SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
FRANCISCO FRANCO

( QUI LA CRONOLOGIA DELLA GUERRA DI SPAGNA ANNO PER ANNO)

(QUI un'analisi politica ufficiale dei Quaderni Fascisti )

Credulone e superstizioso, durante la guerra civile e dopo la conquista del potere
il dittatore spagnolo si circondò di alchimisti, pseudo-scienziati, imbonitori vari…


FRANCISCO FRANCO

E LA PIETRA FILOSOFALE

di ALESSANDRO FRIGERIO

...sperava di riuscire a schiacciare la repubblica e di ridare fiato all'economia del Paese grazie alle formule segrete per produrre l'oro e il petrolio. Ma queste furono solo alcune tra le tante bizzarrie alle quali il Caudillo si lasciò andare con sorprendente ingenuità …

La guerra civile spagnola era scoppiata da pochi mesi quando nell'autunno del 1936 fece la sua comparsa a Salamanca un misterioso personaggio di origine indù. Carnagione olivastra, fisico asciutto, di professione alchimista, si dichiarò un simpatizzante della rivoluzione franchista giunto fino a lì per metter le sue virtù magiche al servizio della causa.

Salamanca, assieme a Burgos, Zamora, Segovia e Avila, era stata una delle prime località a cadere in mano ai ribelli. Del resto si trattava di città con una forte presenza conservatrice e dominata dalla chiesa. Poco dopo la sollevazione militare il vescovo, Enrique Plá y Deniel, aveva definito la guerra civile una "crociata" tra la città celeste, la Spagna dominata dai nazionalisti, regno di Dio e di amore, e la città terrestre, la Spagna repubblicana, regno dell'odio e del comunismo.

Primo paladino di questa nuova reconquista cristiana era naturalmente il Generalissimo, che sapeva quanto fosse importante, a livello di immagine, presentarsi agli occhi dell'Europa più che come un ufficiale golpista dalle spiccate simpatie fasciste come un combattente per il cristianesimo.
Franco, ormai leader indiscusso della fazione nazionalista, aveva posto il suo quartier generale nella città vecchia, adagiata sui modesti rilievi della Meseta. Il vescovo gli aveva concesso l'uso del palazzo episcopale, che divenne la sede del governo fino alla metà dell'anno successivo quando, in seguito alla traversie del conflitto, la "corte" franchista si sarebbe spostata a Burgos.

Nonostante il clima di guerra, la vita a Salamanca si svolgeva secondo i canoni della più rigorosa etichetta. Le guardie moresche, vestite in uniformi di gala, presidiavano il palazzo. Chiunque chiedesse udienza al Generalissimo doveva presentarsi rigorosamente in abito da cerimonia, pena la cancellazione dell'incontro. Fu in questa città che Franco, fino a quel momento uso a una spartana vita militare, iniziò ad atteggiarsi a guida e "monarca" della Spagna nazionalista.
In città si raccoglievano le persone più vicine a Franco. Qui aveva la sua sede l'ufficio di propaganda guidato da Millán Astray, una specie di Achille Starace in versione iberica. Qui si trovavano personaggi stravaganti come il surrealista folle Ernesto Giménez Caballero e il capitano Gonzalo Aguilera y Yeles, un vecchio aristocratico che attribuiva tutti i problemi della Spagna, dalla decadenza iniziata con Filippo II ai tempi più recenti, alla costruzione delle fogne.

Non è chiaro da dove giungesse il misterioso alchimista indù. Una sola cosa è certa, riuscì con notevole facilità ad entrare in contatto con il fratello del Caudillo, Nicolás Franco, al quale assicurò di essere in possesso della mitica formula che consentiva di produrre l'oro. Per convincere il fratello di Franco, disse che la formula segreta avrebbe potuto essere usata solo se l'oro creato fosse stato destinato a una buona causa. La causa nazionalista, naturalmente, era buona e nobile a tal punto da poter garantire un successo senza precedenti.
L'idea i trasmutare dei metalli non nobili in oro era vecchia quasi quanto il mondo. Ci si erano provati i Tolomei in Egitto, fondendo nozioni di chimica metallurgica, astrologia e superstizioni.
Tra il IX e il X secolo i pensatori Arabi avevano continuato e ampliato le ricerche, estendendole dalla pietra filosofale (quella, appunto, che doveva servire a produrre l'oro) alla panacea, la medicina che avrebbe guarito tutti i mali e garantito la vita eterna. Ma l'apogeo della scienza magico-sperimentale era stato raggiunto nel Quattrocento e nel Cinquecento con la pubblicazione di numerosi trattati in cui le pietre e i metalli venivano messi in corrispondenza con gli astri. Era l'epoca in cui i sovrani europei si contendevano fantomatici medici-maghi per condurre oscuri esperimenti. Basti pensare, solo per citare l'esempio più rilevante, all'imperatore Rodolfo II d'Asburgo, che a Praga, nel castello di Hrádcany, si era fatto mecenate di scienziati, astrologi, alchimisti e cialtroni.

