SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
PADRE GEMELLI

Enigmi della finanza vaticana. Sussurri nel 1939: 
una strana alleanza fra l'integralista cattolico e il grande banchiere liberale

UN PATTO DEL DIAVOLO
SOTTO IL NASO DEL DUCE?

UN PATTO DEL DIAVOLO
SOTTO IL NASO DEL DUCE?

di ALBERTO CAPISANI
"Egli non è praticante, però grazie all'assistenza di Don Giuseppe Alfieri, coadiutore a San Francesco di Paola, sta facendo grandi progressi. Don Alfieri è coadiuvato dalla Madre di Mattioli, una piissima signora. Ritengo che il Mattioli, divenuto Professore della nostra Università, preso esempio dai Professori nostri, si metta per quella pratica cristiana contro la quale non ha che un residuo della educazione liberale avuta in gioventù". Chissà se gli scappava da ridere mentre scriveva queste frasi. Forse no, ma il dubbio che Padre Gemelli facesse fatica a restare serio è davvero molto forte.

Era il 10 dicembre 1939 e "fra Agostino Gemelli o.f.m.", rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, indirizzava un'ossequiosissima lettera "A Sua Em. Rev.ma il Signor Card. Giuseppe Pizzardo, Prefetto della S. Congregazione dei Seminari e degli studi" a Roma, per chiedergli il nulla osta per l'insegnamento di Tecnica bancaria nella facoltà di Scienze politiche (quella di Economia e commercio venne fondata solo otto anni dopo) per il dott. Raffaele Mattioli, l'amministratore delegato della Banca Commerciale italiana che, a torto o a ragione, veniva considerato uno dei massimi esponenti di quella finanza laica e massonica (e giudaica, si sarebbe detto alcuni anni prima, quando ancora non c'era stata l'epurazione imposta dalle leggi razziali) contro la quale padre Gemelli si era ripetutamente e violentemente scagliato.
Il diavolo e l'acqua santa, per usare uno stereotipo che oggi fa sorridere, ma allora veniva preso tremendamente sul serio? Pare proprio di sì.

Gemelli, uno degli esponenti più duri dell'integralismo cattolico di quegli anni, chiedeva al Vaticano di dare la sua benedizione a quell'unione e il cardinal Pizzardo, che nella Curia romana non era certamente l'ultimo arrivato e di sicuro sapeva benissimo chi era Mattioli, concedeva rapidamente l'approvazione, tanto è vero che l'incarico veniva conferito ufficialmente a Mattioli il 21 dicembre, appena undici giorni dopo la richiesta inviata da Gemelli a Roma.
Un incarico che, ricorda Francesca Duchini, poi ordinario di Storia delle dottrine economiche presso l'ateneo milanese e allora allieva di Raffaele Mattioli ("era molto brillante come insegnante") venne successivamente confermato per cui Mattioli lo ricoprì per quattro anni di seguito, fino al 1943, anche se "si vedeva pochissimo. Agli esami veniva ma, anche se la firma sul libretto era sua, le lezioni le avrà tenute due o tre volte. Al suo posto, le faceva il dott. Domenico Boffito".

Perché mai Padre Gemelli aveva voluto nella "sua" università, l'ateneo dove comandava con pugno di ferro, sì da essere chiamato il "Magnifico Terrore", un personaggio così lontano ideologicamente? E perché aveva insistito tanto per volerlo e l'aveva poi confermato, quando era evidente quanto fosse "svogliato"? Sul fatto che il rettore della Cattolica avesse insistito, non ci sono dubbi: la lettera del 10 dicembre, una decina di giorni prima (il 29 novembre 1939) era stata preceduta da un'altra, sempre indirizzata al card. Pizzardo, nella quale Gemelli chiedeva semplicemente il nullaosta per la concessione dell'incarico al Mattioli, senza soffermarsi sulle convinzioni religiose e sulle caratteristiche professionali del candidato-docente (sul primo punto si limitava a dire che "il dr. Mattioli abita in via Bigli 15 e per le informazioni morali, religiose sul suo conto può essere interrogato il Molto Rev. Don Giuseppe Alfieri, abitante in via Monte Napoleone 42."; sul secondo si precisava soltanto che Mattioli era "Amministratore Delegato della Banca Commerciale Italiana").

Nella seconda lettera, Gemelli si dilunga invece a sottolineare che Mattioli "è un uomo che occupa un posto di primaria importanza" e che "per l'Università Cattolica l'avere come insegnante di Tecnica Bancaria uno dei Direttori della Banca Commerciale, è cosa che assume una grandissima importanza, perché dimostrerà a tutti in quanto conto è tenuta l'Università stessa".

