SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA



"Tutto questo tratto di paese, poco fa bellissimo, è ridotto a tale termini che non si conosce più quale sia stato. Incolto, senza gente per le città, senza uomini e senza animali per le ville, imboschito tutto e selvatico. Non si vedono case, che il più furono abbruciate; della maggior parte dei castelli appaiono i muri soltanto; degli abitanti chi è morto di peste o di fame, chi di ferro, chi fuggì altrove, volendo piuttosto mendicare il pane fuori di casa, che in essa sopportare i travagli peggiori della morte ».


Così un ambasciatore di Venezia in Piemonte, descriveva lo stato miserando del ducato sabaudo, intorno alla metà del decimosesto secolo, quando le terre, le città i castelli di Carlo II di Savoia (*) erano occupate, percorse, insanguinate, depredate, dagli eserciti di Spagna e di Francia, che qui si erano dati convegno, allo scopo di conquistare, ciascuno per il proprio sovrano, e di contendere all'avversario, il primato sull'Italia e sull' Europa.

Anni funesti e dolorosi furono quelli per l' Italia.

Dalla fine del decimoquinto secolo, da quando cioè con Carlo VIII si era riaperta la serie delle invasioni straniere nella Penisola, le armi e le ambizioni non si erano più posate. Il Piemonte era stato ripetutamente attraversato dagli eserciti belligeranti; ma, forse, appunto perché era stato soltanto attraversato, il duca di Savoia aveva tollerato la non gradita presenza delle armi straniere. Ciononostante il re Francesco I non ne era ancora soddisfatto e nel novembre del 1515 si espresse duramente, con l'ambasciatore veneziano alla corte di Francia, nei riguardi di Carlo II di Savoia, che il bellicoso re francese chiamava « quel ribaldo di mio Barba », perché Carlo II (che era cognato di Carlo V) aveva pure il privilegio di essere zio di Francesco I. (e "barba" in piemontese, significa appunto zio).
(1) Alcuni autori parlando di questo duca di Savoia, lo designano come Carlo III. Il motivo di questa diversità nella cronologia, dipende dall'avere essi tenuto calcolo anche di un altro Carlo (figlio di Carlo I, il Guerriero), che però, per essere morto in tenera età, non regnò che nominalmente, mentre la reggenza era tenuta dalla madre, Bianca di Monferrato).

Fosse per effetto di queste e d'altre astiose parole; o dell'ultimatun di guerra (poco tempo dopo, il re inviò al duca per reclamare il possesso di Vercelli e di altri territori dello Stato sabaudo) o di un calcolo politico ispirato dalla considerazione della prevalenza che le armi imperiali spagnuole s'erano ormai conquistate; sta di fatto che intorno al 1530 il duca di Savoia si andò avvicinando a Carlo V imperatore, il potente antagonista delle ambizioni francesi; e intervenne a Bologna alle feste seguite all'incoronazione dell'imperatore stesso, insieme alla duchessa Beatrice e al figlioletto, di non ancora due anni, Emanuele Filiberto.

Il duca ottenne, in quest'occasione, da papa Clemente VII, la promessa che il principino avrebbe avuto un vescovado e la porpora cardinalizia; giacché Emanuele Filiberto, secondo dei figli viventi di Carlo e di Beatrice, doveva essere avviato alla carriera ecclesiastica. Tutto ciò accrebbe l'ira del Sire di Francia contro il Duca sabaudo; e quando - morto l'ultimo duca di Milano (1535), e subentrato l'imperatore allo Sforza nel possesso della Lombardia, così come disponeva un precedente trattato - la guerra riarse tra Francia e Spagna e l'esercito francese tornò a campeggiare in Italia, le terre sabaude al di qua e al di là delle Alpi (Torino compresa) furono nuovamente invase e stabilmente occupate dalle armi e dai legati del re francese. Di modo che il Duca Carlo II e la sua famiglia dovettero fuggire a Vercelli « come in terra d'esilio».

