SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
FEDERICO II IL GRANDE



FEDERICO II
"IL GRANDE"

UN FORMIDABILE STRATEGA,  ELEGANTE LETTERATO
MA ANCHE IL PADRE DEL NAZIONALISMO TEDESCO
(E INDIRETTAMENTE ANCHE DELLA ZOLLERVEREIN)

Il re di Prussia FEDERICO di HOHENZOLLERN, figlio di FEDERICO GUGLIELMO I, nacque a Berlino nel 1712. Il padre lo voleva educare secondo i rigidi canoni del luteranesimo; e dato che era l'erede al trono, ovviamente prepararlo prima di ogni altra cosa ad essere uomo di stato, ma anche  avvezzarlo alla rigida esperienza, competenza e comando  militare. Comprensibile quest'ultima sua ambizione visto che proprio lui era soprannominato il Re sergente, perchè governava la Prussia come una caserma.
 Il giovane principe  invece era versato per la letteratura e per la musica e amava circondarsi di intellettuali, soprattutto illuministi francesi. Il padre cercò in tutti i modi di impedire queste tendenze. "Un guerriero di casa  Hohenzollern che suona il flauto! che legge poesie! Non mancava di umiliarlo anche in pubblico, senza riguardi, fino al punto che un collega di Federico non esitò a dire "Se avessi un padre così mi farei saltare subito le cervella". Guglielmo alla fine impedì ai suoi precettori di insegnargli questo genere di cose,  soprattutto latino e filosofia, perchè Federico leggeva molti classici, con una predilezione per Cicerone e le vite dei filosofi  imperatori romani.
Proibizioni inutili, perchè Federico  le opere antiche e degli spiriti illuminati dell'epoca,  se le procurava e le leggeva ugualmente di nascosto 
Il padre quasi disperato di non riuscire a farne un vero sovrano, ricorse allora alle manieri forti, assediandolo non di insegnanti letterati, ma di nobili militaristi. Ma Federico non potendone più, invece di "farsi saltare le cervella", proprio con due nobili militaristi  meditò la fuga, in occasione di un viaggio. Ma il suo piano fu scoperto, lui fu segregato nella fortezza di Kustrin, uno dei due amici  riuscì a fuggire all'arresto, ma l'altro fu condannato a morte, poi lo stesso Federico  costretto ad assistere all'esecuzione dell'amico.  Ne uscì sconvolto. Forse fu proprio questa angosciante esperienza a fargli abolire  -quando salì sul trono- la tortura e la pena di morte per i soliti consuetudinari motivi, e prima di comminare le pene Federico esigeva un giusto processo, senza pregiudizi e intolleranze.

Un uomo così, tra il ribelle e il filosofo, chiuso per due anni in una prigione, non poteva non essere anche scrittore; infatti si occupò di filosofia politica, esordendo con un'opera molto singolare l'Antimacchiavelli, e subito dopo ne seguì un'altra, sempre legata all'autore del Principe; scrisse infatti Istruzione per l'educazione del principe ereditario.  In entrambe le due opere, i princìpi di Federico erano improntati a quelli illuministici del "buon governo", della ragione che deve guidare l'opera di un sovrano, al pari  delle concezioni morali della giustizia; dunque una dura critica verso il cinico Machiavelli del "fine giustifica i mezzi", e data la situazione in cui si trovava, era anche ovviamente una celata critica ai metodi del padre. E non solo sui  metodi, perchè quando affronta i temi politici, e i risultati  che si ottengono nelle contese con la forza di un esercito, lui parla di "guerra giusta" e "ingiusta", esprimendo così dei dubbi sulla vera "forza" morale del padre.

Fra i vari illustri illuministi francesi che ammira,  troviamo Voltaire,  da due anni in contatto epistolare con lui; e a lui inviò il manoscritto per farlo correggere. Il filosofo senza riguardi gli stroncò più di una frase e soprattutto quando parlava di "guerra giusta" e "ingiusta". Ci rimase male. Quando poi salì sul trono comunque il sodalizio  durò quasi trent'anni, ma spesso con una insofferenza reciproca; uno per il suo ostentato sapere l'altro per il suo ostentato potere; entrambi si trovavano sempre in imbarazzo pur rispettandosi (vedi poi la TERZA parte di questa biografia). Tuttavia proprio sotto l'influenza  e la guida del grande filosofo - lo volle accanto a sè, e Voltaire per 3 anni abitò a corte- Federico promosse lo sviluppo intellettuale del paese: primo fra tutti i regnanti d'Europa stabilì l'obbligo legale dell'istruzione elementare statale e di conseguenza anche la totale tolleranza religiosa, visto che fino allora le poche e uniche scuole erano monopolizzate da preti e monache.

 Ma torniamo indietro e assistiamo alla sua mutazione di carattere; appena salito sul trono, a 28 anni, nel 1740, Federico abbandonò le critiche che aveva rivolto al politico fiorentino -che sull'arte del conseguimento e della conservazione del potere ammirava solo le capacità del "principe" accantonando i principi etici o religiosi-  e si adeguò alla sua dottrina; anzi andò oltre, creandone una tutta sua e soprattutto non scrivendola ma impostandoci tutta la sua vita terrena.
Federico mutò insomma improvvisamente atteggiamento e si inclinò verso quel potere frutto di forza e di astuzia. Il suo unico scopo nel suo spregiudicato nuovo modo di procedere, era quello di aumentare la potenza dello stato che gli era stato affidato dalla sorte. E fin dal primo giorno non fece altro che quello, e di giorni ne avrà davanti  16.790. Non ne sprecò nemmeno uno. Visitò il suo regno palmo a palmo. Ma non erano visite regali e pompose, ma  piombava  in ogni luogo per fare l'agronomo, l'urbanista, l'architetto, il ragioniere, il poliziotto, l'industriale. Progettava tutto, controllava tutto, poi dopo sei mesi in ognuna delle località ritornava a vedere se era stata fatta ogni cosa e riprogettava altri lavori. La reggia non era il suo palazzo, ma il suo archivio. Poi c'era l'esercito, ma anche qui non lesinava nè tempo nè istruzioni; arrivò anche qui a esserne il sergente, il capitano, il generale, e all'occorrenza il condottiero dei 200.000 uomini scelti personalmente da lui, poi addestrati scrupolosamente. Non voleva nei reparti contadini vestiti da soldati, ma soldati che sapevano cosa dovevano fare -e farlo bene- in ogni momento.

