SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
FRA' DOLCINO

Nel Piemonte del 1300 sanguinosa rivolta che prende le mosse dal dispotismo della Chiesa cattolica

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FRA' DOLCINO DA NOVARA:

SANTO ERETICO
O BRIGANTE PARANOICO?

di THOMAS MOLTENI

In un'edizione del febbraio 2000 del Corriere della Sera, ho notato in prima pagina, un trafiletto riguardante la misteriosa figura dell'eresiarca frate Dolcino. Nell'articolo si diceva che in ricordo del frate era stata posta una targa nella piazza di Vercelli, e che tale targa poco tempo dopo era stata misteriosamente rimossa senza motivo apparente e senza che nessuno si assumesse la responsabilità dell'azione. Nell'anno in cui si sommano il perdono giubilare e "i mea culpa" questo è quanto meno singolare. Quest'anno inoltre, ricorre l'anniversario del primo giubileo indetto la mattina del 22 febbraio del 1300 da Bonifacio VIII (al secolo Benedetto Caetani) e l'anniversario della morte di Gherardo Segarelli, condannato per eresia dal vescovo di Parma Salimbene e arso vivo nel luglio di quell'anno santo a Parma (ricorre inoltre il quattrocentesimo anniversario della morte di Giordano Bruno, arso vivo in Campo dei Fiori a Roma nel 1600). 

Gherardo Segarelli fu probabilmente l'eretico che più influenzò la dottrina e le idee di Dolcino. L'unica nostra fonte diretta della vita e della predicazione del Segarelli, ci viene dal suo più grande accusatore e "boia" fra' Salimbene da Parma; il quale mantiene un atteggiamento ostilissimo nei suoi confronti, portando a pensare che la maggior parte delle sue accuse al Segarelli non siano altro che calunnie. L'eretico di Parma, che aveva un istruzione assai modesta, cominciò la sua predicazione intorno al 1260 (anno della peregrinazione dei flagellanti) e ancora molto giovane lasciò tutti i propri averi e si vestì alla francescana (saio, sandali e cordone).

Secondo Salimbene i primi a seguirlo furono porcari, mandriani e pulitori di latrine. Certamente il suo seguito era formato da gente assai modesta, che vide nelle idee del Segarelli la possibilità della salvezza eterna e di una qualche rivalsa verso i poteri precostituiti. Il suo messaggio evangelico riprendeva il programma di assoluta povertà della prima Regola francescana e sempre, come i "francescani spirituali" (i più determinati nel perseguire gli ideali di S.Francesco), negava ogni autorità civile ed ecclesiastica. Per Segarelli, infatti, l'unica vera autorità era quella del Vangelo: il suo ideale religioso escludeva l'esistenza di una qualsiasi gerarchia. I discepoli del Segarelli furono detti "Apostolici", a causa del loro stile di vita che si rifaceva a quello della "chiesa primitiva" e per il loro continuo migrare diffondendo il loro pensiero. Questi uomini fecero presa, in particolare, nelle campagne emiliane, dove il messaggio di riabilitazione morale e riscatto sociale era quanto mai ricercato. 

La cosa che più stupisce e che, come leggiamo nei processi contro gli Apostolici, (tenutisi nel 1299 a Modena) non vi sono accuse specifiche, che sulla base del diritto canonico e delle tante decretali pontificie potessero far configurare chiaramente il reato di eresia. Infatti, gli apostolici non proponevano una particolare lettura e interpretazione del Vangelo, rischio che correvano diversi eretici del tempo; c'erano però quelle idee sociali estremamente destabilizzanti per il sistema.
Quindi, l'attacco agli Apostolici venne mosso con riferimento ad alcuni "pettegolezzi" riguardante la vita sessuale dei medesimi. Alcuni testimoni riportarono di aver visto o sentito "sconcerie" perpetrate all'interno del gruppo del Segarelli. Ecco alcuni stralci degli scarni verbali dei processi: 

