SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIANFRANCO FINI

 

Gianfranco Fini è nato a Bologna il 3 gennaio 1952 da Argenio (detto Sergio) e da Erminia (detta Danila) Marani.

La famiglia, appartenente alla media borghesia bolognese, non aveva una sua particolare ed esclusiva tradizione politica. Il nonno paterno di Gianfranco, Alfredo Fini (morto nel 1970), era un militante comunista. Il nonno materno di Gianfranco, Antonio Marani (morto nel 1963), ferrarese, fascista della prima ora, aveva partecipato alla marcia su Roma con Italo Balbo. Il padre di Gianfranco, Argenio Fini (1923-1998), era stato volontario della Repubblica sociale italiana, nella divisione di fanteria di marina "San Marco", ed era iscritto all'Associazione nazionale combattenti della RSI; ma prima dell'ascesa politica di suo figlio non era missino, bensì era vicino al PSDI. Un cugino di Argenio, Gianfranco Milani, era scomparso a vent'anni, ucciso dai partigiani, nei giorni seguenti il 25 aprile 1945 (in memoria di lui il primogenito di Argenio fu battezzato Gianfranco).

Gianfranco, compiuti gli studi elementari e medi inferiori, frequentò nel 1966-67 la quarta classe ginnasiale del liceo ginnasio statale "Galvani" di Bologna; passò quindi all'istituto magistrale "Laura Bassi", anch'esso di Bologna, che frequentò con ottimo profitto nei quattro anni scolastici successivi. Nel 1969 un episodio, poi molto noto, lo indusse ad aderire idealmente al MSI: volendo assistere alla proiezione del film di John Wayne "I berretti verdi", ebbe uno scontro fisico con giovani di estrema sinistra. Insofferente del clima politico della sua "rossa" città (che solo nel 1999, con il determinante contributo del partito da lui fondato e presieduto, avrebbe avuto il primo sindaco non comunista né postcomunista dalla fine della seconda guerra mondiale) e del dilagante estremismo giovanile di sinistra, il giovane Fini si avvicinò all'organizzazione studentesca del MSI, la Giovane Italia (poi confluita nel Fronte della gioventù); ma, finché rimase a Bologna, non intraprese una vera e propria militanza politica. Nel luglio 1971 conseguì il diploma magistrale all'istituto "Laura Bassi" con la votazione di 54 sessantesimi.

Nell'estate del 1971 la famiglia Fini (un secondo figlio, Massimo, era nato nel 1956) si trasferì da Bologna a Roma, dove il padre era stato nominato direttore di filiale della compagnia petrolifera Gulf. Nell'autunno dello stesso anno Gianfranco si iscrisse al corso di pedagogia della facoltà di magistero dell'università "La Sapienza" di Roma e alla sezione del MSI di via Bricci, nel quartiere Monteverde Vecchio dove ora abitava (successivamente, chiusa questa sezione, passò a quella di via Sommacampagna). 
Grazie alla sua preparazione culturale, divenne presto un dirigente di rilievo dell'organizzazione giovanile missina: nel 1973 fu nominato responsabile della scuola del Fronte della gioventù di Roma dal futuro deputato Teodoro Buontempo (allora segretario provinciale del Fronte) e cooptato nella direzione nazionale dell'organizzazione. Non poté frequentare regolarmente le lezioni all'università, perché preso di mira dagli estremisti di sinistra del suo quartiere; ma completò rapidamente il corso di studi e nel 1975 si laureò in pedagogia (indirizzo psicologico) con la votazione di 110 e lode, discutendo una tesi su i decreti delegati e le forme di sperimentazione e partecipazione all'interno della scuola, con attenzione specifica alla legislazione italiana. Dopo la laurea, per un breve periodo, insegnò lettere in una scuola privata (questa è una delle molte analogie tra la biografia di Fini e quella di GIORGIO ALMIRANTE (Biog.) , il quale, come Fini, nacque in Emilia e fece le scuole in una città dell'Italia settentrionale e l'università a Roma, essendo divenuto romano di adozione nel momento del passaggio dall'adolescenza alla giovinezza; vi è però una differenza notevole tra il giovane Almirante e il giovane Fini: il primo divenne fascista per adesione ad un regime, il secondo lo divenne per opposizione ad un altro regime).

Nelle elezioni amministrative che si svolsero contemporaneamente alle politiche del 20 giugno 1976 Fini fu candidato al consiglio provinciale di Roma per il MSI-DN nel collegio Nomentano-Italia (Buontempo lo aveva proposto ad Almirante per la candidatura, e per l'occasione lo fece nominare commissario della sezione di via Livorno); ottenne il 13 per cento dei voti, ma non fu eletto. Nell'agosto 1976 iniziò il servizio militare, che prestò dapprima nella caserma "Bligny" di Savona (89° fanteria d'assalto), poi al distretto militare di Roma e al ministero della Difesa. Durante la ferma non interruppe l'attività politica; anzi, proprio in quel periodo la sua carriera politica ebbe la svolta decisiva che fece di lui il "delfino" in pectore di Almirante, segretario nazionale e leader indiscusso del MSI dal 1969.

