SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIUSEPPE GARIBALDI

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QUI l'intera polemica opera "I MILLE"

e il romanzo storico "CLELIA - IL GOVERNO DEI PRETI"

e GARIBALDI E I SUOI TEMPI : 60 ANNI DI STORIA D'ITALIA (29 capitoli)
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PER TUTTI I FATTI D'ARMI E POLITICI
VI SUGGERIAMO DI SEGUIRE I SINGOLI PERIODI IN SUCCESSIONE
DELLA "STORIA D'ITALIA" > >


LA PRIMA GIOVINEZZA

Garibaldi, l'eroe più popolare del Risorgimento italiano che fu uno dei fattori principali dell'unità d'Italia, nacque a Nizza il 4 Luglio 1807 da Domenico, di Chiavari, e Rosa Raimondi, di Loano. Il padre possedeva una tartana, con la quale praticava il cabotaggio.

Egli tuttavia avrebbe voluto avviare Giuseppe, suo secondogenito, per una carriera come avvocato o medico, o anche prete. Il figlio, però, amava poco gli studi e prediligeva gli esercizi fisici e la vita sul mare. Vedendosi contrariato dal padre nella sua vocazione marinara, tentò di fuggire per mare verso Genova con alcuni compagni; ma fu fermato e ricondotto a casa. Il padre si decise a lasciargli seguire la carriera marittima ed egli la cominciò come mozzo a 15 anni. Qualche anno dopo, durante uno dei suoi viaggi, a Taganrog (mare d'Azov) , fece amicizia con un affiliato alla Giovine Italia, la società segreta fondata da Mazzini, alla quale egli stesso si iscrisse con il nome di Borel, spintovi dai suoi sentimenti patriottici.

Nel 1833, dopo essersi incontrato a Marsiglia con Mazzini, si arruolò nella marina sarda per il servizio di leva marittima; fu allora incaricato di predisporre un'insurrezione a Genova, contemporaneamente ai moti mazziniani in Savoia; ma Garibaldi non riuscì ad avere contatti con i suoi compagni, sicché dovette fuggire a Marsiglia dove venne a conoscenza della sua condanna a morte per tradimento(1834).

GARIBALDI IN AMERICA


Il mausoleo dedicato a Garibaldi a New York
l'edificio in stile palladiano racchiude la baracca dove assieme a Meucci abitò Garibaldi

Dopo qualche viaggio nel Mediterraneo, su nave mercantile e nella marina del bey di Tunisi, partì per l'America del Sud, raggiungendo Rio de Janeiro nel 1836. In unione ad un altro esule italiano, Luigi Rossetti, tentò di lavorare nel commercio marittimo, ma senza risultati. Appoggiò allora i ribelli repubblicani del Rio Grande, insorti contro il governo imperiale di Don Pedro II, esercitando per loro la guerra corsara contro il Brasile, lungo le coste e i fiumi del Brasile, dell'Uruguay e dell'Argentina.

Dopo molte peripezie ed aver preso parte a diverse azioni belliche, cadute, per le discordie interne, lasciò la regione, recandosi, nel 1841, a Montevideo. Al soggiorno riograndese risale il suo incontro con Anita, l'innamoramento, l'abbandono del marito per seguire l'eroe e la nascita nel 1840 del primogenito Menotti, cui seguirono Teresita e Ricciotti. Morto poi il marito, il 26 marzo 1842, Giuseppe e Anita poterono unirsi in matrimonio a Montevideo. Anche nell'Uruguay, Garibaldi riprese a combattere in favore di quel paese che lottava contro l'Argentina. Comandante di alcune flottiglie, fu in questo periodo che creò la Legione Italiana, che condusse, vestita di quelle camicie rosse che un giorno diverranno leggendarie, in diverse valorose azioni, come nei combattimenti del Cerro, del Salto e sul fiumicello S. Antonio. Quest'ultima battaglia mise in luce le qualità militari di Garibaldi, nominato generale, e nel 1847, capo della difesa di Montevideo.