"Richiesto se un uomo possa toccare una donna che non sia sua moglie, e una donna possa toccare un uomo che non sia suo marito e palparsi vicendevolmente nelle zone impudiche standosene nudi e che ciò possa essere fatto senza ombra di peccato…rispose che un uomo e una donna, sia pur non uniti in matrimonio, e un uomo con un uomo e una donna con una donna possono palparsi e toccarsi vicendevolmente nelle zone impudiche.  Disse che ciò può avvenire senza ombra di peccato a condizione che vi sia l'intenzione di pervenire alla perfezione…non si riteneva che tali palpeggiamenti impudichi e carnali fossero peccaminosi, anzi potevano essere fatti senza peccato in un uomo perfetto, stando a quanto diceva". 

Si deve ammettere che tra queste "dicerie" qualcosa di vero doveva esserci. Ciò si deduce dal fatto che, la gran massa di ex contadini presente nel movimento apostolico continuava a vivere la loro sessualità con la disinibita naturalezza e la libertà che da sempre era loro tipica e che da sempre aveva fatto gridare allo scandalo il ceto dominante. Ad ogni modo dopo circa quarant'anni dall'inizio del movimento, grazie allo zelo e alla sollecitudine degli inquisitori dell'ordine dei Predicatori di Lombardia, la "setta" venne condannata e "Gherardo" messo al rogo.
La sentenza contro di lui fu emanata dall'inquisitore fra Manfredo di Parma nel palazzo vescovile di Parma il 18 luglio 1300. Della sua setta molti furono catturati e giustiziati, altri si convertirono confessando i loro errori e facendo abiura in giudizio, altri ancora fuggirono; fra quei fuggiaschi c'era sicuramente Dolcino da Novara. 

Dolcino, figlio illegittimo di un prete spretato, era nato, non sappiamo quando, nella Val d'Ossola, in un paese nei pressi di Novara. Aveva una discreta istruzione di base, conosceva il latino e le sacre scritture. Probabilmente entrò nel movimento del Segarelli intorno al 1290. Nel luglio del 1300 era a Parma dove assistette al rogo di Gherardo, il mese successivo era a Bologna, quindi a Ferrara.
Fu da Ferrara che, infatti, venne inviata a Bologna (al Palazzo Comunale) una lettera-manifesto, con la quale Dolcino si autonominava capo indiscusso del movimento apostolico, che era stato tutt'altro che stroncato dalla dura repressione del '99. Il contenuto di quella lettera si trova in parte nell'opera dell'inquisitore domenicano Bernardo Gui, "Sulla setta di coloro che dicono di appartenere all'ordine degli Apostolici". La prima impressione è che con Dolcino il movimento apostolico faccia un notevole salto di qualità. E' vero che Segarelli non lasciò nulla di scritto (anche perché illetterato), ma comunque la dottrina del Segarelli ci appare ricolma di suggestioni mistiche e poverissima di fondamenti ideologici.

Dolcino era in aperta polemica anche con gli ordini mendicanti, sia i francescani che i domenicani, a causa dei loro numerosi possedimenti in cui raccoglievano i frutti delle questue, "mentre noi" continuava Dolcino, " non abbiamo case né dobbiamo portare con noi i frutti delle questue, e per questo la nostra vita è migliore e definitiva medicina per tutti". Questa presunzione di perfezione e santità gli viene dalla sua vicinanza con una dottrina condannata nel 1215 come eretica, quella di Amalrico di Bene. Gli "amalriciani" credevano di vivere agli inizi di una nuova era, l'età dello Spirito Santo dopo le precedenti età del Padre e del Figlio. Presso gli "amalriciani", inoltre, avevano una gran suggestione le leggende sull'Imperatore degli ultimi giorni e sull'avvento e la disfatta dell'Anticristo, i cui servi erano il Papa e i cardinali.