 Dopo  quarantasei anni di regno, il suo "testamento politico" è infatti una specie di teorizzazione del principio della potenza statale (militare ed economica) come unico valido criterio per regolare i rapporti tra nazioni diverse. Questa concezione militare dello Stato (e non di uno Stato con militari) coltivata e applicata per un arco di tempo così lungo,  modificherà profondamente tutto il piccolo Paese; economicamente e politicamente, e dato che lo mutò anche demograficamente (due intere generazioni  fin dalla nascita con le sue scuole di stato obbligatorie) forgiò anche la coscienza degli individui, quelli che creeranno poi in seguito la grande (unitaria) Germania  nazionalista. Alla sua morte ci sarà una breve pausa, quasi un ritorno al silenzio di certe concezioni federiciane, forse perchè intimamente criticate da certi elementi della vecchia generazione; ma con lui in vita non potendole sicuramente esternare lo fecero appena esalò l'ultimo respiro. Una specie di rivalsa di coloro che forse - perchè inetti- erano stati poco simpatici a Federico. Ma con il rancore anche postumo non si costruisce nulla, si distrugge solo. E questa minoranza infatti ci riuscì in pochi anni.

Ma il fantasma di Federico, e le sue concezioni del rigore e della disciplina,  riapparvero quando la Prussia, dopo una sola generazione, subì un ridimensionamento come potenza politica e militare.

La voce "lontana" di Federico tornò a farsi sentire, prima sommessamente nel dopo Napoleone nel 1816,  poi con voce più alta nel periodo rivoluzionario europeo del 1848, infine dopo i successi di Bismarck.....
(vedi la copiosa BIOGRAFIA DI BISMARCK )

....e dopo un altro periodo di imposta taciturnità, nel 1914 il nazionalismo che Federico aveva creato  iniziò a gridare, e dopo il disastro della cocente sconfitta,  addirittura esplose con l'avvento di Hitler, con un nazionalismo  che divenne  perfino maniacale, quello della "razza pura". Come vedremo in fondo a queste pagine, fu proprio questa mania a portarlo -quasi una beffa del destino- alla rovina.

Assunto il potere nel 1740, Federico iniziò quasi subito con questi nuovi suoi princìpi che diventarono dopo una ideologia: il nazionalismo. (dal militarismo al nazionalismo più estremo il passo è breve),  Governò secondo quelle linee già indicate dal padre, che prima invece criticava, ma che poi abbondantemente superò. Attraverso una serie di abili, ma anche fortunate e tempestive iniziative militari, conquistò  nel periodo 1742-45 la Slesia, un possedimento asburgico in pieno disordine per la nota crisi della contestata successione di Maria Teresa. Federico seppe prontamente approfittare del caos e del vuoto di autorità che si era creato per invadere e occupare il ricco territorio minerario (un contenzioso che durerà quasi due secoli)
Più tardi si difese molto bene contro il convergente attacco austro-russo (1756-62) nella guerra dei sette anni, ma pur rivelandosi un perfetto uomo di comando, molto abile nella strategia militare, l'ultimo anno entrò in crisi, ma terminò il conflitto con un vero colpo di fortuna (la morte della zarina che si era alleata con gli Asburgo). 
Ritornato a combattere nel 1772 a fianco questa volta di Austria e Russia (ex nemici, ma utili per una "rapina") partecipò con grande freddezza alla prima cinica spartizione della Polonia. Fu una delle meno nobili operazioni della storia moderna dei tre "grandi" del tempo. Cioè senza tenere conto della volontà e delle decisioni del popolo polacco (che aprì poi una contesa che si trascinerà in seguito, fino ai nostri giorni. Ricordiamo che la stessa invasione - molto simile-  fu replicata da Hitler, e pur fatta con altri mezzi a disposizione imitò le tecniche strategiche di Federico: i blitz e la guerra di movimento).

 Infatti le vittorie del re di Prussia, oltre che per il grande spiegamento di mezzi e di uomini  bene addestrati, furono dovute soprattutto alla forza e a un uso moderno dell'esercito; impiegato in attacchi rapidi e penetranti. Le sue battaglie lo segnalarono come uno dei "geni" della moderna arte della guerra. Napoleone pur non riconoscendogli grandi doti di stratega sul campo, si dichiarò debitore di Federico, per l'esempio di perfetta organizzazione dell'esercito, per il rapporto che aveva con i soldati e per aver trasformato la guerra  da quella che era di posizione, in una guerra di movimento.

Ma non di meno fu l'arte di Federico nel fare le alleanze, anche se una buona dose di fortuna fu sempre dalla sua parte come già accennato sopra.  Infatti, i russi della zarina Elisabetta -sua inflessibile nemica- erano arrivati nel 1762 quasi fino a Berlino, inebriando Maria Teresa che non aspettava altro che una sconfitta di Federico per riprendersi la Slesia.  Sembrava per la Prussia tutto perduto, quando improvvisamente la zarina morì e salì al trono lo zar Pietro III con una gioventù molto simile al ribelle Federico, tanto da esserne perfino un fanatico ammiratore. 
Non solo Pietro pose fine alla guerra, ma gli offrì la propria alleanza e una pace duratura; anche se pagò caro questo gesto; fu infatti subito dopo pochi mesi costretto ad abdicare dopo un colpo di stato di sua moglie Caterina II, e lui morì in circostanze misteriose. Ma  il cessate il fuoco, il patto e i pochi mesi di regno dello sfortunato sovrano, furono sufficienti a Federico per riprendere in mano l'intera situazione e a rovesciare le sorti di quella guerra che stava perdendo, e per organizzarsi meglio in una futura.

