altro profilo di questo  re prussiano che fu un protagonista della storia del XVII secolo, ma che ripiombò ad esserlo con le sue concezioni - anche postumo-  nel XX.
Igor Principe,
che leggeremo più avanti scrive che non è sbagliato affermare che Federico - nel promuovere -primo fra tutti i sovrani d'Europa, l'istruzione quindi la cultura- gettò le basi anche di quel grandioso movimento culturale che, nel secolo XIX, farà della Germania il centro dell'Europa: il ROMANTICISMO. E come sappiamo il romanticismo è fortemente legato al nazionalismo. Fa ritornare alla radice l'uomo, fa appelli ai sentimenti personali più profondi, all'inconscio e al diritto di sognare, ma è anche il romanticismo rappresentazione senza veli di una realtà "che si denuncia" a chi ha il dovere di modificarla. Quindi assume aspetti contradditori, è rivalutazione di Valori di un passato in polemica con l'illuminismo, ma è anche fiducia nel progresso tecnologico perchè da questo ci si attende i miglioramenti della società.
E' dunque una contraddizione  che esplose nella Rivoluzione francese e con il tornado napoleonico, e tornò ad esplodere anche dopo Napoleone.

La manifestazione più compiuta e più alta di questa tendenza romantica (nella politica) si ebbe in filosofia con l'idealismo tedesco, in particolare nel "sistema" di HEGEL  nato a Stoccarda nel 1770 morto a Berlino nel 1831 - visse dunque le tre fasi più sconcertanti; si formò durante gli studi fino a 17 anni con i professori creati dall'assolutismo illuminato di Federico; a Jena con Schelling e Holderlin visse gli entusiasmi romantici della Rivoluzione Francese e del nazionalismo napoleonico, ma poi rinnegando gli ideali giovanili divenne il pensatore ufficiale della frantumata Prussia della Restaurazione, cioè il lacchè di corte usato per ristabilire l' "ordine";  profumatamente pagato per plagiare le coscienze di una intera generazione.
Per fortuna che ci restano gli scritti giovanili (23-27 anni) rimasti sempre inediti, pubblicati solo nel 1907. Se lo avesse saputo Schopenauer cosa scriveva Hegel da giovane!!!

 Hegel individua nella storia la manifestazione ciclica, indica avanzante lo "Spirito assoluto" (e quindi nega la trascendenza) e ne ravvisa l'oggettivazione nello Stato (ovviamente nazionale, di cui la crescente potenza prussiana di Federico era di fatto ai suoi occhi l'incarnazione più compiuta)
E scrive: "Tutti i limiti, biologici e quelli economici della società civile, tenuta insieme dal connettivo della produzione e dello scambio, vengono superati nella concretezza del momento supremo dell'eticità, che è lo Stato. Questo è lo "spirito vivente del tempo", il "Dio reale", entro il quale l'individuo realizza compiutamente se stesso e la sua nazione". E lo Stato ripetiamo si identificava nell'illuminato Federico che aveva creato il territorio, la popolazione, e con l'istruzione e l'economia anche il benessere, quindi la potenza dello stato prussiano.

Ma che tristezza dopo! Hegel nella Restaurazione. Al soldo dei monarchi. Proprio lui che era nato nello stesso anno di Beethoven e di Napoleone! Due "spiriti viventi del tempo" che aveva seguito fanaticamente passo passo, poi se ne era allontanato chiudendosi la porta alle spalle.

 Negli anni berlinesi, se ne rese anche conto di aver perso qualcosa per la strada, ma ormai era "il filosofo ufficiale" del Governo prussiano, e scaldandosi a questo sole per ricevere accademici favori, nascose accuratamente i suoi primi saggi a "quella gente" che prima ammirava:  anzi i nuovi rivoluzionari,  Hegel addirittura li denunciò come anarchici, sovversivi e sognatori".

Mai più pensava che i suoi "scritti giovanili"  che guardavano con tanta ammirazione Federico, sarebbero diventati "vangelo" all'inizio del secolo, poi un "dogma" nelle mani di un caporale. Anche Marx quando scrisse La critica della filosofia hegeliana,  nemmeno lontanamente immaginava quello che Hegel aveva scritto da giovane. Nè Nietzsche lo seppe mai; come l'avrebbe altrimenti ammirato invece di disprezzarlo, fino al punto da odiare tutti i tedeschi che Hegel  aveva plagiato!
Questo suo fallimento fu nella politica, ma stranamente nell'economia le teorie sia di Marx che di Hegel si conciliavano e si adattavano perfettamente alla Zollverein. Che paradossalmente quando nacque dai Principi, lungi dal prevedere una Germania unita, fu creata con l'obiettivo deliberato di rendere non necessaria l'unità tedesca.