Al termine della sua lettera Dolcino riprende questa profezia e la interpreta a modo suo: "Papa Bonifacio VIII e tutti i cardinali e i chierici saranno sterminati dalla spada divina di un nuovo imperatore e da nuovi re da lui creati, e così essi saranno uccisi ed eliminati da tutta la terra. Il nuovo imperatore e quei nuovi re da lui nominati rimarranno fino alla venuta dell'Anticristo, il quale in quei giorni apparirà e regnerà" Le antiche profezie contenute nell'Apocalisse, opportunamente interpretate da Dolcino, avevano previsto nel 1304 l'avvento di un papa buono dopo uno malvagio. Codesto papa buono sarebbe stato lui stesso: egli non sarebbe stato eletto dai cardinali, (in quanto anche i cardinali saranno sterminati dal nuovo imperatore) ma da Dio stesso.
Dolcino, diceva infine, che nell'anno ancora successivo, cioè nel 1305, il nuovo imperatore avrebbe fatto strage completa di tutti i chierici, monaci e monache, frati minori ed eremitani. Tutto questo, concludeva Dolcino gli era stato rivelato da Dio in persona, il quale gli aveva assicurato con certezza che alla fine di quel triennio sconvolgente tutti gli uomini dediti alle cose spirituali si sarebbero uniti agli "apostolici" e avrebbero ricevuto la grazia dello Spirito Santo. Così la Chiesa sarebbe stata finalmente purificata e rinnovata dopo tanti secoli di corruzione e vergogna. Dopo la lettera Dolcino fece perdere le sue tracce; si hanno scarsissime notizie dei suoi movimenti fino al 1303. La sua presenza venne segnalata a Bologna e quindi a Ferrara; intanto da Firenze e da Bologna gli arrivarono sovvenzioni, in gran parte da famiglie del contado, così come le adesioni all'"ordine" giunsero maggiormente dagli emarginati.

Nel 1303 Dolcino e il suo comitato direttivo si trasferì in Trentino, in quanto molti suoi seguaci erano già stati arrestati nell'area bolognese. Qui il novarese conobbe Margherita di Trento detta "la bella", che rimarrà accanto all'eresiarca fino al supplizio finale. In quello stesso anno l'odiato Bonifacio VIII subì la più grande umiliazione mai subita da un pontefice da parte dell'autorità laica. Il papa entrato in conflitto col re Filippo IV di Francia, il quale non era disposto più a tollerare l'ingerenza della Chiesa negli affari di stato e respingeva il principio di assoluta supremazia del papa sulle cose temporali, principio proclamato nella bolla Unam Sanctam del 1302. Il re di Francia, con l'aiuto di Sciarra Colonna, fece arrestare il Papa. Bonifacio, sconvolto dall'affronto subìto, moriva appena un mese dopo, l'11 ottobre 1303.

Per molti eretici sembrò quindi giunto il momento della riscossa. Il comitato direttivo della congregazione apostolica guidata da Dolcino era formato da circa cento membri, ma si contava che gli adepti alla setta fossero più di quattromila. Inoltre, la disperazione del perseguitato produceva un'esaltazione e un'autodivinazione tipiche della dottrina del "Libero Spirito", i cui fanatici ritenevano di aver acquisito prodigiosi poteri (tra cui la profezia e la conoscenza di tutto ciò che è presente in cielo e in terra). 
Nei primi mesi del 1304, Dolcino si trasferì dal Trentino verso il Piemonte, attestandosi in Valsesia con tremila uomini. Pare, che alcune forze ghibelline gli abbiano fatto pervenire armi e sostegni finanziari: non un fatto strano, soprattutto in quanto al centro dell'ideologia apocalittica dell'eresiarca c'è la figura di Federico di Sicilia, erede degli Svevi, che quale "Imperatore" avrebbe dovuto eliminare il papa e il clero corrotto. I dolciniani rimasero qualche tempo fra Gattinara e Serravalle e altri villaggi nella diocesi di Vercelli, spostandosi poi per motivi di sicurezza da un villaggio all'altro. Entrarono quindi nella diocesi di Novara, tra Campertogno, Varallo e Balma.