Né la guerra né la pace (di Crépy, 1544) valsero a restituire alla dinastia Sabauda il proprio Stato; ché anzi l'uno e l'altro dei belligeranti, solo in apparenza pacificati, si mostravano poco solleciti a reintegrare il Duca nei suoi possessi; entrambi si avvantaggiavano della di lui estrema debolezza e povertà; e presto la guerra fra i due essendosi riaccesa (1551), le terre piemontesi tornarono ad essere teatro di guerra feroce, a subir la violenza d'una duplice prolungata rapina.

La vita di Carlo II si conclude in mezzo a questo sfacelo. Del quale la sua morte medesima é il fatto più sintomatico. Il Molmenti racconta : « Solo, senza i consigli e i nobili conforti di Beatrice (a lui premorta), Carlo II, in mezzo alla malinconia dei disinganni, tra la rovina dello Stato e la sorte avversa dell'armi, finì la vita infelice in Vercelli, la notte del 17 agosto 1553. Un barbiere raccolse l'ultimo respiro del Duca, che, appena morto, fu spogliato dalle genti di casa, le quali strapparono al cadavere le collane degli ordini ed uno smeraldo di gran valore. Neppure il camerlengo fu presente alla chiusura del feretro, né si rogò alcun atto. Fra i tradimenti e gli strepiti della guerra non si pensò ai funerali, e il corpo del pretendente al reame di Cipro (Carlo II) fu lasciato per parecchi anni dentro il feretro, privo di sepoltura, sopra un armadio, nella sacrestia della cattedrale di Vercelli ! ».

Queste, le condizioni del Piemonte e della Casa sabauda, allorché morì il padre di Emanuele Filiberto. Senza aver presente turra questa rande rovina, non é possibile valutare appieno il valore e l'entità della riconquista e della restaurazione compiuta dal figlio di Carlo II.

* * *

Emanuele Filiberto nacque a Chambéry I' 8 luglio 1528: egli era il terzo figlio di Carlo II e di Beatrice di Portogallo, ragion per cui i suoi genitori avevano deciso di far di lui un ecclesiastico, un vescovo, un cardinale. Per alcuni anni al fanciullo fu fatto indossare l'abito ecclesiastico dalla materna pietà : ma poi, essendo morto il primogenito Adriano, e poco dopo anche l'altro fratello Lodovico, Emanuele Filiberto divenne principe ereditario e allora i progetti di carriera religiosa furono naturalmente abbandonati per lui.

Era all'inizio gracile, stento, quasi storpiato di corpo : ma con una disciplina attiva, energica, indefessa, riuscì come corpo ben complessato e sano, di membra proporzionate e ferme, benché gli restassero « le gambe un poco arcuate" e fosse « tutto nervo con poca carne ». Dormiva non più di sei ore sulle ventiquattro e aveva ripartito l'orario della giornata in modo da non star in ozio neppure un'ora e non sentiva né sole, né caldo, né freddo. A suo tempo cavalcatore ardito ed elegante, « andava a piedi la maggior parte e camminava tutto il giorno quanto é lungo, non. sedendo mai, dall'ora che si levava sin che tornava a dormire ». E poteva giocare « quattro e sei ore alla palla o al pallamaglio, nel sole « senza sudare per gran fatica che facesse : poteva cacciare il cervo per cinquanta e più miglia e darsi poi a spaccar la legna e giocar ancora al quadrello, per poi ripigliar fresco fresco il cammino. Al campo, fra i diciassette e i diciott'anni, armato, poteva stare quattordici ore a cavallo e tutti i giorni. Aveva sortito naturale e svegliato ingegno e memoria di ferro; « soprattutto una perspicacia e un'attitudine singolare all'assimilazione e adattamento dello spirito, onde poteva, anche senza una cultura profonda in ogni ramo, seguire ogni sorta di ragionamento e giudiziosamente parteciparvi : vi fu allora chi disse ch'egli pareva nato ad ogni cosa".
Lo sfacelo dello Stato paterno; l'ambasciata di Carlo II, principe leale, pacifico, ma esitante, indeciso nell'abbracciare risolutamente la causa dell'uno o dell'altro potente sovrano, di Francia e di Spagna, che si combattevano anche sul suolo piemontese; le difficoltà d'ogni sorta, comprese quelle pecuniarie, per cui il padre di Emanuele Filiberto dovette prendere denaro a prestito, impegnando i gioielli familiari ; tutto questo complesso di preoccupazioni, di umiliazioni, di avversità, furono vedute, considerate, valutate dal giovane principe, al quale era riservata un'eredità tanto svalutata, un patrimonio tanto oberato d'ipoteche e di debiti. Ed egli, opportunamente consigliato, o generosamente ispirato, decise di prender risolutamente un partito : di abbracciare un'alleanza, di essere tutto e senza esitazioni di Spagna contro Francia, di Carlo V - suo zio - contro Francesco Ie poi contro Enrico II, per non essere spregiato dall'uno e dall'altro dei due rivali, «a Dio spiacente ed ai nemici sui ».

