SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
DINO GRANDI

( vedi anche le pagine nei vari periodi in STORIA D'ITALIA )

 

Dalla limpida fede del '23, 
Alla oscura fronda del '43


UN OPPORTUNISTA  MA ANCHE  UN GRANDE REALISTA 
(PER CALCOLO E INTELLIGENZA?)
"PRIMA DI SCEGLIERE..
VOGLIO PRIMA VEDERE DA CHE PARTE SI DELINEA IL SUCCESSO"

Da chierichetto alla Dc di Murri; dalla Dc al socialismo rivoluzionario; dal non interventismo all'interventismo; dal socialismo al fascismo più duro; dal fascismo rassista a quello moderato, fino a quello pacifista, disarmista, societarista, anglofilo.
Poi realista, cinico, machiavellico, ma abile e intelligente,  deciso a  far valere l'Italia nel mondo senza "dare vita a nefaste avventure". E ci stava riuscendo. Mai l'Italia, con lui 7 anni ambasciatore a Londra era stata  presa in così tanta considerazione.
Ma in Italia ci sono i bellicisti, i guerrafondai, i filogermanici, gli "acciaisti" insofferenti a Grandi; e a sua volta Grandi insofferente ai tedeschi sembra già entrare nella fronda di una "congiura delle barbette".

Ma il giorno dopo dell'attacco alla Francia (come tanti altri, Re, Badoglio, Graziani, industriali, stampa e popolo) Grandi pronuncia alla Camera un discorso dai toni aggressivi, minacciosi, guerreschi.
Poi dopo la tragica realtà, inviato sul fronte greco (nov. '40), lui così mondano con i piedi in mezzo al fango, avverte crisi di regime, e  racconterà di avere già abbozzato il famoso ordine del giorno del 25 luglio '43; quando con la fronda più estrema (Re, Badoglio, Di Bono, Ciano ecc.) provocherà la caduta del Duce (andò alla riunione con due bombe a mano in tasca).
Sfugge alla vendetta fascista, al plotone di esecuzione di Verona e scappa in Portogallo.
Nel '47, al processo, assolto da ogni accusa, si ritira e si apparta (per 40 anni; morirà 93 enne nel 1988) a godersi (come Badoglio)  tutte le ricchezze che il fascismo con onori e prebende gli aveva dato.

"Duce, che cosa sarei stato io se non ti avessi incontrato? Un oscuro avvocato di provincia - scriveva a Mussolini nel '23 - ma mi vedrai alla prova, e vedrai di quale devozione e di quale lealtà sarà di esempio il tuo Dino Grandi".

Ma ancora il 27 marzo del '39, quando vara come guardasigilli i "Codici Fascisti", gli scriveva: "Ti sono profondamente grato; sono uno degli italiani nuovi che tu sbalzi a martellate. Questo vogliono la mia vita, la mia fede, il mio spirito, che da 25 anni sono tuoi, del mio Duce".


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DINO GRANDI nasce il 4 giugno 1895 a Mordano (BO), da una famiglia contadina. Il padre amministratore di una grande tenuta, era un ex seminarista, poi anticlericale, liberale di vecchio stampo, monarchico, ma tra le sue amicizie Andrea Costa, il primo socialista ad entrare in Parlamento.
Nonostante questo, Dino diventa un zelante chierichetto, ma legge molto; da giovinetto quando va a Ferrara al liceo, come tanti, si entusiasma ai proclami combattivi di D'Annunzio e di Marinetti; legge Croce, Nietzsche, ma con la sua educazione religiosa si avvicina di più agli ideali del socialismo cristiano di Murri. Ma subito dopo è anche affascinato da quello che va scrivendo Mussolini sul Popolo d''Italia. Lo ammira come socialista, poi... lo ammira come antisocialista.
Finito il liceo il padre vorrebbe farne un medico, lui preferirebbe lettere. Alla fine si mettono d'accordo e farà Legge a Bologna.
Sono gli anni 1914. Come tanti nel clima universitario dell'interventismo rivoluzionario il diciannovenne Grandi inizia una intensa attività giornalistica entrando nella redazione del Resto del Carlino.
Lo ha scoperto e fatto entrare Nello Quilici, amico di Italo Balbo. Il primo se lo porta a Roma per farsi aiutare come giornalista parlamentare. Nella capitale è il periodo dei grandi fermenti politici che mettono in contatto e affascinano il ventenne Dino, ma in un modo piuttosto confuso. Quando rientra a Ferrara nel fare un discorso davanti al monumento di Garibaldi, indossa perfino la camicia rossa e fa proclami di "guerra di redenzione". Anche lui come tanti socialisti rivoluzionari, crede che la guerra porterà finalmente alla tanto attesa "rivoluzione popolare" del tipo democratico-rivoluzionaria. 