Si deve notare che durante tutto il loro peregrinare, i dolciniani furono guardati con simpatia, aiutati e protetti dalle popolazioni locali. Certamente ora, Dolcino era stato localizzato e risultava vano continuare a fuggire, quindi il frate decise di fermarsi su un monte che sovrasta i villaggi del novarese, monte denominato Parete Calva. Lì il novarese iniziò la sua resistenza con centinaia di uomini e donne. Sulla parete del monte i dolciniani costruirono rifugi e case e riuscirono a respingere più volte le pattuglie armate inviate dalle autorità locali (facendo addirittura prigioniero il podestà di Varallo).
L'anonimo autore della Storia di fra' Dolcino eresiarca (Historia fratris Dulcini heresiarche), ci racconta che dalla Parete Calva gli uomini scendevano a valle per commettere ogni sorta di crimini, infatti, Dolcino durante la sua predicazione in Valsesia aveva più volte affermato che rubare, catturare uomini per averne il riscatto e commettere altri crimini del genere non era peccato, perché lui e i suoi seguaci erano più perfetti e santi che qualsiasi altro uomo di chiesa, ed era quindi giusto che si difendessero con questi mezzi dalla malvagia persecuzione attuata nei loro confronti e facessero così trionfare la loro santità di vita. Poco per volta, venne così rivelandosi la "filosofia" della setta, che anche dopo la scomparsa del frate novarese ebbe addirittura una diffusione di carattere europeo, con una particolare affermazione in Germania.

Nell'inverno tra il 1305 e il 1306, Dolcino inviò la sua terza e ultima lettera, in cui si annunciò come imminente la venuta dell'Anticristo e in cui profetizzò che lui e i suoi seguaci sarebbero stati portati in paradiso davanti ai patriarchi Enoch ed Elia per scampare alla persecuzione dell'Anticristo. Subito dopo questa lettera, Dolcino lasciò il novarese e dopo un'epica marcia verso i monti ricoperti di neve, giunse, il 10 marzo 1306, nel vercellese, presso Trivero, e s'insediò sul monte Zebello che da quel momento fu detto Rubello o Rebello, in quanto se n'erano impadroniti i ribelli.
Da qui i dolciniani si scagliarono sui villaggi sotto di loro per procurarsi da vivere commettendo rapine e delitti di ogni genere. Quindi costruirono una fortezza sul monte, scavarono un pozzo, raggiungibile dalla fortezza per ottenere acqua in caso di assedio. Cominciò la loro resistenza senza speranza: gli scontri erano continui e i ribelli più volte si ridussero ad un tale stato di inedia da mangiare carne di topo, di cavallo, di cane, e fieno cotto col sego.

 A questo punto il vescovo di Vercelli dispose un esercito di uomini scelti a presidiare i dolciniani.
Nel frattempo Papa Clemente V, successore di Bonifacio VIII, il 7 settembre 1306 inviò lettere al nobiluomo Ludovico di Savoia, agli inquisitori, ai domenicani e all'arcivescovo di Lombardia: "Abbiamo appreso, non senza grande amarezza, in che modo la nequizia di quel figlio di Satana di nome Dolcino si sia diffusa in Lombardia , al punto che costui, ergendosi contro la Santa Chiesa e la fede cattolica, abbandonata la via della salvezza, inabissatosi nell'errore, non solo precipita se stesso nella Gehenna, ma molti trascina con sé con le parole e con l'esempio e gli errori suoi hanno traviato, ahimé, molti uomini. Allo sterminio dei suoi errori, che l'Anticristo nemico del genere umano si sforza di diffondere in quei territori, bisogna far fronte rincuorando i fedele e allontanando dall'ovile le pecore infette, perché non appestino le sane".

