SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
UGO FOSCOLO - LE OPERE


  (vedi anche i "RIASSUNTI" - LETTERATURA NAPOLEONICA)

(di Maria Pia Perrotta)

LE ULTIME LETTERE DI 
JACOPO ORTIS

E' un romanzo travagliato come la vita dell'autore, che fu impegnato in quel lavoro per oltre un ventennio. Nel 1796 scrive una storia d'amore, "Laura, lettere", come dettava la moda del tempo, ispirata a Isabella Teotochi Marin, che mentre amoreggiava col Foscolo, sposò in seconde nozze il gentiluomo Giuseppe Albrizzi. 
Nel 1798 l'autore conduce la seconda stesura, con il titolo di "Ultime lettere di Jacopo Ortis" questa volta la donna ispiratrice è Teresa Pickler, moglie del Monti e amore non corrisposto, a cui si aggiunge la cocente delusione di Campoformio. 

Coinvolto negli eventi storici, è costretto a fuggire da Bologna, per l'arrivo degli Austriaci. Prima di partire, Foscolo affida la stampa all'editore bolognese Marsigli, il quale, pensando di voler finire il libretto e di venderlo, incarica un certo Angelo Sassoli di completarlo. L'opera viene riveduta e modificata, secondo le nuove esigenze politiche, e pubblicata sotto il nuovo titolo Vera storia di due amanti infelici, in due volumetti, col risultato di stravolgere l'intento e le idee dell'autore. Ritornati i Francesi, dopo Marengo, il romanzo viene ripubblicato con il titolo e il testo della prima edizione. Tutto fa credere che Foscolo abbia accantonato definitivamente il progetto, ma un giorno, passando per una libreria, egli indirizza lo sguardo sulla famigerata Vera storia di Sassoli, si precipita a Bologna, nella bottega di un certo Paviglione, dove accade una scenata furibonda, in cui costringe, con gesti plateali e minacciosi, l'uomo ad una pubblica smentita. 

Riprende la stesura, ispirandosi al suo amore contrastato per Isabella Roncioni e al dolore di patriota deluso. Nel lasso di tempo che intercorre tra la fuga da Bologna, le varie battaglie e la pubblicazione quasi definitiva della Ortis, depurato dalle manipolazioni, dimora a Milano ove conosce Antonietta Fagnani, sposata al conte Arese, con la quale vive una relazione agitata e clandestina, perché lei non è sincera e lui troppo impetuoso ed esigente. Tra litigi e rappacificazioni anche questo rapporto si conclude in modo burrascoso, indubbiamente tale esperienza lascia il segno e arricchisce, anzi rigenera lo stile poetico dell' uomo, finalmente libero da quel groviglio di passioni che la donna aveva provocato in lui.
Il libro finalmente viene dato alle stampe nel 1802, secondo lo spirito intenzionale
del suo creatore, piace moltissimo e viene tradotto in varie lingue.
Durante il periodo della partenza per l'esilio il poeta lo rimaneggia e lo pubblica a Zurigo nel 1816, con l'aggiunta della lettera del 17 marzo 1798, violentemente antinapoleonica.
La quarta e ultima edizione esce con pochi ritocchi, nel 1817, a Londra.

L'Ortis è un romanzo epistolare a carattere biografico, che trova radici nella tradizione narrativa europea del secondo settecento, la quale generò romanzi sentimentali di enorme successo. A quel tempo infatti erano nati due capolavori su questa scia: la Nouvelle Héloise di Jean Jacques Rousseau e I dolori del giovane Werther di J. Wolfang Goethe; fu soprattutto a quest' ultimo che si ispirò Ugo Foscolo (gli infelici protagonisti dei due romanzi, quello tedesco e quello italiano, si suicidano entrambi), che però volle sottolineare anche le differenze delle due opere, di cui la più sostanziale è il motivo politico e patriottico, che nel Werther non esiste. In una lettera al Bartholdy del 1808, il poeta diceva: " Werther e Jacopo sono per natura differentissimi; il primo sogna, il secondo dispera, sia dell' amore che della indipendenza della patria".

La trama

E' la storia dei due ultimi anni di vita (1797 - 1799) del giovane Jacopo, che ha una corrispondenza epistolare con un fedele amico, Lorenzo Alderani (il poeta e drammaturgo G.B.Niccolini ), al quale confida l'angoscia per la delusione d'amore e per la sorte toccata alla sua terra, venduta da Napoleone, all' Austria.
Jacopo, affranto, lascia Venezia, perché è nelle liste di proscrizione e si rifugia nei luoghi d'origine della sua famiglia, nei Colli Euganei, dove scrive e vive in solitudine, interrotta di tanto in tanto, dai rapporti con la gente del posto, a cui legge le " Vite "di Plutarco e assaporando la bellezza della natura circostante."Il sacrificio della patria nostra è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia." Il tormento interiore è lenito, quando conosce Teresa, una "fanciulla celeste", di buona famiglia, promessa in sposa a Odoardo, uomo buono ma freddo e privo di slanci, che lei non ama. Jacopo frequenta la casa di Teresa ma l'unione tra i due giovani non può concretizzarsi anche perché lei non vuole disubbidire al padre. In una delle loro passeggiate, visitano la tomba del Petrarca ad Arquà.

"Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio fino a che ci apparve biancheggiar da lungi la casetta che un tempo accoglieva  Quel Grande alla cui fama è angusto il mondo, per cui Laura ebbe in terra onor celesti. Io mi vi sono appressato come se andassi a prostrarmi su le sepolture de' miei padri, e come uno di que' sacerdoti che taciti e riverenti s'aggiravano per li boschi abitati dagl'Iddii. La sacra casa di quel sommo italiano sta crollando per la irreligione di chi possiede un tanto tesoro. Il viaggiatore verrà invano di lontana terra a cercare con meraviglia divota la stanza armoniosa ancora dei canti celesti del Petrarca. Piangerà invece sopra un mucchio di ruine coperto di ortiche e di erbe selvatiche, fra le quali la volpe solitaria avrà fatto il suo covile".


Per non turbare ulteriormente la donna amata, Jacopo lascia i Colli Euganei, va a Padova ove non trova pace al suo tormento e ritorna da Teresa, vicino alla quale ha brevi attimi di felicità, come quella del primo bacio."Dopo quel bacio io sono fatto divino. Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole. Mi pare che tutto s'abbellisca a' miei sguardi: il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de' zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a' miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la natura mi sembra mia" Poi ripiomba nella disperazione più cupa e pensa al suicidio, lo trattiene solo il pensiero di arrecare dolore alla madre. Ritorna a viaggiare per l'Italia e a Firenze visita Santa Croce : "Dianzi io adorava le sepolture di Galileo, del Machiavelli, e di Michelangelo; e nell'appressarmivi io tremava preso da brivido. Coloro che hanno eretti que' mausolei sperano forse di scolparsi della povertà e delle carceri con le quali i loro avi punivano la grandezza di que' divini intelletti? Oh quanti perseguitati nel nostro secolo saranno venerati da' posteri! Ma e le persecuzioni a' vivi, e gli onori a' morti sono documenti della maligna ambizione che rode l'umano gregge."

Giunge poi a Milano, dove incontra Parini, il vecchio saggio che gli parla con pacatezza e che cerca di fargli capire come è dura la strada scelta, la quale, se non sarà accompagnata dalla moderazione, potrà produrre effetti negativi e contrari agli scopi proposti .La virtù dell'uomo coraggioso è tale pure perché saggiamente viene messa da parte, aspettando tempi migliori, se ve ne saranno."Addio, mi disse, o giovine sfortunato. Tu porterai da per tutto e sempre con te le tue generose passioni, alle quali non potrai soddisfare giammai. Tu sarai sempre infelice. Io non posso consolarti co' miei consigli, perché neppure giovano alle mie sventure derivanti dal medesimo fonte."

Preso dal suo furore esistenziale, Jacopo continua la sua fuga da se stesso e dal mondo, a Ventimiglia, a Nizza, poi pensa di andare in Francia ma, pentito, torna indietro; passa per Alessandria, per Rimini. Apprende la notizia del matrimonio di Teresa e si fa strada in lui l'idea di togliersi la vita. A Ravenna visita la tomba di Dante. Ritorna sui Colli Euganei, si chiude nello studio, esaminando tutte le sue carte, che in parte distrugge. Si allontana di nuovo e va dalla madre, per un ultimo abbraccio, poi torna sui suoi passi e prima di morire, scrive due lettere, una a Lorenzo e una a Teresa. Al primo scrive tra l'altro: "E tu Lorenzo mio, leale ed unico amico, perdona. Non ti raccomando mia madre; ben so che avrà in te un altro figliuolo……Ah finché io non bramava che un amico fedele, io vissi felice. Il cielo te ne rimeriti! Ma e tu pure non ti aspettavi ch'io ti pagassi di lagrime. Pur troppo ti pagherei a ogni modo di lagrime! or tu non proferire su le mie ceneri la crudele bestemmia…" Alla seconda scrive:  "Torno a te, mia Teresa. Se mentre era colpa per te l'ascoltarmi, ascoltami almeno in queste poche ore che mi disgiungono dalla morte; le ho riserbate tutte a te sola. Avrai questa lettera quando io sarò sotterrato… Tu piangerai i miei giorni svaniti al pari di una visione notturna; piangerai il nostro amore che fu inutile e mesto come le lampade che rischiarano le bare dei morti. Oh sì, mia Teresa; dovevano pure una volta finir le mie pene." 

Infine mette in atto il suo lungamente meditato progetto e si uccide. Sarà Lorenzo a trovare il corpo insanguinato di Jacopo, al collo del quale scoprirà l'immagine della donna amata.

L'amicizia, la virtù, la bellezza, l'amore, il culto delle tombe, le tradizioni, la famiglia, l'esilio, la poesia, la natura, l'arte e la storia sono i temi proposti nell' opera, che saranno celebrati, in maniera più completa e sublime nei Sepolcri.
L'Ortis può essere considerato il primo romanzo moderno della nostra letteratura, che non ha una collocazione precisa come il romanzo di Manzoni e di Verga, in quanto nella sua scarsa omogeneità, rappresenta piuttosto una vibrante e vigorosa pagina introspettiva, di grande valore storico, che mette a nudo un animo appassionato e ribelle ad ogni forma di prevaricazione. I sentimenti "forti" espressi dall' autore con accorata e testarda convinzione, fecero del libro una reliquia cara ai patrioti del Risorgimento italiano, primo fra tutti il Mazzini che lo imparò a memoria, i quali lo lessero con trasporto e commozione, traendovi la forza necessaria, per portare avanti fieramente la causa nazionale della rivoluzione ottocentesca italiana.

di Maria Pia Perrotta

continua opere:  I SEPOLCRI >

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