Poi la svolta di Mussolini; e come lui quasi per inerzia psicologica  parte volontario (lascia perfino gli studi) - come Balbo il ras di Ferrara - nel corpo degli alpini. E' tanto il suo zelo in guerra e nelle sue gesta guerresche che partito sottotenente, a fine guerra è già capitano con una medaglia d'argento e altre due decorazioni. Che al lato pratico, al ritorno, come a tanti reduci sono "patacche", che non servono a nulla per reintegrarsi nella vita così difficile e "amara" ("vittoria mutilata")  del dopoguerra sconvolta da una profonda crisi.
Come tanti, ma lui più fortunato ha i mezzi, si congeda, riprende gli studi, si laurea in legge, inizia a far pratica legale come penalista a Imola e Bologna.

Vorrebbe continuare a far politica, ma oltre gli impegni del nuovo lavoro, non è che ha (come tanti)  le idee molto chiare; anche lui annaspa fra quelli che cercano di imporsi in mezzo a tante incognite nei due anni più critici che abbia conosciuto l'Italia. Stato in crisi, socialismo in crisi, agrari e industriali a fare serrate, lavoratori in sciopero, ceto medio amareggiato, reduci dimenticati, ufficiali bistrattati, mediazioni e repressioni che si alternano, ed infine nel malcontento generale un fascismo combattivo ma ancora minoritario, del tutto incapace anch'esso di coalizzare delle forze, nè sa ancora con chi appoggiarsi. Annaspa anch'esso fra i vari ceti, le varie categorie, le varie ideologie, finchè sterza tutto a destra; una destra ideologica che non ha nulla a che vedere con quella precedente; questa è e rimarrà fino alla fine "mussolinista" cioè di Mussolini e basta, e fin dalla sua nascita (emuli di ogni risma) a qualcuno  della destra estrema o moderata  piace, e a qualcun altro pure lui della destra estrema o moderata, non piace; questo perchè ognuno credeva di poter fare, o sostituire il "Mussolini".


Che Grandi abbia le idee confuse c'è la testimonianza di un suo collega, l' avvocato Vighi. Grandi scrive e invia alla sera una lettera al giornale La Squilla palesando l'iscrizione al partito socialista, poi nella notte ci ripensa e il mattino dopo corre al giornale per riprendersi la lettera per poi iscriversi al fascio di Mussolini. Da socialista a antisocialista! Dalla sera al mattino.
Nulla di strano, lui è pratico! poche ore prima, con un altro suo compagno di scuola Buscaroli, si era espresso in questi termini opportunistici  in questa non facile decisione con chi schierarsi: "bisogna prima vedere da che parte si delinea il successo".

Lo squadrismo del fascismo -lui uomo di azione- lo affascina; ne diventa subito un zelante organizzatore. Con un inconveniente però, dovrebbe abbandonare tutto quel consenso socialista che lui aveva ottenuto soprattutto nelle campagne ferraresi. Schierandosi, come sta facendo appunto ora  Mussolini con gli agrari antisocialisti, ma agire così voleva dire perdere questo consenso.
Ma con lo squadrismo, il manganello, gli assalti alle Camere del lavoro e la promessa del fascismo di restaurare in Italia  la disciplina e l'ordine, ben visto dagli industriali; che è appunto ciò che sta facendo Mussolini e in zona  ferrarese il suo amico Balbo, a Grandi gli portano ben  altri consensi: ed è quello degli agrari, che sono pochi ma sono potenti! Questo voltafaccia lo ripaga fino al punto che nel maggio del '21 gli agrari lo candidano alle elezioni dalle quali uscirà eletto.
Ma Grandi è un precoce, ha 26 anni, e la sua nomina viene invalidata.