IL 1848, LA DIFESA DI ROMA

Le speranze suscitate nei patrioti italiani dall'elezione di Pio IX al soglio pontificio, spinsero Garibaldi ad offrire al pontefice la propria legione. L'offerta non fu accettata tuttavia Garibaldi partì per l'Italia sbarcando a Nizza nel giugno 1848, quando già le truppe di Carlo Alberto erano in marcia contro gli Austriaci. Nonostante il parere contrario di Mazzini, non esitò allora ad offrirsi con le sue truppe al re, che però non volle inquadrarlo nell'esercito. Si pose allora alla testa di alcuni battaglioni volontari, ma l'armistizio di Solasco lo sorprese quando era ancora nella fase organizzativa; ribellatosi alla tregua con le sole sue forze batté gli Austriaci a Luino, occupando Varese, ma attaccato da forze superiori a Morazzone, faticò poi a disimpegnarsi e a ritirarsi in Svizzera. 

Tornato a Genova, fu eletto deputato ma anziché sedere in Parlamento, preferì recarsi nell'Italia centrale organizzando una legione in appoggio al governo provvisorio di Roma. Proclamata la Repubblica Romana (9 febbraio 1849), fu nominato generale comandante delle truppe della città, battendo i Francesi a Porta San Pancrazio e i Napoletani a Palestrina. Gli attacchi in massa sferrati dai Francesi ebbero tuttavia ragione dell'eroica resistenza delle truppe garibaldine al Gianicolo a villa Corsini - ove si coprirono di gloria Manara, Dandolo, Mameli, Bixio - e ancora a villa Spada, ma il 2 luglio Garibaldi fu costretto a lasciare la città, incalzato da ogni parte dai nemici


LA RITIRATA DA ROMA
IL NUOVO ESILIO E IL RITORNO


Giunto dopo lunghe peripezie e con una marcia leggendaria a San Marino, fece deporre le armi ai suoi soldati, proseguendo poi con solo 250 uomini per Cesenatico. Imbarcato su alcuni bragozzi che presto furono catturati dalle navi austriache, riuscì a stento a sbarcare a Magnavacca (oggi Porto Garibaldi). Congedati i suoi continuò a piedi con un solo compagno, il capitano Leggero. Nella cascina Guiccioli, Anita, incinta e gravemente ammalata, che lo aveva sempre seguito in ogni sua avventura, gli moriva tra le braccia. All'eroe neppure è concesso il conforto di seppellirla: braccato dagli Austro-papali è costretto a riprendere la fuga. Con l'aiuto di diversi patrioti, Garibaldi riesce a raggiungere Portovenere (presso La Spezia), ma il governo sardo, onde evitare comprensibili complicazioni di natura politica lo invita ad emigrare.

Fu allora a Tangeri, poi a New York ove trova lavoro in una fabbrica di candele, quindi nell'America meridionale e centrale, poi in Cina, dedicandosi al cabotaggio; quindi ritorna a New York, sosta in Inghilterra e nel 1854 è a Nizza finché, nel 1857 può ritirarsi nell'isolotto di Caprera, dove aveva acquistato alcuni terreni, e dedicarsi all'agricoltura. Pur nel silenzio però continua a mantenere rapporti epistolari con i patrioti italiani. Si allontanava intanto sempre più dal Mazzini e aderiva alla monarchia sabauda purché questa facesse sua la causa italiana.