Il 16-17 gennaio 1977, nelle votazioni conclusive dell'XI congresso nazionale del MSI-DN (svoltosi a Roma meno di un mese dopo l'uscita dal partito di 25 dei 49 parlamentari missini e la scissione dell'intera corrente "Democrazia nazionale", scissione che favorì l'entrata di molti uomini nuovi negli organi direttivi del partito di Almirante), Fini fu eletto membro del comitato centrale del MSI-DN. Dopo il congresso il segretario nazionale del Fronte della gioventù, Massimo Anderson, lasciò il partito; Almirante commissariò il Fronte, poi gli consentì di tenere un'assemblea nazionale per designare una rosa di candidati tra i quali egli avrebbe scelto il nuovo segretario. L'assemblea si svolse a Roma il 5 giugno 1977. Fini, non essendo molto popolare tra i compagni di militanza per la sua moderazione, risultò solo quinto su sette designati; ma il 7 giugno Almirante lo nominò segretario nazionale del Fronte della gioventù, con l'intento di dare una guida moderata e affidabile ad un'organizzazione allora - in anni tragici per la destra: dal 1970 al 1983 caddero vittime della violenza politica e del terrorismo venti militanti del MSI, in maggioranza giovani assassinati in vili agguati - fortemente tentata dall'estremismo violento. In qualità di segretario nazionale del Fronte della gioventù, Fini avrebbe partecipato di diritto ai lavori di tutti gli organi direttivi nazionali del MSI-DN intermedi tra il comitato centrale e il segretario nazionale: la direzione nazionale, l'esecutivo nazionale e la segreteria politica. (Per una singolare coincidenza, cinque giorni prima della nomina di Fini a segretario nazionale del Fronte della gioventù, il 2 giugno 1977, anche Silvio Berlusconi, allora imprenditore edile, aveva ricevuto una nomina fondamentale nella sua biografia: quella a cavaliere del Lavoro, primo riconoscimento ufficiale della posizione che egli si era guadagnato tra i protagonisti della vita economica italiana.)

Come segretario nazionale del Fronte della gioventù Fini soddisfece Almirante, che lo conservò in quella carica di responsabilità per ben dieci anni, finché non ne fece il proprio successore. (Soltanto in alcuni casi Fini fu accusato di non tenere abbastanza a freno i militanti più duri; ad esempio in seguito ai fatti del 7 gennaio 1978: dopo l'assassinio dei giovani missini Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta da parte di terroristi rossi in via Acca Larenzia a Roma, sul luogo della strage avvenne uno scontro tra missini e polizia nel quale fu ucciso un altro giovane missino, Stefano Recchioni, e lo stesso Fini rischiò la vita.) Nel 1977 il neo-segretario del Fronte della gioventù fu assunto come praticante dal quotidiano del MSI-DN, il "Secolo d'Italia", dove lavorò fino al 1983, tre anni dopo essere diventato giornalista professionista (la sua iscrizione nell'elenco dei professionisti dell'ordine dei giornalisti di Roma è datata 27 marzo 1980). Nella redazione del "Secolo" conobbe la militante missina e impiegata del giornale Daniela Di Sotto (nata a Roma nel 1955), che egli avrebbe sposato l'11 settembre 1988 a Marino (nella cui frazione Santa Maria delle Mole risiedevano); l'11 settembre 1985 era nata la loro figlia Giuliana.

Nelle elezioni politiche del 26 giugno 1983 Fini fu candidato alla Camera dei deputati nella lista del MSI-DN per la circoscrizione di Roma-Viterbo-Latina-Frosinone. Pur non avendo grandi disponibilità finanziarie, fece un'efficace campagna elettorale, naturalmente con il sostegno del Fronte della gioventù, e ottenne 16.223 voti di preferenza, risultando il primo dei non eletti; subentrò ad Almirante (che, primo degli eletti nella stessa circoscrizione, optò per quella di Napoli-Caserta) e fece il proprio ingresso nel Parlamento della IX legislatura, che si aprì il 12 luglio. 

Avendo trentun anni, era il più giovane dei parlamentari del MSI-DN e uno dei membri più giovani dell'intero Parlamento. Nello stesso anno fu eletto anche consigliere comunale di San Felice Circeo (Latina); lo sarebbe rimasto per quattro anni, dimettendosi dopo la prima elezione a segretario del suo partito.

Il 14 giugno 1987 Fini fu rieletto deputato nella circoscrizione di Roma-Viterbo-Latina-Frosinone con 38.893 voti di preferenza, risultando secondo solo ad Almirante tra gli eletti del MSI-DN. Nella nuova Camera fu ancora il deputato missino più giovane di età. Il suo astro politico aveva guadagnato molto splendore con queste elezioni, annunciate come le ultime con Almirante segretario del MSI-DN. La scelta del successore sarebbe stata effettuata nel dicembre dello stesso anno dal XV congresso nazionale del partito; fino all'autunno non vi furono candidature ufficiali. Ma il 6 settembre, ad una festa di partito che si svolgeva a Mirabello (Ferrara), Almirante presentò ufficiosamente Fini come il suo "delfino".

