SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GANDHI

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" che cosa intendo per
"non-violenza" "

(dottrina della resistenza passiva)


"Non violenza e codardia si accompagnano male. Posso immaginare un uomo armato fino ai denti che sia, in cuor suo, un codardo. Il possesso di armi implica un elemento di paura, se non di vigliaccheria. La vera non-violenza è invece impossibile ove non si possegga un indomito coraggio".

"La non-violenza non deve mai essere usata a mo' di scudo per la codardia. Essa è un'arma per il valoroso.
Non scorgo né eroismo né sacrificio nel distruggere vite o proprietà, per offesa o per difesa".

"La prova del nove della non-violenza è che, in un conflitto non-violento, non vi sono strascichi di rancore e, alla fine, i nemici si tramutano in amici. Di ciò ho fatto esperienza in Sudafrica con il generale Smuts. Questi fu, dapprima, il mio più accanito avversario. Oggi è il mio amico più affettuoso.Questo è, in sostanza, il principio della non-collaborazione non-violenta. Ne consegue che esso deve affondare le sue radici nell'amore. Il suo scopo non dev'essere quello di punire o di infliggere ferite all'avversario. Pur non collaborando con lui, dobbiamo fargli sentire che in noi egli ha un amico, e dobbiamo tentare di toccargli il cuore rendendogli servigi umanitari ogni volta che ci è possibile".

"La verità (satya) implica amore, e la fermezza (agraha) genera - e quindi ne è sinonimo - la forza. Perciò ho preso a chiamare satyagraha il movimento per l'indipendenza dell'India. Vale a dire: una forza che nasce dalla verità, dall'amore, dalla non-violenza".

"Ahimsa è attributo dell'anima e, quindi, deve esser praticato da chiunque, in ogni faccenda della vita. Se non vien messo in pratica in ogni settore, non ha alcun valore pratico.
L'ahimsa non è quella cosa rozza che si è voluto far apparire. Non nuocere ad alcun essere vivente fa, senza dubbio, parte dell'ahimsa. Però ne è solo un'espressione secondaria. Al principio dell'ahimsa nuoce qualsiasi pensiero malvagio, nuoce l'indebita fretta, nuocciono le menzogne, l'odio, il malaugurio, l'invidia. Questo principio viene altresì violato quando si tiene per sé ciò di cui il mondo ha bisogno".

"In un'epoca come questa, in cui la forza bruta detta legge, è quasi impossibile, per chiunque, credere che qualcuno possa rifiutare la legge della supremazia della forza bruta. Perciò ricevo lettere anonime in cui mi si consiglia di non interferire nella campagna della non-collaborazione, anche qualora da essa nascessero atti di violenza. Altri vengono da me e, presumendo che io, segretamente, stia tramando violenza, mi chiedono quando verrà il felice momento in cui le ostilità violente saranno apertamente dichiarate. Gli inglesi - mi assicurano costoro - non cederanno mai se non alla violenza, aperta o clandestina.
Altri ancora - mi si informa - credono ch'io sia il più gran mascalzone vivente in India, poiché non rivelo mai le mie vere intenzioni, mentre essi non hanno alcun dubbio ch'io, dentro di me, creda nella violenza al pari di quasi tutti gli altri".

"Siccome la dottrina della spada è così radicata nella maggior parte degli uomini, siccome il successo della non-collaborazione dipende soprattutto dalla rinuncia a ogni violenza dal principio alla fine, e siccome le mie tesi al riguardo determinano la condotta di un gran numero di persone, desidero precisare questi concetti nel modo più chiaro possibile.
Credo fermamente che, laddove non ci sia da scegliere che tra codardia e violenza, si debba consigliare la violenza. Perciò, quando il mio figlio maggiore mi chiese come si sarebbe dovuto comportare qualora fosse stato presente allorché io, nel 1908, venni aggredito e ridotto quasi in fin di vita (scappar via e lasciare che mi ammazzassero, oppure seguire il suo istinto e usar la propria forza fisica per difendermi), io gli risposi che sarebbe stato suo dovere difendermi, anche a costo di usare violenza".

"Però credo fermamente che la non-violenza sia mille volte superiore alla violenza, che il perdono sia più virile del castigo. «Il perdono nobilita il soldato». Ma l'astensione dal castigo equivale al perdono soltanto allorché si ha il potere di punire; non ha senso, invece, quando proviene da una creatura impotente. Un topo non perdona il gatto nel momento in cui non può far altro che lasciarsi sbranare. Io, perciò, apprezzo il sentimento di quanti reclamano l'esemplare punizione del generale Dyer e dei suoi pari. Lo farebbero a pezzi, se potessero. Ma non credo che l'India sia impotente. Non considero me stesso una creatura impotente. Solo, intendo usare la mia forza e la forza dell'India per uno scopo migliore".

"Non mi si fraintenda. La forza non deriva dalla capacità fisica. Proviene da un'indomita volontà. Uno zulu medio è in grado di sopraffare, in qualsiasi momento, un inglese medio, in un combattimento a corpo a corpo. Però fugge di fronte a un ragazzino inglese, poiché teme la sua rivoltella o quelli che l'userebbero per lui. Teme la morte e perde coraggio nonostante la prestanza fisica. Noi in India potremmo anche renderci conto da un momento all'altro che centomila inglesi non debbono spaventare trecento milioni di esseri umani. In questo caso, certo, il perdono significherà il sicuro riconoscimento della nostra forza. Assieme al perdono illuminato verrà senz'altro a noi, come un'onda, una gran forza, e allora non sarà più possibile a un generale Dyer o a un Frank Johnson recare affronto all'India remissiva. Importa poco che, per il momento, io non riesca a inculcare il mio principio. Ci sentiamo troppo umiliati, adesso, per non nutrire rabbia e desiderio di vendetta. Ma non posso astenermi dal dire che l'India ha tutto da guadagnare rinunciando al suo diritto di punire. Abbiamo un lavoro migliore da svolgere, una missione più alta da compiere per il mondo intero".

"Non sono un visionario. Mi reputo un idealista pratico. La religione della non-violenza non è intesa soltanto per i rishi [saggi indù] e per i santi. È intesa anche per la gente comune. La non-violenza è la legge della nostra specie, come la violenza è la legge dei bruti. Lo spirito giace in letargo, nel bruto, ed egli non conosce altra legge che quella della possanza fisica. La dignità umana richiede che si obbedisca a una legge più alta: alla forza dello spirito.
Mi son quindi azzardato a proporre all'India l'antica legge del sacrificio-di-sé. Poiché il satyagraha e le sue diramazioni - la non-collaborazione e la resistenza civile - non sono altro che nuovi nomi per la legge della sofferenza. Quei rishi che scoprirono la legge della non-violenza nel bel mezzo della violenza eran dei geni più grandi di Newton. Ed eran guerrieri più grandi di Wellington. Benché esperti nell'uso delle armi, essi ne compresero l'inutilità e insegnarono a un mondo affranto che la sua salvezza non poteva venire dalla violenza, bensì dalla non-violenza".

