SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GENGIS KHAN (2 di 7)

 L'ORDA D'ORO -  TAMERLANO - L'ORGANIZZAZIONE SOCIALE - LA RELIGIONE - GLI USI, I COSTUMI, I CIBI

< la biografia

IL SIGNORE DEI MONGOLI

IL FONDATORE DEL PIU' GRANDE IMPERO CHE LA STORIA RICORDI

HUAN ER TSUI - anno 1211 - Le conquiste mongole in Cina di Gengis Khan
FIUME KALKA - anno 1223 - Le conquiste mongole in Russia
MOHI - anno 1241 - I Mongoli in Europa
AYN JALUT - anno 1260 - I Mongoli (alleati i cristiani) contro gli Arabi della Terrasanta
HOMS - anno 1281 Venti anni dopo, la seconda invasione mongola in Siria
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QUANDO I MONGOLI DISTRUSSERO 
LA CIVILTA' PERSIANA 


Gengis Khan era calato in Corasmia con poco più di duecentomila uomini, e non si era trovato davanti un esercito superiore per numero e mezzi; lo sciah persiano aveva commesso l'errore di dividere le sue truppe lungo la frontiera indebolendosi; inoltre la rapidità dei cavalieri mongoli, i minuziosi e precisi preparativi di Gengis avevano compiuto il resto.
Ora gran parte della terra fertile di Persia era devastata, i canali d'irrigazione gioiello dell'ingegneria musulmana erano stati colmati di macerie o rotti, ove un tempo orti e giardini attorniavano le città prospere e attive, il puzzo degli incendi e dei cadaveri ammorbava l'aria.
Fra le rovine di molte città non si vedeva né un cane né un topo, messi a morte anch'essi.
I mongoli avevano anche un interesse "amministrativo" a far tornare la terra alla "dignità della steppa" perchè cosi potevano amministrarla con un numero minore di forze.

Per conquistare una città, i mongoli catturavano prigionieri nei dintorni e vestiteli con abiti mongoli li facevano salire a cavallo (ogni soldato era sceso in Persia con cinque cavalli), e si presentavano sotto le mura spingendo in prima fila i prigionieri per farsene scudo, contro i colpi nemici o per riempire i fossati.
La loro tattica abituale fu l'uccisione in massa per decollazione di tutti i prigionieri, condotta con metodicità organizzata. L'esecuzione della popolazione di Merv richiese una settimana, e il terrore era tale che quanti avrebbero potuto fuggire non tentarono neppure.
Fu così che nell'Iran e nell'Afghanistan, Gengis uccise la terra e decimò le genti, avversò l'Islam perché obbligava all'abluzione rituale, mentre i mongoli non si lavavano mai, nè lavavano i propri indumenti in acqua corrente, e consideravano debole e indegno fare il bagno.

Così s'arrestò in Asia il progresso islamico

Nell'estate del 1222 Gengis mandò messaggeri veloci, per scoprire un passaggio attraverso il Pamir e il Tibet, sconsigliato di seguire questa strada si apprestò a trascorrere l'inverno a Samarcanda.
Nella primavera del 1223 richiamò a se Giagatai e Ogodei che si apprestavano a nuove battaglie, e riprese la via del ritorno, giunto ai confini della sua terra natale, l'attendevano i principi Qubilai e Hulagu figli del suo figlio minore Tului, il primo avrebbe ampliato le conquiste a levante, il secondo quelle a occidente.
Si racconta che dopo la terrificante carneficina di Merv, Gengis avrebbe chiesto ad un saggio musulmano: "Credi che questo fiume di sangue scorrerà eterno nella memoria degli uomini" il saggio rispose "se continui così nessun persiano rimarrà vivo per ricordarlo".

I suoi generali conquistano l'occidente. 