Alcuni notabili del partito si pronunciarono subito sulla candidatura Fini: tra i contrari si distinse il senatore e direttore di "Candido" Giorgio Pisanò, che intraprese una durissima campagna contro il giovane candidato; tra i favorevoli emerse il deputato e leader missino di Bari, Giuseppe Tatarella, che con altri parlamentari organizzò una corrente, "Destra in movimento", per sostenere Fini. La battaglia precongressuale fu molto aspra, ma ancor più lo fu quella congressuale, combattuta a Sorrento dal 10 dicembre 1987 tra sei correnti e quattro candidati alla carica di segretario nazionale: Fini (sostenuto fin dall'inizio da Almirante, da "Destra in movimento", dalla corrente "Destra italiana" - legata a Pino Romualdi e condotta da Guido Lo Porto - e dalla corrente "Nuove prospettive", del vicesegretario Mirko Tremaglia e dell'ex capogruppo al Senato Michele Marchio), il deputato di Lecce-Brindisi-Taranto Domenico Mennitti (sostenuto dalla sua corrente "Proposta Italia"), il vicesegretario Pino Rauti (sostenuto dalla sua corrente "Andare oltre") e il vicesegretario vicario Franco Servello (sostenuto dalla sua corrente "Impegno unitario", alla quale aderivano anche il capogruppo alla Camera Alfredo Pazzaglia e il vicesegretario Raffaele Valensise). 

Nella notte fra il 13 e il 14 dicembre si svolsero le votazioni: nella prima votazione Fini risultò primo con 532 voti, seguito da Rauti con 441, da Servello con 244 e da Mennitti con 157; poiché nessun candidato aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei voti dei partecipanti alla votazione, si procedette ad una votazione di ballottaggio tra i due candidati che avevano ottenuto il maggior numero di voti; e nel ballottaggio Fini (sostenuto anche da "Impegno unitario") sconfisse Rauti (sostenuto anche da "Proposta Italia") con 727 voti contro 608. Nel comitato centrale eletto contemporaneamente al segretario i sostenitori di Fini ottennero complessivamente 168 seggi ("Destra in movimento" 68, "Impegno unitario" 57, "Destra italiana" 22 e "Nuove prospettive" 21), i sostenitori di Rauti 112 seggi ("Andare oltre" 79 e "Proposta Italia" 33). Questo comitato centrale, riunito per la prima volta a Roma il 23 e il 24 gennaio 1988, elesse a maggioranza Servello proprio presidente e Almirante presidente del partito. Tatarella divenne il vicesegretario vicario di Fini, la cui segreteria iniziava in perfetta e dichiarata continuità ideale con quella di Almirante.

Il nuovo segretario del MSI-DN affrontò la sua prima prova nelle elezioni amministrative parziali del 29 maggio 1988. Una settimana prima di queste elezioni, Almirante e Romualdi morirono improvvisamente (rispettivamente il 22 e il 21 maggio), privando Fini di appoggi insostituibili. I risultati di quelle consultazioni furono deludenti, ma l'immagine di Fini si riscattò con le elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia, nel giugno, e del Trentino-Alto Adige, nel novembre dello stesso anno. Vennero poi le elezioni europee del 18 giugno 1989, in occasione delle quali Fini confermò l'alleanza con gli altri partiti dell'"Eurodestra", in particolare con il "Front national" francese di Jean-Marie Le Pen. L'"Eurodestra" nel complesso ebbe buoni risultati, ma per il MSI-DN continuò la tendenza negativa iniziata nel 1987: il partito scese dal 6,5 per cento dei voti delle elezioni europee del 1984 al 5,5 per cento e da cinque a quattro seggi (Fini fu eletto nella circoscrizione dell'Italia nord-occidentale con 117.880 voti di preferenza e nella circoscrizione dell'Italia nord-orientale con 83.968 voti di preferenza; optò per la seconda circoscrizione). Nel nuovo Parlamento europeo il MSI-DN rimase fuori dal gruppo delle Destre europee, in seguito alla decisione del presidente Le Pen di ammettervi il partito tedesco "Republikaner", fortemente contrapposto al partito di Fini sulla questione dell'Alto Adige.

Nelle elezioni comunali di Roma del 29 ottobre 1989 il MSI-DN subì un preoccupante calo di voti, che fu fatale alla segreteria Fini. Il 2 gennaio 1990, nove giorni prima che si aprisse a Rimini il XVI congresso nazionale del MSI-DN, le correnti "Impegno unitario" e "Destra italiana" si dichiararono pronte a sostenere la candidatura di Rauti alla segreteria (Fini aveva invece offerto a Rauti la presidenza, per arrivare ad una gestione unitaria del partito); "Destra in movimento" e "Nuove prospettive" rimasero fedeli al segretario uscente. Il 15 gennaio, a conclusione del congresso di Rimini, Rauti fu eletto segretario, ma con soltanto 744 voti contro 697 andati a Fini, che era riuscito a portare dalla sua parte molti delegati delle correnti che lo avevano abbandonato. Nel nuovo comitato centrale le quattro correnti favorevoli a Rauti ottennero complessivamente 159 seggi, le due correnti favorevoli a Fini 121 seggi, 101 dei quali andarono a "Destra in movimento".

Lasciando la segreteria, Fini dichiarò di voler difendere, come capo della nuova opposizione interna, "l'identità tradizionale del partito fondato da Almirante e Romualdi". Con la sua sconfitta al congresso di Rimini, disse Tatarella, il MSI perdeva un segretario, ma la destra trovava un leader. Se la prima segreteria di Fini, come egli stesso avrebbe successivamente riconosciuto, era stata "incolore, senza infamia e soprattutto senza lode", l'ex delfino di Almirante, passato all'opposizione, si dimostrò politico abile e attivissimo. La sua contrapposizione a Rauti fu dura, anche se leale. Da semplice deputato intraprese addirittura iniziative personali di politica estera: nel novembre 1990, durante la crisi internazionale destinata a sfociare nella guerra del golfo Persico, andò a Baghdad con Le Pen e ottenne da Saddam Hussein la liberazione di 85 ostaggi occidentali, tra i quali 14 Italiani.

