SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GENGIS KHAN (1 di 7)

LA DINASTIA - LE CONQUISTE - LE DISTRUZIONI -  I SUCCESSORI -  L'ORDA D'ORO -  TAMERLANO
L'ORGANIZZAZIONE SOCIALE - LA RELIGIONE - GLI USI - I COSTUMI - L'ALIMENTAZIONE

Segue: LE BATTAGLIE-CONQUISTE DEI MONGOLI IN CINA, PERSIA, RUSSIA, EUROPA, SIRIA
HUAN ER TSUI - anno 1211 - Le conquiste mongole in Cina di Gengis Khan
FIUME KALKA - anno 1223 - Le conquiste mongole in Russia
MOHI - anno 1241 - I Mongoli in Europa
AYN JALUT - anno 1260 - I Mongoli (alleati i cristiani) contro gli Arabi in Terrasanta
HOMS - anno 1281 Venti anni dopo, la seconda invasione mongola in Siria

 
IL SIGNORE DEI MONGOLI
IL FONDATORE DEL PIU' GRANDE IMPERO CHE LA STORIA RICORDI

( a fondo pagina la cartina dell'impero )

di Mario Veronesi


All'inizio del XII secolo numerose tribù turco-mongole vivevano nell'altopiano stepposo dell'Asia centrale, simili per lingua e cultura, nomadi per necessità e costumi di vita, questi gruppi si erano uniti in piccoli clan per lo più famigliari, indipendenti tra loro, armati e decisi a difendere i loro pascoli e le mandrie.
Tra questi spiccavano per importanza e ricchezza d'armenti quelli dei Keraiti, dei Tartari e dei Naimani.

Generalmente prive di contatti stabili, e definitivi tra loro, si erano uniti saltuariamente in comune, per opporre una resistenza efficace contro i minacciosi Kirghisi, e contro i Tungusi Liao abitanti, le regioni settentrionali della Cina. Si trattò di una breve e sporadica alleanza, essendo totalmente privi di una comune volontà politica o dinastica.
Queste tribù non essendo autosufficienti, per integrare il sistema di vita nomade (abiti, derrate alimentari, oggetti artigianali ecc.) compivano, saltuarie incursioni nei ricchi e vicini territori cinesi.

La Cina per difendere i propri possessi, reagiva sia sul piano militare sia su quel politico, sfruttando abilmente le discordie tra i vari capi clan, concedendo titoli onorifici, provviste di cibo ad alcune tribù mongole in cambio di una vigilanza ai confini.
Questa politica cinese durò sino alla fine del XII secolo, in questo periodo Temujin (Gengis Khan) erede del potente Yesughei Khan, capo incontrastato d'alcune tribù minori riunite sotto il nome di Manghol (mongoli).

Gengis nell'anno della Tigre 1206, era il dominatore assoluto di tutto il territorio abitato dai Mongoli, le popolazioni Tartare si riunirono a Gengis Khan e gli conferirono il titolo d'Imperatore.
Durante questa grand'assemblea, furono poste le basi del futuro stato mongolo, fu riorganizzato l'esercito, fu imposta una legislazione fiscale, istituito una rete postale di stato e creata anche un'organizzazione burocratica, composta prevalentemente di (Uiguri) un popolo di cultura superiore, abitante il Sinkiang settentrionale, arresosi senza resistenza al conquistatore mongolo.

Temujin impose ai suoi parenti, agli ufficiali dell'esercito, ai dignitari di corte d'imparare a leggere e scrivere nel linguaggio degli Uiguri, che divenne la lingua ufficiale del nascente impero.
Creata la struttura dello stato, il sovrano mongolo diede inizio alla grande stagione delle conquiste, in quindici anni di guerra, sottomise il regno dei Si Hisa (1205-1209), devastò quello dei Kin (1211-1215) occupando Pechino la capitale, attaccò la Corasmia spingendosi fino all'estremo occidente (1219-1223).
Alla sua morte avvenuta il 18 agosto 1227, l'impero fu diviso tra i suoi quattro figli: Giutsci, Giagatai, Ogodei e Tului.