Gebe e Subotai dopo la morte dello sciah, avevano proseguito verso occidente devastando le terre dell'Azerbaigian e del Kurdistan, si scontrarono nel febbraio del 1221 con l'esercito crociato di Georgia, già pronto per partire alla conquista di Gerusalemme al comando di Giorgio III Lacha, era il fior fiore della cavalleria georgiana. Fu attirata in un imboscata e distrutta.
Passarono per la Georgia distruggendo un altro esercito, valicarono il Caucaso al passo di Derbent, e si scontrarono poi nella valle del Terek con un esercito poderoso: infatti, gli Alani, i Lezghieni, i Circassi e i Cumani si erano uniti per arginare l'avanzata mongola.
I mongoli con ricchi doni e ricche promesse s'allearono i Cumani, che d'altra parte erano turchi Qipciap, cioè simili a loro, attaccarono le altre nazioni e ne fecero strage, poi si rivolsero contro i Cumani e li sterminarono riprendendosi i doni fatti.
Parte delle famiglie cumane superstiti fuggirono in Grecia, e chiesero asilo all'imperatore bizantino che le stabilì in Tracia e nell'Asia Minore, e parte valicò il Prut e si stabilì in Ungheria.

Arrivarono in aiuto i principi russi di Kiev, di Cernigov e di Smolensk, lungo il fiume Dnepr nella piana di Koristka; le forze russe si prepararono alla battaglia, ottantamila uomini freschi e armati contro ventimila mongoli, questi ultimi finsero una scaramuccia e si ritirarono fino ad un ansa del fiume Kalka, attaccarono l'una dopo l'altra le armate dei principi russi, scannandone circa il novanta per cento, era il 31 maggio 1223.
Saccheggiarono quindi gli empori genovesi di Sudak nella Crimea, abbeverarono i loro cavalli nelle acque del Volga presso l'odierna Volgograd, batterono i bulgari della Kama, i turchi Qangli degli Urali, riprendendo il cammino del ritorno solo per essere presenti al "Kurultai" che Gengis Khan stava indicendo.
Quest'orda aveva seminato morte, distruzione e terrore lungo un percorso di circa seimila chilometri.
Il Khanato dell'Orda d'Oro si estendeva dall'attuale Usbekistan, all'odierna frontiera tra Ucraina e Moldavia, non comprendendo i territori della Russia centro-settentrionale, ma per oltre due secoli i principi Russi dovettero riconoscersi vassalli dei mongoli.

Nel 1505 Ivan III Zar di Mosca, vendicando tutti i popoli sottomessi, li cancellò dalla storia.

Grazie alla loro posizione l'Orda d'Oro, dominava e controllava le principali vie di comunicazione tra l'Europa e l'Oriente, per questo motivo le città costiere della Crimea acquisirono nel XIII secolo, grande importanza come centri di scambio, i genovesi prima e i veneziani poi vi organizzarono depositi e empori.
Le loro navi facevano ininterrottamente rotta dalle due repubbliche marinare a quei lontani porti, dove le merci europee erano scambiate con quelle provenienti dalla Cina, Persia e India.

Gengis tornato dalle campagne d'occidente si riposò per pochi mesi sulle riva della Tula; a quelle campagne avevano partecipato tutti i suoi vassalli tranne i Tanguiti del regno di Si Hsia, il loro re aveva voluto dimostrare la sua indipendenza, negando a Gengis il contingente di truppe dovuto.
Nell'autunno del 1226 Gengis parti con centottantamila uomini, una dopo l'altra le città Si Hsia caddero e la popolazione cercò invano scampo sui morti, e nelle grotte.
Durante l'assedio della capitale nemica Ning-hsia Gengis ammalatosi e sentendo vicina la sua morte dettò le ultime volontà

Predispose le campagne contro la Cina del sud, scelse il proprio successore Ogodei, e nel quindicesimo giorno, del secondo mese dell'anno del maiale (18 agosto 1227) morì.
Per suo ordine la sua morte fu tenuta segreta, sino alla capitolazione di Ning-hsia i cui abitanti furono tutti trucidati.
La salma di Gengis Khan deposta su di un carro, fu trasportata sino alle pendici del Burkan Kaldun, e lungo la strada la sua guardia fedele uccideva quanti incontrava, uomini e animali perché andassero a servire l'Imperatore nell'altro mondo.
La sua tomba, dopo quasi novecento anni è avvolta ancora nel mistero.