Le tensioni interne del MSI-DN dopo il primo insuccesso elettorale della segreteria Rauti (nelle elezioni regionali del 6 maggio 1990 il partito crollò al 3,9 per cento dei voti, un minimo storico) portarono, il 27 gennaio 1991, alla formazione di un esecutivo politico nazionale, direttorio di otto membri che di fatto sostituì l'ufficio di segreteria e l'ufficio politico; Fini vi entrò in rappresentanza della minoranza insieme a Tatarella, Tremaglia e Ugo Martinat. Dopo un'altra disfatta del MSI-DN nelle elezioni regionali siciliane del 16 giugno 1991, Rauti si dimise da segretario; per la successione si candidarono il vicesegretario Mennitti (sostenuto da "Andare oltre" e da "Proposta Italia") e Fini, intorno al quale si ricostituì la vecchia maggioranza almirantiano-romualdiana di centro-destra. Il 6 luglio il comitato centrale elesse segretario Fini con 137 voti contro 95 andati a Mennitti. Questo cambio della guardia a favore di un leader già sperimentato senza successo fu considerato da alcuni autorevoli osservatori l'inizio della fine di un partito in gravissima crisi, mentre esponenti missini di rilievo come Mennitti, Pisanò e Tomaso Staiti abbandonavano il partito stesso.

(Mennitti, dimessosi con correttezza anche da deputato, sarebbe rientrato in politica nel 1994 come primo coordinatore nazionale di Forza Italia, il nuovo partito fondato da Berlusconi; attualmente è direttore della rivista di cultura politica di area polista "Ideazione"). 

Nessuno prevedeva che con la seconda segreteria Fini il MSI-DN non solo avrebbe superato la crisi del dopo Almirante, ma avrebbe raggiunto mete che nel 1991 sembravano impossibili, fino alla legittimazione come partito di governo.

Fini continuò da segretario l'attivismo iniziato da capo dell'opposizione interna. Nell'agosto 1991 - essendo in corso la dissoluzione della Iugoslavia - andò a Belgrado per trattare con dirigenti serbi la questione dell'Istria e della Dalmazia. Nelle elezioni comunali di Brescia del 24 novembre successivo, candidatosi egli stesso come capolista, riuscì ad invertire la disastrosa tendenza elettorale negativa al Nord iniziata con le consultazioni regionali del 1990, e smentì le previsioni di un inarrestabile declino del suo partito. Nei mesi successivi impegnò il MSI-DN in un costante sostegno della politica personale del presidente della Repubblica Francesco Cossiga, presidenzialista come i missini e duramente critico verso la DC e l'ex PCI. Cossiga mostrò di gradire la solidarietà espressagli - anche con manifestazioni di piazza - da un partito ancora isolato da tutti gli altri come forza "antisistema"; e il MSI-DN perdette in parte l'immagine di erede del fascismo per assumere quella di fautore di un rinnovamento di tipo "gollista" delle istituzioni repubblicane.

Fini affrontò con abilità le elezioni politiche del 5 aprile 1992, basando la campagna elettorale del suo partito sul presidenzialismo, e candidando nelle circoscrizioni di Napoli e di Bologna, Alessandra Mussolini, che fu eletta in entrambe, rivelandosi il più forte candidato missino di tutta Italia dopo Fini. Il 5 aprile il MSI-DN ottenne il 5,4 per cento dei voti, 34 seggi alla Camera e 16 seggi al Senato: solo un lieve calo rispetto alle elezioni politiche del 1987, e una netta ripresa rispetto alle elezioni regionali del 1990. Fini fu rieletto deputato nella circoscrizione di Roma-Viterbo-Latina-Frosinone con 113.650 voti di preferenza e nella circoscrizione di Genova-Imperia-La Spezia-Savona con 20.691 voti di preferenza; optò per Roma. Nel giugno 1992 si dimise dal Parlamento europeo per farvi entrare un rappresentante italiano dell'Alto Adige, Pietro Mitolo.

Nel corso della XI legislatura Fini impegnò il proprio partito nella battaglia sulla questione morale che investiva allora il "regime partitocratico". Isolato anche dalle altre forze di opposizione radicale (la Lega Nord, Rifondazione comunista e la Rete), il MSI-DN guadagnò progressivamente consensi nelle elezioni amministrative parziali che si tennero dalla fine del 1992 alla fine del 1993, mentre i partiti di governo, coinvolti in moltissimi scandali, subivano sconfitte sempre più pesanti. Il 13 dicembre 1992 Fini, capolista nelle elezioni comunali di Reggio Calabria, portò il suo partito al 16 per cento dei voti in una città simbolo della corruzione politica e delle collusioni tra partitocrazia e criminalità organizzata; nel giugno 1993 il MSI-DN ebbe buoni risultati nelle prime elezioni dirette di sindaci, conquistando le amministrazioni di alcuni comuni di oltre 15.000 abitanti; nel novembre-dicembre 1993 un'altra tornata di elezioni amministrative, che riguardava anche città come Roma e Napoli, offrì al MSI-DN un'occasione senza precedenti per affermarsi sulla scena politica come il naturale successore dei partiti moderati di governo ormai in via di sparizione, e come indispensabile membro della coalizione che si sarebbe opposta alle sinistre nelle future elezioni politiche a sistema prevalentemente maggioritario.
 