Cinque secoli più tardi l'indù Hammaralt trovò il suo Rodolfo nel Caudillo. Nicolás Franco riuscì infatti a convincere il fratello della fattibilità del progetto. Grazie ad Hammaralt, spiegò, si sarebbe potuto ottenere tutto l'oro necessario per sostenere la causa nazionalista e vincere la guerra contro la repubblica. E Francisco Franco, il cui pragmatismo spesso era solo di facciata, acconsentì di buon grado, mettendo a disposizione una parte dei laboratori di chimica dell'Università di Salamanca, nel vecchio palazzo dell'Istituto Anaya.
La storica università, fondata nel 1218, aveva visto passare nelle sue aule illustri personaggi della storia e della letteratura spagnola: Juan Ruiz de Alarcón, Hernán Cortés, Fernando de Rojas, Calderón de la Barca, Góngora, Torres Villarroel e Diego de Covarrubias. Cristoforo Colombo vi aveva discusso il progetto per raggiungere le Indie da occidente. Scienziati quali Vesalio e Copernico fecero qui alcune delle loro scoperte. Ma con il governo nazionalista in città, anche l'estremo rifugio della cultura fu convertito alle esigenze del conflitto. Nei laboratori universitari alcuni scienziati erano già all'opera per fornire alle truppe franchiste prodotti meno nobili dell'oro, ma certo più efficaci per combattere una guerra sporca come quella civile: i gas tossici.

Non è chiaro se Hammaralt abbia lavorato gomito a gomito con gli scienziati, cioè se abbia fornito un aiuto nella preparazione dei gas o se si sia limitato al compito prefissato di produrre il metallo prezioso. Quel che è certo è che non doveva essere solo un millantatore, se riuscì a fornire all'ufficio della censura, anch'esso stipato nell'edificio dell'Istituto Anaya, grossi quantitativi di prodotti chimici per leggere le lettere scritte con inchiostri invisibili dagli agenti segreti italiani e tedeschi. Sembra che Hammaralt abbia condotto anche oscuri esperimenti sui cadaveri. La notizia turbò gli ambienti ecclesiastici, che chiesero delucidazioni. Ma tutto fu messo a tacere spiegando che non si trattava di corpi di "cristiani" ma di soldati marocchini raccolti già smembrati sui campi di battaglia.
Dell'oro promesso, comunque, a Salamanca nessuno vide mai traccia. E mentre si addensavano i sospetti che l'alchimista indù fosse in realtà un spia inglese, Sarvapoldi Hammaralt fuggì lasciando tutti con un palmo di naso. In particolare il Caudillo, che per vincere la guerra dovette fare più affidamento sull'aiuto di Hitler e Mussolini che sulla pietra filosofale.

Come ha scritto lo storico Paul Preston, esisteva una profonda contraddizione tra "il cinismo profondo e navigato con il quale [Franco] manipolava alleati e avversari politici e l'ingenuità delle sue opinioni su molti argomenti". Il difensore della Spagna cattolica e tradizionalista, l'integerrimo combattente anticomunista, il condottiero che avrebbe resistito alle lusinghe di Mussolini e di Hitler, "aveva una fede ingenua e quasi commovente in "trucchi" magici che avrebbero potuto risolvere un particolare problema". Dopo l'alchimista indù, Franco avrebbe continuato a riporre la sua fiducia in altri personaggi equivoci o a credere senza ombra di dubbio alle sparate più azzardate.

Nel 1939, l'oro tornò di attualità, ma questa volta non attraverso procedimenti magici. Alcuni geologi, spinti più da un desiderio di compiacenza che da approfonditi studi, rivelarono a Franco che nel sottosuolo della Spagna si nascondevano smisurati giacimenti di metallo prezioso. Le difficoltà economiche del Paese, uscito stremato dalla guerra fratricida e soprattutto governato da un dittatore assolutamente incompetente in materia di finanze ed economia, resero la notizia se non plausibile almeno auspicabilmente credibile. Franco si affrettò ad autorizzare l'apertura di miniere in Estremadura, controllando di persona l'andamento dei lavori. La credulità era tale che, prima ancora di averne estratto un solo grammo, nel messaggio radiofonico di fine anno il Caudillo dichiarò alla nazione che in breve tempo l'oro avrebbe garantito un futuro di prosperità alla Spagna. Ma così come era accaduto con l'oro promesso dal ciarlatano indù, anche l'Eldorado nascosto sotto i piedi degli Spagnoli si rivelò un bluff.