"Non-violenza, nella sua condizione dinamica, significa cosciente sofferenza. Non significa mite sottomissione alla volontà dei malvagi, ma comporta l'impegno di tutta l'anima a opporsi alla volontà del tiranno. Operando in nome di questa legge interiore, risulta impossibile per un singolo individuo sfidare tutto il potere di un ingiusto impero per salvare il proprio onore, la propria religione, la propria anima e adoperarsi per la caduta di quell'impero o per la sua rigenerazione.
Dunque, non chiedo all'India di praticare la non-violenza perché è debole. Voglio ch'essa la pratichi essendo ben conscia della sua propria forza, del suo proprio potere. Nessun addestramento alle armi è necessario per dispiegare questa forza. Si può credere di averne bisogno perché si pensa di essere soltanto un corpo inerte. Voglio che l'India si renda conto di avere un'anima che non può perire, ma che è capace di elevarsi trionfalmente al di sopra di ogni debolezza fisica e di sfidare il mondo intero".

"Qual è il significato di Rama, semplice essere umano, che, aiutato da un'orda di scimmie, si oppone alla forza insolente di Ravana dalle dieci teste, il quale si crede al sicuro perché circondato da acque impetuose, nell'isola di Sri Lanka? Non sta forse a significare la vittoria della forza spirituale sulla possanza fisica? Però, essendo un uomo pratico, non aspetterò che l'India scopra da sé l'efficacia dell'arma spirituale nella lotta politica. L'India si ritiene impotente e si paralizza di fronte alle mitragliatrici, ai carri armati e agli aeroplani degli inglesi. E fa derivare la non-collaborazione dalla sua debolezza. Tuttavia essa servirà allo stesso scopo, cioé a liberarla dall'oppressione inglese, dal peso di questa ingiustizia, se un numero sufficiente di persone la metteranno in pratica.
Io distinguo questo movimento di non-collaborazione dal movimento indipendentista irlandese, il sinn Fein, poiché il nostro non è conciliabile in alcun modo con la violenza. Tuttavia invito anche gli adepti della scuola della violenza a provare invece con la pacifica non-collaborazione, o resistenza passiva".

"Se fallisse, non sarebbe a causa della sua intrinseca debolezza. Potrebbe fallire per una scarsità di adesioni. Allora il pericolo sarebbe davvero grave. Gli uomini d'animo nobile - che non posson tollerare più a lungo l'umiliazione della loro patria - vorranno dare sfogo alla rabbia. Si voteranno alla violenza. Per quel che ne so io, periranno però senza liberare se stessi e il Paese dall'oppressione. Se l'India adottasse la dottrina della spada, potrebbe conseguire una vittoria momentanea. Allora, però, cesserebbe di essere l'orgoglio del mio cuore. Io sono sposato all'India poiché a essa debbo tutto di me. Credo, assolutamente, che essa abbia una missione nel mondo. Non deve imitare ciecamente l'Europa. Se l'India accettasse la dottrina della spada, io verrei messo allora a dura prova. Spero di non venir trovato in difetto. La mia fede in essa, questa fede vivente trascenderà il mio stesso amore per l'India. La mia vita è votata a servire l'India mediante la religione della non-violenza che, secondo me, sta alla radice dell'induismo".

"Frattanto sollecito coloro che non si fidano di me a non disturbare il pacifico andamento della lotta appena cominciata, incitando alla violenza perché convinti che io desideri la violenza. Detesto i sotterfugi, l'insincerità. Si dia modo a questa gente di metter alla prova la noncollaborazione non-violenta, e ci si accorgerà che io non ho e non ho mai avuto riserve mentali di sorta.
La forza della non-violenza è di gran lunga più meravigliosa e arcana delle forze materiali della natura, come l'elettricità. La forza generata dalla non-violenza è infinitamente maggiore della forza di tutte le armi inventate dall'ingegno umano2.

"Sebbene la non-collaborazione sia una delle principali armi nell'arsenale del satyagraha, non va però dimenticato che non è, dopotutto, altro che un mezzo per assicurarsi la collaborazione dell'avversario, in armonia con la verità e la giustizia.
Troncare ogni rapporto con le potenze avversarie non sarà mai, quindi, consono ai fini del satyagraha, il quale mira invece a trasformare o purificare quei rapporti".

"La disobbedienza civile rientra fra i diritti di qualsiasi cittadino. Nessuno può rinunciarvi senza cessare di essere uomo. Alla disobbedienza civile non tiene mai dietro l'anarchia. La disobbedienza criminale può invece condurvi. Ogni Stato reprime con la forza la violenza criminale. Perirebbe, se così non facesse. Ma reprimere la disobbedienza civile equivale a cercar di incarcerare le coscienze".

"Non credo nelle scorciatoie violente al successo. Per quanto io ammiri i nobili motivi e simpatizzi con essi, sono incondizionatamente avverso ai metodi violenti, anche se al servizio della causa più giusta. L'esperienza mi ha convinto che un bene permanente non potrà mai esser frutto di non-verità e di violenza.
La non-violenza implica la volontaria sottomissione alle pene previste per la non-collaborazione con il male".

"Chiudo questo mio scritto suggerendo alcune norme e direttive da mettersi subito in pratica.

1. Non si devono accettare volontari impreparati per le grandi dimostrazioni.
Pertanto solo i più esperti dovrano porsi alla testa dei cortei.
2. I volontari dovranno avere con sé un opuscolo con le istruzioni generali.
3. Nell'imminenza di una dimostrazione, si dovranno passare in rassegna i volontari e impartire loro speciali istruzioni.
4. Nelle stazioni, i volontari non dovranno concentrarsi tutti in un solo punto, presso il comitato di ricevimento, ma dovranno essere scaglionati qua e là tra la folla.
5. Alle stazioni non dovranno accedere grandi folle. Non farebbero che intralciare il traffico. C'è altrettanto onore nell'entrare in stazione, quanto nel restarne fuori.
6. Primo compito dei volontari sarà far sì che i bagagli degli altri passeggeri non vengano calpestati.
7. I dimostranti non entreranno in stazione molto prima dell'ora d'arrivo prevista.
8. Si dovrà lasciare un varco per consentire ai passeggeri di raggiungere il treno.
9. Un secondo corridoio dovrà restare aperto al centro della dimostrazione, per il passaggio delle personalità.
10. Non si formino catene. È umiliante.
11. I dimostranti non si muovano finché le personalità non abbiano raggiunto le loro carrozze, o finché non abbiano ricevuto un segnale convenuto da un volontario autorizzato.
12. Gli slogan nazionali debbono essere prestabiliti e non vanno lanciati comunque, in qualsiasi momento o tutto il tempo, bensì solo all'arrivo del treno, allorché le personalità salgono in carrozza, e poi, durante il corteo, a giusti intervalli".
Non si obietti che, in tal modo, la dimostrazione diverrebbe meccanica e tutt'altro che spontanea. La spontaneità dipenderà da quanto saranno nutrite le grida, dalla reazione a esse e dall'atteggiamento generale dei dimostranti, non già dal gran numero di slogan scomposti né dall'intensità delle grida. È l'addestramento di cui i partecipanti danno prova a caratterizzare le dimostrazioni. Un maomettano che in silenzio prega nella sua moschea non è meno «dimostrativo» di un indù che, al tempio, produce gran clamore con la voce, con il gong o con entrambi.