Hegel morì e fu seppellito nel '31, proprio nell'anno in cui scoppiavano le prime insurrezioni nazionaliste, indipendentiste, in Francia, in Belgio, in Polonia, in Italia, e nel '32 in Germania con le grandi repressioni del governo reazionario del suo protettore Metternich. Nel 1848 i moti si concretizzarono e di Hegel vecchio non restò più nulla. E se non avesse scritto qualche buona pagine in gioventù, i "nuovi" tedeschi del nuovo secolo  l'avrebbero seppellito per la seconda volta. 
Avrebbe potuto anticipare venti anni prima le idee di SCHOPENHAUER (che aveva l'aula vicina ma sempre vuota di studenti), di trent'anni quelle di MARX e di NIETSZCHE (Hegel "il giovane" per indicare il nuovo corso della storia  usò una singolare parola Aufhebung = Superamento, Nietszche usò invece Uebermensch = oltre l'uomo che non significa affatto Superuomo, falsamento tradotto e utilizzato dalle ideologie totalitarie, ma che ha lo stesso significato che indicava l'Hegel giovane.) 
Hegel insomma non ebbe tempo per rinnegare i suoi ultimi 30 anni, e nemmeno in tempo di compiacersi di essere stato un anticipatore del nuovo corso della storia.

Infatti, il filone del Romanticismo delle correnti politiche (come in quella artistiche)  la potenza vitale delle ideologie, spesso date  per defunte e superate a fine Ottocento, provenienti dalle correnti sotterranee ebbero così un'altra vitalità all'inizio del Novecento, proprio nella lotta delle grandi ma anche ingarbugliate ideologie, che proprio perchè confuse e astratte causarono i grandi scontri sociali e quelli militari (guerra sì guerra no anche nelle file socialiste) nei primi venti anni del secolo. Erano idee e realtà che avevano già avute espressioni in passato, ma che poi assunsero una forza cosciente, spingendosi -alcune- oltre i limiti. Si manifestarono nelle ideologie nelle quali individui, gruppi, classi, partiti,  proiettavano le proprie aspirazioni; ognuno conferendo al suo gruppo la dignità come teorie assolute. Chi richiamandosi vagamente al Risorgimento come in Italia, chi  a epoche più lontane come in Germania, cioè al meno vago, vero, diffuso nazionalismo di Federico.

Altri  gruppi e classi conservatrici non volendo con ostinazione considerare nemmeno una minima parte queste ideologie, gli antagonisti diventarono sempre più estremisti, e nella irrazionale volontà di potenza, confusi e perfino divisi, deformarono tutte le migliori concezioni, quelle di Federico, quelle di Hegel "giovane", di Marx, di Nietzsche. Chi rivolgendosi alla estrema sinistra (comunismo, bolscevismo = rivoluzione russa) chi alla estrema destra (nazionalismo, nazionalsocialismo = nazismo, terzo Reich).

Ma la matrice di tutti questi movimenti erano iniziati tutti in Prussia, molto prima delle due  grandi Rivoluzioni; Durant ha scritto: "Hegel, "l'imperiale professore", in gioventù - in quel periodo sconvolgente - aveva covato le uova socialiste!". E l'uomo che Hegel aveva ammirato in gioventù, cioè Federico, le uova - dopo quanto abbiamo letto sopra- era stato proprio lui per primo a covarle, quando iniziò a livellare la società - tenendo distinte le due classi ma non concedendo il superfluo se entrambe le due classi  non avevano pensato prima al necessario di tutti;  e le aveva covate le "uova socialiste" anche quando non solo metaforicamente impose di allevare galline per fare uova.

 Riflettendo  ci vengono in mente (ma non erano più le stesse - perchè furono affidate ai burocrati e a inetti  funzionari di partito) le esasperate collettivizzazioni nella  Russia stalinista, e nell'Italia fascista le battaglie del grano coltivandolo perfino nelle aiuole, le raccolte dei rottami e degli stracci, le anacronistiche leggi autarchiche, le propagandate bonifiche,  le dichiarazioni di guerra con i soldatini di piombo, i carri armati acquistati alla "Upim, reparto giocattoli", i generali al comando che tutto erano, meno che militari,  figuriamoci se potevano essere comandanti.
Entrambi i due paesi vollero imitare Federico -che era ritornato alla ribalta con il "nazionalismo storico". Entrambi, ma in Italia mancò  a) il vero capo carismatico; b) le materie prime; c) le infrastrutture; d) e la coscienza nazionale che non era certo quella tedesca forgiata nella Prussia di Federico e poi di Bismarck.  In Germania no, perchè non era nè la Russia nè l'Italia; già nel 1914 era una grande potenza industriale. Fu messa poi in ginocchio, ma non mancando nessuna delle quattro componenti, si ricompattò come nella Prussia di Federico. Ma con un capo sbagliato! Ossessionato dal "nazionalismo politico".