I mongoli, scriveva Ivo di Norbona (XIII secolo) al vescovo di Bordeaux: "sono uomini inumani, la cui legge è essere senza legge, sono ira e strumento del castigo divini, devastano terre enormi, muovendosi come fiere e sterminando con il ferro e il fuoco tutto ciò che si trovano davanti, sono gli alleati dell'anticristo".
Il severo giudizio del sacerdote francese era giustificato dai terribili racconti fatti dai profughi ungheresi scampati alla furia mongola. I mongoli dopo aver sconfitto i nemici, non permettevano ai superstiti di fuggire, rapidi come avvoltoi inseguivano e uccidevano tutti quelli su cui riuscivano a mettere le mani.
Eliminati i soldati nemici, si dedicavano al saccheggio delle città e all'uccisione sistematica della popolazione civile; ultimate le operazioni preliminari entravano in azione le "squadre di carnefici", che armate di scuri a doppio taglio, uccidevano senza pietà tutti i prigionieri.

I Successori

A Giutsci primogenito di Gengis Khan, toccava il dominio d'occidente, ma morendo prima del padre, il suo successore fu suo figlio Batu che nel 1238 seguì le orme di Gebe e di Subotai, devastando prima le steppe a nord del mar Nero espugnando Kiev e razziando la Rutenia.
Diviso l'esercito, ne mandò una parte contro Boleslao re di Polonia sconfitto il 18 marzo 1241 a Chmielnick. L'altra parte annientò i tedeschi, polacchi e cavalieri teutonici agli ordini di Enrico il Pio di Slesia a Wahlstatt presso Liegnitz il 9 aprile 1241.

Affrontarono poi il massiccio esercito di Venceslao re di Boemia che cadde sul campo; sconfissero ancora una coalizione di magiari, croati, tedeschi, e templari francesi comandati dal re Bela, giungendo poi presso Vienna nel luglio del 1241.

Nell'inverno dello stesso anno, Batu traversò il Danubio ghiacciato e prese Graz, mentre i suoi generali giungevano all'Adriatico, devastando Cattaro e Spalato e puntando su Udine.
La morte di Ogodei in Mongolia e la convocazione del "Kurultai" (riunioni dei maggiorenti), il 4 gennaio 1242 richiamò Batu in Mongolia e salvò l'Europa da morte e distruzioni.
Hulagu nipote di Gengis Khan, dopo aver conquistato la Persia nel 1251, vi fondò il regno degli Ilkhan, pose fine alle scorrerie degli "assassini" l'invincibile setta ismailita. Partito dalla sua capitale Tebriz assalì le loro fortezze, (veri nidi d'aquile), espugnandole tutte.

Il gran maestro degli "assassini" Rokn ad-Din Kursciat, carico di catene, morì sulla via per la Mongolia, poi il Khan fervente buddista, attaccò il califfo di Baghdad, capo spirituale di tutti i musulmani, e nel novembre del 1257 entrò in Baghdad senza colpo ferire poiché il califfo non aveva eserciti; il 10 novembre iniziò la carneficina della cittadinanza che durò tre giorni interi, durante i quali si calcola fossero uccisi circa novantamila musulmani, quindi la città fu saccheggiata per diciassette giorni e infine incendiata, solo i cristiani per richiesta della moglie del Khan, furono risparmiati.

Hulagu si alleò poi con re Hethum I d'Armenia e con Boemondo VI d'Antiochia per combattere gli Ayyubidi della Siria; caddero Aleppo e Damasco nel febbraio del 1260, i cristiani di Siria salutarono allora il Khan e sua moglie come "il nuovo Costantino e la sua Elena".
I mongoli erano in marcia verso l'Egitto, quando la notizia della morte di Mangu Khan avvenuta 11 agosto del 1259, causò notevoli conflitti nell'impero mongolo, suo fratello Kublai che rappresentava i mongoli moderni e cinesizzati, si trovò a dover affrontare i mongoli tradizionalisti, capeggiati dal fratello minore Arik-Boke.
Separatamente i due fratelli convocarono grandi raduni di capi, Kublai a Shang-tu nel maggio del 1260, Arik-Boke due settimane dopo a KaraKorum, entrambi furono eletti Khan (capi supremi).