IL 1859


Nel 1859, su invito di Vittorio Emanuele II, assunse, con il grado di generale dell'esercito sardo, il comando di un corpo di volontari, i Cacciatori delle Alpi e fu allora che essi ebbero il loro inno "si scopron le tombe, si levan i morti", dettato dal Mercantini e musicato dall'Olivieri. Scoppiata la guerra, Garibaldi ebbe il compito di operare sulle sponde del lago Maggiore contro l'estrema ala destra austriaca; cooperò quindi alle azioni per la 2ª Guerra d'Indipendenza con l'occupazione di Varese e di Como e con la presa di San Fermo; dopo la battaglia di Magenta entrò in Bergamo e Brescia, sostenendo poi numerosi scontri in Valtellina.
Dopo l'armistizio di Villafranca, si dimise dall'esercito, e si pose prima al servizio della Lega fra Toscana, ducati e Romagna, in sottordine al generale Fanti, anelando ad una insurrezione dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie; dissuaso dal re stesso, lasciò il comando e si ritirò a Genova. In quell'epoca (24 gennaio 1860) sposò la marchesina Giuseppina Raimondi di Fino Mornasco (Como), lasciandola però lo stesso giorno delle nozze, essendo stato avvisato della sua infedeltà.


LA SPEDIZIONE DEI MILLE


L'insurrezione di Palermo del 4 Aprile 1860 suscitò nuovo entusiasmo patriottico nell'animo suo; con un po' d'armi e due vecchi piroscafi, con circa mille animosi, Garibaldi il 5 Maggio lasciava Quarto presso Genova, diretto verso la Sicilia. Sei giorni più tardi sbarcava a Marsala; a Salemi si proclamava dittatore in nome del re d'Italia. La vittoria di Calatafimi e la conquista di Palermo significarono a liberazione di tutta la Sicilia, mentre da ogni parte arrivavano sempre nuovi volontari a rinforzare il suo piccolo esercito. Cadute Milazzo, Messina, Siracusa ed Augusta, Garibaldi il 19 agosto sbarcava sul continente, conquistando Reggio e poi rapidamente su Napoli, favorito dai moti popolari che ovunque scoppiavano contro i Borboni. 

Cavour nel timore di una rottura con la Francia e di un pronunciamento repubblicano da parte dei garibaldini, tentò di affrettare l'annessione al regno dell'Italia meridionale, attirandosi lo sdegno di Garibaldi che avrebbe voluto affidare al re l'Italia unita solo dopo la conquista di Roma che avrebbe dovuto esserne la capitale. Mentre le truppe regie delle Marche e dell'Umbria marciavano verso il Napoletano, Garibaldi riuscì a trasformare in una sonante vittoria l'offensiva iniziata dai Borboni sul Volturno. Si accordò allora con le truppe regolari, andando incontro a Vittorio Emanuele II a Teano, ed accompagnandolo il 7 novembre a Napoli dove il popolo aveva trionfalmente proclamato l'annessione al regno di Sardegna. Consegnata la città nelle mani del re Garibaldi tornò nel suo solitario rifugio di Caprera, con un sacco di sementi e poche centinaia di lire, dopo aver rifiutato il grado di generale d'armata, il collare dell'Annunziata e donazioni per i figli.

Nel 1862, durante un viaggio in Sicilia, fu accolto da grandi manifestazioni popolari in favore della liberazione di Roma, sicché , postosi a capo di un gruppo di volontari, partì da Catania il 24 agosto e sbarcando in Calabria presso Mileto, con l'intenzione di proseguire al nord. Ma truppe regie furono costrette a fermarlo il 29 ad Aspromonte dove rimase ferito al piede.

Nel 1864 si recò in Inghilterra dove si incontrò con Mazzini, nel tentativo di convincerlo ad appoggiare, per il bene della patria, l'unione dell'Italia sotto i Savoia. Lì accettò la cittadinanza offertagli da Londra ma rifiutò 5.000 sterline raccolte per sottoscrizione.

Due anni più tardi, operò nel Trentino nella guerra combattuta contro l'Austria a fianco dell'alleato prussiano; l'armistizio lo sorprese mentre stava per raggiungere Trento: all'ordine di abbandonare la zona rispose così "Ho ricevuto dispaccio 1072. Obbedisco". Non rinunciò successivamente all'idea di liberare Roma: riuscì a sbarcare a Vada presso Livorno il 19 ottobre 1867, marciando poi su Roma, mentre l'insurrezione in città falliva con la sconfitta e il sacrificio dei Cairoli a villa Glori. Per tale motivo, pur avendo conquistato Monterotondo, Garibaldi fu costretto a ritirarsi.