Ogodei dopo aver vinto l'opposizione dei fratelli, divenne nel 1229 Gran Khan, il terzogenito del "flagello di Dio" appena giunto al potere riorganizzò l'esercito, completando la conquista della Cina centro-settentrionale e della Persia.
Decise una nuova spedizione verso occidente nel 1235, affidando il comando al nipote Batu, travolgendo i Cumani, i Bulgari, gli Ungheresi e i Polacchi. Batu si ritirò nei territori "dell'Orda d'Oro".
Morto Guyuk successore d'Ogedei nel 1248, sali al trono Mongha (1251-1259), che dopo aver delegato ai fratelli Qubilai (gran khan dal 1260 al 1294) e Hulagu i problemi militari, si occupò dell'organizzazione amministrativa del grande impero.

Mentre Hulagu conquistava la Persia, fondando il regno degli Ilkhan, Qubilai "amministratore militare e civile dei territori cinesi a sud del Gobi, attaccò nel 1258 il regno dei Sung sottomettendolo definitivamente 19 anni più tardi.
Dopo tale vittoria l'erede di Gengis, trasferiva la sua capitale a Pechino nel 1260, e dopo alcuni fallimenti di conquista verso l'arcipelago giapponese, si dedicò interamente all'organizzazione politica e militare delle vaste terre cinesi.
La Cina fu divisa in dodici province, e la popolazione in quattro classi: Mongoli (dignitari e possessori terrieri esenti da ogni tassa), asiatici continentali (turchi ed europei addetti all'amministrazione ed al commercio), cinesi del nord e coreani (piccola borghesia), cinesi sung (barbari privi d'ogni diritto ed esclusi dal commercio).

Subito dopo la morte di Qubilai avvenuta nel 1294, comparvero i primi segni di decadenza nel grande impero, le province dell'Asia centrale ed occidentale da un lato, quelle russe dall'altro, cominciarono a distaccarsi dal governo centrale di Pechino.
Nel 1368 il movimento unitario cinese, nato dal malcontento della popolazione rurale, guidato da un monaco buddista (Tsiu Yuan-tsciang) fondatore della dinastia Ming, costrinse l'ultimo imperatore tartaro Toghan-Temur, a fuggire in Mongolia.
La dominazione Mongolo-Tartara era finita e il vastissimo impero di Gengis Khan definitivamente diviso.

Gengis Khan a differenza di Maometto, non portò la guerra nel mondo per motivi religiosi, né come Alessandro, Giulio Cesare, o Carlo Magno per motivi personali o politici, ma per necessità. Si cercavano nuovi pascoli per la sopravvivenza del suo popolo, per questo si servi della guerra che condusse con determinazione, inflessibilità, crudeltà e violenza.

Chi era dunque: un nuovo Davide o il flagello di Dio?

Disse di lui Marco Polo: "fu uomo di grande valenza, di senno e di prudenza, e tenea signoria bene e francamente".

L'Europa gioì quando Jacques de Vitry vescovo di Tolemaide, inviando dalla terra santa lettere aperte ai re cristiani, lodò questo nuovo Davide, che venuto dall'India e di fede cristiana aveva vinto il re di Persia, e si apprestava ad abbattere il Gran Califfo dei musulmani, per giungere a Gerusalemme e ricostruirla.
Vana speranza, poco dopo l'Europa, riconosceva in Gengis Khan quel Gog signore di Mogol, di cui parlano il profeta Ezechiele, l'apocalisse di San Giovanni e il Corano: "Da una razza di turchi della regione di Gog e Mogol, dietro le montagne dell'Asia, verrà una razza impura cui e consuetudine il non bere vino e il non porre sale nelle vivande"
Ripeteva anche Ruggero Bacone: "verrà l'anticristo a mietere l'ultimo spaventoso raccolto, verrà perchè il mondo paghi i propri peccati".