Altra abilità di Federico - oltre quella militare- era quella di trovare il più piccolo spiraglio per far apparire ogni sua mossa un diritto, avvalendosi di cavilli legali, diplomatici, formali, che spesso erano pretestuosi,  ma utili per compiere il suo raggiro, tenendo fede  ad uno dei suoi tanti motti:  "Se c'è qualcosa da guadagnare ad essere benevoli ed onesti, siamolo; se è necessario essere duri o ingannare per il bene dello stato, facciamolo". Il "critico" di Machiavelli, a questo punto aveva superato il maestro, anche perchè non scriveva, ma operava, e il "Principe"  Borgia era lui.

Altro capolavoro. In politica interna Federico, pur non intaccando il predominio della numerosa nobiltà nelle campagne, attuò di persona - lavorando incessantemente notte e giorno- una serie di riforme amministrative e burocratiche che portarono in breve tempo al consolidamento dello stato e a riempirne le casse. Mentre nell'ambito economico con una strategia altrettanto innovativa, scaltra e molto agguerrita, favorì lo sviluppo delle manifatture, dell'industria, delle miniere, dell'agricoltura e del commercio. Non voleva vedere nulla di importazione, soprattutto se le stesse cose si potevano fare in casa; infatti se quel dato prodotto era necessario, studiava il modo di come produrlo nel proprio Paese, carpendo i segreti della produzione agli altri Paesi, creando le opportune fabbriche. Perfino per delle banalissime cose. Tutti usavano i piatti, le stoviglie, ma nessuno in Prussia le produceva. "Ma cosa ci vuole per creare una fabbrica di piatti? dell'argilla, cioè quasi un nulla. Eppure importiamo piatti in quantità, arricchendo altri paesi".  E così per altre cose. "Facciamo fabbriche". "Non ci sono tecnici, maestranze, bravi artigiani? In Austria cacciano via dei bravi artigiani protestanti, chiamateli qui, aprite a loro le porte della Prussia, dite loro di venire qui".
In pochissimi anni Federico si impose all'opinione pubblica internazionale del tempo come  il principale esponente dell'assolutismo illuminato. I regnanti d'Europa rivolgevano costantemente lo sguardo alla Prussia ma soprattutto a Federico. E o per invidia, o per paura che diventasse troppo potente, quasi lo isolarono.

Il piccolo Paese ereditato dal ribelle principe ventottenne, in pochi anni era diventato non solo vasto come territorio ma anche una grande potenza, verso cui gradualmente si orientavano i minori staterelli tedeschi sottraendosi non solo ai protettorati austriaci ma anche a quell'influenza che esercitavano gli Asburgo un po' ovunque. Infatti, durante il suo regno, la popolazione prussiana, raddoppiò,  passò da circa due milioni e mezzo a cinque milioni (poi nell'arco di nemmeno cinquant'anni addirittura decuplicherà, quasi 50 milioni. Anche perchè - lo abbiamo già accennato- la sua tolleranza religiosa attrasse in Prussia una preziosa schiera di artigiani e bravi  tecnici, ma soprattutto masse di coloni protestanti, cacciati dagli Stati asburgici a est. Furono proprio queste masse contadine, proprio su indicazione di Federico -a causa delle frequente carestie di cereali- a dedicarsi alla intensiva e diffusissima coltivazione della patata (da due secoli nota ma nessuno in Europa utilizzava nell'alimentazione umana), quella che presto diventerà la base alimentare fondamentale dei popoli germanici, e che proprio dalla Prussia si diffuse poi in tutta Europa. Più nessuno in Prussia (la futura Germania) rimase senza mangiare. Ci pensava personalmente Federico a risolvere questi problemi, non i saccenti funzionari!

Creò  le "armate di agricoltori", assegnando ad ognuna zone particolari, spesso desertiche ("dopo la Libia ho io il più grande deserto"!) e in ognuna di queste (spesso quando non c'erano guerre, impiegando anche i soldati senza distinzione di grado) dovevano far sorgere villaggi, bonificare terreni, coltivare, piantare alberi, canalizzare fiumi.  Il tutto sotto la sorveglianza di intendenti che prendevano ordini e riferivano i risultati dei lavori solo al sovrano.  Decideva lo stesso Federico, dove far sorgere un villaggio, cosa dovevano piantare e cosa coltivare. Arrivò fino ai particolari quando aggirandosi nei pollai scoprì come si fanno le preziose uova, che -disse- "non costano nulla ma danno un alimento prezioso" e impose tassativamente  "ogni contadino -per assicurarsi la cena- deve avere almeno 10 galline per fare uova".

Insomma le "armate" di agricoltori non dovevano fare altro che eseguire gli ordini del re in persona. Dovevano ubbidire, ma erano anche felici di ubbidire, perchè erano sicuri di poter contare su Federico in qualsiasi emergenza, carestie (vedi la patata), siccità, inondazioni, pestilenze. Era Federico stesso, non i funzionari, a recarsi in ispezione dappertutto, a rotazione almeno due volte all'anno e ricordava perfettamente senza bisogno di burocrati cosa era stato fatto o non fatto (cosa rarissima) dall'ultima sua visita. E questo dava sicurezza e soddisfazione anche al più umile dei suoi sudditi, nonostante la limitazione di alcune libertà d'iniziativa, imposte ad altri soggetti più intraprendenti ma troppo scaltri, che Federico stroncava subito puntandoci il dito accusatorio appena  vedeva un irrazionale risultato, o se c'era,  lo criticava se il risultato non era mirato al bene comune, anche se minimo,  che lui però considerava importante e a suo giudizio  utile a tutta la popolazione. Odiava il lavoro speculativo, soprattutto quando l' alto valore aggiunto veniva realizzato con lo sfruttamento di poveri miserabili.

Proprio per questo ultimo motivo, pur non intaccando le proprietà nobiliari, ai Principi oltre che le sue indicazioni di come mettere a profitto i terreni, impose anche la sua filosofia nei rapporti con i loro contadini  suggerendo "dovete essere i padri non i carnefici dei vostri contadini".  La nobiltà, Federico la rispettò, ma nell'erigersi a campione della libertà dei deboli, lentamente cancellò (pur tenendo le due classi separate) la grande differenza sociale, più psicologica che materiale, quando dando l'esempio abolì ostentazione di ricchezze e agi pacchiani; in modo che i suoi nobili  furono costretti anche loro a scendere da quei  piedistalli di "sultano" che si erano nei piccoli regni creati con l'insolenza e con i gratuiti e scellerati maltrattamenti e angherie.