Eccolo, dunque, il giovinetto Emanuele Filiberto, appena tredicenne, presentarsi nel 1541 a Genova, all'imperatore e re, in procinto di partire per l'Africa mediterranea, allo scopo di rintuzzare la prepotenza d'un corsaro mussulmano: e chiedergli di partecipare all'impresa che avrebbe dovuto consacrare il valore guerriero dell'adolescente principe cristiano, dell'alleato fedele. Ma Carlo V non accetta la profferta generosa, quantunque resti preso da quella grazia modesta e forte ad un tempo, da quella « naiveté » che gli fa pensare che il giovine principe non abbia detto cosa suggeritagli da altri, ma tutto quel che sgorgava dal suo animo e dal suo cuore, spontaneamente.

Passano due anni (1543) : il giovane torna ad offrirsi all'imperatore, per combattere in Francia, nell'esercito imperiale-spagnolo : il suo desiderio non viene ancora appagato. Nel 1545 Emamele Filiberto, ottenuto il consenso del padre, superate le non lievi difficoltà d'indole materiale dell'equipaggiamento per sé ed il seguito, parte alla volta della Germania: qui si trovava l'imperatore, alla Dieta di Worms, dalla quale il movimento della riforma religiosa dovrà uscire più ardito, più esuberante, più aggressivo e robusto. Il principe Sabaudo, di appena diciassett'anni, ha tuttavia l'animo più maturo di quel che non consenta l'età : egli deve presentare all'imperatore un memoriale, nel quale sono narrate distesamente le crudeli condizioni nelle quali giacciono il Piemonte e le altre terre sabaude, tra le sevizie dell'occupazione francese e le nequizie dei governatori spagnoli spadroneggianti. Ma se questo é lo scopo manifesto e dichiarato del viaggio, ben altro é il progetto che il giovine principe ha concepito: egli vuole entrare subito al servizio dell'imperatore, conquistarne la fiducia, assicurarsene la simpatia, fargli sentire l'obbligo della gratitudine, per conseguire alfine quella libertà della patria terra, quella reintegrazione dei domini aviti, alla quale il padre suo, da tanti anni, ed invano, aspira; egli si propone di tutto
dare alla causa imperiale, per ottenere in cambio dall'imperatore protezione ed aiuto e libertà.

I suoi primi tentativi, le sue prime sollecitazioni, non sembrano fortunate : ma egli ha appreso dalla pia madre - cresciuta in una corte fatta devota dalla stessa intensità della lotta nazionale-religiosa che la nazione lusitana dové sostenere contro i Mori invasori - ha appreso da lei l'insegnamento della suprema sapienza :
pulsate et aperietur vobis. Egli resta presso l'imperatore pur tra l'asprezza delle difficoltà pecuniarie che gl'impongono di licenziare o rimandare parte del seguito; egli resta ed aspetta ed insiste. Ed ecco divampare la guerra religiosa; ecco la lega dei principi protestanti tedeschi, più o meno indirettamente appoggiata dal re di Francia, cristianissimo ma alleato dei turchi e protestanti quando lo suggerisca l'opportunità politica ; ecco la lega Smalcaldica scendere in guerra contro l'imperatore e re Carlo V (1546).
Emanuele Filiberto è a fianco dello zio, e questa volta il suo desiderio di combattere e di farsi valere vien soddisfatto : il giovane diciottenne ottiene il comando di tutta la cavalleria di Fiandra e di Borgogna. E davanti ad Ingolstadt vuol far vedere che egli non é un guerriero da burla, né un principe pavido od impigrito nelle comodità di una posizione privilegiata. A CarloV, che autorizza i suoi congiunti a ritirarsi per evitare il pericolo, Emanuele Filiberto dichiara arditamente : « Sire, delibero di restare alla testa del mio squadrone e vincere e morire con Vostra Maestà e qual si accadesse qualche sinistro, non vorrei vivo trovarmi n. E restò nelle prime linee, anche sotto il sibilar dei proiettili