13. Lungo il percorso la folla deve allinearsi e non seguire le carrozze. Se del corteo fanno parte pedoni, essi debbono prender posto in silenzio e ordinatamente, e non partecipare o astenersi a loro piacimento.
14. La folla non dovrà far ressa sulle personalità, ma scostarsi da esse.
15. Chi si trova ai margini della cerchia non dovrà premere in avanti né opporre resistenza a una pressione in senso contrario.
16. Se vi sono donne in mezzo alla folla, esse vanno protette.
17. Non si dovranno portare tra la folla bambini piccoli.
18. Alle riunioni, i volontari si disperdano tra la folla. Imparino a far segnali con bandierine o mediante fischietti al fine di comunicarsi istruzioni, qualora a voce non sia possibile.
19. Non spetta al pubblico mantenere l'ordine. Basta, per questo, che sia fermo e in silenzio.
20. Soprattutto, ciascuno deve obbedire alle istruzioni dei volontari senza fare domande.

"Il mio amico Shaukat Ali sembra dare la massima importanza alla violenza e ritenere che uccidere il proprio nemico sia il dharma dell'uomo. Quindi, egli segue la legge della non-violenza con il cuore gonfio di odio. Secondo lui, la noncollaborazione è un'arma dei deboli, inferiore, quindi, alla resistenza attiva. Ciononostante, si è unito a me perché ha capito che, a parte la non-collaborazione o resistenza passiva, non v'è alcun altro metodo efficace per tener alto l'onore della sua fede".

"Faccio appello a quanti non hanno fede in me, affinché seguano il mio amico Shaukal Ali. Non occorre che credano nella purezza delle mie motivazioni, ma devono chiaramente rendersi conto che violenza e non-collaborazione non possono andar insieme. Il maggior ostacolo al lancio di una grande campagna di resistenza passiva è proprio il timore che da essa si scatenino violenze. Coloro che hanno pronte le armi debbono metterle da parte fintanto che è in corso la non collaborazione.
A mio avviso, il giorno in cui la forza bruta dettasse legge in India, ogni distinzione fra Est e Ovest, fra antico e moderno, verrebbe a scomparire. Quello sarà il giorno del giudizio, per me. Io sono fiero di considerare l'India mia patria, poiché ritengo che essa sia in grado di dimostrare al mondo la supremazia della forza d'animo. Qualora l'India accettasse la supremazia della forza bruta, non sarei più felice di chiamarla mia patria. Sono convinto che il mio dharma non riconosce limiti fra le varie sfere del dovere, né confini geografici. Prego Dio affinché io possa essere in grado di provare che il mio dharma non si dà alcun pensiero della mia persona né è limitato a un campo particolare".

"Il satyagraha è una forza che può venir impiegata sia da individui sia da comunità. Può usarsi sia negli affari politici sia in quelli domestici. La sua applicabilità universale ne dimostra la permanenza e l'invincibilità. Può esser usato da uomini, donne e bambini. Non corrisponde affatto al vero dire che è una forza che possono usare solo i deboli in quanto non potrebbero rispondere alla violenza con la violenza".

"In questa età di grandi prodigi nessuno dirà che una cosa o un'idea non vale niente perché è nuova. Dirlo è impossibile, in quanto non sarebbe consono allo spirito dell'epoca. Oggi si vedono cose di cui un tempo non ci si sognava neppure, l'impossibile sta diventando sempre più possibile. Restiamo stupefatti, di continuo, di fronte alle attuali invenzioni e scoperte nel campo della violenza. Ma io sostengo che scoperte ancor più meravigliose, un tempo impensate e in apparenza impossibili, saranno effettuate nel
campo della non-violenza".

" La non-violenza è la più grande forza a disposizione del genere umano. È più potente della più micidiale arma che l'ingegno umano possa inventare.
Dobbiamo fare della verità e della non-violenza non materia di pratica individuale bensì di gruppi, di comunità, di Nazioni. Questo è comunque il mio sogno.
Vivrò e morirò per tentare di realizzarlo.
La fede mi aiuta a scoprire ogni giorno nuove verità"
(Gandhi)

Il 30 gennaio del 1948, all'età di settantanove anni, Gandhi fu ucciso a colpi di pistola da un fanatico indù, tra la folla che gremiva un parco pubblico a Nuova Delhi, mentre si accingeva a recitare le preghiera della sera.
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GANDHY Mohandas Karamchand - Filosofo e politico indiano (Porbandar [Kathiawar], 1869 - Delhi, 1948). Studiò in India, poi a Londra laureandosi in giurisprudenza. Esercitò quindi in patria l'avvocatura ma nel 1899, recatosi nel Sudafrica, ebbe modo di constatare le miserevoli condizioni di vita degli Indiani colà emigrati. Dominato allora dalla sua profonda fede religiosa - maturatasi attraverso la conoscenza dei libri sacri indiani e della stessa Bibbia, per cui era stato creatore d'una dottrina sincretistica fondata sull'induismo - volle dedicarsi esclusivamente all'elevazione materiale e morale dei suoi compatrioti con una intensa opera di propaganda mediante l'assistenza, la parola, gli scritti e il quotidiano Indian opinion. Con gli Inglesi fu leale sperando appoggi alla sua causa ma quando, nel 1906, fu imposto un nuovo esoso balzello di tre sterline sugli immigrati privi di contratto di lavoro, ideò il satyagraha (in indiano: forza della verità) tradotto in Europa « resistenza passiva » o meglio « la non violenza » ) in realtà è una « non-obbedienza senza violenza »).

Fu una lotta durissima ma l'inflessibile volontà di non obbedire agli ordini imposti con la violenza, pur sottostando fino alle estreme sanzioni, ebbe i suoi frutti perchè nel 1914 l'imposta fu abolita e in vent'anni crollarono tutte le leggi sudafricane lesive della dignità degli Indiani. Nel 1915 Gandhi ritorna in India e partecipa alla 1a guerra mondiale come infermiere. Nel 1919 è presidente del Congresso nazionale indiano e diviene l'assertore dell'indipendenza dell'India. Applica in patria il satyagraha ma in seguito a delle agitazioni, nel 1920 passa alla non-cooperazione con l'astensione dai pubblici uffici e degli studenti dalle scuole governative e con il rifiuto di acquisti di manufatti di produzione non indiana.

Ma la disobbedienza civile, attuata con l'astensione dal pagamento delle tasse, provoca
nuovi disordini, e Gandhi nel marzo 1922 è arrestato. Processato, si dichiara colpevole e viene condannato a 6 anni di carcere. Il 4 febbraio 1924 viene liberato e il resto della pena condonata. Il suo ascendente sulle masse indiane ormai non ha più limiti; la purezza, l'onestà religiosa e civile della sua vita gli fanno conferire il titolo di Mahatma (= magnanimo). Nel 1928 riprende la vita politica; nel gennaio del 1932 è nuovamente arrestato e liberato nel maggio del 1933 ma intanto un suo digiuno di 145 ore riesce a ottenere dagli Inglesi riforme elettorali a favore degli « intoccabili ».

Nello stesso anno 1933 viene ancora arrestato ma liberato dopo soli 22 giorni essendosi rifiutato di toccare cibo. Nel 1934 si ritira dalla vita politica attiva ma nel 1940 il Congresso gli affida i pieni poteri per la campagna di disobbedienza civile; nel dicembre del 1941 gli succede Nehru. Entrato in guerra il Giappone, Gandhi non intralcia lo sforzo bellico inglese, tuttavia l'ultimatum inviato dal Congresso agli Inglesi per il loro ritiro dall'India provoca un nuovo arresto di Gandhi.
Liberato, partecipa alle trattative che porteranno alla proclamazione dell'India a Dominion. Nel febbraio del 1947 si avvera il sogno per cui aveva lottato tutta la vita: la libertà dell'India. Le lotte sorte subito dopo fra musulmani e indù lo ebbero come pacificatore, ma elementi estremistici furono artefici di un complotto contro lo stesso Gandhi che fu ucciso a revolverate da un fanatico indù ortodosso, certo Godse.