Papa Innocenzo IV inviò tra i mongoli, Giovanni da Pian del Carpine che ne lasciò la prima dettagliata e preziosa descrizione: "Non esistono borghi o città, ma ovunque terreni sterili e sabbiosi, il luogo è spoglio d'alberi e adatto per il pascolo degli armenti, l'Imperatore stesso, i principi e tutti si scaldano e cuociono il cibo, facendo fuoco con sterco, il clima è tutt'altro che temperato"

Il paese dei quattro deserti

Dalla notte dei tempi una lunga e disagiata via, ha tenuto legati i due mondi l'Oriente e l'Occidente, le sete e le ceramiche cinesi, tentarono la fortuna nei mercati mediterranei, e in senso opposto l'arte greca, i monaci buddisti, i commercianti romani, a sud di questa "via della seta" popoli sedentari, si aprirono a civiltà splendide, eressero templi e regge fastose, coltivarono, produssero e crearono.

A nord si estende il paese delle steppe, e dei quattro deserti flagellato da venti furiosi, con zone che conoscono i 38 gradi sopra lo zero in estate, e i 42 sotto lo zero d'inverno, una continuità di territorio che va dai mari della Cina, ai pascoli d'Ungheria.
Popolata fin dalle origini di nomadi cacciatori o pastori, gente barbara e feroce, in tempi antichissimi vi scorazzarono, da ovest ad est: Sciti e Sarmati di razza e lingua iraniana, poi ad ondate successive le invasioni da est ad ovest, degli Unni, Avari, Turgusi, Turchi, infine i Mongoli di Gengis Khan, barbari modellati dalle continue lotte interne, dal bisogno e dal gelo, cavalieri eccezionali sempre in sella, abili nello scoccare la freccia galoppando, abituati a marce ininterrotte di settimane.

Piccoli con gli occhi a mandorla, con la pelle dorata e cotta dal sole estivo, unta di grasso puzzolente d'inverno, seguendo il bestiame e spinti dal bisogno, giungono al limitare dei paesi civili, e vi girano intorno come lupi, non a caso il lupo è il loro (Totem), finchè su quelle terre fertili e civilizzate, irrompono proprio come un branco di lupi, razziando, uccidendo, devastando, sembra che il loro unico desiderio fosse di distruggere la civiltà e che la terra ritorni alle origini, (incolta) e quindi buona per i futuri armenti.

Temujin - (detto GENGIS KHAN)

Anche la data esatta della sua nascita non è certa, nel 1155 secondo fonti persiane, nel 1162, 1167 o 1176 secondo altre.
Temujin figlio di Yesughei, come consuetudine tra i popoli della steppa, al nuovo nato era imposto un nome, che rammentasse una gloriosa impresa appena compiuta dal genitore, il padre aveva appena sconfitto due capi tartari, uno dei quali si chiamava Temujin.
Il bimbo crebbe forte e robusto, sveglio nella mente, quando ebbe nove anni il padre ritenne giunto il momento di trovargli la futura sposa, come voleva il costume mongolo i due si misero in viaggio per visitare i clan più lontani, visitarono i Kin e furono ospiti di Dai Sescen capo dei Qongghirat, la leggenda vuole che Temujin ospite di Dai Sescen s'innamoro della bella figlia del capo Borte di dieci anni, più probabilmente ciò rientrava nella politica unionista di Yesughei, il quale offri il proprio stallone nero al capo, e lascio al campo Temujin perché lavorasse gratuitamente per un certo numero d'anni per il futuro suocero, e fornisse prova di se prima del matrimonio, sempre secondo il costume mongolo.

Soggiorno profittevole per il giovane, le frequenti visite al campo di mercanti cinesi gli permisero di conoscere i costumi delle genti di là dalla grande muraglia, si informò delle città, degli arredi, degli armamenti e dell'arte di far la guerra.
Un giorno giunse al campo un parente di Temujin, Munlik reclamando un momentaneo ritorno del giovane, non era nella tradizione mongola, ma il ragazzo aveva fornito prova di fedeltà che Dai Sescen acconsentì.
Sulla via del ritorno Temujin, fu informato che suo padre era stato avvelenato da una tribù tartara, giunse al campo che il padre era spirato, e con lui il sogno d'una pacifica alleanza dei clan mongoli.
Non appena la notizia della morte di Yesughei si sparse nell'"Ordu", i capi clan si affrettarono a partire, seguiti dagli schiavi e dal bestiame, l'unità mongola si sbriciolava, chi avrebbe mai dato retta ad un ragazzo, o piegato il ginocchio dinanzi a lui, ora ognuno voleva la supremazia, la propria libertà assoluta.