Ma non smette per questo a dare vita alle organizzazioni sindacali contadine fasciste con delle prospettive velleitarie, piuttosto rivoluzionarie, comunque contro le forze conservatrici e borghesi. Organizzazioni che sono molte diverse da quelle che vorrebbe Mussolini, più realista, che vede invece nelle alleanze dei borghesi la tattica per affermarsi con il suo fascismo.
Infatti con un tocco geniale Mussolini ha già dal suo Popolo d'Italia cancellato il sottotitolo "Quotidiano Socialista" sostituendolo con  "Quotidiano dei combattenti e dei produttori". E spiegò dalle sue colonne: "... bisogna esaltare i produttori perché da loro dipende la ricostruzione.... e ci sono proletari che comprendono benissimo l'ineluttabilità di questo processo capitalistico....produrre per essere forti e liberi...." (...)  se occorre sostenere i produttori e i proprietari terrieri per impedire lo sfascio della società e impedire la rivoluzione sociale, alla guerra civile, allora il fascismo dovrà schierarsi in difesa della borghesia, di tutta la borghesia".

Mussolini sta facendo insomma un compromesso con i borghesi produttori, con il governo, con la monarchia, con i proletari "bolscevichi" e con i socialisti  aprendosi con il suo "patto di pacificazione" anche alle "leghe rosse", che spiazza quelli della linea dura della prima ora del fascio.
Mussolini vuole la fine del "rassismo" del "fascismo provinciale"; vuole prendere le distanze  dai vari Balbo, Farinacci, Arpinati, Gaggioli, Grandi, che invece non vogliono scendere a nessun compromesso; e non per una questione ideale, ma perchè il consenso lo hanno ottenuto nelle campagne con il "rassismo" antisocialista; un consenso che con il "patto" verrebbe messo in discussione.
Dicono: "Con il "patto" quelli lì (i rossi) rialzano la cresta".

Il giovane Grandi è il primo a ribellarsi a Mussolini; e lo fa sull'Assalto il 6 agosto 1921, rimproverandogli la "linea morbida" e il "patto" che giudica un "tranello" (cioè un tradimento).
Mussolini passa un brutto momento, ma all'attacco risponde tre giorni dopo la firma del patto, sul Popolo d'Italia, accusando i ribelli e il loro "fascismo bolognese provinciale"  di aver semmai loro tradito l'ispirazione del fascismo e di essersi ridotti alla "difesa di interessi privati e delle caste più opache, sorde, miserabili che esistono in Italia".  Inoltre dalle stesse colonne Mussolini esige un chiarimento, mettendo in conto nella sfida, anche una eventuale scissione e perfino le dimissioni dal Movimento dei Fasci.
Chiarimento che  non tarda a venire; i "ribelli" il 16 agosto si riuniscono a Bologna e all'unanimità accusano  Mussolini sia per il "patto" che per la sua linea politica.
Mussolini si dimette dalla commissione esecutiva dei fasci. Sta quasi per franare tutto il suo operato quando Grandi e Balbo si danno da fare per creare una fronda per dar vita a una scissione e per sostituire Mussolini.
I due partono perfino per Gardone cercando inutilmente di convincere D'Annunzio a prendere la guida dei fasci. Credono di avere idee, ma si ritrovano a non avere una guida.

Al congresso fascista di Roma del novembre '21 tutti si aspettano la scissione, la resa dei conti fra le due fazioni. Ma ecco che Grandi nel suo discorso (che va ad aprire un dibattito interno), forse perchè è più colto dei suoi colleghi, forse perchè teme con una scissione di fare un salto nel buio, forse per l'ammirazione sviscerata che ha per Mussolini che non è per nulla turbato e saprà ribattere punto per punto alle sue dialettiche tesi, e forse per calcolato opportunismo, Grandi non fa il rozzo ribelle, parla molto, espone i suoi concetti,  ma le sue sono solo teorie che non fanno presa ai fidati di Mussolini, nè faranno presa sulle masse; forse è proprio Grandi il primo a rendersene conto.
Mussolini cederà su un punto, sul "Patto" che non si farà più, ma ottiene la sua vittoria quando a fine congresso il fascismo si è trasformato a grande maggioranza da movimento a Partito, con alla guida, lui, Benito Mussolini, ormai per tutti il Duce.
Grandi che ha votato contro si sente perso, isolato, é  uno sconfitto; ma non ha perso i suo opportunismo e con un colpo di teatro, scende dalla tribuna e va ad abbracciare Mussolini scatenando un fragoroso applauso di tutto il congresso.
Riconoscente Mussolini  gli affiderà un buon posto nella commissione esecutiva del partito.