Per nulla abbattuto (oltre a una smisurata considerazione di sé, Franco aveva un ottimismo ferreo e coinvolgente), il dittatore riversò le sue attenzioni su un altro genere di oro, altrettanto prezioso. Nei primi mesi del 1940 proclamò infatti che la Spagna avrebbe raggiunto in poco tempo l'autosufficienza in campo petrolifero. Ma non solo. Nel giro di pochi anni si sarebbe arricchita a dismisura con l'esportazione dell'oro nero. Erano gli anni in cui anche i nazisti lavoravano alla produzione delle benzina sintetica e Franco era convinto di essere riuscito a soffiare all'amico/rivale Hitler uno scienziato che faceva al caso suo. Albert Elder von Filek, questo il nome del "luminare", era in realtà un abile truffatore di origine austriaca. Ma forse per il nobiliare "von" del cognome, o per via dei natali austriaci come Hitler, Filek riuscì ad entrare nelle grazie di Franco. Disse di essere un fervente ammiratore della rivoluzione nazionalista e di aver subìto la prigionia nelle carceri repubblicane. Al Caudillo spiegò che con un intruglio a base di acqua e di misteriose erbe polverizzate sarebbe riuscito a produrre una benzina sintetica dalle caratteristiche in tutto e per tutto simili a quella ottenuta per raffinazione dal greggio. Aggiunse che le compagnie petrolifere mondiali avevano cercato di impadronirsi del suo strabiliante segreto promettendo in cambio cifre da capogiro. Ma lui, fervente seguace di Franco, aveva preferito cedere al popolo spagnolo, e a titolo gratuito, la formula segreta.

Per nulla insensibile alle lusinghe, Franco gli accordò l'uso delle acque del fiume Jarama e di un appezzamento di terreno sulle sue rive. Lì dovevano nascere l'impianto per la produzione della benzina sintetica e i depositi di stoccaggio. Non è chiaro come lo "scienziato" sperasse di reggere la farsa. Una cosa è certa, non agì da solo. Alla tresca prese incredibilmente parte anche l'autista personale di Franco. Fu lui ad assicurare al dittatore - senza la benché minima ombra di pudore - che anche la sua macchina di rappresentanza era spinta dalla benzina sintetica di von Filek; lui a raccontare che i camion che portavano il pesce fresco a Madrid dalla costa settentrionale del Paese viaggiavano con lo stesso combustibile. Il raggiro ebbe però vita breve. Alla prova dei fatti, di benzina ottenuta dall'acqua distillata e dalle erbe non se ne vide nemmeno una goccia. Il truffatore austriaco e l'autista furono smascherati e imprigionati.

Allo stesso periodo risale un ulteriore esempio dell'ingenuità del dittatore spagnolo. Durante la crisi alimentare seguita alla guerra civile, Franco diede credito per un certo tempo a un progetto proposto dal governatore di Malaga, José Luis de Arrese y Magra, personaggio non meno bizzarro di quelli visti fino ad ora. In mancanza di grano, Arrese suggerì infatti di sfamare la popolazione spagnola con il pane ottenuto dalla farina di pesce e con la carne di delfino. Il progetto rimase tale, nel senso che a salvare la vita ai poveri delfini giunsero i provvidenziali aiuti della Croce rossa. Ma per quanto strampalata, la trovata non impedì ad Arrese di entrare nelle grazie del Caudillo e di diventare negli anni successivi un personaggio di spicco della falange e poi anche ministro.

La fede di Franco nelle virtù miracolose di polveri, pozioni o oggetti coinvolgeva anche la sfera religiosa e la credulità nelle reliquie. Durante la presa di Malaga, nel 1937, era stato ritrovato un macabro resto: il braccio destro di Santa Teresa d'Avila, chiuso in una valigia dimenticata in un albergo nei momenti convulsi della ritirata. Pare fosse stata trafugata da un colonnello dal vicino convento carmelitano di Ronda, in Andalusia, durante uno dei numerosi saccheggi e profanazioni di luoghi sacri compiuti dalle forze repubblicane e comuniste. La polizia, invece di restituirla al convento, decise di inviarla come omaggio al Generalissimo, che apprezzò molto il pensiero. Al punto da non separarsene più fino alla morte. Il vescovo di Malaga acconsentì a che Franco conservasse la porzione del corpo della santa, nonostante le suore carmelitane si fossero fatte avanti per ottenere la restituzione del maltolto. Il dittatore, da parte sua, conservò sempre una fede totale nelle virtù magiche e miracolose del braccio della santa, che da allora prese a seguire negli spostamenti il nuovo proprietario, affidata alle cure di un attendente appositamente destinato alla sua tutela.