Kublai richiamò Hulagu in Oriente, e l'Egitto fu salvo.

Insieme attaccarono il fratello e occuparono Karakorum, che si arrese nel 1264 dopo essere stato sconfitto da Kublai Khan.
I Mamelucchi d'Egitto, ebbero il tempo di prepararsi e nel 1260 ricacciarono i mongoli dalla Palestina e dalla Siria.
Dalla cronaca di Rascid ad-Din si riporta il racconto della distruzione di Bagdad e della fine del califfato abbasside:

Dopo la distruzione del quartiere di Basrah, domenica 4° giorno del mese di safar, dell'anno dell'Egira (636) il califfo e la sua corte si presentarono dinanzi ad Hulagu, il quale con dolcezza e benevolenza gli ordinò di far uscire gli abitanti della città per un censimento, la popolazione fiduciosa venne a gruppi a consegnarsi ai mongoli, i quali li massacravano immediatamente.
Il mercoledì 7° giorno del mese di safar, Baghdad fu interamente abbandonata all'eccidio e al saccheggio.
Venerdì 9° giorno dello stesso mese Hulagu Khan entrò in città per visitare il palazzo del califfo, fu fatto il censimento di tutte le persone che formavano l'harem del califfo, si contarono settecento mogli o concubine e mille eunuchi.
Mercoledì 14° del mese di safar, per sottrarsi all'infezione che appestava l'aria, Hulagu lasciò Baghdad e andò nei villaggi di Wafk e Gelabieh, dove il califfo fu messo a morte, (avvolto in un tappeto fu calpestato dalla cavalleria mongola) insieme con il figlio primogenito, e cinque eunuchi che non l'avevano abbandonato.

Così ebbe termine il regno dei califfi Abbasidi succeduti agli Ommiadi, e che occuparono il trono per 525 anni

Tamerlano (IL SOVRANO TURCO)

Nell'aprile del 1336 nasceva a Kech, vicino Samarcanda, Timur (Timur lo zoppo) cioè Tamerlano, colui che avrebbe rinnovato le gesta di Gengis Khan, non era mongolo ma turco, del clan Barbas di cui era un piccolo capo, proclamandosi discendente diretto del grande mongolo; era musulmano conservatore, non aveva la pazienza di pensare all'amministrazione civile come fece Gengis Khan.
Tamerlano ereditò le strategie militari e la tecnica di manipolazione degli avversari proprie dei mongoli, e proprio queste caratteristiche rendevano i Turchi un popolo preparato, esperto e addestrato per le future spietate conquiste.

Le sue guerre sono state barbare come quelle mongole, e iniziarono quando aveva venticinque anni e la carica di Visir dell'Orda Bianca (canato di Chagatai),; guidò i suoi uomini alla conquista della Transoxiana e del Turkestan (regione dell'Asia centrale tra il mar Caspio e il deserto dei Gobi).
Nel 1369 Tamerlano era il capo riconosciuto di tutte le tribù turche, al suo comando l'Islam riconquistò la supremazia militare e concluse la guerra in Transoxania, in un bagno di sangue.
Tra il 1375 e il 1380 ebbe il dominio del canato dell'Orda Bianca, occupando tre quarti del suo territorio, quindi si dedicò alla conquista della Persia, raggiungendo l'Eufrate nel 1387.
Nel 1392 le sue truppe attraversarono l'Eufrate e portarono morte e distruzione in Georgia, Azerbaijgian e gli stati russi meridionali.

Come i mongoli, le sue truppe avanzarono verso il Mediterraneo e conquistarono: Baghdad, Damasco, Aleppo, sconfisse Bayazid I sultano ottomano e conquistatore dell'Asia Minore nel 1402.
All'età di 66 anni Tamerlano fece ritorno a Samarcanda, programmò con cura l'invasione della Cina, ma morì durante il viaggio il 19 gennaio 1405.
La sua dinastia detta dei (Timuridi) durò per un secolo.