Questa politica e questo atteggiamento di Federico
, oltre che essere una lodevole missione sociale, era anche però una astuta strategia politica. Livellando la società dall'alto verso il basso, non permettendo la nascita di poteri forti, Federico  eliminava il pericolo di una potenziale opposizione alla corona. Primo: i nobili non disponevano o non ostentavano più  grande ricchezze, perchè  dovevano renderne conto e pagare contributi proporzionati alla loro opulenza (Federico anche qui fece una innovazione, le tasse le applicava di persona per induzione sul loro tenore di vita "se spende tanto può allora pagare tanto"). Secondo: non disponevano più come in passato uomini - demotivati- da mandare con un loro cenno al macello, spesso inseguendo solo egoistiche ambizioni personali di "cortile", che - secondo Federico- non avrebbero mai permesso la nascita di un grande stato, ma semmai ulteriore divisioni; con questi metodi non sarebbe mai nato uno Stato Forte. All'incirca c'erano trecentocinquanta staterelli con i soliti atavici feudali isolamenti, e Federico non li voleva  vedere diventare seicento, ma nemmeno voleva che alcuni,  magari coalizzandosi - i precedenti non mancavano di certo- diventassero più forti di lui, cioè più forti dello Stato.
Nel ridimensionamento di una categoria di privilegiati (che era allora una "civiltà" atavicamente consolidata) Federico mirava  - difendendo gli umili- prima a far nascere lentamente nei ceti bassi una convinta dignità come uomini,  poi altrettanto lentamente portarli a desiderare una mano forte protettiva: cioè  - Lui- che dava a loro la speranza di  superare quei contrasti tra nobili e plebei che erano da tempi immemorabili sempre esistiti, sempre gravitanti sull'umiliante servilismo; "Siete stupidi a trattarli come animali, in caso di bisogno voi potete contare su degli animali, che ubbidiscono solo, ma operano male come degli animali".

Ogni intervento di Federico in un paese, in una città, in una proprietà terriera, era una piccolo seme che germogliava poi in "quel" giardino locale, ma anche nel "suo" giardino, dove non erano più ammesse le piante "aristocratiche" ornamentali che assorbivano solo linfa e spazio vitale a quelle che invece davano tanti frutti se coltivati in una forma intensiva; e i frutti erano gli individui, la massa, e a questa dandogli un preciso punto di riferimento e l'adeguata istruzione (non escludendo la propaganda - e le sue visite erano una propaganda)  solo così si poteva costruire uno stato forte.

Questo assolutismo, questo togliere il potere politico alla nobiltà o la cancellazione delle ultime autonomie delle città, se da una parte creò una assolutistica potente macchina burocratica centralizzata tutta sulla sua persona, dall'altra fu compensata con la massima libertà nei confronti dei contadini fino allora servi, che gli furono sommamente grati, anche se dovevano ubbidire più di prima. Ma lo facevano volentieri. Nell'anedottica federiciana c'è un episodio emblematico. Un uomo si vantò per tutta la vita che Federico avesse risposto a delle sue lamentele con la brusca frase "cane, sta zitto!". Il vanto era di aver ricevuto "una risposta"  dal "suo" re e che questa risposta era stata  cameratesca. Da un amico insomma, che ti diceva quello che pensava.
Uno storico parlando dei tedeschi scrisse: "alcuni popoli quando hanno un "uomo forte" ubbidiscono e lo seguono  a testa bassa, i tedeschi alzano invece la fronte e non hanno bisogno di ubbidire lo seguono e basta".

Altrettanto cesarista Federico nella preparazione dell'esercito. Se suo padre Guglielmo I, fu detto Re sergente perchè governò la Prussia come una caserma, suo figlio della Prussia ne divenne il generale, ma di una Prussia che dai due milioni di sudditi era passata -quando Federico morì- a quasi cinquanta milioni.

Federico non voleva imitare alcuni famosi filosofi imperatori romani, ma sappiamo che di loro aveva letto molto, e sia nel governare, sia nella preparazione militare e perfino alcuni suoi atteggiamenti caratteriale fanno parte dell'
agiografia romana.  La frugalità, il contatto diretto con gli uomini, la ruvidezza con gli stessi, lo stoicismo, sono fortemente legati ad alcuni imperatori romani; come ad esempio a Marco Aurelio.

I pretesti per tenere sempre tutti sotto controllo furono tanti, con i mezzi più insoliti.
Quando volle fondare l'industria della carta, mancando la materia prima, con una estemporanea  "ricerca di mercato", scoprì che in ogni casa gli stracci si buttavano o si bruciavano. Mobilitò un esercito di raccoglitori a battere città, paesi e campagne. Non sappiamo se il vero intento era proprio quello, o se era quello di dare l'impressione che gli uomini del re erano dappertutto, anche per delle banalissime cose come potevano essere in questo caso gli stracci. Cioè non sfuggivano al controllo nemmeno più questi, figuriamoci i tesori occulti, magari frutto di ruberie fatte allo stato.
Non è una novità che dagli stracci e dai rifiuti si può risalire al tenore di vita di un cittadino e al suo spreco, e forse questa "furbizia" a Federico non sfuggì. Chi sprecava molto vuol dire che aveva i mezzi per farlo; bastava un controllo incrociato nel suo archivio delle tassazioni e scopriva subito se pagava in proporzione.

A parte questi coloriti episodi,  tutta l'economia prussiana fu impostata all'eliminazione degli sprechi di chi possedeva molto, e nel perseguire severamente chi traeva vantaggi finanziari dalle debolezze e miserie altrui. Soprattutto i parassiti della società. Nobili e speculatori dovettero adeguarsi a improntare la loro vita a una corrispettiva semplicità ma anche a quella instancabilità che il "palazzo" mostrava. E dovettero anche smettere di "trattare i loro contadini come bestie da soma" (osservazione fatta a loro da Federico) dovevano mirare a una pace sociale, avere attorno amici servi non servi costantemente nemici, dedicarsi a loro, e non solo  all'oziosa agiatezza, ai palazzi dorati e alle feste che umiliavano i loro sudditi.
Chi osò criticare che invece lui stava spendendo un patrimonio per la reggia di Potsdam -che sembrò un capriccio ma divenne un tempio dell'arte- Federico fece capire che era un affare di stato, che bisognava pur dare l'impressione che il paese per vivere non  raccoglieva solo gli stracci  e che se il suo re si permetteva simili lussi -una reggia degna di Versailles- voleva anche dire che le finanze erano solide e prima di attaccare la Prussia, gli altri paesi dovevano pensarci non una volta ma due volte.