E su questa considerazione, ovviamente, non si può obiettare nulla: la cattedra assegnata a Mattioli era stata occupata sino a quel momento da Pasquale Saraceno (la riprenderà nel '45), vice direttore dell'Iri e, quindi, non ancora un protagonista dalla vita economico-sociale nazionale, come sarà invece nel dopoguerra, e come invece era già, indiscutibilmente, il Mattioli.
Sull'altra considerazione, i dubbi sono invece dovuti. Lo sono oggi in chi legge la lettera di Gemelli (come si fa a dire a un cardinale che un uomo di 44 anni - qual era allora Mattioli - così inserito nel suo mondo da esserne uno dei più autorevoli rappresentanti, potesse mettersi alla "pratica cristiana" sotto l'influsso della madre, "piissima signora"?). Ma dovevano esserlo anche in chi scriveva quella richiesta se, a un certo punto, ci tiene a precisare che "il suo insegnamento è esclusivamente tecnico".

Quasi volesse dire: caro cardinale, non si preoccupi, perché tanto, insegnando tecnica bancaria, male non può fare... Ritorna allora la domanda che ancora recentemente (il 23 marzo '98, al Convegno del Ciriec sulla cultura economica milanese nel periodo fascista) Francesca Duchini si poneva: "Mi piacerebbe sapere per quale motivo abbiano chiamato un esponente del mondo bocconiano". Posto in questi termini, il quesito ne impone però un altro, speculare: perché Mattioli ha accettato? Se avesse voluto tornare all'insegnamento universitario, sarebbe stato più naturale (e più facile) farlo in Bocconi, un ambiente che culturalmente gli era più congeniale e dove già era stato docente agli inizi della carriera, invece di andare con quel Gemelli che certi bocconiani chiamavano sprezzantemente "il brigante di Piazza Sant'Ambrogio".


Daniela Parisi, che nel suo "Raffaele Mattioli e l'Università Cattolica" (Bollettino dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia, settembre dicembre 1992') ha ricostruito la vicenda, anche con una preziosa opera di ricerca, prova a trovare una risposta a queste domande. Dopo aver ricordato la caratteristica fondamentale di Mattioli, la sua grande curiosità e libertà intellettuale, ipotizza che "la scelta di insegnare in Università Cattolica ... trova ragione anche in una serie di rapporti con personalità del mondo cattolico italiano": Saraceno allora; Giovanni Battista Montini, Gronchi, Mattei, Vanoni, Malvestiti, poi. Più difficile seguire Parisi quando afferma che "non pare quindi fuori luogo sostenere che questi interessi di Mattioli... ben si incontrarono in quegli anni con la visione che del ruolo dell'Università cattolica aveva il suo rettore". Ruolo che Giorgio Rumi definisce "groviglio di fedeltà assoluta alla Chiesa, preparazione indefessa di un'élite laica. fatalmente incontrollabile".


Addentrarsi nell'animo di un uomo dalla personalità così complessa, e senz'altro dotato di una profonda religiosità, quale certamente era Mattioli, è semplicemente impossibile. Ma da quel che si può capire dalle testimonianze di chi gli è stato vicino e dall'abbondante letteratura, riesce difficile credere che potesse condividere la visione che Gemelli aveva del ruolo della Cattolica. Si può allora provare a percorrere un'altra strada, partendo da un tratto caratteristico nei due personaggi. Giancarlo Galli, nel suo "Mattioli. Il Gattopardo della Banca Commerciale Italiana", Rizzoli 1991, dice che il banchiere accettò di "flettersi nelle forme per salvare la sostanza e le prospettive" e che questo atteggiamento valeva anche nei confronti della Chiesa. Per contro, come ricorda Francesca Duchini, "in certe cose Padre Gemelli era molto vicino al regime fascista, (* nota) ma si barcamenava per difendere la Cattolica" e, aggiunge lo storico Duccio Bigazzi, pur avendo sempre in "insistito sul distacco dall'industria, in realtà accettò di occuparsi di ricerche sul campo e di laboratori psico-tecnici".
A queste considerazioni sui due personaggi si deve poi aggiungere un fatto: la Comit ha avuto per un lungo periodo come "cliente speciale" proprio il Vaticano che le aveva affidato la gestione dei fondi ottenuti in base al Concordato.

Come si vede, i rapporti tra la Chiesa e la cosiddetta finanza laica, erano molto più stretti di quanto si sia comunemente creduto. Certo, alla base c'erano interessi molto concreti, ma questo non è sufficiente a spiegare un legame così "innaturale" per le ideologie del tempo (il Vaticano avrebbe potuto benissimo appoggiarsi presso altre banche, al mondo della cosiddetta finanza cattolica, già allora esistente, al quale - improvvidamente - si affidò alcuni decenni dopo). Perché, allora, questo legame, del quale l'assegnazione di una cattedra a Mattioli non è stata altro che una conseguenza, un piccolo, ma significativo sigillo? In mancanza di una risposta precisa, si può indicare solo una chiave di lettura che forse può servire per indicare la direzione in cui indirizzare altre, approfondite indagini.