L'inizio della primavera trovò cosi il giovane capo della famiglia, attorniato solo da donne e bambini che avrebbero sofferto la fame, a poco a poco l'esigua mandria crebbe, le cacce si fecero più abbondanti, tornò il coraggio per cavalcare nei pascoli degli Urynghat, o addirittura in quelli dei clan dissidenti.

Targhutai capo dei Taiciuti voleva lo stendardo reale, radunò sotto le proprie insegne gran parte dei clan un tempo fedeli a Yesughei ed attacco il campo di Temujin, questi lascio tutto e si rifugiò sulle montagne, Targhutai lo inseguì con i migliori cacciatori, catturato fu trasportato di tenda in tenda come un trofeo tra le risa dei Taiciuti.
Una notte Temujin riuscì a fuggire, raggiunse l'impervio monte di Burkan Kaldun, qui radunò la sua famiglia, possedevano nove cavalli, due montoni e preparò la sua rivincita.
Molti giovani figli di vecchi compagni del padre, lo raggiunsero sul monte, Temujin allora organizzò piccole razzie, e iniziò a saccheggiare piccoli gruppi di Taiciuti, lasciando in vita chi si fosse unito al suo gruppo.

Temujin si reca al campo di Dai Sescen per il matrimonio con la sua promessa Borte, è accolto festosamente e la cerimonia dura due giorni poi il commiato, la sposa porta con se molte tende montate su carri di legno servi e schiavi, "l'Ordu" del giovane capo diventa più numeroso, nel frattempo inizia a trovare alleati, dona il prezioso mantello di zibellino a Togril Khan re dei Keraiti, rammentandogli l'antico patto di fratellanza stretto con suo padre, il re lo chiama figlio e gli affida un proprio nato come palafreniere.
Nel frattempo il suo campo è attaccato dai Merkiti, uomini delle foreste del nord barbari fra i barbari. Vent'anni prima Yesughei aveva rapito la sposa promessa a uno di loro e questa era la vendetta, al suo arrivo Temujin trova solo tende vuote e molti cadaveri, ed una brutta notizia la moglie Borte caduta prigioniera.
Toghril fornisce a Temujin un buon numero di soldati, altri clan mandarono aiuti, tutti temevano la calata dei Merkiti, ed intendevano ricacciarli al nord, il campo nemico fu attaccato e distrutto, Temujin ritrova la moglie Borte, con un neonato tra le braccia il loro primo figlio, cui fu imposto il nome di Giutsci, (l'ospite, l'accettato).
Del ricco bottino non ne volle sapere, "ho trovato quello che cercavo" dichiarò e impedì agli armati d'inseguire il nemico, fu il primo atto della sua volontà riformatrice, dettato dalla considerazione che il fuggiasco di oggi può diventare l'alleato di domani.

Pochi anni dopo tredicimila tende avanzavano sotto la sua guida, durante una sosta molti capi clan si radunarono a consiglio (Kurultai) e offrirono a Temujin il titolo di: "capo supremo nelle battaglie e nelle cacce" proclamandolo Khan, allora Temujin assunse il titolo di Gengis Khan e iniziò ad organizzare la sua gente dandole, a poco a poco ordinamenti e leggi.

Costituì una guardia privata (Kascik) e una truppa disciplinata, secondo una suddivisione che Giovanni da Pian del Carpine cosi descriveva nel 1248: "alla testa di dieci uomini uno si pone a capo, che da noi si chiamerebbe decurione, alla testa di dieci decurioni uno ne mette a capo del migliaio, alla testa di dieci migliaia se ne mette uno ancora, e questo numero si chiama "Tuman".
Dieci cavalieri: un plotone, dieci plotoni uno squadrone, dieci squadroni un reggimento, dieci reggimenti un "Tuman". Il loro ordinamento militare era espresso in numeri decimali.
La fanteria non esisteva, così Giovanni da Pian del Carpine descrive il loro equipaggiamento: ogni cavaliere aveva due o tre archi, tre farete piene di frecce, una scure, e corde per trascinare le macchine da guerra, i cavalieri più ricchi hanno inoltre spade aguzze che tagliano solo da un lato.