Figura fra le più luminose dei nostri tempi, Gandhi ha consacrato il suo nome alla storia per il suo ascetismo, la sua rettitudine, l'umanità della sua lotta che scevra da lutti e sangue si duttilizzava nel « ricatto eroico » dei digiuni: fu certo il più spontaneo interprete dello spirito indiano. Delle sue opere ricordiamo: Indian Home Rule; Universal Dawn; Young India, e l'autobiografia.


Il 30 gennaio 1948 un fanatico hindu uccideva l'uomo che aveva liberato
l'India dal dominio dell'impero inglese


GANDHI, CONDOTTIERO
DI UNA GUERRA
CHE NON VIDE VIOLENZA


Le armi usate dal Mahatma e dai suoi seguaci furono il dialogo serrato e logico e la disubbidienza civile

di FRANCO GIANOLA

Un corpo minuto, scarnificato dai digiuni, malamente avvolto in una pezza di stoffa bianca che lascia vedere un paio di consunti sandali da monaco. La grossa testa rapata, le orecchie fuor di misura e i rotondi occhialini di ferro completano l'immagine, che appare un po' patetica e un po' buffa. Eppure questo omino privo di forma eroica, armato soltanto di intelligenza e di fede totale nell'amore universale e nella non-violenza, mette in ginocchio il grande e potente impero inglese. Dopo decenni di paziente lavoro, sopportando carcere e umiliazioni da un "nemico" che rifiuta di odiare, Mohandas Karamchand Gandhi costringe Sua Maestà Britannica ad abbandonare l'India, da oltre un secolo colonia sfruttata economicamente e violentata nella propria millenaria raffinata cultura.
Nella giornata del l5 agosto l947 il Mahatma (il Santo, la Grande Anima, come lo hanno soprannominato le folle adoranti che rappresentano quel suo esercito forte di una totale mancanza di armi) assiste alla proclamazione dell'indipendenza della patria. Ma questo grande momento Gandhi lo vive con dolore, pregando e digiunando in casa di un amico, a Calcutta. Non è nata la grande nazione indiana, liberale, tollerante, unita al di sopra delle differenze religiose e di casta: dalle tormentate trattative politiche che hanno preceduto il l5 agosto sono venuti fuori due Stati, Unione Indiana e Pakistan, con la creazione dei quali è stata sancita la divisione fra hindu e musulmani. Ma hindu e musulmani sono strettamente frammisti, specie nel Punjab e nel Bengala, che sono entrati a far parte del territorio pakistano. E scoppiano rancori, odii, uccisioni. La violenza imperversa, il terrore provoca emigrazioni da una parte e dall'altra. Migliaia di famiglie hindu debbono abbandonare i luoghi nei quali sono vissute da generazioni per rifugiarsi nell'Unione Indiana, dove l'induismo è religione maggioritaria.

UTOPIA? FORSE NO

Una terribile guerra civile, scaturita dall'ignoranza e dalla superstizione, che costa, alla fine del l947, quasi un milione di morti e oltre sei milioni di profughi. E questi ultimi sono degli sradicati dal cuore pieno di rabbia. Pochi mesi dopo la proclamazione dell'indipendenza, il 30 gennaio l948, mentre si avvia fra due ali di folla a una riunione di pubblica preghiera, il Mahatma viene abbattuto da due colpi di pistola sparati da un hindu, Nathuram Vinayak Godse. La vita lo lascia in pochi secondi. Ha soltanto il tempo di invocare Dio. Forse quelle due esplosioni segnano la fine di un'altra utopia. Forse no. Qualche anno prima Gandhi aveva scritto, prevedendo la propria morte: "Dopo che me ne sarò andato nessuno saprà rappresentarmi in modo completo. Ma un pezzetto di me sopravviverà in molti di voi. Se ciascuno pone la causa per prima e se stesso per ultimo, il vuoto sarà riempito in larga misura".
Della filosofia di Gandhi molto è rimasto e i "pezzetti" si sono moltiplicati. La nostra storia contemporanea continua a essere tormentata dalla violenza, ma ci sono milioni di uomini di buona volontà e di buon intelletto che alla ferocia delle soluzioni belliche, alla prevaricazione politica, economica, sociale, psicologica, oppongono la "resistenza passiva ragionata". E' un esercito in continuo aumento in tutto il mondo, in questo villaggio planetario ormai sempre più piccolo nel quale la brutalità, il terrore atomico, l'inquinamento, lo schiavismo economico hanno la possibilità di muoversi e di aggredire i popoli con devastante rapidità. Insegni il caso di Chernobyl, l'esportazione del terrorismo dalla Libia, dall'Iran, la diffusione della droga a volo d'aereo. Certamente la non-violenza non paga a tempo breve, ma sui tempi lunghi ha dimostrato di saper trionfare su eserciti e Stati perfettamente organizzati. Dopotutto l'impero romano venne sconfitto da un pugno di uomini e donne che alla ferocia dei mezzi coercitivi dello stato opposero l'accettazione del martirio di massa predicando la mitezza, l'amore universale fino al momento di una morte straziante imposta da una legge palesemente atroce.

ADOLESCENZA TORMENTATA

E se per un certo lasso di tempo il popolaccio si sollazzò di fronte allo spettacolo di quegli esseri "vili" che morivano nelle arene dei circhi e sulla croce senza combattere, senza uccidere per diffondere la loro fede, in un secondo momento si rese conto che quella morte, deliberatamente scelta, era altrettanto eroica - se non più eroica - della morte affrontata in combattimento con l'arma in mano, capì la crudeltà e l'ingiustizia della legge. E cominciarono a prender coscienza di questo anche molti di coloro che erano tutori di questa legge o facevano parte della classe dirigente.
Dell'importanza e dell'efficacia di questa filosofia di vita Gandhi ha la prima dimostrazione nell'adolescenza, dal padre Kaba, proveniente da una famiglia di droghieri (Gandhi significa appunto droghiere), uomo non colto ma di grande esperienza, generoso e incorruttibile, il quale proprio per queste qualità è spesso chiamato alle corti dei principi in veste di consigliere. Fino al momento della grande lezione il piccolo Mohandas Karamchand (che nasce il 2 ottobre del 1869 a Porbandar, nella penisola del Kathiawar, nel nord-ovest dell'India) non differisce molto dagli altri ragazzini di buona famiglia, induista osservante. A scuola non brilla per risultati, anche se appare dotato di un'ottima intelligenza. Nulla lascia presagire in lui l'asceta. A tredici anni quando, secondo l'uso, si sposa con una ragazza della sua età, si trasforma in un essere divorato dalla sensualità, obnubilato dalla gelosia e dalla volontà di possesso, e con la moglie-bambina si comporta da despota.
Affascinato da un giovane amico che dimostra grande esperienza ed esibisce una notevole forza fisica, si lascia convincere che la supremazia degli inglesi, dei "padroni", sia dovuta al fatto che mangino carne. Subito Mohandas si mette a divorare bistecche in quantità, incurante del precetto severissimo della religione jaina (elementi di questa fede fanno parte anche di quella hindu) che proibisce l'alimentazione carnea. Il rigore che presiede all'educazione del ragazzo (anche la madre è profondamente religiosa, votata a pratiche ascetiche, severa con sè e gli altri) non pare avere molto effetto, tant'è vero che Mohandas commette qualche piccolo furto ai danni del fratello per comperarsi le sigarette e assaporare il piacere proibito del fumo.