Dentro il nuovo partito Grandi si dà subito da fare per emergere. Già il 2 aprile del 1922 ha spazio sul Popolo d'Italia per affermare in un suo articolo, fra le altre cose, che "...nella riforma del Fascismo, vi è una necessità doverosa ed urgente per tutti noi, ed è quella di inserire il Fascismo...nel corso della concreta realtà storica italiana". Il Grandi rivoluzionario, il Grandi ribelle, non esiste più.
Mussolini ha dei dubbi su questa improvvisa conversione, e lo mette alla prova: lo manda a "moderare" proprio i rivoluzionari in Romagna.
E Grandi diventa così moderato, così legalitario, così morbido, che quando viene presa la decisione della Marcia su Roma, è lui a temere le conseguenze di un atto di forza, quasi dissociandosi. Ha paura del fallimento e di una rottura con la monarchia, che ha dalla sua parte l'esercito regio.
Si precipita a Roma con De Vecchi e Federzoni cercando una possibile soluzione con Salandra. Quasi la trova, telefona all'impaziente  Mussolini che è a Milano in attesa con il cuore in gola, prospettandogli una eventuale partecipazione al governo come ministro degli Interni. "Mai" è la risposta di Mussolini, che sta giocandosi tutto. E avrà ragione lui, quando poche ore dopo gli arriverà il telegramma del Re, per recarsi a Roma a formare il nuovo governo.

Gli storici analizzando bene questo atteggiamento (di non azione)  di Grandi si dividono: cioè se era già un frondista o no. Guido Nozzoli in I ras del regime, Bompiani, 1972, lo esclude affermando che ebbe solo qualche timore per il fallimento della Marcia (ma proprio lui che era un duro?).
De Felice invece sostiene che Grandi cercando una soluzione moderata e legalitaria, mirasse  a una democrazia produttivistica. Ed infatti dopo nemmeno due mesi ecco Grandi che ventila sul Popolo d'Italia del 12 gennaio 1923, l'abolizione dei partiti politici e sostanzialmente anche il Partito Fascista. (Ma a che gioco sta giocando? ).

Una cosa è però certa. Mussolini - e lo manifesta-  fu molto insoddisfatto e anche molto deluso dell'atteggiamento di Grandi, per due motivi non di poco conto per il capo del Fascismo: a) che al momento dell'azione Grandi si è tirato indietro; b) per  non aver creduto e avuto fiducia nelle sue doti politiche.
Per due anni Mussolini non gli affida nessun incarico (nonostante le lettere "di devozione e lealtà" che abbiamo letto all'inizio - quella accorata del '23).  

 Resta in disparte, fino alle elezioni del 1924, quando lo stesso Mussolini nella necessità di riguadagnarsi una immagine rassicurante nel Paese ha bisogno di voti moderati. Grandi viene richiamato, candidato, fatto eleggere. Mussolini non gli affida nessun incarico ministeriale, lo nomina solo vice-presidente della Camera. Ma a Grandi questo già gli basta per rientrare nel giro.
Appena eletto, e prima di assumere la carica, Grandi, che ha 29 anni, convola a nozze con una bella e istruita ragazza, Antonietta Brizzi, una ricca possidente della provincia bolognese, che gli porta in dote la ragguardevole somma di due milioni di lire.