 Queste lettere non facevano altro che incitare il clero e la nobiltà Lombardo-Piemontese a combattere l'"Anticristo"; una vera e propria crociata contro Dolcino, infatti, il Papa concedette l'indulgenza plenaria da ogni peccato a chiunque avesse preso le armi per annientare i ribelli. Il Vescovo di Vercelli, capo della spedizione militare, fece costruire cinque bastioni sulle pendici del monte Rebello. L'esercito ormai controllava ogni via di fuga; agli assediati quindi non poteva più giungere alcun tipo di aiuto o rifornimento.
Dolcino e i suoi caddero in tali ristrettezze da essere costretti a mangiare radici, erbe, foglie e addirittura carne umana, cioè quella degli uomini che morivano per le ferite ricevute nei combattimenti o per gli stenti. Si andò avanti così per tutto l'inverno tra il 1306 e il 1307. 

Avvicinandosi la primavera, il 13 marzo (giovedì santo) 1307, il vescovo decise di sferrare un potentissimo attacco con tutti gli uomini a disposizione. Gli assalitori sfondarono il fortilizio, e i ribelli vennero uccisi a centinaia e gettati in un corso d'acqua che divenne rosso di sangue. Fra Dolcino, Margherita "la bella" e il luogotenente Longino di Bergamo furono presi vivi mentre cercavano di sfuggire per i monti sopra Trivero. Il sabato santo vennero tradotti a Biella, ove il Papa inviò per loro una sentenza di morte.
Il 1° giugno 1307, Margherita di Trento fu legata a una colonna, sulla riva del Cervo, nei pressi di Biella, e lì bruciata viva sotto gli occhi di Dolcino. Subito dopo vennero giustiziati Dolcino e Longino, il primo a Biella il secondo a Vercelli. Posto su un carro con piedi e mani legate, ben in alto, in modo che tutti potessero vederlo, Dolcino venne fatto sfilare per le vie della città. Sopra quel carro, alcuni uomini ficcavano delle tenaglie dentro un grande bacile contenente tizzoni ardenti, e con le stesse strappavano pezzi di carne allo sciagurato. 
Durante quella lunga e straziante tortura, Dolcino non si fece sfuggire né un grido né un lamento: solo quando gli strapparono il pene, emise come un mugolio con un'evidente smorfia di dolore. Quando fu messo al rogo era ormai in fin di vita.
In punto di morte i carnefici lo invitarono al pentimento prima di giungere al cospetto di Dio, ma con fermezza l'uomo con un filo di voce mormorò che entro tre giorni sarebbe resuscitato. Quindi il fuoco lo avvolse e lo ridusse in cenere. Dolcino divenne poi nei secoli seguenti un personaggio leggendario, tanto che i seguaci di Nietzsche lo esaltavano, quale incarnazione del superuomo che disprezza la mediocrità generale e dimostra questa concezione con un atto di coraggio individuale.

Il 6 aprile del 1907 un giornale biellese, di ispirazione socialista, scriveva: "Il nome di fra Dolcino, di quell'anima eroica che, in tempi di pieno, barbarico dominio della Chiesa, ebbe il coraggio di insorgere contro la superstizione, il dispotismo e le nefandezze cattoliche e che come tutti i precursori del libero pensiero vissuti nei tempi tenebrosi del governo papale scontò con l'estremo supplizio il suo amor di libertà, nella rievocazione delle più sacre memorie, balza fuori a vita novella".

di THOMAS MOLTENI

Bibliografia
I servi dell'anticristo, dissidenti ed eretici nell'Italia medievale, di Francesco Ereddia - Ed. Mursia, Milano 1986.
Eretici ed eresie medievali, di Grado Giovanni Merlo - Ed. il Mulino, Bologna 1990.
Eretici e inquisitori nella società piemontese del Trecento, di Grado Giovanni Merlo - Ed. Claudiana, Torino 1977.

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

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