L'anno successivo, nell'aprile 1547, riaccesasi la lotta, si dovette all'intervento del principe sabaudo se la battaglia di Muhlberg si decise favorevolmente alle armi imperiali-cattoliche. E Carlo V dovette convincersi che in quel suo giovine nipote c'era la stoffa d'un vero soldato, albergava l'animo d'un capitano valoroso e sagace. Spoliatis arma supersunt!

* * *
Tra il 1547 e il 1551 posarono le armi; e il giovane principe si dedicò al governo di Asti, di cui egli era signore. Nel 1551 accompagnò il figlio di Carlo V, l'erede del trono, in Spagna; e fu appunto in Spagna che Emanuele Filiberto fu sorpreso dalla ripresa della guerra tra il re di Francia e l'imperatore. Torna in Piemonte e ottiene il comando della cavalleria catafratta nell'esercito affidato alla direzione di Don Ferrante Gonzaga. Ma, sia che il principe sabaudo non volesse partecipare
ad azioni di guerra nella sua patria -che egli vedeva percorsa, straziata, dilaniata, da amici e nemici -sia che non corressero i migliori rapporti tra lui e il Gonzaga, Emanuele Filiberto
preferì di andar a combattere a fianco dell'imperatore, che in quel momento aveva intrapreso l'assedio della fortezza di Metz. E tra l'universale sorpresa, l'imperatore, poco dopo, nominò il principe piemontese « capo e capitano generale dell'esercito" dei Paesi Bassi, con pieni poteri sulla condotta della cavalleria, della fanteria e sulla artiglieria e le munizioni. Generalissimo, a venticinque anni!
Emanuele Filiberto, prima di assumere il comando, va a passare la notte in un convento, in devoti esercizi spirituali. Indi va a raggiungere l'esercito. Conquista la piazza di Hesdin, penetra in Piccardia, s'impadronisce di alcune guarnigioni e fortezze nemiche. La guerra intanto si affievolisce, per riprendere l'anno venturo : e in quest'intervallo, durante il quale Emanuele Filiberto si sofferma nei paesi del Belgio spagnolo, egli apprende la notizia della morte del padre, nelle condizioni penose che noi abbiamo già ricordate : egli non può accorrere in Piemonte, perché il dovere lo chiama presso l'esercito, e quindi si limita ad esortare i piemontesi a stringersi intorno alla bandiera della sua Casa, di cui egli é ormai il capo, di cui sarà presto il restauratore.

La campagna di quell'anno (1554) non dette risultati definitivi : solo dev'essere ricordato un episodio, che rivela l'energia, che conferma lo spirito risoluto e volitivo del principe e dell'uomo. Egli aveva ordinato a tutti i suoi ufficiali e soldati di evitare le non necessarie crudeltà, di astenersi dalle violenze, dalle distruzioni, dalle efferatezze contro le popolazioni. Ma un conte di Waldeck, comandante d'un corpo di 4000 "raitri", tedeschi, non tenendo conto di queste disposizioni, aveva condotto i suoi uomini a saccheggiare e a depredare le campagne: il duca di Savoia - ché tale era ormai, dopo la morte del Padre, Emanuele Filiberto - mosse incontro al Waldeck e lo rimproverò aspramente : e poiché il tedesco fece l'atto d'impugnare un arma, il principe sabaudo, senza esitazione, uccise il conte ribelle, in presenza delle sue truppe alemanne.