A parte la consistenza patrimoniale, questa donna è anche la sua fortuna nella sua futura ascesa diplomatica; colta e intelligente, oltre che bella, fine, ed elegante, la Brizzi è proprio la donna ideale per le mire che ha Grandi, che ama la mondanità, il successo e nuove "scalate" sul monte Olimpo della politica.
Sempre opportunista, ora con la sua carica di vicepresidente della Camera, fa di tutto per riguadagnarsi da Mussolini la fiducia appannatasi nella Marcia su Roma. Comportandosi da moderato, nello sbandamento che avviene nel dopo elezioni, in giugno con il delitto Matteotti, Grandi fa il prudente, non si espone. Ma è lo stesso Mussolini ad aver bisogno di lui (neo-moderato) per rassicurare l'opinione pubblica e gli ambienti moderati. Nel nuovo governo gli affida la carica di sottosegretario agli interni, e nel maggio del '25 cooptandolo lo nomina sottosegretario al ministero degli Esteri che ricopre lo stesso Mussolini. Grandi inizia a vivere nella sua ombra.

Grandi è un bell'uomo, è simpatico, cordiale, ha una preziosa e bella compagna come moglie, inoltre oltre che essere laureato in legge, conosce bene la lingua inglese. Insomma è una buona immagine da mandare in giro per il mondo; una immagine che è poi quella che desidera Mussolini.
Per quattro anni Grandi si fa le ossa all'ombra del Duce, ma non trascura di migliorarsi e di professare al Duce tutta la sua fedeltà e lealtà.  Mussolini liberatosi dei suoi otto dicasteri, il 12 settembre del 1929, affida a Grandi il ministero degli Esteri in una fase molto delicata.
Ancora più delicata quando in ottobre il mondo entra in crisi dopo il crollo di Wall Street.
E' il momento che occorre rilanciare l'iniziativa italiana e soprattutto il Fascismo che ora, con l'America in crisi, l'Inghilterra isolazionista, la Russia nel caos staliniano e con la Germania sull'orlo del baratro, è il sistema economico e politico che tutti guardano come modello.

"A favore di Grandi giocavano...tutti gli argomenti possibili...era un vecchio fascista...era un moderato...aveva fascistizzato il ministero...era intelligente, abile, duttile...si era fatto apprezzare nella carriera....si era inserito in essa anche umanamente... e in un paio di occasioni si era difeso dall'eccessiva invadenza del partito" (De Felice).
Denis Mack Smith, in Storia del fascismo, afferma invece che "affidando questa grande responsabilità a Grandi, Mussolini si riservava di "coprirla" o - alle brutte - di sconfessarla. Inoltre il Duce, scaricandosi questa incombenza (mandando in giro un moderato) mirava a dare di sè all'estero una sua immagine, mentre all'interno poteva "scaricarsi" più  liberamente con la platea nazionale con furiosi discorsi".

Erano insomma atteggiamenti che nei discorsi dei due, non di rado contraddittori, procurarono a Grandi nelle sue caute azioni diplomatiche all'estero qualche imbarazzo e non mancò di lamentarsi, ma per sentirsi rispondere "ma che t'importa di quello che dico alle mie folle, ti ho fatto appunto ministro agli esteri, per poter parlare qui proprio come mi piace".

In effetti Grandi sta facendo all'estero grandi cose con abilità e un arte diplomatica sottile; un arte da anni dalle altre nazioni bistrattata, perché frammentaria, improvvisata, per nulla oculata. I rapporti che imposta Grandi  tra gli stati sono ottimi, e prescindono dalla considerazione dei regimi. Basti pensare ai buoni rapporti costruttivi italo-sovietici. Seguiranno infatti importanti accordi commerciali quando Mussolini riconoscerà il regime dell'Urss; come faranno del resto perfino gli Usa (anche per far dispetto al protezionismo inglese).

L'obiettivo di Grandi è di puntare al mantenimento e al consolidamento di una pace in Europa, ed è molto realista "Una guerra oggi fra le Nazioni d'Europa altro non si risolverebbe se non in una immane catastrofica guerra civile, in un vero e proprio tramonto e suicidio del nostro vecchio e glorioso continente". (qui proprio non sbagliava!)
Inoltre è realista sull'Italia bellica e sull'Italia politica. "Il Paese è ricca di uomini, ma è povero di risorse, e non può permettersi il lusso di competere con le grandi potenze sulla preparazione bellica". (non sbagliava neppure qui!)