LO "SCELLERATO" CONFESSA


La crisi arriva d'un tratto. Mohandas Gandhi, che è dotato di intelligenza critica, viene colto dal dubbio religioso e pensa di essere rimasto intrappolato dall'orrendo mostro dell'ateismo. Il ragazzo è un soggetto ipersensibile, un aspetto della sua personalità che riuscirà a tenere a freno in seguito sviluppando le tecniche di autocontrollo, e reagisce pensando al suicidio. Ma la ragione prevale sulla sfera emotiva. Si libera dal terribile peso che gli è crollato addosso scrivendo al padre una lunga lettera-confessione che narra tutte le sue "scelleratezze". E attende la punizione. Quando si presenta a testa china di fronte all'austero e rigoroso patriarca, sente il "giudice" singhiozzare. In quell'uomo non c'è la temuta ira ma soltanto dolore per la sofferenza del figlio. Un tenero abbraccio, il perdono. Scriverà Gandhi nella sua autobiografia: "Quella fu per me la prima lezione di ahimsâ".
Ahimsâ significa non-violenza, amore verso gli altri, capacità di comprensione. Qualche anno più tardi il giovane farà di questo concetto la base della sua intensa religiosità, del suo impegno civile. Una religiosità, la sua, che proprio in nome dell'ahimsâ respinge quanto di violento si trova in alcuni culti. Fin da fanciullo rifiuta il dogma dell'intoccabilità stabilito nei confronti dei paria. E lo rifiuta nella pratica "toccando" il raccoglitore di spazzatura, il miserabile Uka (che, come tutti i suoi colleghi, appartiene alla non-casta dei paria) ogni qualvolta questi viene per casa a svolgere il suo compito. Lo fa provocatoriamente, in presenza della madre che pratica i precetti religiosi hindu e jaina in modo acritico. Dal padre impara anche la tolleranza e il rispetto per le diverse religioni: nelle riunioni familiari vi sono spesso ospiti musulmani, parsi, jaina e di altre sette. "Non rifiuto di credere all'adorazione degli idoli. L'idolo non eccita in me nessun sentimento di venerazione. Ma credo che la venerazione degli idoli faccia parte della natura umana. Aspiriamo al simbolismo", scrive il Mahatma nella autobiografia.

MOMENTO DI FRIVOLEZZA

E ancora: "L'errore non può pretendere alcuna immunità anche se è sostenuto dalle. sacre scritture del mondo". Tolleranza ma nello stesso tempo rigorosa coerenza con il suo credo razional-religioso che s'incentra sulle ahimsâ. E' per questo che, pur rimanendo affascinato dalla dottrina di Cristo quando gli capita di leggere il Vangelo, non si accosta al cristianesimo: non può accettare l'aggressivo proselitismo e le critiche violente all'hinduismo dei missionari che predicano nei pressi della scuola che Mohandas frequenta ancora ragazzo. Quando viene mandato a Londra per conseguire la laurea in giurisprudenza - è ormai tradizione che le famiglie indiane di buona levatura mandino i figli a completare gli studi in Europa - Gandhi attraversa un altro momento di crisi. Le sue idee sono solide ma subiscono l'impatto con la cultura occidentale, quella inglese in particolar modo.
In un primo momento il diciannovenne Mohandas resta affascinato dalla vita londinese e si rende conto della propria "pochezza" mondana. Dando battaglia alla timidezza frequenta un corso di dizione per ripulire il suo pessimo inglese, frequenta una scuola di francese, una di violino e una di ballo.
Si trasforma in un dandy vero e proprio: in alcune foto lo si vede con un altissimo colletto inamidato, che letteralmente gli imprigiona il collo, oppure fasciato da un perfetto frac. Nessuno può immaginare che in quel guscio di artificiosità sia in fase di lenta crescita l'uomo che domerà il leone d'Inghilterra con l'ahimsâ. Il giovanotto però non ha smesso di coltivare la sua passione per la lettura dei testi filosofico-religiosi. E proprio in questo settore lo aspetta il destino di Mahatma. Lo trova fra le pagine di una delle venerate scritture hindu, il "Canto del beato", tradotto in inglese - suprema ironia - dallo studioso sir Edwin Arnold. La suggestione maggiore viene da un brano illuminante. "Quando l'uomo volge la sua attenzione agli oggetti dei sensi, si attacca a essi; da questo attaccamento nasce in lui l'amore, dall'amore l'ira, dall'ira il turbamento del senno, dal turbamento del senno l'agitazione della memoria, dall'agitazione della memoria l'annientamento della luce dello spirito e per l'annientamento di questa luce egli perisce".

INCONTRO CON LA VIOLENZA

Dopo le meditazioni tormentose suscitate da queste letture, Gandhi entra nuovamente in crisi e, a conclusione di una complessa introspezione, recupera la propria identità culturale e conquista la maturità. Come conseguenza abbandona la comoda pensione nella quale vive e affitta una povera stanzuccia dove si cucina dei pasti miseri a base di verdure, in ossequio al precetto jaina e al giuramento fatto alla madre di attenersi a questa sacra norma. Dopo tre anni di vita quasi monastica e di studio intenso ottiene la laurea e rientra in patria nel l89l. Qui esercita la professione a Bombay ma i proventi sono scarsi e decide di tornare a Rajkot, la sua città.
Qualche tempo dopo, il primo scontro con quella violenza che gli è insopportabile. Quando prende contatto con un funzionario inglese per difendere il fratello da un'accusa ingiusta, viene trattato in modo sprezzante e poi, quando insiste per approfondire la questione in termini sereni, viene messo alla porta con incredibile e ingiustificata brutalità. Per il giovane avvocato è un trauma violento, una profonda delusione. Non riesce a capacitarsi della ragione di un simile comportamento nei suoi confronti; è una persona civile, educata all'europea. Quando decide di trascinare l'arrogante inglese in tribunale, viene dissuaso da un amico: episodi del genere in India sono di ordinaria amministrazione, gli viene spiegato, accadono ogni giorno, vengono dall'arroganza del potere, dal razzismo. L'amarezza è grande, terribile la visione dell'India in catene che prima non gli era mai apparsa in tutta la sua tragica chiarezza. Quasi per sfuggire all'insopportabile realtà, Gandhi accetta di andare in Africa, a Durban, per trattare una questione legale su incarico di un'azienda commerciale del Kathiawar. Nell'Unione Sudafricana si scontra con una realtà ancora più avvilente. A Durban e nel Natal vi sono migliaia di lavoratori indiani che i coloni bianchi, fin dal 1860, hanno importato con contratti a termine per lavoratori agricoli.