I suoi successori combatterono e lottarono sino alla loro distruzione nel 1507, per opera degli
Uzbechi comandati da Sciaibani Khan.
Un successore di Tamerlano, Baber (leone) discendente di quinto grado per parte di padre da Tamerlano, e di quattordicesimo grado per parte di madre da Gengis Khan, fu re di Fergana all'età di 14 anni, ma il trono gli fu usurpato dai parenti.
Nel 1524 il governatore del Punjab, implorò il suo aiuto per governare Kabul e difendersi dal fratello sultano di Delhi, Ibrahim Lodi;  Baber riunì i suoi alleati afgani e sconfisse un'armata indiana nei pressi di Lahore.
Baber poi proseguì con 25.000 uomini verso la conquista dell'India; si scontrò con l'esercito di Ibrahim Lodi forte di 40.000 uomini a Panipat il 21 aprile 1526.

L'esercitò di Ibrahim attaccò, ma fu bloccato dalla linea difensiva di Babel: 700 carri legati assieme come un anello, l'esercito di Babel (il primo fuori dall'impero Ottomano dotato di fucili) sferrò il suo attacco, sbaragliando e mettendo in fuga il nemico, catturato lo stesso Ibrahim, fu ucciso.

Babel mandò in avanscoperta il figlio Humayun ad assediare il tesoro di Agra e giunse a Delhi il 25 aprile 1526, fece leggere la "Khutba" a proprio nome nella moschea e divenne imperatore Moghul (Gran Mogol) dell'Industan (la piana del Gange in India settentrionale).
Nel 1528 conquistò Gwalior e nel 1529 ciò che rimaneva della dinastia Lodi e dei suoi alleati afgani.

Baber morì nel 1530 e fu sepolto nel suo giardino preferito a Kabul.
I suoi discendenti ebbero il compito di conquistare il resto dell'India.
Tre secoli dopo, nel dicembre del 1858 l'ultimo gran Mogol, Mahadur sciah consegnò l'impero delle indie alla corona britannica

I mongoli, l'organizzazione sociale

Le classi dei servi e dei nobili rimasero abbastanza stabili, mentre quella degli uomini liberi (nokud e arat) subì con Gengis Khan una profonda trasformazione, diventando sempre più asservita all'aristocrazia.
Tale cambiamento, si era già delineato nel XI secolo, quando i principi mongoli presero l'abitudine di cedere ai propri vassalli (nokes amici) insieme alle terre da pascolo, anche le famiglie contadine che le rendevano produttive.
Gengis Khan, proibendo agli (arat) sotto pena di morte, di trasferirsi da un noyan all'altro, abolì praticamente la classe dei liberi e consegnò agli aristocratici le leve del potere economico.

In tal modo i nobili, un tempo custodi della ricchezza pubblica (gli armenti erano di proprietà comune di tutto il clan tribale), divennero dei grandi proprietari terrieri, dominatori assoluti d'una economia primitiva, in cui il bestiame era l'unica vera fonte di reddito, e servì per lungo tempo da moneta legale.

L'economia mongola, grazie agli intensi traffici dei mercanti cinesi e musulmani, si sviluppò verso forme più evolute, si giunse all'adozione come mezzo di scambio, di carta moneta, garantita nel suo valore reale dal tesoro del Gran khan.
La carta impiegata era prodotta, trattando gli strati più interni della corteccia del gelso, le banconote erano nere e portavano come prova della loro autenticità, il sigillo dell'imperatore.
Se una banconota si rovinava, il possessore poteva cambiarla presso la zecca imperiale, pagando per il servizio il tre per cento del suo valore nominale.
Alberghi, mercati, posti di frontiera e strade erano sottoposti ad un particolare controllo, onde evitare l'infiltrazione di elementi sovversivi capaci di turbare la pace e l'ordine pubblico.

La religione

Non sembra che Gengis Khan fosse particolarmente religioso, non attribuì mai le proprie vittorie ad elementi soprannaturali. Diceva di se: " Come vi è un unico sole nel firmamento, e un'unica potenza nel cielo, così io solo devo regnare sulla terra".
Dio poteva esistere ma non doveva interferire nei suoi piani di conquista.
I sudditi, invece oltre a venerare le forze celesti, tributavano un culto speciale ai propri defunti, ai quattro elementi naturali, aria, terra, acqua, fuoco, al sole e alla luna. Un saluto rituale e caratteristico imponeva il saluto ai punti cardinali.
Custodi e sacerdoti di questo naturalismo religioso erano i "Beki" o come oggi si definirebbero (sciamani), questi aiutati da narcotici e dal ritmo dei tamburi, durante le cerimonie sacre cadevano in "trance", e in questo stato comunicavano ai presenti le sensazioni provate prima di perdere completamente i sensi.