Uno storico del tempo così ce lo descrive: "Federico è pieno di pretese per ogni sorta di superiorità. Si crede abile ministro quanto grande generale. Operoso e impetuoso egli decide sempre da solo e spesso di punto in bianco. I generali d'armata non sono altro che aiutanti di campo, i ministri dei commessi, gli addetti alle finanze operai addetti alla riscossione di tributi, i Principi tedeschi degli impiegati. E i militari in tempo di pace anch'essi devono dare il loro contributo ai lavori agricoli o a quelli  industriali e devono anch'essi come gli altri sottoporsi ai controlli; nulla deve essere lasciato alla -spesso sconsiderata- iniziativa privata che opera solo nel suo egoistico interesse. Solo così il popolo non patirà mai la fame,  non sarà mai tormentato dallo spettro della miseria, non andrà mai in rovina, e le casse  dello Stato - se non si spreca e non ci sono ladri-  potranno rimanere  sempre piene.  E chi non condivideva questi suoi punti di vista,  si insospettiva e per evitare i dubbi se era sincero o meno, preferiva sbarazzarsene subito.

Altra astuzia per non far nascere guerre di religione tra luterani protestanti e cattolici, che rovinavano con le loro divergenze di opinioni la pace sociale, la escogitò col motto "Nel mio paese ognuno andrà in cielo come vorrà, e non mi riguarda che santo si sceglie". Da buon preconizzatore del marketing, prima fece fare un sondaggio chi preferiva immagini (quadri, fazzoletti, statue, ecc.) di alcuni santi, poi ne permise la produzione regolando la quantità esattamente con la domanda. Non bisognava sprecare nulla.
Agli ebrei ripristinò il diritto di sposarsi ma solo se acquistavano un servizio di porcellana di una fabbrica, voluta ideata e fatta costruire (sguinzagliando suoi uomini a spiare quelle estere) dallo stesso Federico, per fare appunto concorrenza agli stranieri che vendevano stoviglie e oggetti vari in tutta la Prussia.

Quando gli altri Stati soprattutto asbugici cacciarono i gesuiti, Federico che ne conosceva la colta preparazione ed esperienza  nell'istruzione, ne approfittò per procacciarsi -invitandoli in Prussia- ottimi professori a basso costo; cioè quelli che più nessuno voleva, procurandosi  il meglio nelle sue scuole e anche a poco prezzo, conducendo così in Europa, la prima vera grande lotta all'analfabetismo, che di lì a pochi anni diede successivamente poi un grande impulso all'istruzione di grado superiore. Quando morì Federico, la Prussia aveva il 98 per cento della popolazione alfabetizzata, l'Inghilterra ci arrivò 125 anni dopo, nel 1900; l'Italia e la Francia e perfino gli USA, dopo 180 anni, solo nel 1950-60.
In tutta la storia, nessun uomo al mondo nella sua vita è riuscito a tanto; ad alfabetizzare in pochissimo tempo un intero popolo.

Alla sua morte, avvenuta nel 1786, la Prussia era divenuta una delle principali potenze economiche e militari d'Europa. Ma anche la più colta nazione del mondo. A imitarlo subito dopo (salì sul trono cinque anni dopo di lui, nel 1745 e governò per 40 anni)  Maria Teresa d'Austria, che cominciò a temere questa grande ascesa prussiana e anch'essa adottò nel suo stato quasi le stesse riforme, amministrative, militari, ecclesiastiche, dell' istruzione e quelle economiche con meno furtuna.  
Questo profondo mutamento avvenuto in pochi anni, nel nuovo panorama politico europeo, crearono le basi della futura potenza tedesca, quella che avrebbe di lì a un secolo, scalzato dal suo territorio  l'autorità austriaca, raccogliendo in un unico grande stato tutti i piccoli stati tedeschi. (All'inizio del 1900 la Prussia-Germania già iniziava a preoccupare l'Inghilterra, che temeva di perdere i mercati europei, l'unica grande ricca area del mondo dove poteva vendere i suoi numerosi prodotti provenienti da tutto il mondo).

Uomo infaticabile  (il suo motto era "Il sovrano è il primo servitore dello stato") Federico divise i suoi 46 anni di regno in due parti uguali: 23 anni li trascorse guerreggiando impegnando ogni mezzo per espandere la Prussia, e 23 anni li trascorse in pace, ma impegnatissimo in un metodico lavoro di sviluppo, di organizzazione e di riforme del Paese, occupandosi come abbiamo già letto dei minimi particolari. Dalla mattina alla sera quando non viaggiava, esaminava montagne di relazioni che gli giungevano dal più remoto angolo del paese  con le più insolite richieste.
Ma anche quando viaggiava, fermava e  ascoltava anche il più rozzo contadino con la massima attenzione, non sottovalutando nulla. E se quello toccava con tanta ingenuità qualche problema serio, spesso sconosciuto, non delegava nessuno a risolverlo, ma il problema diventava suo per cercarne una soluzione.

La sua fine, ci rivela il carattere ostinato, ma anche stoico di quest'uomo. A 76 anni, in una giornata  che era iniziata ed era poi continuata sotto un acqua torrenziale, dovevano sfilare le sue truppe in una grande parata commemorativa; Federico non rimandò affatto la parata, poi impassibile rimase ritto per 6 ore sotto il diluvio a veder sfilare i "suoi" soldati. E fu l'ultima volta. Si prese una broncopolmonite e data l'età gli venne un collasso, ma appena si riprese volle nelle ore notturne recuperare il tempo perduto per l'inconveniente. Ma non arrivò al mattino, alle due di notte  un altro attacco poneva fine a quel Federico che meritatamente gli fu dato  l'appellativo di "Grande".