(La scena era del tutto cambiata dalla primavera precedente, quando il partito di Fini aveva fatto campagna per il "no" al referendum di aprile che aveva avviato la riforma elettorale maggioritaria.) 

Fini stesso si candidò alla carica di sindaco di Roma, e candidò Alessandra Mussolini alla carica di sindaco di Napoli, per dare la massima visibilità possibile alla presenza missina. I risultati furono estremamente favorevoli al MSI-DN, il quale non ebbe i sindaci di Roma e di Napoli, ma raggiunse in pieno i propri obiettivi politici. Fini ottenne a Roma nel primo turno elettorale (21 novembre) il 35,8 per cento dei voti e nel turno di ballottaggio (5 dicembre) il 46,9 per cento, mentre la Mussolini otteneva a Napoli rispettivamente il 31,1 e il 44,4 per cento; il MSI-DN diveniva il primo partito delle due maggiori città dell'Italia centro-meridionale e conquistava le amministrazioni comunali di Latina, Chieti, Benevento e Caltanissetta. L'11 dicembre, confermando l'intenzione già espressa fra i due turni elettorali, Fini preannunciò la fondazione di "una grande 'Alleanza nazionale', non ideologica, priva di qualsiasi nostalgia restauratrice, aperta alla società civile, in perfetta sintonia con i grandi valori della cultura occidentale".

Le elezioni amministrative di Roma avevano fatto di Fini, sino ad allora quasi ignorato dai grandi mezzi di comunicazione, uno dei protagonisti della politica italiana. La figura del segretario del MSI-DN, ora leader di una destra che si dichiarava liberaldemocratica, europea, "gollista", poteva essere accostata a quelle dei leaders da tempo considerati portatori di rinnovamento, anche se politicamente molto lontani l'uno dall'altro: Umberto Bossi, Mariotto Segni, Leoluca Orlando. Tuttavia Fini, considerato un nemico piuttosto che un avversario dalle sinistre coalizzate intorno al PDS, e temuto come pericoloso concorrente dal centro in dissoluzione, sarebbe apparso isolato come prima della grande avanzata elettorale a Roma e nel Sud se Silvio Berlusconi, allora presidente della Fininvest S.p.A., pronto ad entrare in politica, non si fosse pronunciato in suo favore il 23 novembre 1993, nella prima e clamorosa dichiarazione politica da lui rilasciata, definendolo esponente di uno schieramento moderato.

Il nuovo raggruppamento Alleanza nazionale fu fondato a Roma il 22 gennaio 1994, in un'assemblea costitutiva cui parteciparono molti esterni al MSI-DN, tra i quali il politologo Domenico Fisichella, considerato l'ideologo dell'operazione. Fini fu eletto per acclamazione coordinatore di AN, cui il MSI-DN decise di aderire con una propria conferenza organizzativa che si svolse dal 28 al 30 gennaio. Dapprima sembrò che AN avrebbe dovuto partecipare isolata alle elezioni politiche del 27 e 28 marzo, poiché Berlusconi, ufficialmente sceso in campo il 26 gennaio come presidente del Movimento politico Forza Italia, si era alleato con la Lega Nord che escludeva ogni possibilità d'intesa con il raggruppamento di Fini; ma il 10 febbraio AN stipulò un accordo elettorale con Forza Italia (rappresentante anche il Centro cristiano democratico e l'Unione di centro), dando vita al Polo del buon governo, che presentò candidature comuni nei collegi uninominali del Lazio, dell'Umbria e di tutte le circoscrizioni dell'Italia meridionale e insulare, meno Abruzzo e Campania 2. 

Nel resto d'Italia AN presentò proprie candidature, concorrenti con quelle di Forza Italia e dei suoi alleati; nel Nord fu durissima la contrapposizione tra AN e la Lega Nord, che dominava il Polo delle libertà fondato da Berlusconi e da Bossi. Il Polo delle Libertà era ufficialmente presentato come coalizione politica, mentre il Polo del Buon Governo era presentato come coalizione meramente elettorale; questa distinzione era stata imposta da Bossi, che in campagna elettorale attaccò con incredibile veemenza non solo Fini, ma persino Berlusconi. Fini replicò aspramente al segretario della Lega, e sostenne al Nord i candidati isolati di AN come al Sud quelli inquadrati nel Polo del buon governo. Il sistema delle alleanze di centro-destra appariva dunque fragile e contraddittorio; ma trionfò ugualmente nelle elezioni del 27 e 28 marzo.