SEGREGAZIONE RAZZIALE

Il "potere bianco" (rappresentato da 50.000 coloni contro 400.000 indigeni e oltre 5.000 indiani) viene esercitato con pugno di ferro per contenere il predominio numerico della popolazione di colore. Regna l'apartheid più rigido in ogni luogo. Gandhi stesso prova sulla propria pelle la violenza della segregazione razziale. Mentre viaggia da Durban a Pretoria in un vagone di prima classe viene "sorpreso" dal controllore che lo costringe a scendere perché, anche se munito di regolare biglietto, lui, uomo di colore, non può occupare un luogo riservato ai bianchi. A Johannesburg gli alberghi rifiutano di dargli ospitalità. A Pretoria viene scaraventato giù da un marciapiede, anche questo riservato ai bianchi. Sono ferite profonde che vive anche come umiliazione del suo popolo. Ma questa volta non si arrende fatalisticamente alla realtà come gli è accaduto di fare in India.
A sette giorni dal suo arrivo a Pretoria organizza una riunione della comunità indiana, composta quasi esclusivamente da negozianti e uomini d'affari. E superando il suo cronico timore di parlare in pubblico fa un discorso che in sintesi dice così: "Cari amici, se volete uscire da questa situazione umiliante, se volete evitare di essere trattati con disprezzo, è necessario che eliminiate certi difetti, come il modo di trattare le transazioni commerciali in maniera poco corretta, la scarsa pulizia personale, i pregiudizi religiosi e di casta. Ed è importante che impariate l'inglese: per questo sono a vostra disposizione, le lezioni ve le darò io". Detto questo Gandhi va a trattare con la direzione delle ferrovie e con un'abile perorazione strappa la promessa: quando saranno decorosamente vestiti e scrupolosamente puliti, i suoi compatrioti potranno viaggiare in seconda e prima classe. L'episodio segna la nascita del leader. Ma Gandhi non sa ancora di esserlo. Anzi, non ha nessuna intenzione di intraprendere una simile "carriera". E infatti, a dodici mesi dall'arrivo nel Natal, conclusa la sua missione legale, si accinge a ripartire per l'India.

BATTAGLIA IN AFRICA


Durante la rituale festicciola d'addio esplode la notizia che muterà il corso della vita di questo giovane avvocato così timido, ma estremamente deciso e di appassionata eloquenza quando si tratta di battersi contro la violenza e la prevaricazione dell'uomo sull'uomo. Qualcuno gli mette sotto gli occhi una pagina del "Natal Mercury" dove si legge che il governo ha soppresso tutti i diritti civili della "coloured people". Gandhi rinvia la partenza di un mese: non può abbandonare a loro stessi questi uomini incapaci di difendersi, quasi tutti analfabeti o semi analfabeti. Giorno dopo giorno, lotta dopo lotta, il momento delI'imbarco per l'India si allontanerà di vent'anni. Vent'anni durante i quali, con assoluta fermezza, il leader ormai carismatico perseguirà l'obiettivo dell'uguaglianza sociale e politica. Nel 1894 fonda il "Natal Indian Congress", nel quale raccoglie la comunità indiana per dar forza e unitarietà alle azioni di difesa dalla violazione dei diritti. La battaglia di Gandhi è così serrata da polarizzare sulla sua persona un odio feroce: al punto che un giorno un gruppo di bianchi tenta di linciarlo. Lo salva a malapena l'intervento della moglie di un alto funzionario inglese, che fa scudo con il proprio corpo a quello del leader. Il quale rifiuterà di denunciare gli aggressori, sempre più convinto che l'ahimsâ, sia pur a lungo termine, può sconfiggere la violenza. E' sulla base di questa sua drammatica e lunga esperienza che Gandhi sviluppa il concetto della satyâgraha (forza della verità).
"Il principio così chiamato", scrive Gandhi, "sorse prima di avere un nome. In India usavano l'espressione inglese passive resistance, ma il termine era troppo restrittivo. Appariva come l'arma dei deboli, non escludeva con sufficiente chiarezza i concetti di odio e violenza. Era chiaro che gli indiani dovevano coniare una parola nuova per indicare questa cosa nuova. Il seguace della satyâgraha, precisa il Mahatma, disobbedisce alla legge che ritiene ingiusta ma accetta la pena prevista per la violazione. In questo modo collabora con il legislatore mettendo alla prova la sua legge. Poiché lo scopo di questo principio, della satyâgraha, è che lo stesso legislatore, applicando la legge in tutto il suo rigore e fino alle estreme conseguenze, si convinca della sua insostenibilità".

PACIFICA RIBELLIONE


Gandhi espone questa sua filosofia - che alcuni, in seguito, preferiranno considerare una tattica, in una grande riunione organizzata il 1° settembre 1906 all'Old Empire Theatre di Johannesburg. Pochi giorni prima il governo del Transvaal ha approvato una legge, l'Asiatics Law Amendment Ordinance, nella quale s'impone a tutti gli asiatici residenti nel territorio di avere una carta di identità e di dare le impronte digitali all'autorità di polizia. Da questo provvedimento e da altri simili gli indiani si sentono profondamente umiliati e considerati alla stregua di criminali. Nel comizio di Johannesburg Gandhi propone di rispondere a questo progetto con la satyâgraha.
L'adesione è pressoché totale. La maggioranza degli indiani rifiuta di sottoporsi alle disposizioni. E quando vengono multati non pagano, al processo ammettono di aver deliberatamente violato la legge, e si lasciano condurre nell'"albergo di Sua Maestà" - come Gandhi definisce scherzosamente la prigione inglese - senza opporre resistenza. Finisce in galera anche lui per aver disobbedito all'ordine di lasciare il Paese nel giro di poche ore. Al processo chiede per sè una pena maggiore di quella dei compagni, ma gli vengono comminati soltanto due mesi. Il generale Smuts, capo del governo sudafricano, non è molto tranquillo, anche se la grande rivolta sembra domata e le carceri del Transvaal sono piene di indiani che si comportano con stupefacente mitezza.
Questa situazione, della quale si parla con particolare interesse in Europa e in mezzo mondo - anche nel vecchio continente si vivono in quel periodo anni di inquietudine sociale, gli operai contestano duramente lo sfruttamento intensivo al quale vengono sottoposti nelle fabbriche - sembra rappresentare la quiete prima della tempesta. Smuts preferisce risolverla prima che la bomba esploda. Tratta con Gandhi e i due protagonisti giungono a un compromesso: il governo casserà l'ordinanza e i satyâgrahi (cioè coloro che resistono all'autorità secondo il principio gandhiano) andranno a farsi schedare spontaneamente.