Nel 1555, Emanuele Filiberto fece un breve soggiorno in Piemonte: ma poi dovette ripartire, per assistere alla esaltazione al trono di Filippo lI, divenuto re in seguito all'abdicazione del padre Carlo V; e perché, dal nuovo re, egli fu nominato governatore dei Paesi Bassi, ufficio delicatissimo in
quegli anni in cui ardevano le guerre religiose, in cui il calvinismo - che già aveva conquistato l'Olanda - batteva alle porte del Belgio spagnolo, eccitandone i fieri spiriti d' indipendenza, l'orgogglio nazionale, l'amor della propria terra. Ma poi il conflitto tra Francia e Spagna, assopito, non interrotto, si riaccese: e il duca di Savoia si ritrovò alla testa dell' esercito imperiale; in quella campagna che doveva essere la decisiva per sé, per la propria famiglia, per l'Italia, per gran parte d'Europa.

Ecco Emanuele Filiberto in Piccardia: eccolo in prossimità della piazzaforte di San Quintino, che sbarra la via di penetrazione più rapida verso Parigi. Il connestabile francese Anna di Montmorency ne resta sorpreso: invia rinforzi agli assediati, ma poi risolve di andar egli stesso a soccorrere la fortezza: poi il 10 agosto 1557 ordina all'esercito di marciare.

Il Duca di Savoia va ad affrontare il nemico e con una brillante manovra lo costringe a battaglia, nel momento stesso in cui il Montmorency, pago di esser riuscito ad introdurre nella fortezza un contingente di truppa, sta per ritirarsi.


La battaglia di San Quintino, secondo la rappresentazione di una stampa dell'epoca
di proprietà della casata del Duca D'Aosta.


Attaccato da ogni parte, l'esercito francese viene travolto, scompigliato, disperso, annientato. La carneficina dura fino a sera : tutti i cannoni francesi cadono in potere del Duca, il Montmorency e molti gentiluomini vengono catturati, sul campo di battaglia cade il più ed il meglio dell'esercito del re di Francia. E se Filippo II avesse acconsentito alla proposta di Emanuele Filiberto, facile sarebbe riuscito agl'imperiali, guidati dal Principe sabaudo, di raggiungere Parigi e di entrare nella capitale del regno avversario.

La guerra si protrasse ancora per qualche tempo e il Duca di Savoia raccolse qualche nuovo alloro: ma ormai la battaglia di San Quintino aveva deciso delle sorti della campagna, la pace non doveva tardare ad essere stipulata. E il 3 aprile 1559, a Cateau-Cambrésis, la pace fu infatti conclusa; quella pace che consacrò la preponderanza spagnola sull'Italia, e che restituì al Principe piemontese gli Stati aviti. Infatti, nel trattato, fu prevista la reintegrazione del Ducato sabaudo, il quale avrebbe dovuto essere subito sgombrato da francesi e spagnuoli, salvo alcune città (con una fascia di un miglio attorno a ciascuna) e precisamente Torino, Chieri, Chivasso, Pinerolo e Villanova d'Asti, che sarebbero rimaste provvisoriamente occupate dai francesi, e Asti e Vercelli dagli spagnoli, finché i francesi noti fossero usciti dal Piemonte.
Emanuele Filiberto acconsentì a sposare la sorella del re di Francia, Enrico II ; e dopo la celebrazione delle nozze entrò nel suo Stato, insieme a Margherita sua sposa.

La vita di Emanuele Filiberto, condottiero d'eserciti, finisce a questo punto. Adesso il guerriero cede il passo al politico, allo statista, al riformatore, al fondatore di un nuovo ordinamento del suo piccolo Stato, nel quale é pure il germe di una Italia futura. Tornato in Piemonte dopo tanti anni di lontananza e moltissimi di disordini guerreschi, qual' é l'obiettivo fondamentale del Duca? E presto detto : riconquistare tutto il suo Stato, anche quelle città che francesi e spagnoli detengono, anche quelle regioni sabaude di cui gli elvetici si sono impadroniti.
Emanuele Filiberto é serio, riflessivo, riservato nelle cose d'importanza, intorno alle quali é saggio non spendere troppe parole: ma é tenace altresì, tanto che i contemporanei lo appellano "testa di ferro", perché egli non é disposto a rinunciare al suo diritto, é restio a piegarsi alla ragione del più forte. Egli presto si accinge a trattare con la Francia lo sgombero delle città piemontesi che le truppe galliche tengono ancora occupate: ma il governo di Parigi tergiversa, cavilla, procrastina, tenta di sottrarsi all'obbligo che promana dal trattato di Cateau-Cambrésis.