AN ebbe nel Parlamento della XII legislatura 109 deputati, di cui 87 eletti con il sistema maggioritario e 22 con il sistema proporzionale (le liste di AN per l'attribuzione con metodo proporzionale di un quarto dei seggi della Camera ottennero il 13,5 per cento dei voti, superando dell'8,1 per cento la percentuale ottenuta dal MSI-DN nelle elezioni politiche del 1992, e del 4,8 per cento il massimo storico del MSI-DN, raggiunto nelle elezioni politiche del 1972), e 48 senatori, di cui 35 eletti con il sistema maggioritario e 13 con il sistema proporzionale. Questa forza parlamentare, quasi doppia della massima rappresentanza mai ottenuta dal MSI-DN (56 deputati e 26 senatori, eletti nel 1972 per la VI legislatura), faceva di AN una componente necessaria e molto autorevole della maggioranza di centro-destra che doveva esprimere il primo governo della cosiddetta "seconda Repubblica". Fini raggiunse così il grande obiettivo di creare una "destra di governo", e conseguì anche un notevole successo personale: fu eletto deputato per il Polo del buon governo nel collegio uninominale n. 24 (Roma-Della Vittoria, Tor di Quinto, Vigna Clara, Prati) della circoscrizione Lazio 1 (Roma e provincia) con 49.446 voti, pari al 51,8 per cento, e come capolista di AN nelle circoscrizioni Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Lazio 1, nelle quali le liste di AN ottennero rispettivamente il 14,2, il 9 e il 26 per cento dei voti; a norma della legge elettorale, assunse il mandato del collegio uninominale.

Nel governo Berlusconi, che si insediò l'11 maggio 1994, Fini fece nominare il vicepresidente vicario del Consiglio nella persona di Tatarella, e cinque ministri: lo stesso Tatarella alle Poste e Telecomunicazioni, Adriana Poli Bortone alle Risorse agricole, Publio Fiori ai Trasporti, Domenico Fisichella ai Beni culturali e Altero Matteoli all'Ambiente. Tatarella, la Poli Bortone e Matteoli furono i primi tre ministri del MSI nella storia della Repubblica italiana. AN ebbe anche dodici sottosegretari di Stato, tra i quali, al ministero dell'Interno, Maurizio Gasparri, collaboratore di Fini fin dai tempi della comune militanza nel Fronte della gioventù; molti altri parlamentari di AN entrarono negli uffici di presidenza delle Camere e delle commissioni parlamentari.

Contro la presenza di AN e del MSI nel governo Berlusconi la sinistra organizzò in Italia e all'estero una campagna che Fini denunciò come menzognera (in quanto incentrata sulla denuncia di un inesistente pericolo fascista) e strumentale (in quanto mirante a colpire l'immagine di tutto il governo italiano di centro-destra e a fornire argomenti alla propaganda elettorale delle sinistre alla vigilia del rinnovo del Parlamento europeo). I risultati delle elezioni europee del 12 giugno 1994, complessivamente eccellenti per la maggioranza di Berlusconi, dimostrarono la sterilità di una campagna siffatta: Forza Italia superò il 30 per cento dei voti, e AN ripeté, con il 12,5 per cento e 11 seggi, il grande successo delle elezioni politiche; Fini, che si era candidato come capolista in tutte le cinque circoscrizioni italiane, fu eletto in tutte, con complessivi 2.046.085 voti di preferenza; optò ancora, come nel 1989, per la circoscrizione dell'Italia nord-orientale. Nel nuovo Parlamento europeo i deputati di AN, come quelli missini nel precedente, rimasero tra i non iscritti a nessun gruppo, non volendo Fini stringere una nuova intesa con Le Pen, il cui estremismo era ormai incompatibile con la moderazione di AN; il partito di Fini si considerava più vicino al gruppo parlamentare gollista, pur non potendovi entrare per diffidenze reciproche.

Dopo i successi elettorali e l'entrata di AN e del MSI nel governo Berlusconi, Fini avviò la completa trasformazione del vecchio partito di cui era segretario nel nuovo soggetto politico Alleanza nazionale, da molti considerato, nella prima metà del 1994, una mera sigla elettorale. La svolta dal MSI, "polo escluso", ad AN, "destra di governo", fu però completata, per ironia della sorte, solo dopo la fine del breve primo governo Berlusconi, dimessosi il 22 dicembre 1994 in seguito alla defezione della Lega Nord e sostituito il 17 gennaio 1995 con il governo "tecnico" di Lamberto Dini, al quale AN si opponeva insieme a Forza Italia e al CCD. 
A Fiuggi, dal 25 al 27 gennaio 1995, si svolse il XVII congresso nazionale del MSI, cui seguì il 28-29 gennaio, nella stessa località, il I congresso nazionale di AN. Il 27 gennaio, a conclusione delle assise del MSI, Fini dichiarò sciolto il partito, le cui componenti confluirono tutte in AN, meno la corrente di Rauti (la quale pretendeva di rappresentare la continuità ideale del fascismo e del MSI, e tentò di appropriarsi della storica sigla costituendo il "Movimento sociale-Fiamma tricolore"; ma questo partito sottrasse ad AN uno solo dei 157 parlamentari nazionali eletti nel marzo 1994 e uno degli 11 parlamentari europei eletti nel giugno 1994, e nelle successive elezioni rimase sempre sotto il 2 per cento dei voti). Il 29 gennaio l'ultimo segretario nazionale del MSI divenne il primo presidente nazionale di AN con i voti di 1507 delegati su 1679 votanti.