La religione professata dai mongoli prevedeva riti e forme di culto curiosi e superstiziosi: il sacro rispetto per l'acqua era tale da vietarne praticamente l'uso, salvo soddisfare la sete.
L'unico mezzo consentito ed usato per fare il bagno, era quello di raccogliere l'acqua con la bocca e quindi spruzzarsela addosso.
Nella casa di ogni principe, un focolare sacro era custodito in continuazione da un apposito funzionario, in segno di rispetto al fuoco, era proibito vibrare colpi di scure vicino alla fiamma, spingervi dentro il combustibile con i piedi, mescolare la cenere con l'immondizia.
La religiosità delle tribù mongole, si completava con il culto dei morti, considerati come (dèi) domestici, protettori di ciascuna famiglia.

Sulle tombe si pregava, e si offrivano numerose offerte: pupazzi in feltro rivestiti di stoffe preziose, raffiguranti defunti segnalatisi in vita per la loro bontà o per la loro malvagità, ad essi offrivano cibo per ricevere in cambio, protezione o quanto meno non avere nessun danno.
Quando avviene un decesso, lo piangono urlando con veemenza, e non pagano più tasse per un anno, se qualcuno assiste alla morte di un adulto, per un anno non potrà entrare nella dimora del sovrano. Se il morto è un fanciullo, non potrà entrarvi sino alla fine della lunazione.
Quando un grande è malato, si mettono guardiani tutt'intorno alla sua dimora, i quali non consentono a nessuno di passare oltre. Temono, infatti, che un cattivo spirito o il vento maligno, penetri con i visitatori.

Attribuivano molta importanza ai sogni.

La morte per i mongoli, era come un viaggio, l'ultimo della loro vita di eterni viandanti, e come annota Giovanni da Pian del Carpine, anche per questa partenza preparavano tutto con scrupolo e precisione:
Dinanzi al morto si dispone la mensa con un vaso di carne e una coppa di latte di giumenta, con lui vengono sepolte una giumenta con un puledro, e un cavallo bardato con la sella e il freno, mentre un altro è macellato e mangiato.
Riempiono un cesto con strame e lo pongono in alto, perché il defunto abbia nell'altro mondo una casa dove abitare e una giumenta che gli fornisca del latte e metta al mondo altri cavalli, sui quali poter cavalcare.
Con il morto seppelliscono anche oro e argento, ed il carro sul quale egli é condotto è infranto, e nessuno osi più pronunciare il suo nome fino alla terza generazione.
La tomba è poi ricoperta con zolle, così che non sia più possibile ritrovarne la posizione.

Le dimore delle tribù mongole si muovevano

I sudditi di Gengis Khan nomadi, abitavano in grandi tende (Yurte) montate stabilmente su carri, un'anticipazione delle moderne (roulotte). La tenda era in feltro, generalmente bianca o spalmata di terra chiara o di polvere d'ossa, perchè risplendesse maggiormente al sole.
Un'intelaiatura di bastoncini intrecciati, convergenti verso l'alto, le conferiva la forma di cono, la sommità accoglieva decorazioni di vario tipo e davanti alla (porta) pendeva un drappo dipinto con: vigne, alberi, uccelli o altri animali. All'interno una mobilia molto semplice, letti con materassi imbottiti di lana grezza e grandi pellicce per coperte, pochi sedili, ma molte casse di vimini ove riporre le armi, gli abiti e le suppellettili.
Su questi guardaroba si sbizzarrivano con decorazioni brillanti e vivaci sul feltro usato come fodera e reso impermeabile da uno strato di sego, o da un trattamento a base di latte di pecora.