GLI ULTIMI ANNI


La liberazione di Roma nel 1870, non vide presenti le camicie rosse che tanto sangue avevano versato per quella città. Nell'ottobre si mise al sevizio della Francia conquistando Digione. Dopo la sconfitta francese rientrò in Italia dedicandosi alla vita politica appoggiando le idee della sinistra; in questo periodo scrisse anche un poema, 4 romanzi e le Memorie, tutti di carattere autobiografico.

Il 26 gennaio 1880 - ottenuto finalmente l'annullamento del matrimonio con la Raimondi - sposò Francesca Armosino dalla quale aveva già avuto 3 figli: Clelia, Teresita e Manlio. All'inizio del 1882 fece un viaggio in Sicilia accolto con enorme entusiasmo; pochi mesi più tardi, il 2 giugno, si spegneva a Caprera al cospetto di quel mare ch'egli aveva tanto amato.

 

PER TUTTI I FATTI D'ARMI E POLITICI
VI SUGGERIAMO DI SEGUIRE I SINGOLI PERIODI DELLA "STORIA D'ITALIA"


GARIBALDI non c'è dubbio è uno dei più popolari protagonisti della storia d'Italia. Ma fino a che punto è veramente conosciuto? Giuseppe Bandi ne fece un ritratto agiografico realistico, ma quello che prevalse fu poi quello di Giuseppe Cesare Abba. (*). Del resto lo stesso Garibaldi, con i suoi scritti intrisi di retorica, contribuì a nascondere l'uomo dietro la maschera.
Il Pantheon dei personaggi del Risorgimento vedono uno accanto all'altro Garibaldi, Mazzini, Cavour e Vittorio Emanuele; ma sono quattro personaggi completamente diversi uno dall'altro, non hanno nulla in comune. A nessuno dei quattro il processo di beatificazione era quanto mai inopportuno celebrarlo (soprattutto quando erano già morti, e in particolare proprio Garibaldi, quando non ci fu più da temere nessun colpo di testa da parte sua). Cavour ne diffidava, per Mazzini  era un traditore, e per il Re Vittorio Emanuele "ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete" (Lettera del re a Cavour).

A sua volta Garibaldi, diffidava di Mazzini.
Nel suo "Memoriale" lo attacca in modo spietato. In questi suoi scritti, conosciamo il Garibaldi ribelle, che ha tutto l'impeto di una forza naturale che prorompe e quindi non conosce misura; un Garibaldi con l'animo amareggiato, sferzante, spesso irriverente, che insorge contro i preti, contro i conservatori, contro la monarchia, contro tutto e tutti infine contro l'ordinamento sociale, ch'egli considera fondato su l'ingiustizia e sulla violenza.

Altra Bibliografia suggerita
Jasper Ridley, "Garibaldi", Mondadori
D.M. Smith, "Cavour contro Garibaldi", Rizzoli
G, Spadolini "Fra Carducci e Garibaldi", Le Monnier
Max Gallo, "Garibaldi, la forza di un destino, Bompiani
Carlo Patrucco, "Documenti su Garibaldi e la massoneria"
Montanelli-Nozza, "Garibaldi", Rizzoli.
G.battista Cuneo, " Biografia di Giuseppe Garibaldi", Mursia
ed infine il suo originale "MEMORIALE"


 Ultimamente è uscito un libro dello storico napoletano  Alfonso Scirocco,
 "Garibaldi - Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo"  ediz. Laterza, anno 2001)