Con abile mossa, la propaganda ne approfittò per trasformare Santa Teresa nella paladina della reconquista e della guerra contro i "rossi". La stampa cattolica e nazionalista stabilì arditi paragoni tra il ruolo provvidenziale svolto in vita da Santa Teresa e quello di Francisco Franco, nuovo crociato della religione contro i vizi e l'ateismo. E l'attaccamento quasi ossessivo alla reliquia parve agli occhi della Chiesa spagnola una dimostrazione della fede fervente che pervadeva il Caudillo.

Il fervore religioso di Franco, in realtà, era piuttosto recente, legato com'era più a esigenze di opportunismo politico che a vera convinzione. Fin dai primi mesi di guerra la propaganda nazionalista si era mobilitata per creare mirabolanti agganci tra Franco e la secolare storia del Paese. Si diceva, ad esempio, che Franco era l'emulatore delle gesta eroiche del Cid e degli antichi re cattolici asturiani, i medievali
caudilli, da cui l'appellativo di Caudillo che lo accompagnerà per tutta la vita. E Franco prese immediatamente a ricambiare le simpatie suscitate nella Chiesa spagnola dimostrando uno zelo religioso fino a pochi anni prima assolutamente insospettato. Accompagnato dalla moglie Carmen, a partire dal 1936 iniziò a seguire la messa tutti i giorni. Le funzioni religiose lo annoiavano oltre misura, ma le necessità politiche e l'influenza della moglie, che credeva sinceramente nella missione divina del marito contro gli "infedeli" repubblicani, lo indussero a far buon viso.

"La scoperta della religione - scrive lo storico Paul Preston -, al di là della consolazione spirituale che poteva offrirgli, era il segno del suo realismo, della consapevolezza che l'avallo della chiesa cattolica poteva costituire una garanzia preziosa per la conquista di aiuti nazionali e internazionali. Per uno che, come Franco, aveva una concezione così alta del proprio valore, l'approvazione e la benedizione ufficiali della chiesa erano indispensabili, non tanto per conquistare alla causa nazionalista il sostegno della grande base cattolica, quanto per essere riconosciuto ufficialmente come rappresentante universale del cattolicesimo".

L'apoteosi nell'identificazione con i re cattolici della storia di Spagna avvenne nel 1939 con la conquista di Madrid. Il corso principale fu ribattezzato in gran fretta "Avenida del Generalísimo Franco" e per la parata ufficiale....


... Franco volle che la coreografia e il cerimoniale si ispirassero espressamente all'ingresso di Alfonso VI e del Cid a Toledo dopo la sconfitta degli Arabi. Furono accesi fuochi sulle cime delle montagne, mentre un corteo lungo venticinque chilometri sfilò in parata per le vie della capitale. Appassionato di reliquie sacre e storiche, Franco offrì la sua "spada della vittoria" affinché fosse esposta assieme allo stendardo reduce dalla battaglia di Las Navas de Tolosa contro i mori nel 1212 e al vessillo che Giovanni d'Austria aveva con sé nella battaglia di Lepanto del 1571.
L'identificazione tra il Caudillo e i grandi condottieri del medioevo era così completata. Come loro, Franco aveva contribuito a liberare il Paese dall'ateismo e dalle dottrine contrarie alla chiesa. Il cardinale Gomá, primate di Spagna, disse che "Dio ha trovato in vostra eccellenza il degno strumento dei suoi piani provvidenziali", mentre Pio XII elogiò i "sentimenti nobilissimi e profondamente cristiani del capo dello stato".

Insediatosi definitivamente a Madrid nel palazzo del Pardo, Franco prese sempre più ad atteggiarsi a re della nuova Spagna. E con lui la moglie, Carmen, elevata durante le cerimonie al rango di regina. Franco pretese che alla consorte, così come accadeva per le dame dell'aristocrazia, ci si rivolgesse con l'appellativo di señora. Durante le celebrazioni ufficiali, all'apparizione della señora veniva suonata la marcia reale.
Come un monarca assoluto, durante il suo lungo regno Franco accumulerà diciotto tenute, doni per quattro milioni di pesetas e centinaia di medaglie d'oro commemorative donate da città ed enti. La moglie farà fondere queste ultime in lingotti. La pietra filosofale tanto bramata dal Caudillo, in fondo, non era altro che il potere.

ALESSANDRO FRIGERIO

BIBLIOGRAFIA
* Francisco Franco: la lunga vita del Caudillo, di Paul Preston - Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995
* Le tre Spagne del '36: la guerra civile spagnola attraverso i suoi protagonisti, di Paul Preston - Corbaccio, Milano 2002
* Nosotros los Franco, di Pilar Franco Bahamonde - Planeta, Barcellona 1980
* Siete días de Salamanca, di Angel Alcázar de Velasco - G. del Toro, Madrid 1976

Questa pagina
(concessa solo a Cronologia)
è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net

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