AN si presentava come forza di destra liberaldemocratica, aspirante protagonista del grande rinnovamento della politica italiana che era cominciato con le elezioni del 1994. Il nuovo partito, in virtù dello statuto approvato il 21 luglio 1995 dall'assemblea nazionale (organo succeduto al comitato centrale del MSI), aveva un ordinamento ultrapresidenzialista (come Forza Italia): il presidente nazionale, nel quale erano concentrate le figure del segretario nazionale e del presidente del disciolto MSI, era eletto ogni tre anni dal congresso nazionale, nominava un esecutivo politico nazionale di non oltre 25 membri, il segretario amministrativo nazionale, i dipartimenti, gli uffici, le consulte, i dirigenti della stampa di partito, la consulta degli Italiani all'estero e i coordinatori regionali, e designava, sottoponendone la nomina a ratifica da parte dell'assemblea nazionale, 50 dei 500 membri dell'assemblea nazionale (gli altri 450 erano eletti dal congresso nazionale) e una direzione nazionale (organo intermedio tra l'assemblea nazionale e l'esecutivo politico nazionale) di non oltre 100 membri; l'organizzazione territoriale del partito era su coordinamenti regionali, federazioni provinciali e circoli (non "sezioni") territoriali o di ambiente (i coordinatori regionali, come si è visto, erano nominati dal presidente nazionale, mentre le federazioni provinciali e i circoli erano retti da presidenti - non "segretari" - eletti dai congressi degli organi rispettivi). 

Nel simbolo di AN rimaneva, anche se rimpicciolita, la fiamma tricolore del MSI (ideata nel 1947). La classe dirigente di AN rimaneva la stessa dell'AN-MSI del 1994: intorno a Fini, leader indiscusso e dotato di più potere di quanto ne avesse avuto Almirante, spiccavano vari giovani dirigenti, tutti provenienti dall'esperienza della destra emarginata e perseguitata degli anni Settanta: Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa, Francesco Storace, Adolfo Urso e altri; alcuni dei dirigenti missini più in vista al tempo di Almirante (Servello, Tremaglia, Valensise e altri) rimanevano sulla scena, ma non più in primo piano; anagraficamente intermedi tra gli anziani e i giovani erano Tatarella (che, eletto capogruppo alla Camera dopo l'esperienza ministeriale al fianco di Berlusconi, fu il miglior consigliere di Fini sino alla propria morte, avvenuta nel febbraio 1999) e Giulio Maceratini (capogruppo al Senato e grande sostenitore del garantismo in contrapposizione al "giustizialismo" di Tremaglia); pochi degli esponenti di maggior rilievo di AN non provenivano dal vecchio MSI (l'ex indipendente Fisichella e gli ex democristiani Publio Fiori e Gustavo Selva).

Nei cinque anni tra la fine del primo governo Berlusconi (gennaio 1995) e la nascita della Casa delle libertà, nella quale il centro-destra recuperava la Lega Nord (febbraio 2000), Fini sembrò di volta in volta il più fedele degli alleati di Berlusconi (da lui costantemente sostenuto anche contro quei magistrati milanesi che dal 1992 al 1994 i missini avevano applaudito per le inchieste contro i partiti di governo della "prima Repubblica") e il suo rivale per la guida della coalizione di centro-destra.

Momenti di forte tensione tra Berlusconi e Fini si ebbero già nei primi anni dell'alleanza tra Forza Italia e AN sul caso di Antonio Di Pietro (dal 1995 la lotta tra il Cavaliere e l'ex magistrato fu senza esclusione di colpi, ma fino al 1997, quando Di Pietro accettò la candidatura per l'Ulivo al Senato, Fini non escluse di poter raggiungere un'intesa politica con Di Pietro, del quale era buon amico l'onorevole Tremaglia), sulla questione giustizia (Fini nel luglio 1994 si dissociò dal decreto Biondi sulla limitazione della custodia cautelare, e nel settembre 1995 attaccò duramente gli amici di Bettino Craxi entrati nel Polo, ovviamente senza citare Berlusconi) e alla fine della XII legislatura, quando Fini fece fallire il tentativo, sostenuto da Berlusconi, di un governo di larghe intese tra il Polo e il centro-sinistra per la riforma della costituzione. 

Si andò dunque ad elezioni politiche anticipate il 21 aprile 1996: il Polo perse di strettissima misura e AN guadagnò voti, ma meno del previsto, rimanendo al di sotto della percentuale di Forza Italia, e perdendo seggi a causa della sconfitta di molti dei propri candidati nei collegi uninominali (le liste circoscrizionali di AN ottennero il 15,7 per cento dei voti; il partito ebbe eletti 92 deputati e 43 senatori; Fini fu rieletto deputato nel collegio n. 24 di Roma con 47.697 voti, pari al 52,5 per cento, ed eletto anche nelle circoscrizioni Veneto 1, Lazio 1 e Calabria).

Nel corso della XIII legislatura, mentre Berlusconi sembrava - ma non era affatto - al tramonto per la sconfitta elettorale del 1996 e per i processi penali in cui era imputato, Fini mise in atto varie iniziative in dissenso dall'alleato o addirittura in aperta contrapposizione allo stesso, ma tutte si conclusero con pesanti sconfitte per il presidente di AN: dal gennaio al maggio 1998 Fini spinse per l'approvazione delle riforme costituzionali proposte dalla commissione bicamerale presieduta dal leader postcomunista Massimo D'Alema, ma Berlusconi si oppose fermamente a tali riforme, ritenendole pessime, e le fece fallire nel giugno dello stesso anno; nei primi mesi del 1999 Fini si impegnò moltissimo per il "sì" al referendum del 18 aprile sull'abolizione del voto di lista per l'attribuzione con metodo proporzionale di un quarto dei seggi della Camera, referendum sostenuto anche dai DS e da Di Pietro, ma osteggiato da Forza Italia, che di fatto scelse l'astensionismo-boicottaggio, determinando il fallimento di quel referendum per mancanza del quorum (l'affluenza alle urne fu del 49,6 per cento).