Anche i cavalli portano l'armatura ed è divisa in cinque parti, in modo che l'animale sia protetto da tutti i lati. Le armature degli uomini sono di cuoio, il loro elmo è nella parte superiore di ferro o d'acciaio, ma la parte che protegge il collo e la gola di cuoio.
Le lance hanno la punta ad uncino, serve per tirare giù il nemico dalla sella, la lunghezza delle frecce e di circa 75 centimetri, i ferri delle frecce sono molto appuntite e taglienti in ambo i lati, i soldati portano sempre con loro una lima per affilarle, usano anche altri tipi di frecce larghe tre dita, per tirare agli uccelli, alle bestie e agli uomini senza difesa.

Gengis partecipò a numerose guerre locali, in tal modo riuscì a sconfiggere molti clan rivali ed a ingrossare il suo esercito.

Si racconta che ferito da una freccia al collo, dopo la vittoria catturò il suo feritore che gli disse: "se mi uccidi sporcherai solo un palmo di terra, ma se mi prendi con te avrai un tiratore d'arco, che ti conquisterà la terra fin dove la sua freccia, che ben conosci giungerà.
Gengis ne fece uno dei suoi paladini dandogli il soprannome di "Gebe la freccia", e sarà proprio Gebe a portare i mongoli sulle rive dell'Adriatico.

Dopo la vittoria sui Naimani, l'annientamento di Taciuti e la dispersione delle forze di Giamuqa, Gengis volle liberarsi definitivamente, d'ogni pericolo all'est attaccando i tartari nemici tradizionali dei mongoli.
Prima della battaglia ordinò alle sue truppe, di non gettarsi al saccheggio in caso di vittoria perché tutto sarebbe stato diviso in parti uguali, assaliti i Tartari l'organizzazione e la disciplina imposta da Gengis, ebbero il netto sopravvento sulla combattività disordinata dei Tartari.
Per suo ordine ogni maschio nemico, che superava in altezza il mozzo di un carro fu ucciso, i sopravvissuti a quella carneficina furono distribuiti fra le varie tribù, e Gengis stesso sposò le due principesse nemiche Yasui e Yasukhan.

I Tartari come razza a se, avevano cessato di esistere.

Altre genti ai confini si unirono spontaneamente, come i Kirghisi dell'alto Ienissei e gli Oriati, il bianco stendardo di Gengis Khan sventolava ora su tutto il territorio della Mongolia unita per la prima volta. Nel 1206 l'anno della pantera, Gengis radunò tutti i capi che lo elessero in forma solenne e definitiva:
"Signore di tutte le genti che abitano nelle tende di feltro".
Ora il suo potere si estendeva dalla Grande Muraglia ai monti Targabatai per millecinquecento chilometri, e dal deserto dei Gobi, alle propaggini della Siberia per mille chilometri, circa trentadue popoli s'inchinavano davanti a lui, ed egli li divise in tre grandi gruppi (del centro, della mano destra e della mano sinistra) nello stesso ordinamento che avrebbero assunto le truppe da loro fornite.

Tradizionali rimasero le classi sociali: la famiglia gengiskhanide o famiglia d'oro (altan uruk), quindi i condottieri (bahadur), i generali (noyat), gli uomini liberi (nokud), il popolo (arat) e i servi (unaghan), con mano di ferro e con diplomazia si sbarazzò del grande sciamano Tab Tangri Kokosciu, che dopo averlo eletto tentava d'intromettersi negli affari di stato, affidò l'organizzazione amministrativa e l'educazione dei figli all'uiguro Tata T'onga, e nominò giudice supremo il figlio adottivo Scigi Qutuqu.
Dettò le ordinanze (Yasa o Giasaq) cui si aggiunsero le sentenze (Biliq) cercando le leggi nella tradizione, costumi e credenze del suo popolo, grazie ad esse un impero immenso fu retto con giustizia ed equità.