Invano Emanuele Filiberto invoca l'intervento del potente alleato, il re di Spagna : anche Filippo II non ha fretta, perché anch'egli non vuole uscire troppo presto dal Piemonte, e, finché ci sono i francesi, egli ha buon gioco per farci restare i suoi spagnoli. Ma il principe sabaudo insiste, discute, ribatte con argomenti i cavilli dei francesi, fa qualche concessione, riesce finalmente, verso la fine del 1562, ad ottenere la liberazione di Torino, Chieri, Chivasso e Villanova d'Asti : ma Pinerolo, Savigliano, La Perosa, restano ancora in possesso della Francia. Non importa : il Duca di Savoia ritiene che Torino riconquistata valga più d'ogni altra città, e si accinge, rientrando nella capitale del Piemonte, ch'egli fa subito fortificare, a rinnovare gli ordinamenti legislativi, militari, marittimi, culturali del suo Stato.

L'Università piemontese, che, nata a Torino nel secolo precedente, si era poi trasferita a Chieri, indi a Savigliano, per poi tornare a Torino - dove visse finché i francesi non ne soffocarono lo spirito vitale- rinacque a Mondovì, per le cure sollecite di Emanuele Filiberto, non appena questi fece ritorno nel suo Stato. Liberata Torino, fu deciso che l'Università sarebbe tornata alla sua antica sede, e questo avvenne nel 1566: e i migliori docenti vi affluirono, perché il Duca emanò un decreto con cui vietava ai suoi sudditi di dar l'opera propria fuori dello Stato, di modo che alcuni dotti piemontesi che insegnavano in altre università dovettero rientrare in Piemonte e dedicarsi in patria all'insegnamento.

La lingua italiana fu ufficialmente adottata negli atti pubblici in Piemonte. La milizia fu riordinata, con nuovi e così saggi criteri che si può ben riconoscere ad Emanuele Filiberto il grande merito di avere per primo costituito un esercito piemontese. La marina sabauda venne accresciuta, fino al numero di dieci galere, che parteciparono in seguito, comportandosi onorevolmente, ad alcune spedizioni contro i corsari musulmani e contro la flotta turca: anche alla battaglia di Lepanto, a fianco della flotta degli Stati di tutta la Cristianità.
Fu favorita l'agricoltura, soprattutto la coltivazione del gelso; l'industria; i commerci. Le finanze dello Stato esauste al massimo grado, furono riordinate e riassestate.

In mezzo a tanto fervore d'innovazioni e di riforme, Emanuele Filiberto tendeva lo sguardo costantemente al di là dei confini del Ducato. Dopo aver parzialmente conseguito il suo scopo con la Francia, s'indirizzò alla Spagna, perché sgombrasse Asti e Vercelli : ma il re Filippo, allegando la lettera del trattato, che gl'imponeva di sgombrare dopo la completa evacuazione francese, rifiutò. Rivolse allora le sue cure, Emanuele Filiberto, a trattare con Berna, Friburgo e Ginevra, la restituzione dei territori sabaudi che, durante gli anni delle guerre, le città elvetiche protestanti avevano sottratto all' autorità del duca, suo predecessore; e dopo lunghe trattative, durate cinque anni, dal 1562 al 1567, con qualche parziale rinuncia, con qualche sacrificio di denaro, il principe riebbe la massima parte degli antichi domini, fino al lago Lemano ma non Ginevra. Ginevra, la città di Calvino, la piccola Roma della più severa riforma, non doveva più tornar soggetta ai principi sabaudi; e l'ultimo tentativo, diretto alla riconquista della città del Lemano, fatto dal figlio di Ernanuele Filiberto, da Carlo Emanuele, nel 1602, doveva irreparabilmente fallire per la vigilanza dei ginevrini, che ancora oggi festeggiano, ogni anno, la loro notturna vittoria. E fu ventura che questo fosse, perché la Casa di Savoia, respinta da occidente e da settentrione, volse le sue iniziative e le sue ambizioni, sempre più, verso oriente e mezzodì : e da questa fatale inclinazione nacque la storica missione della Famiglia Sabauda, a pro dell'Italia e della sua unità.