Ma non fu solo l'esempio a permanere nel tempo, che non fu circoscritto, rinchiuso in un periodo, perchè il popolo  inquadrato da Federico come non lo era stato mai nella sua storia, acquisì una coscienza nazionale. Soprattutto perchè Federico -in prima persona- cercò con ogni mezzo di impedire che uno solo d loro cadesse nella rovina. Per questo fine ricorse a qualsiasi mezzo: fino all'organizzazione di un sistema di tassazione inflessibile, autocratico, non  regolato e gestito dai suoi funzionari, ma secondo quello che "a lui" Federico era la giusta misura, che era inappellabile perchè  aveva soppesato rigorosamente e attentamente i criteri di valutazione di ogni singolo contribuente.

In quanto ai fabbisogni materiali  del popolo, la sua regola era permettere a tutti il proprio fabbisogno, i  "consumi strettamente necessari". Ad esempio convinse i sudditi a rinunciare al diffusissimo caffè (che bisognava importare) per bere solo birra;  propagandavano i suoi media "Sua maestà è stato allevato nella sua giovinezza solo con zuppa e birra, dunque prendete esempio; inoltre il caffè fa male". Molti  tedeschi - sparita la materia prima- non rinunciarono all'abitudine di bere il caffè; s'inventarono il surrogato, quello fatto di cicoria, di orzo, e tante altri ingredienti, per preparare quell'intruglio di brodaglia scura che ancora oggi  in Germania è molto diffusa.

Quando finì questo periodo, con la morte del sovrano, il suo mito di "grande" era ancora vivo, ma molti ( l'istruzione creò anche un equivalente spirito critico, perfino la contestazione studentesca; una specie di '68 italiano nel 1817) dissero -forse pensando a minore tasse- che il mito sarebbe crollato presto e con il mito anche la stessa grande Prussia.

 E in effetti nei successivi anni la Prussia ritornò ad essere un piccolo stato, uno dei cento staterelli tedeschi laici o ecclesiastici che si erano riformati perchè non ci fu con un degno sovrano  la continuità federiciana (abbondarono poi anche i re pazzi) e proprio per questo motivo permise nel breve volgere di vent'anni dalla morte di Federico a un Napoleone, dopo Jena di essere lui il padrone della Germania. Perse la Prussia  i territori polacchi, quelli a ovest dell'Elba (Westfalia) e cessò di essere quella potenza che credeva ancora di essere. Federico alla sua morte aveva lasciato un validissimo esercito di 200.000 soldati, che proprio Napoleone aveva ammirato,  tramite accurate relazioni storiche, per l'efficienza, e quell'impronta che Federico aveva dato loro, ma che poi al suo arrivo quando dovette affrontarli, non esistevano più, almeno di come Napoleone li aveva immaginati.
Paradossalmente Bonaparte (ma questo non accadde solo in Germania - il Corso aveva seminato il germe in tutta Europa) servì  a spingere nuovamente il paese a  una radicale riforma dello stato e dell'esercito e a favorire le prime forze nazionalistiche ormai diffuse nella nuova generazione tedesca più istruita (Le rivolte studentesche). L'onda liberale ormai si era messa in moto, e le repressioni come sappiamo servirono a poco. Del resto nel suo "Memoriale" di Sant'Elena, Napoleone aveva profetizzato "deve passare una generazione; e la gioventù  che io lascio é opera mia! Vendicherà abbastanza gli oltraggi ch'io soffro, colle chiare opere che da essa usciranno".

Nella coalizione contro Napoleone più che combattere contro la Francia, la ormai frammentata ex Prussia lottò (diciamo nel suo animo) per eliminare prima di tutto le divisioni interne per ritrovare la sua unità; in parte la ottenne,  ma solo unendosi (malvolentieri) agli antichi nemici austriaci nella coalizione antifrancese scatenatasi contro Napoleone. Purtroppo dopo la sconfitta di Bonaparte, anche se nessuno dei piccoli stati fu restaurato, e anche se tornò a ingrandirsi annettendosi la Renania (con la Saar e la Ruhr) e riprendendosi la Vestfalia, la Prussia  dopo il congresso di Vienna era nuovamente composta da una confederazione di 39 entità politiche sotto la presidenza dell'Austria, o meglio degli Asburgo elevata a potenza mondiale; per l'Italia un "gendarme". Inutile dire che la delusione in Prussia fu grande, ma servì, perchè sempre la spinta rivoluzionaria impressa da Napoleone, riuscì a far aumentare le forze nazionaliste tedesche, minoritarie,  ma destinate sempre di più a crescere nei successivi trent'anni. 
Sembrò che sull'ambita unità nazionale scendesse il silenzio, il successore Guglielmo II, operando una  inversione di tendenza, anche se continuò l'opera di ingrandimento territoriale, la abbandonò nonostante la grande manifestazione a Wartburg il 17 ottobre del 1817 degli studenti, che reclamavano la rinascita della vita civile e politica degli stati germanici in prospettiva unitaria. 
(Anche in Italia i moti del 1821 ai Savoia chiesero le stesse cose, inutilmente. La lunga potente mano austriaca stroncava e dominava ovunque. L'illuminismo del sovrano prussiano fu imitato ma non ebbe grande influenza nella corte di Vienna, pur rendendosi conto già con Maria Teresa -imperatrice contemporanea a Federico per quarant'anni, della necessità di fare grande riforme. Più illuminato il figlio Giuseppe II, che cercò di accellerare il processo di laicizzazione dello Stato e delle riforme ma poi anche lui con la resistenza della nobiltà, prima frenò, poi fece anche lui una inversione di tendenza. Altrettanto  il fratello Leopoldo quando salì sul trono.
Dopo di lui, il "tornado" Napoleone,  poi Francesco II  d'Asburgo (dal 1804 Francesco I d'Austria), infine il Congresso di Vienna e la restaurazione; di riforme non se parlò più. Tutto ritornava al 1797.