Nella primavera del 1211 Gengis radunò tutto il suo esercito, circa duecentomila guerrieri, il deserto dei Gobi fu attraversato e giunsero al confine dell'impero dei Kin per tentarne la conquista; Temujin aveva provveduto a spianarsi la strada, sperimentando le proprie forze contro i Si hsia popolo stanziato nel Kansu nella Cina di nord-ovest e li aveva sottomessi nel 1209, s'era poi assicurato la complicità dei turchi Onguti sparsi lungo la Grande Muraglia, e con il loro aiuto aveva comperato alcune guarnigioni cinesi che presidiavano le porte del vallo ciclopico, costoro aprirono i varchi ai Mongoli che invasero la Cina.
Gengis provvide a rimettere sul trono del Liao il pretendente legittimo Liu-Ko conquistandosi la sua lealtà, e sguarnendo così anche la frontiera cinese di nord-est.

(vedi qui "LA BATTAGLIA DI "Huan Er Tsui" dell'anno 1211)

Attaccò le guarnigioni dell'entroterra, conducendo per due anni una guerra di razzia, distruggendo quattro armate cinesi, campi e raccolti, tentando a volte di conquistare città fortificate facendo deviare corsi d'acqua e costruendo macchine d'assedio, prima d'allora del tutto ignote al popolo della steppa.
Impadronendosi infine della regione del Siuan-hua, divise le truppe in tre armate che si spinsero in ogni direzione nel regno dei Kin, per riunirsi cariche di bottino sotto le mura di Pechino.
Sconfitte altre due armate cinesi, l'imperatore Kin trattò la pace con Gengis che gli costò tutto il tesoro imperiale, e migliaia di prigionieri, dal momento che l'estate rendeva ormai impossibile la traversata del deserto del Gobi, Gengis si sbarazzò dei prigionieri facendoli decapitare tutti, e si acquartierò con il suo esercito nell'oasi di Dolon, poi inviò alcuni messaggeri nella Cina del sud retta dalla dinastia Sung.

L'imperatore cinese Wu-tu-pu volle ravvisarvi un pericolo, e spostò la corte da Pechino a Tien (oggi Kaifeng), Gengis considerò l'atto come una rottura del trattato di pace, assalì Pechino e la distrusse "non più un trillo d'uccello" cantò un poeta fuori delle mura silenziose "le fosse delle mura sono colme di cadaveri e di sangue" era l'estate del 1215.

Un anno dopo Gengis tornava all'accampamento sulle rive del Kerulen lasciando la Cina, per la continuazione della conquista lasciò un contingente di venticinquemila uomini, a cui se ne aggiunsero altrettanti fra alleati, federali e vassalli locali al comando di Muquali.
Mentre Gengis conquistava la Cina del nord, a oriente il suo nemico di un tempo Kutscilug fuggito presso i Qara Khitai, sposava la figlia del loro re, quindi s'impadroniva del trono con l'aiuto dello sciah della Corasmia e si diede a perseguitare i musulmani, poi assalì e uccise un capo confinante, vassallo di Gengis, questi ordinò a Gebe di marciare contro Kutscilug con ventimila uomini e di restaurare la religione musulmana.
La popolazione di fede maomettana accolse i mongoli come liberatori, secondo gli ordini espressi i conquistatori mongoli non saccheggiarono ne fecero bottino, il fuggiasco Kutscilug fu catturato sulle pendici del Pamir e giustiziato.
Con l'annessione del regno dei Qara Khitai vasto come la Mongolia stessa, Gengis si trovava ora a confinare con una delle zone più civili e più cariche di storia, la Persia e L'Afghanistan entrambi due territori musulmani; era l'anno 1218.