Passarono gli anni: a re Francesco II di Francia, succedette sul trono Carlo IX, fratello del precedente. Nel 1574, morto anche questi senza prole, la successione toccò a Enrico III, re, da pochi mesi, di Polonia. S'affrettò il nuovo re dei francesi ad abbandonare la corona polacca per cingere quella più brillante ed ambita di Francia: e il viaggio di ritorno decise di farlo attraverso l'Italia. Emanuele Filiberto, fisso nel suo proposito di conseguire la liberazione del Piemonte, va ad incontrare il re a Venezia, lo accompagna fino a Torino, lo ospita degnamente, e, seguito da un folto stuolo di cavalieri, l'accompagna fino a Lione; tanta tenacia e abilità vien presto premiata dalla liberazione degli ultimi centri piemontesi ancora occupati dalle truppe del re di Francia.
E allora, nel 1575, anche il re di Spagna, dopo alcuni tentativi di prorogare l'esecuzione di quest'obbligo, acconsente alfine a far uscire da Asti e Vercelli i suoi armati.

A sedici anni dal trattato di pace; a trent'anni da quando il giovane principe andò ad offrire a Carlo V i suoi servili e la sua spada, Emanuele Filiberto vide coronato l'intento dalla sua perseverante politica. Tutto lo Stato dei suoi avi era libero ormai dalle armi straniere ! E il Duca, prima di chiudere anzi tempo la sua feconda, operosa giornata (morì il 30 agosto del 1580) poté altresì compiacersi di avere alquanto ampliato, con l'acquisto delle terre liguri di Maro, Oneglia e Tenda, lo Stato paterno, che egli aveva dovuto faticosamente riconquistare, a pezzo, a pezzo.
Questo principe é non soltanto insigne per la sua capacità guerresca, per le sue vittorie militari, per la sua provata saggezza politica all'interno dello Stato sabaudo, per i trionfi onde vide coronati i suoi sforzi e la sua tenace passione, ma anche perché in lui si annunciano i germi di quella politica nazionale che i suoi successori dovranno svolgere e far trionfare.

Egli é bensì il vincitore di San Quintino e l'alleato del re di Spagna, ma allorché ha potuto ricuperare il suo Stato, ha cura d'essere neutrale tra le opposte ambizioni francesi e spagnole; egli ha cura ormai di essere principe italiano, tutore d'interessi e di prerogative particolari italiani; egli si preoccupa in ogni momento di conservare con Venezia i rapporti più cordiali, perché intende che la libertà della Penisola può difendersi solo con la concordia dei governi non soggetti ad influsso straniero.

Ed egli coltiva nel figlio questi suoi medesimi sentimenti ; e noi vedremo in Carlo Emanuele I riaffermate queste illuminate tendenze, che la coscienza degl'italiani migliori di quel tempo - da Alessandro Tassoni a Traiano Boccalini - mostrerà di apprezzare con spirito di generosa previdenza.
Con Emanuele Filiberto, dunque, la Casa di Savoia non soltanto riconquista i suoi Stati, ma concepisce e preannunzia la sua missione d'italianità.

Questa biografia fu scritta nel IV centenario della nascita di Emanuele Filiberto,
seguita da una esposizione a Torino, nel maggio-giugno 1928.
Riportata nelle pagine delle Vie d'Italia, del Touring Club Italiano,
rivista n.6 giugno 1928.

Vedi anche in "Riassunti Storia d'Italia",
il periodo di Emanuele Filiberto

altre pagine con la "DINASTIA DEI SAVOIA"


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