Anche sull' Unità nazionale prussiana cadde il silenzio politico (dovuto anche all'ambigua ma anche costrittiva Santa Alleanza "imposta" a quasi tutta Europa dalla nuova potenza: l'Austria)  ma non cadde nel silenzio quella ambita unità economica tedesca che nel 1834 prese corpo con la Zollverein. Non nuova in Prussia. 
Fu un fenomeno singolare la Zollverein. I Principi di quasi tutti gli stati tedeschi ad eccezione dell'Austria, non la crearono per fare  un passo verso l'unificazione della Germania, ma fu un espediente per rendere meno fattibile quest'ultima; fu il prezzo necessario che pagarono per poter continuare ad esistere. Quindi un impresa di Principi non di popoli. Paradossalmente se fosse esistito un vero parlamento la Zollverein  non sarebbe mai nata.
Invece accadde quello che non era stato previsto. La classe media riuscì a farne una potenza e in seguito fu poi proprio  questa a permettere poi l'unione politica della Germania, che di fatto si era formata autonomamente.
Ma anche qui questo "spirito libero" di iniziativa da dove era partito? Ma dalla Prussia! La grande Zollverein  nacque nel 1834. Ma un sistema tariffario protezionistico di fatto lo aveva già creato Federico, poi  dopo la bufera napoleonica e dopo il congresso di Vienna, la Prussia dovette farlo  formalmente e infatti nacque nel 1818, e fu il primo sistema tariffario uniforme che nacque in Europa. Nel 1828 con un accordo entrò l'Assia, e nei sei anni che seguirono tutti gli altri stati capirono -non senza contrasti- che per strappare le classi medie al giacobinismo quella era l'unica soluzione. Si scavarono invece la fossa. Non avevano la minima idea delle sue conseguenze politiche.

La Prussia  arrivò a proporre all'Austria di farne parte. Metternich invece come al solito era pessimista, temeva le conseguenze politiche, soprattutto prussiane.  Gli Asburgo così rifiutarono. Tentarono di abbattere anche loro le barriere doganali nei loro domini, ma -e con modesti risultati- ci riuscirono solo dopo le rivoluzioni del '48. 
Il rifiuto fatto ai prussiani malgrado i tanti vantaggi economici, fu dovuto solo all'egocentrico  sentimento nazionale. Andare con la Prussia? Mai! E così anche l'Austria si scavò la fossa. Seguitò a guardare la valle del Danubio, cullandosi nelle monotone mondane feste viennesi, e gli Junker alle monotone riscossione delle imposte terriere. Persino le prime ferrovie furono costruite per i "terrieri". Mentre la Prussia  guardava attraverso il Mare del Nord, ai commerci, al mercato mondiale dei prodotti. E anche qui accadde un altro miracolo dovuto alla rivoluzione industriale. Concepiti i porti essenzialmente per le importazioni esportazioni a vantaggio dei consumatori e dei piccoli produttori della vanga, la zona favorì accidentalmente lo sviluppo industriale. Accadde quello che era già avvenuto ad esempio in Inghilterra, a Liverpool, si usò il piccolo borgo marinaro di mille abitanti, per farne un porto, poi si sfruttarono le vicine miniere di carbone, e invece di trasportare il carbone nelle grandi secolari lontane città per costruire le industrie metallurgiche, queste furono costruite sul luogo, e tutto l'indotto fece il resto.

Questa unione economica tedesca fondata su un sistema tariffario uniforme, concepito nello spirito di un moderato protezionismo, in pochi anni fece così enormi progressi (Perfino la Lombardia (pur sotto l'Austria) fiutando l'affare, chiese di entrarci!). E fu anche la Zollverein   l'unico fatto di rilievo degli "anni tranquilli".

La grande importanza della Zollverein  all'inizio non fu tanto quella politica, così frammentata e litigiosa (ci furono anche - tra gli staterelli- reciproche minacce con i ricatti,  quando si trattò di abbattere le barriere doganali)  ma ebbe grande importanza psicologica l'immagine; la Zollverein assunse a simbolo  della ricchezza di risorse della classe dirigente della Prussia e la fece apparire essenziale alla Germania, con le sue capacità di riuscire a moderare la classe politica esistente e metterne (di fatto) essa stessa in piedi un altra che aveva in mano non i terreni ma i capitali in contanti, e in tale misura da permettersi di poter comprare i Principi, sempre di più in decadenza, materiale e come autorità. Alcuni sì, "calarono le braghe", ma molti erano rimasti solo con le "braghe" in mano. (come a Venezia, i nobili decaduti ma con il voto in consiglio, si mettevano in Piazza San Marco all'incanto, a disposizione di chi pagava di più).
 E pensare che la Zollverein  era nata antinazionale, e invece fu quella che esercitò una forte attrazione nei confronti del sentimento nazionale della classe media. E dalla potenza economica a quella politica quando venne il momento il passo fu breve. Il successivo passo fu quando questo sentimento che agiva in termini di prosperità, rispolverando la storia iniziò ad agire in termini di conflitto.

Le vicende delle rivoluzioni liberali del 1848  riproposero - e questo c'era da attenderselo-  nuovamente  la questione dell'unità politica (ai piccoli tedeschi si contrapposero i grandi tedeschi - all'Assemblea di Francoforte 1848-1949).  Dunque, l''esplosione europea del '48, arrivò anche in Germania, ebbe luogo (così anche in Italia) in nome dell'unità, ma dell'unità non ebbe altro che il nome. I governanti,  i riformatori e gli stessi rivoluzionari erano divisi gli uni dagli altri come lo erano tra di loro. 
Un caos (non mancarono i re pazzi) che screditò -ognuno con il suo individuale successo- le idee conservatrici e anche quelle liberali.
Nella "piazza" ci fu di tutto: le idee del Sacro Romano Impero, le dottrine di Voltaire e Rosseau, già quelle di Marx, l'ombra di Lutero, e già quelle di Hitler. Già,  perchè dopo rimase solo l'idea di "forza", quella prussiana, di Federico, e tutto l'entusiasmo nazionalista farà perno su di essa.
La Prussia continuava ad essere bene amministrata, le sue finanze in buon ordine, la sua politica commerciale illuminata e ricca di successi e la nuova classe dirigente  si stava allontanando dal conservatorismo della Santa Alleanza.  Era la Prussia di Federico che continuava ad essere il solo baluardo della Germania.