Una carovana diplomatico-commerciale di Gengis Khan giunta a Otrar piazzaforte dello sciah Sul Sir Daria fu saccheggiata dal governatore della città, che mise a morte gli ambasciatori mongoli, i quali chiesero riparazione per l'offesa, e al rifiuto dello sciah, Gengis radunò sulle rive del Baikal duecentomila uomini, e si affrettò a compiere uno dei più difficili viaggi lungo tremila chilometri.
Lasciata a uno dei suoi fratelli la reggenza della Mongolia, iniziò la grande marcia attraverso monti, pianure, e deserti, toccando anche passi della catena dell'Everest il tetto del mondo.
Nell'autunno del 1219 giungeva a Otrar, città dove i suoi ambasciatori erano stati trucidati, la cittadella fu assalita e conquistata da Giagatai e Ogodei figli di Gengis, poi fu la volta delle altre guarnigioni di frontiera.

Nel febbraio del 1220 Gengis cingeva d'assedio Bukhara, la città abbandonata dalla guarnigione fu saccheggiata e incendiata, toccò poi a Samarcanda tempestata di otri incendiari con le catapulte; i suoi fossati furono riempiti di prigionieri portati da Bukhara e uccisi a frecciate sul posto. Dopo una dura resistenza Samarcanda capitolò e tutta la popolazione fu trucidata, nel frattempo Gebe e Subotai inseguivano lo sciah Muhammad che fuggiva verso la città di Balkh.
I mongoli occuparono città dopo città, caddero Thus, Damghan, Semnan, di Rayy celebre centro per le sue ceramiche; non restò vivo un solo abitante ad eccezione di un centinaio di artigiani condotti schiavi in Mongolia.

Poi fu la volta di Zendgian e di Qazwin sempre più a ovest, a Hamadan lo sciah fu raggiunto la sua guardia uccisa, ed egli costretto a fuggire verso il mar Caspio dove morì di stenti, era l'inverno del 1220.
Gebe e Subotai ne inviarono la notizia a Gengis e continuarono la loro marcia verso occidente.

Gengis con il grosso dell'esercito attaccò Urgenc capitale della Corasmia, che cadde dopo un lungo assedio. I mongoli avevano usando baliste a lunga gittata, per riversarvi a migliaia otri di pece infuocata, vinta infine l'eroica resistenza del generale Timur Malik presero la città, e uccisero tutti gli abitanti poi si ritirarono.

La Transoxiana era nelle mani di Gengis, toccava ora al Khorassan che fu occupato dal figlio minore di Gengis, Tului, che assali la città di Merv e seduto su di un trono d'oro, fece sgozzare davanti a se la popolazione divisa fra i suoi soldati, che ammucchiavano le teste e le orecchie destre in macabre piramidi, risparmiò solo quattrocento artigiani.

Poi assali Nisciapur altro celebre centro ceramico, e perchè nessuno si fingesse morto fece recidere la testa anche ai cadaveri, la medesima sorte toccò a Herat; distrutta la popolazione fece incendiare o abbattere i più begli esempi d'architettura musulmana in Persia, fra i quali il mausoleo e la tomba di Harun al Rascid, una dopo l'altra furono distrutte duemila moschee.
Conquistata la Persia Gengis, si trovò davanti uno dei più fieri avversari di tutta la sua vita: l'Afghanistan, paese di montagna abitato da popolazioni bellicose e intrattabili.
A Ghazni s'era rifugiato il figlio dello sciah Muhammadh, il valoroso Gelal ad-Din, Gengis si diresse con Giagatai e Ogodei verso quella città, attaccò la guarnigione agfana di Bamyan, il centro più fiorente e produttivo della regione.

Gli assedianti uccisero il nipote prediletto di Gengis, Mutugen figlio di Giagatai; gli furono tributati funerali sontuosi, poi i mongoli assalirono con furore la città, Gengis non volle fare bottino, ma ordinò di distruggere tutto quello ch'era vivo: uomini, animali, uccelli anche gli insetti e tutta la vegetazione.
Parte dell'esercito marciò verso Kabul per scontrarsi con Gelal ad-Din, lo scontro fu terribile i mongoli furono sconfitti, questa di Perwan (a nord di Kabul) fu la sola grande sconfitta di Gengis che gli annali mongoli ricordino.

Mario Veronesi


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