Poco dopo la sconfitta referendaria, Fini stipulò un'azzardata alleanza per le elezioni europee del 13 giugno 1999 con Mariotto Segni (precedentemente avversario accanito del centro-destra, e ancora fortemente ostile a Berlusconi), ma il 13 giugno, dopo una campagna elettorale travagliata da incomprensioni tra Berlusconi e Fini e da duri attacchi di Segni al Cavaliere, le liste comuni AN-Patto Segni ottennero soltanto il 10,3 per cento dei voti - con una perdita del 5,4 per cento rispetto al risultato della sola AN nelle elezioni politiche del 1996 - e nove seggi al Parlamento europeo, mentre Forza Italia saliva dal 20,6 per cento delle elezioni politiche del 1996 al 25,2 per cento (Fini, ancora candidato in tutte le cinque circoscrizioni italiane come nelle elezioni europee del 1994, fu ancora eletto in tutte, ma con complessivi 1.259.588 voti di preferenza, quasi 800.000 in meno rispetto alle precedenti elezioni europee, mentre i voti di preferenza per Berlusconi nelle cinque circoscrizioni aumentarono da 2.948.411 a 2.995.959; il presidente di AN optò per la circoscrizione dell'Italia nord-occidentale).

Dopo la disfatta subìta nelle elezioni europee del '99 (non compensata sul piano dell'immagine dalla pur molto importante entrata di AN, dopo l'apertura del nuovo Parlamento europeo, nel gruppo parlamentare "Unione per l'Europa delle nazioni", il cui membro principale era il partito neogollista francese "Rassemblement pour la France" di Charles Pasqua), Fini - che pure non ammise di avere commesso errori, e anzi impose al suo partito una campagna estiva di raccolta di firme per riproporre lo stesso referendum fallito nell'aprile del '99 e proporre un altro referendum per l'abrogazione dei rimborsi delle spese elettorali ai partiti - tornò alla più stretta intesa con Berlusconi, ormai leader indiscusso e indiscutibile del centro-destra. E il 16 aprile 2000 anche AN vinse nel quadro della vittoria della Casa delle libertà nelle elezioni regionali: le liste del partito di Fini tornarono a buone percentuali e due deputati di AN, Francesco Storace e Giovanni Pace, furono eletti presidenti rispettivamente della regione Lazio e della regione Abruzzo (in precedenza AN aveva avuto un solo presidente di regione, Antonio Rastrelli, eletto presidente della Campania nel 1995 e caduto nel 1999 per un "ribaltone"; altri esponenti di AN ricoprenti cariche importanti negli enti locali erano Silvano Moffa, presidente della provincia di Roma dal dicembre 1998, l'anziano leader storico del MSI di Latina ed ex senatore Ajmone Finestra, sindaco di Latina dal dicembre 1993, e lo stesso Fini, consigliere comunale anziano di Roma, avendo ottenuto 62.883 voti di preferenza come capolista del suo partito nelle elezioni comunali del 16 novembre 1997). Il 21 maggio successivo si tennero i due referendum per cui AN aveva raccolto le firme nell'estate del '99; fallirono anch'essi per mancato raggiungimento del quorum (ancora determinato dalla campagna astensionista di Forza Italia), ma erano già superati, appartenendo alla passata stagione di competizione tra Berlusconi e Fini; la nuova stagione era invece caratterizzata dalla collaborazione tra tutte le forze della Casa delle libertà, compresa la Lega Nord, per la causa comune.


IL SEGUITO NON E' STORIA MA E' CRONACA DEI NOSTRI GIORNI.

Emanuele Pigni
Studioso di Storia Militare
Laureato in scienze politiche e
dottore di ricerca in storia militare; 
autore di "La Guardia di Napoleone re d'Italia", 
di prossima pubblicazione presso la casa editrice Vita e
pensiero, dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Milano".


Bibliografia essenziale:

P. Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento sociale italiano, Bologna 1989, nuova edizione Bologna 1998;
P. Francia, Fini. La mia destra, Roma 1994 (libro-intervista);
B. Vespa, Il cambio. Uomini e retroscena della nuova Repubblica, Milano 1994 (ivi un memoriale di Fini, pp. 168-182);
G. Locatelli e D. Martini, Duce addio. La biografia di Gianfranco Fini, Milano 1994, nuova edizione Milano 1996 (fondamentale);
G. Malgieri, La destra possibile. Orizzonti e prospettive di Alleanza nazionale, Roma 1995;
B. Vespa, Il duello, Roma-Milano 1995;
B. Vespa, La svolta, Roma-Milano 1996;
A. Baldoni, Il crollo dei miti, Roma 1996;
M. Tarchi, Dal MSI ad AN, Bologna 1997;
B. Vespa, La sfida, Roma-Milano 1997;
B. Vespa, La corsa, Roma-Milano 1998;
G. Fini, Un'Italia civile, Milano 1999 (libro-intervista a cura di M. Staglieno);
B. Vespa, 1989-2000. Dieci anni che hanno sconvolto l'Italia, Roma-Milano 1999;
B. Vespa, Scontro finale, Roma-Milano 2000.


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