L'ESERCITO INGLESE ATTACCA


Ma alla fine dell'operazione gli inglesi non ritirano l'ordinanza. Gli indiani si sentono raggirati e attaccano Gandhi, accusandolo di essersi fatto imbrogliare a causa della sua credulità e della sua ingenuità. Uno di loro, in preda all'ira provocata dalla delusione cocente, lo picchia brutalmente. Il leader rifiuta di denunciarlo: comprende lo stato d'animo dell'aggressore e, giudicando l'aggressione come un fatto umano, rifiuta di denunciarlo proprio in omaggio ai principi della satyâgraha. Naturalmente la battaglia riprende e raggiunge il suo culmine nel Natal, dove si è spostata. Nel 19l2 Gandhi proclama l'hartal, una giornata di astensione dal lavoro nella quale sono compresi anche il digiuno e la preghiera, e organizza una grande marcia di indiani dal Natal al Transvaal.
E' la risposta a nuovi provvedimenti illiberali del governo, che ha anche deciso di non considerare legali i matrimoni religiosi celebrati secondo il rito hindu. Contro i dimostranti viene scatenato l'esercito, le carceri si riempiono nuovamente di satyâgrahi, Gandhi viene condannato a quindici mesi. Ma alla fine, sotto la pressione dell'opinione pubblica internazionale, nel 1914 il governo decide di eliminare parte delle vecchie leggi discriminatorie, di riconoscere ai nuovi immigrati la parità dei diritti e la validità dei matrimoni religiosi. Anche il Mahatma viene liberato e nella grande schiera dei propri ammiratori trova persino il generale Smuts, che diventerà suo amico. Poco dopo, è il 1915, Gandhi rientra in patria. Una patria nella quale serpeggiano già da tempo fermenti di ribellione. A questo punto, perché lo sviluppo degli avvenimenti sia più chiaro, è necessario un flash-back sulla storia dell'India. "Prima dell'avvento degli inglesi", scrive lo storico Giorgio Borsa in un suo saggio, "non esisteva in India la proprietà privata della terra. La collettività del villaggio godeva del possesso stabile del suolo che coltivava; aveva invece la proprietà dei suoi frutti, dedotta una parte, variante da un quarto alla metà, che spettava al sovrano regnante sul territorio. L'unico rapporto fra questi e il villaggio era rappresentato dai zamindari, attraverso i quali il re riscuoteva le tasse.

LA CULTURA INDIANA


Per il resto il villaggio, oltreché mantenersi, si amministrava da sé e spesso, anche, si difendeva da sé. "Insieme al villaggio autosufficiente gli altri due cardini della società indiana tradizionale erano la casta e la famiglia patriarcale. Il sistema castale ebbe probabilmente origine dalla divisione tra vinti e vincitori all'epoca dell'invasione ariana (1.500 a.C.: ndr.). Successivamente ricevette una sanzione religiosa. Le quattro caste originarie e cioè: sacerdoti o brahamani, guerrieri, commercianti, contadini e servi, oggi sono diventate più di duemila e dividono la società hindu in altrettanti compartimenti stagni. La famiglia patriarcale è l'unità morale ed economica di base... Regimi e imperi sono sorti e sono crollati, ondate successive di invasori greci, persiani, turchi, afgani, mongoli, si sono abbattute sull'India senza veramente incidere sulle strutture della società indiana ma finendo con l'essere da questa riassorbiti".
Soltanto l'inizio del dominio inglese riesce a sconvolgere questa solida struttura la quale proprio per il fatto di essere così composita, ha dato vita a una cultura estremamente complessa, ricca di sfumature, di fantasia, che nel corso dei secoli, sull'onda della creatività orientale, ha raggiunto livelli sempre più raffinati. Il processo di colonizzazione determinato dalla Compagnia britannica delle Indie è brutale, I'India viene piegata agli interessi commerciali dell'Inghilterra che in quel momento - siamo alla metà del Settecento - è protagonista della rivoluzione industriale e perciò alla ricerca di nuovi mercati, di nuovi fondi di materia prima, di manodopera sottopagata, di risorse agricole. L'operazione dura fino al 1813 e in questi anni viene posta la base dell'impero inglese con una politica di conquiste territoriali, portate a termine dalla Compagnia delle Indie che si è organizzata anche in struttura politico-militare. Nel 1813 il governo del territorio indiano viene sottratto alla Compagnia e avocato alla Corona. Comincia una nuova politica di acculturazione e amministrazione. Vengono fatte molte riforme positive: si vieta l'uso che impone alle vedove di farsi bruciare sulla pira dove viene cremato il marito, la posizione della donna viene maggiormente garantita.

COLONIZZAZIONE BRUTALE

Inoltre pene severissime sono previste per i sacrifici umani in onore della dea Khali, si costruiscono ferrovie, ospedali, scuole, linee telegrafiche. Ma la nuova legislazione agraria, simile all'europea, dà il grande colpo alla società indiana. Il contadino, il quale ha ora la proprietà della terra e non più - come prima - quel possesso che gli garantiva la non confiscabilità e l'impossibilità di venderla, si vede esposto al sequestro nel momento in cui, a causa di uno scarso o mancato raccolto, non è in grado di pagare le tasse (nella precedente organizzazione all'insolvente toccava la prigione, la fustigazione, nei casi peggiori la tortura o la schiavitù, ma la terra sulla quale si era stabilito era per legge intoccabile, restava sempre a lui).
II fatale iter di questa riforma è il progressivo trasferimento dei fondi dai contadini, costretti a vendere per varie ragioni, agli affaristi e agli usurai della città. Entra in crisi anche l'artigianato, soprattutto quello tessile, battuto dall'importazione dei prodotti che escono dalle veloci macchine dell'industria britannica. Decine di milioni di indiani passano dalla precedente sicurezza, sia pure di basso livello, alla fame, alla totale incertezza e all'angoscia del mutamento imprevedibile. Paradossalmente la ribellione a questo progressivo disfacimento matura proprio nel grande numero di scuole che i britannici hanno organizzato nel Paese e dove, oltre all'obbligatoria lingua inglese, vengono insegnati i concetti fondamentali della filosofia politica illuminista e liberale, oltre alla storia europea del XVIII e XIX secolo che esalta la nazionalità, l'autogoverno, I'autodecisione, il supremo valore della libertà. Sotto l'involontaria spinta di questa acculturazione gli indiani, soprattutto quelli educati all'europea, cominciano lentamente a organizzarsi. E nel dicembre del 1885 nasce il Congresso nazionale indiano che raccoglie tutte le forze dell'India, laiche o religiose che siano, per parlare a nome dell'intera Nazione. Non è tuttavia un organismo rivoluzionario, ma uno strumento di mediazione e come tale inutile ai fini della riconquista della libertà, dell'identità nazionale.

GENERALE BUGIARDO

Quando Gandhi ritorna in India il Congresso ha concluso ben poco. Anzi, è stato spesso ingannato dagli inglesi, che hanno fatto concessioni in apparenza positive ma sostanzialmente illusorie, poiché agli indiani non viene riconosciuta alcuna decisionalità politica. Nel 1917 - la Gran Bretagna è coinvolta nella prima guerra mondiale - il governo inglese, ricorrendo alla mediazione del segretario di Stato per l'India, sir Edwin Montagu, prende l'impegno di favorire il graduale sviluppo delle istituzioni autonome, allo scopo di realizzare progressivamente un governo responsabile di un'India facente parte dell'impero britannico. Questa promessa è rivolta a ottenere l'arruolamento degli indiani nell'esercito britannico, che in quel momento sta affrontando in Europa le forze austrogermaniche. Gandhi stesso, che vede nel progetto Montagu la possibilità di avviare un processo evolutivo verso la totale indipendenza senza scontri, violenti o non violenti che siano, fa una grande marcia a piedi nella campagna del suo Paese per esortare i contadini a militare sotto le bandiere di Sua Maestà Britannica.
Nel 1919 il progetto Montagu vede la luce, ma risulta essere il classico topolino partorito dalla montagna. L'India si ritrova con due Camere che hanno diritto di critica e di elaborare iniziative, ma che dal punto di vista politico non possono esercitare alcun controllo. Non solo: al governatore inglese resta il pieno diritto di far uso dei poteri d'emergenza anche se non ha ottenuto l'assenso delle Camere. Il Congresso indiano si spacca in una minoranza liberale e in una maggioranza estremista. Ad aggravare la situazione si aggiunge una decisione contraddittoria del governo inglese che, con un successivo progetto di legge, il Rowlatt Bill, conferma le speciali procedure giudiziarie per i delitti politici e le misure eccezionali di difesa interna messe in atto durante la guerra in Europa. Gandhi, pur fortemente offeso da questo voltafaccia degli inglesi, tenta di avviare una trattativa con il vicerè ma tutto è inutile. Dà allora il via alla campagna satyâgraha con un manifesto che compare il 20 febbraio 1919.