I contrasti interni dal 1848 furono molti, ma non furono risolti, anzi abbandonati del tutto da Guglielmo I e da Bismarck impegnati militarmente all'esterno, con la Danimarca nel 1864, con l'Austria nel 1866, con la Francia nel 1870, e solo l'anno dopo, nel 1871, il Reich tedesco si costituì finalmente in una confederazione che però lasciava in vita le dinastie degli stati preunitari. E anche se il Reichtag  venne eletto a suffragio universale  il sistema elettorale favorì nettamente  la nobiltà e i proprietari terrieri. Tenendo fuori quella numerosa nuova classe borghese e quella media che con le attività economiche stava emergendo.

(Come del resto avvenne in Italia nello stesso periodo - furono eletti nel primo Parlamento dell'Unità d'Italia 85 principi, duchi e marchesi - che furono subito pronti a rinnegare opportunisticamente il passato e anche a schierarsi contro quella Chiesa che prima dava a loro autorità indicandoli degli "eletti" per "volontà divina" . Ci vorranno anche in Italia altri cinquant'anni per abbattere questo falso stato "liberale" e la sua base settaria, messa in crisi dall'avvento dei partiti di massa, che non erano soli, c'era a fianco in un modo meno visibile  anche la nuova borghesia che trovò molto utile la massa che strepitava (come vedremo in Italia, il fascismo si appoggiò alla borghesia per convincere la massa, e la massa si appoggiò al fascismo illudendosi di poter avere in pugno la borghesia).

La stessa cosa era accaduto in Germania anni prima, e accadrà anni dopo con il nazionalsocialismo. Le varie componenti del liberalismo condivisero l'obiettivo dell'unificazione nazionale e del costituzionalismo come in Italia. Poi in entrambi i due paesi i princìpi liberali (alterandoli) furono contraddetti dall'impronta autoritaria di alcuni governi di fine secolo (in Italia i Savoia, in Germania gli Hohenzollern - che di fatto detenevano, con i loro politici, i loro eserciti, la loro burocrazia, il controllo totale sul nuovo stato (In Italia fu chiamato questo "regime", " piemontesizzazione della penisola" impiegando -dove (dissero) c'erano "briganti"- interi eserciti per imporre la "libertà", cioè le leggi "piemontesi"). Solo l'avvento dei partiti di massa con la già accennata nuova borghesia e la sciagurata guerra, ridimensionò tutti i "sultanati" d'Europa. Anche i più incalliti conservatori "liberali" furono costretti ad accettare un ruolo politico di secondo piano; tanto i soldi li avevano loro.  Ma accettarono un profilo basso anche per paura, perchè la Rivoluzione Russa preannunciava la tempesta: le espropriazioni!"

Fu una ipocrita capitolazione che ci ricorda quel banchiere veneziano accettando quell'ultimatum di Napoleone nel 1797, che poneva termine dopo mezzo millennio alla esclusiva ricca aristocrazia della Serenissima (900 erano i "potenti" nel 1300, e 900 erano ancora nel 1797!). Il banchiere Lippomano fu abbastanza chiaro: scrisse  "Bisogna essere delle nullità, come noi siamo, per riuscire a tenere tutto". Il popolino fu ancora più chiaro definendoli  "dei calabrache". Magra soddisfazione la colorita espressione perchè nella sostanza quelli tennero tutto, come prima. Alcuni, furbi, prima ancora di capitolare erano corsi già a Parigi, a fare i "nuovi" contratti, a svendere la "Repubblica Veneta". Gli altri si adeguarono e quando entrò Napoleone a Piazza S. Marco fecero suonarono tutte le campane.

La ridondante dottrina "liberale"  alla sua nascita si fondava sul principio della libertà individuale, (guardando l'Inghilterra) sul postulato economico del liberismo, sull'eguaglianza giuridica dei cittadini, sulla divisione dei poteri, sull'affermazione di uno stato di diritto garantito da una costituzione, sulla partecipazione alla vita politica da parte di un elettorato a suffragio universale, sulla rappresentanza di questo elettorato in un parlamento dotato di un potere legislativo, sulla rottura dei vincoli feudali, sulla piena sovranità e laicità dello stato e infine sulla tolleranza religiosa. Fu tutto una messa in scena.

Una volta al potere il liberalismo assunse differenti caratteristiche a seconda dei paesi. Del resto non poteva essere diversamente, abbiamo visto in Italia nel 1861, 85 Principi prendersi il potere non con quella costituzione dove per la prima volta a Cadice nel 1812 si usò (nel suo significato politico) il termine "liberale" , ma lo presero questo potere con lo Statuto Albertino, e in Germania con quello altrettanto monarchico feudale "Guglielmino". (potere assoluto basato sulla figura dell'Imperatore e del cancelliere, che comprometteva l'autorità del governo federale e limitava lo sviluppo delle forze borghesi).

  Il liberalismo insomma  non mantenne alcuni dei suoi principi originari. Era sostenitore del sistema democratico, ma trasfigurandolo continuamente, il nuovo sistema rimise in piedi una classe privilegiata conservatrice, che solo formalmente sembrava esautorata, mentre il suo stato maggiore invece di monopolizzare la proprietà fondiaria, iniziò a controllare ben altro, ad attribuirsi funzioni nell'economia e nella società, che voleva dire -nella nuova società industriale moderna-  banche, lavori pubblici, scuole, grande industria, commerci. In pratica una Restaurazione strisciante che all'inizio del Novecento, arrogantemente non moderandosi, entrò in duro contrasto con democratici e socialisti, con i partiti di massa, ma anche con la nuova classe borghese che correva in parallelo e stava allargando il proprio "regno". Poi  entrambe queste ultime due  posero lo scottante problema della rappresentanza politica, che in seguito fu risolto con un altro opportunistico dei politici "calabrache" come quello accennato sopra; ma il potere economico rimase in mano alla casta "contemplativa" (quella che non lavora, non opera, ma fa lavorare); cioè in mano  al "potere forte".  

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