Punto di partenza di questa interpretazione è la teoria di Sergio Romano ("L'Italia scappata di mano", Longanesi, 1993') secondo la quale il fascismo non fu un regime monolitico, ma il risultato della gestione di interessi e corporazioni, rimasti autonomi, che Mussolini effettuava, privilegiando or l'uno or l'altro, a seconda degli equilibri che riteneva necessari e degli obiettivi che voleva raggiungere. La Chiesa, le forze armate, il partito nazionale fascista, la monarchia, la finanza e l'industria erano così soggetti ad alterne fortune, ad avere buona libertà d'azione e di difesa dei loro interessi o a dover subire restrizioni e cadute d'influenza. Non è possibile che due di queste forze abbiano deciso di allearsi per accrescere il loro peso? O anche solo per difendersi meglio in un momento in cui, con lo spettro della guerra che incombeva, lo scenario minacciava pericolosamente di saltare? Forse, la loro, è stata solo un'intesa dagli obiettivi ben delimitati; la necessità di rinsaldare i preesistenti legami per fare insieme un pezzo di strada che, con gli sconvolgimenti in corso in Europa, si preannunciava accidentatissima.


Naturalmente, non è nemmeno da escludere una spiegazione minimale, un accordo tra due personaggi così saldi nelle loro convinzioni ma anche così pragmatici, da poter trattare l'un con l'altro, pur essendo - e restando - ben lontani. Ma è una spiegazione, questa, che non regge di fronte al fatto dell'intervento del Vaticano, la cui approvazione fa ritenere che alla base ci fosse un rapporto ben più importante di quello (che comunque continuiamo a non capire su cosa fosse costruito) tra i due personaggi. L'ipotesi che si trattasse invece di un'intesa con una motivazione specifica e contingente, probabilmente a carattere difensivo, viene rafforzata da un altro fatto, una stranezza, chiamiamola così, che altrimenti non avrebbe alcuna spiegazione.

La presenza di Mattioli in Cattolica termina nell'autunno del 1944, quando la fine del fascismo è ormai certa, e non verrà più ripresa nel dopoguerra. Ecco, se la collaborazione era dovuta a un certo qual "comune sentire", perché non è continuata negli anni in cui l'incontro tra laici e cattolici si sviluppa ai massimi livelli, nella gestione - secondo i principi della politica degasperiana - del governo del Paese? De Gasperi, a Roma, poteva proficuamente collaborare con Einaudi, Sforza e La Malfa; a Milano, invece, Mattioli, proprio negli anni in cui stringeva i rapporti con i cattolici Vanoni e Mattei, smetteva di farlo con Gemelli. Ma perché l'aveva fatto prima, allora? Probabilmente perché prima era l'unico modo per difendere certi (e certamente rispettabilissimi) interessi. Adesso che non era più necessario, ognuno tornava a far da sé. Lontano dagli altri, senza rimpianti.

di ALBERTO CAPISANI
Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di


(* nota) Recentemente il Corriere della Sera del 3 novembre 1997, ha ricordato un fatto particolare, "indicatori di gravi sentimenti antisemiti, che parrebbe isolato nel mondo religioso, che ebbe come protagonista  Padre Gemelli, il fondatore dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Milano".
 
 (Isolato non proprio; Giovanni Preziosi, anche se ex sacerdote -ma per i suoi modi curiali veniva chiamato "il prete"- si mise a dirigere il settimanale  La vita italiana, fortemente antisemita, con grande considerazione a Berlino, fino al punto che nel '43 fu nominato dai tedeschi ispettore della razza, e fu lui in quell'occasione a elaborare un nuovo progetto di legge razziale. Non dimentichiamo che Preziosi sosteneva come Hitler la responsabilità storica degli ebrei di avere voluto e, anzi provocato la guerra. Anche per lui  "capitalismo-giudaismo-bolscevismo" era un complotto internazionale dell'ebraismo. Scrisse anche un saggio pubblicato dalla Tumminelli. Come il giudaismo ha preparato la guerra. (Uno dei tanti saggi della Biblioteca della Difesa della razza, che stampava la omonima
rivista diretta da Telesio Interlandi , che pubblicò anche il Manifesto degli Scienziati Razzisti, e fra i nomi figurano Padre Agostino Gemelli, Luigi Gedda, Giovanni Preziosi, Padre Pietro Tacchi Venturi,  Giovanni Papini, Pietro Badoglio, Amintore Fanfani, Mons. Giovanni Cattani e altri 

 Padre Gemelli in occasione del suicidio del professore ebreo Felice Momigliano, ancora nel lontano 1924 scrisse su Vita e Pensiero questo spregevole commento sulla sua fine "Si starebbe meglio se, insieme col positivismo, il socialismo, il libero pensiero, e con Momigliano, morissero tutti i giudei che hanno crocefisso Nostro Signore".

Nota di Francomputer


  ALLA PAGINA PRECEDENTE

CRONOLOGIA GENERALE  *  TAB. PERIODI STORICI E TEMATICI