Poi esasperando questo nazionalismo fino a portarlo agli estremi con lo slogan della "razza pura" il nuovo "capo" commise il suo più grande errore. 
Non dimentichiamo che nella notte di Natale del 1938, il 24 dicembre,  OTTO HAHN e FRITZ STRASSMANN proprio all'Istituto di Fisica di Berlino, realizzarono la PRIMA FISSIONE NUCLEARE DELLA STORIA. Ma c'erano le leggi razziali, ed ebrea  era anche LISE MEITNER l'assistente  dei due scienziati, che fugge in Svezia, portandosi dietro tutta la documentazione di Hahn, che consegnò al nipote OTTO FRISCH, quindi al grande fisico BOHR, che fuggì negli Stati Uniti a incontrare Einstein, un altro ebreo tedesco fuggito in America, che informa  il team di Fermi che a sua volta si era rifugiato negli Usa, perchè la moglie era ebrea. La scoperta di Hahn era la soluzione  che Fermi  stava aspettando da quattro anni per risolvere il suo  ultimo problema: il più grande, quello della fissione.

Hitler che voleva imitare Federico commise un paradossale errore. Federico tollerante a tutte le religioni si circondò (anzi invitò) nel suo Paese le migliori menti che erano in fuga dagli altri Paesi; Hitler che invece aveva le migliori menti nel suo Paese, per le opposte ragioni -l'intolleranza- le mise in fuga.

 FEDERICO II si rivoltò nella tomba.

Tutto parte da Federico se riflettiamo. Lui costruì la grande Prussia quando Maria Teresa fervente cattolica com'era, iniziò a cacciare via dal suo e da suoi stati soggetti,  protestanti, gesuiti, ebrei, prussiani. Poi iniziò a invidiare la sua potenza economica, culturale e militare ed infine a odiare la Prussia, pur imitandone l'amministrazione, le riforme, il sistema scolastico, le leggi. 
Invece Federico ci costruì la sua fortuna. 
Metternich, poi anche Francesco Giuseppe,  si misero a perseguire gli stati soggetti, a tassarli senza ritegno senza migliorarne l'economia, perfino ignorandoli con le riforme; fu l'inizio della dissoluzione di un impero costruito a fine Ottocento sul... Nulla.
Hitler pur imitando Federico commise lo stesso errore, di trasformare  il "nazionalismo storico" (coscienza di una individualità storica nazionale, tendenza di identificazione fra stato e nazione sulla base di vari fattori etnici, linguistici, culturali, di tradizione)  in un "nazionalismo politico"  che è invece una ideologia volta all'esaltazione del primato e della potenza nazionale, che alle volte può benissimo essere costruita senza il "nazionalismo storico". L'esempio ritorna a Federico che riunì genti di mille paesi per creare la Prussia, e l'esempio più clamoroso è la potenza americana costruita nell'arco di un secolo allo stesso modo, persino con etnie del tutto diverse.

Hitler commise proprio quest'ultimo errore. 

Il nazionalismo tedesco fu così distrutto e beffato dall'esasperato nazionalismo tedesco.

Come Maria Teresa e Francesco Giuseppe, Guglielmo e poi Hitler  volevano conquistare terre, proprio loro che avevano in casa il meglio della tecnologia e i migliori cervelli del pianeta, che avrebbero permesso, anche senza muoversi di conquistare il mondo.
Proviamo a pensare se tutto il dispendio di energie e di capitali spesi nelle due guerre fossero stati convogliati nei beni  e quanta  ricchezza ne sarebbe derivata. Molti Stati confinanti non avrebbero aspettato di farsi conquistare, avrebbero semmai chiesto di essere annessi alla Germania.
Ci sarebbe stata la nascita di un'altra Zollverein, ma questa volta mondiale, che avrebbe sicuramente anticipato l'Europa unita e la globalizzazione di almeno cinquant'anni.

Purtroppo il caporale che voleva fare il generale, l'economista e lo stratega geo-politico  non aveva capito proprio nulla di Federico II il Grande.

Chiudendo con Federico  non possiamo non parlare anche dell'Austria, quella Marca (Ost-mark tedesco), poi divenuto Stato tedesco (Deutchosterraich),  poi Impero Asburgico,  nel 1919 Repubblica Austriaca, nel 1938 nuovamente Marca Orientale del Terzo Reich, infine torna ad essere dal 1945 nuovamente Repubblica  Austriaca,  Neutrale. (sulla carta)

Un Paese con una parte sempre preso dalle nostalgie delle glorie perdute in un passato non molto lontano,  con le inquietudini del suo presente e anche del suo futuro.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Taylor. Storia della Germania, Ed. Longanesi
Dizionario di filosofia, Ed. Rizzoli
Grande Storia Universale, 17mo vol. Ed. Curcio 
Enciclopedia del Sapere, 6 vol, Ed. Fabbri 
Storia Universale di Cambridge, Ed. Garzanti


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