Per Scirocco  " Garibaldi è un eroe per antonomasia. Fu un uomo veramente eccezionale, coraggio e ostinazione, audacia e fortuna" si intrecciavano in una personalità che affascinò uomini del calibro di Alexander Dumas e Giosué Carducci.  Questo "idealista senza ideologie", combattè in Brasile, Uraguay, Argentina e Francia oltre che l'Italia, confondendo i nemici con le sue imprese impossibili. Un eroe universale, tanto che nel 1850 il The New York Daily Tribune lo proclamò un "uomo di fama mondiale" e nel 1854 Alexander Ivanovich Herzen lo dipinse come un "eroe classico, un personaggio dell'Eneide", mentre Victor Hugo lo definì "l'uomo della libertà, uomo dell'umanità". 
Ad Alfonso Scirocco, che insegna Storia del Risorgimento all'Università di Napoli, Renzo Oberti, del Corriere della Sera (17-8-2001) gli ha posto la domanda perchè il mito di Garibaldi non tramonta mai?

"Garibaldi è un cittadino del mondo - ha risposto Scirocco- combattè disinteressatamente per l'indipendenza del Rio Grande del Sud contro l'impero brasiliano e dell'Uraguay, si battè in Italia per l'Unità nazionale e finì la sua carriera di soldato difendendo la Francia nel 1870 contro i Prussiani. Garibaldi sposò i grandi ideali di libertà di tutti i popoli, tanto che nel 1867 partecipò al Congresso della Pace a Ginevra e inviò messaggi di solidarietà a tutti i Paesi che combattevano per la libertà.  Il suo ricordo è ovunque le sue gesta hanno generato entusiasmo e riconoscenza. In Inghilterra, Francia, Germania la sua opera è considerata con rispetto. Biografie popolari e sue  immagini. celebrano le sue imprese in tutto il mondo, mentre il suo fascino continua ad ammaliare. La grandezza del suo mito è paragonabile forse solo a quella di CHE GUEVARA, che al pari di Garibaldi è ricordato non come un patriota che si è battuto per il suo popolo, ma come il simbolo della libertà per tutti gli uomini della Terra. Pur essendo vissuti in epoche diverse, furono animati entrambi da profondi ideali. Il "Che" combatteva per il riscatto degli oppressi dal punto di vista sociale, non per l'indipendenza nazionale, però anche lui andò a combattere lontano dalla sua patria, in difesa di popoli che non conosceva. Sia Garibaldi sia Che Guevara ebbero un ideale di carattere universale.

Garibaldi pur vivendo in un'epoca in cui fiorivano molti ideali politici, non si identificò in nessuno di loro.  I mazziniani lo avrebbero voluto farlo aderire alle loro dottrine, i socialisti si gloriarono della sua solidarietà pur rendendosi conto della sua estraneità alle teorie di Proudhon; Bakunin o Marx. La sua indipendenza era legata al suo totale disinteresse, non chiese mai posti, retribuzioni, ricompense. Visse sempre modestamente anche quando era al culmine della gloria.
Garibaldi nelle sue battaglia fu un grande intelligente stratega  benchè non avesse studiato i classici dell'arte della guerra. Imparò sul campo le sue tattiche riuscendo ineguagliabilmente a guidare migliaia di uomini.
Fu un avventuriero o un eroe romantico? "Certamente un eroe romantico, perchè non ambiva alla gloria o alla ricchezza come ogni avventuriero; ed è proprio per questo che fu amato da donne e uomini. Perchè combatteva per un ideale "senza interessi personali".

Putroppo il prof. ha toccato proprio un punto dolente; questo "senza interessi personali" trasforma Garibaldi in un  eroe dei diseredati, e proprio per questo presero le distanze  i (ricchi) suoi contemporanei che allora avevano grandi interessi personali a combatterlo, a diffidare di lui e dei suoi uomini, oppure a dipingerlo come un pittoresco avventuriero.
Quanto agli ideali di "carattere universale" , dobbiamo tenere presente che l'"universo" è diviso in due; da una parte i lavoratori, dall'altra i nobili, la Chiesa, la borghesia e buona parte della classe media, che hanno di Garibaldi tutta un'altra opinione. E altrettanto di Che Guevara.

infatti......

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