FUCILATE SULLA FOLLA

Chi aderisce all'azione s'impegna, quando le leggi contestate saranno entrate in vigore, "a disobbedire a queste e a quante altre leggi venga deciso di disubbidire da un apposito Comitato, astenendosi tuttavia da ogni violenza contro persone o cose". Viene fissato un grande hartal per il 30 marzo, che poi subisce un rinvio al 6 aprile. A Delhi la notizia del rinvio non arriva in tempo e la manifestazione si svolge il 30. C'è una folla enorme. Ma l'immenso corteo non è autorizzato per quel giorno e la polizia inglese spara nel mucchio. Gandhi viene arrestato; questo aggrava la situazione ed eccita gli animi. Nel Punjab il clima si fa rovente e alcuni inglesi vengono uccisi. Il comandante della piazza vieta ogni raduno, ma quando cinquemila persone si riuniscono in assemblea, il generale Dyer ordina ai suoi soldati di aprire il fuoco senza preavviso. I feriti sono un migliaio, i morti quasi quattrocento. Gandhi dà ordine di sospendere la satyâgraha.
Questa non ha senso, afferma con coraggio, se vengono commesse violenze da parte degli indiani. E le violenze prendono corpo anche fra hindu e musulmani, fra hindu e indiani cristiani a causa delle posizioni diverse nel quadro della lotta d'indipendenza e nel tentativo di conquistare una posizione di maggior potere sugli altri. Il 1°febbraio del l922 Gandhi, che ormai è il Mahatma, il capo carismatico e venerato del popolo indiano in lotta per la libertà, lancia una nuova satyâgraha. Contemporaneamente a questa decisione invia una lettera al viceré: il messaggio è definitivo e chiaro, o l'autonomia entro il l5 febbraio o l'India la prenderà con le proprie mani mettendosi fuori dalla giurisdizione dell'impero. Il 4 febbraio accade un episodio atroce. Una folla infuriata brucia vivi nella città di Chauri-Chaura dieci poliziotti. Gandhi, d'accordo con il Congresso, sospende nuovamente la satyâgraha e fa una pubblica dichiarazione sul giornale "Young India". "Nessuna provocazione può giustificare la brutale uccisione di uomini impotenti e alla mercé della folla quando l'India proclama di essere non violenta e di voler ascendere al trono della libertà attraverso la non violenza". Dopo questa dichiarazione Gandhi decide di sottoporsi a cinque giorni di digiuno.

LA MARCIA DEL SALE


Qualche giorno dopo viene arrestato e condannato a due anni di carcere per aver provocato disordini contro il governo di Sua Maestà. "In prigione -dirà - sono felice come un uccellino". Poi riprende la lotta. Nel 1930 un'altra grande battaglia: la campagna di disobbedienza contro la tassa sul sale, la più iniqua perché colpisce soprattutto le classi povere. Seguito da una folla silenziosa ma decisa, il mattino del 12 marzo 1930 Gandhi raggiunge la riva del mare e lì, facendo evaporare pazientemente un certo quantitativo d'acqua, fabbrica qualche grammo di sale.
Dalla folla si leva un ritmico applauso nel quale si confondono orgoglio, gioia e commozione. Dopo questo episodio la campagna si allarga: boicottaggio ai tessuti provenienti dall'estero, isolamento dei funzionari governativi ai quali i commercianti rifiutano la merce. Gli inglesi reagiscono duramente. Arrestano Gandhi e sua moglie. In carcere finiscono anche altre cinquantamila persone. Una successiva decisione del governo britannico di tentare la normalizzazione dei rapporti su una base più vicina agli interessi indiani - un prezzo da pagare per non perdere questa ricca colonia - riporta in libertà Gandhi. Poco dopo il Mahatma prende parte alla seconda conferenza di Londra (la prima era fallita poiché mancava la presenza determinante dei delegati del Congresso indiano) con la quale il governo inglese tenta di gettare le fondamenta di una costruzione che garantisca i diritti dell'India e nello stesso tempo protegga gli interessi britannici in loco.
E' I'agosto del 1931. Gandhi rappresenta il Congresso ma ne porta avanti le istanze subordinandole al grande disegno unitario per il quale si è sempre battuto. Nel corso della discussione, alla quale partecipano i principi indiani e i rappresentanti delle varie comunità, compresa la forte Lega musulmana, viene raggiunto un accordo che abbozza il quadro costituzionale a grandi linee: una federazione unica, della quale fanno parte l'India britannica e i principati indiani, controllata da un'assemblea federale; le province dell'India britannica sono entità autonome, governate democraticamente.

DIVISI DALLE RELIGIONI


Ma il problema diventa arduo quando si affronta la questione delle minoranze. Musulmani e hindu sono su posizioni opposte. Nella Conferenza generale musulmana del gennaio 1929 era stato fissato un punto fermo, irrinunciabile: nessun consenso a una carta costituzionale che non avesse garantito il 33 per cento dei seggi in seno all'Assemblea legislativa centrale. Analoga posizione hanno gli "intoccabili" che, come i musulmani, esigono l'elettorato separato e una quota di seggi. Soprattutto quest'ultima richiesta provoca la durissima reazione di Gandhi, che nell'assurda pretesa vede la conferma ufficiale di una spaventosa ingiustizia sociale. "I sikh possono restare tali in perpetuo, così pure i musulmani e gli europei. Ma possono gli intoccabili restare in eterno intoccabili? Vorrei piuttosto vedere l'induismo morire che l'intoccabilità sopravvivere. Perciò tengo a dichiarare qui, con tutta solennità, che se dovessi essere l'unico a resistere lo farei a costo della vita". E le ultime parole del Mahatma sono ancora segnate dall'irriducibilità: "Siamo giunti al bivio dove le nostre vie divergono". La conferenza viene aggiornata. Gandhi deve rientrare in India dove si susseguono sommosse popolari e il terrorismo diventa sempre più diffuso.

VIA DIFFICILE ALLA LIBERTA'

La crisi economica mondiale, partita dal crollo di Wall Street nel l929, si abbatte anche sul Paese che viene percorso dai rivoluzionari, figliati dall'Unione sovietica, i quali incitano alla ribellione i contadini in miseria. Una terza conferenza è altrettanto travagliata. Resta drammaticamente aperta la questione dei musulmani e degli intoccabili. Nel 1932 Gandhi inizia un digiuno: afferma che si lascerà morire di fame se non verrà abolita dalla Costituzione la norma degli elettorati separati. Dopo quattro giorni è quasi morente. La notizia turba tutta I'India e i rappresentanti delle comunità minoritarie si radunano e unitariamente decidono di rinunciare alle pretese di separazione. L'India avrà così la sua Costituzione. Non priva di difetti anche notevoli, ma ripulita dalle iniquità odiate da Gandhi. Certo la via della libertà sarà ancora lunga, ma questo è il primo significativo successo. II Mahatma dovrà fare molti altri digiuni, ma alla fine la vittoria sarà sua.

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