Oltre agli enormi carri tenda, possedevano altri veicoli da trasporto trainati da cammelli e muniti di alte ruote, in modo di poter guadare i fiumi senza danno per il carico.
Durante le soste notturne, il carro tenda era girato con la porta verso sud e tutt'attorno si disponevano i veicoli da trasporto (diventando un frangivento e mura di cinta per un castello di feltro).
Quando fermavano le tende, la prima moglie poneva la propria dalla parte ovest, e le altre le ponevano di seguito secondo il loro rango, in modo che l'ultima aveva la sua ad est, mentre la distanza di una dimora all'altra era di un lancio di una pietra.

I mongoli erano poligami, ma questo fatto non si risolveva in forme di vita umilianti per le donne, come la segregazione o l'harem; la prima moglie, il cui rango era considerato superiore a quello delle altre, questa distinzione non aveva grandi conseguenze pratiche, tanto è vero che non esistevano differenze tra i vari figli, fossero delle altre mogli o delle concubine.
Ognuna di queste donne aveva una sua tenda, dove viveva con la famiglia e un proprio patrimonio costituito da più carri e da diversi servitori.
I matrimoni erano combinati dagli anziani delle due famiglie; quando si erano accordate, il padre della ragazza offriva un gran banchetto, mentre la promessa sposa correva a rifugiarsi presso dei parenti; lo sposo aiutato da alcuni amici, doveva scovarla e il rapimento che ne seguiva era, di fatto, la cerimonia nuziale.

Il cibo, conoscevano il latte in polvere

Assenti: pane, olio e legumi, i mongoli quando potevano mangiavano carne, tagliata a pezzettini e condita con acqua e sale, oppure essiccata al sole, carne di ghiro, lepre, volpe, gatto selvatico ed altra cacciagione, non dispiaceva neppure il topo, con le interiora degli animali domestici si preparavano salcicce.
Se la carne scarseggiava, non mancava il latte di cui i mongoli erano grandi consumatori, e sapevano trattarlo in mille modi, ottenendo diversi prodotti; dal latte di mucca, di cammella o di cavalla, ricavavano un ottimo burro che conservavano in pelli di montone, ed era un elemento basilare durante il rigido inverno.
Ciò che restava del latte dopo la lavorazione del burro, lo lasciavano inacidire, bollire e cagliare. Quando era cagliato lo facevano seccare al sole, in modo che diventasse duro, infine lo chiudevano in sacchi per l'inverno.

Durante l'inverno, quando il latte non era più sufficiente, mettevano in un otre quel (burro) coagulato che chiamavano (griut), vi versavano sopra dell'acqua calda e lo sbattevano fortemente, finchè diventava liquido e perso tutta la sua acidità,  poi lo consumavano.

Il piatto tipico, onnipresente sulle loro tavole era il (kumyss o cosmo) unico ingrediente: latte di cavalla appena munto, versato in un otre e quindi sbattuto con un grosso legno, così trattato cominciava a bollire e ad inacidirsi (fermentare), e continuavano a sbatterlo fino a ricavarne burro, lo assaggiavano e quando era un poco piccante lo consumavano.
A tavola non usavano tovaglie né tovaglioli, e quando mangiavano se si sporcavano le mani, se le pulivano sui propri gambali o con dell'erba. Durante i banchetti mentre passava il vassoio con la carne, chi non voleva consumarla subito, la riponeva in una borsa apposita, non era maleducazione portarsi a casa anche le ossa, che non erano gettate ai cani prima d'averle svuotate anche del midollo.

I mongoli producevano in proprio una bevanda, ottenuta dalla combinazione del riso con il frumento, il miglio e il miele fermentato, mentre il vino e la birra ed altri alcolici li ricevevano dalle nazioni conquistate o vassalle; lo bevevano in corna di montone svuotato, si ubriacavano allegramente ritenendo un tale stato "assai onorevole".


Mario Veronesi


Bibliografia
I grandi della storia (Gengis Khan) Enzo Orlandi, Ed. Mondadori 
Dizionario delle Guerre - Di George C. Kohn
Grande Storia Universale, Curcio
Storia del Mondo Antico, Cambridge, ed. Garzanti

 

HUAN ER TSUI - anno 1211 - Le conquiste mongole in Cina di Gengis Khan
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