E va dicendo in giro: "Bisogna impegnarsi coraggiosamente in una politica di pace, volta al disarmo e alla collaborazione internazionale. L'Italia può conquistare un suo ruolo specifico e decisivo nel contesto europeo e porre così le condizioni per far valere le proprie "storiche" rivendicazioni...(...)  fino a condizionare la politica estera italiana non soltanto  in Africa o sul Mar Rosso, ma anche su un più vasto terreno internazionale, in Europa e nei rapporti intercorrenti con la Francia e l'Inghilterra (continuamente in lite - Ndr). Non dobbiamo parificarci nei loro confronti come grande potenza, nè possiamo imporlo, ma creare le condizioni per arrivare a confrontarci questo lo possiamo fare. Il problema sarà quello di creare un ruolo stabile nel contesto internazionale, dobbiamo darci delle direttive di fondo e ispirarci all'azione.
Una potrebbe essere quella  di fare dell'Italia l'arbitro della situazione europea, l'ago della bilancia, pronto a spostarsi nell'uno o nell'altro campo a secondo del proprio interesse nazionale e dei vantaggi che potrebbe trarne".


Mai nessun ministro degli esteri scrisse cose così tanto sensate; e nella sua relazione sempre del 2 ottobre 1930, Grandi è ancora più esplicito, preveggente e concreto: (e teniamo a mente queste frasi per dopo)
"La Nazione italiana non è ancora abbastanza potente, politicamente, militarmente ed economicamente, da potersi considerare come una nazione protagonista della vita europea. Ma la Nazione italiana è già tuttavia abbastanza forte per costituire col suo apporto politico e militare il peso determinante alla vittoria dell'uno o dell'altro dei protagonisti del dramma europeo, che prima o dopo esploderà. Posizione quindi di forza e di prestigio, posizione aperta a tutte le possibilità nel futuro a condizione beninteso che l'Italia rimanga libera  di scegliere il proprio posto in caso di conflitto a secondo di quelli che essa giudicherà al momento opportuno essere esclusivamente i suoi vitali interessi nazionali".

Quando poi partirà per Ginevra alla riunione della Società delle Nazioni, il 31 agosto scrive un appunto a Mussolini, ancora più determinato, quasi cinico, citando proprio Machiavelli:
"Il tempo lavora per noi. Noi saremo arbitri della guerra. Ma dobbiamo prendere più alta  quota possibile nella politica continentale europea. Fare della diplomazia e dell'intrigo, applicare Machiavelli un po' più di quello che non abbiamo fatto finora. Il Trattato di Locarno è un pezzo di carta inventato dalla democrazia, può diventare nelle nostre mani la biscia che morde il ciarlatano. Con tutti e contro tutti..."
Grandi ripeterà le stesse cose nell'ottobre del 1931 al Gran Consiglio.

Eppure i vecchi nemici lo accusano di pacifismo e disarmismo. Mentre Grandi cerca di mettere in difficoltà con la diplomazia la Francia che da tempo è arrogante si crede egemone in Europa; addirittura crede che la sicurezza europea dipenda da essa, mentre Grandi non la vuole subordinata, la sicurezza europea la vuole tenere separata da quella della Francia.
"Se riusciamo a far questo  sarà la stessa Francia a cercare accordi con noi"
Ed è per questo che Grandi insiste sulla rivalutazione della Società delle Nazioni; lui  mira a farla diventare "politicamente" una comunità di eguali. Misurandosi unicamente sul prestigio e sulla forza politica. Ed è l'unica cosa che può fare l'Italia del 1931.

Cosa potrebbe del resto altro fare? In un momento di grave crisi economica l'Italia mica può permettersi di spendere in armamenti. E sempre per la stessa crisi, chi avrebbe volontà di fare una politica di avventure come quella di attizzare un conflitto? Operando così non solo Grandi trova l'appoggio dell'Italiani pacifisti, ma spiazza anche gli antifascisti che accusavano il Fascismo di essere bellicista.
Inoltre questa politica di Grandi sta rafforzando le buone relazioni con la Gran Bretagna.
Non solo, ma gli stessi Stati Uniti, quando Grandi nel novembre del '31 vola a incontrare il presidente Hoover, riceve molti apprezzamenti e la politica del fascismo in Europa inizia ad avere molto credito, che proseguirà fino al 1938-39 (nonostante l'Abissinia, la Spagna e l'Albania).

Sebbene Grandi opera diplomaticamente con queste idee costruttive, la Francia non demorde, e anche se lo stesso Grandi ha smascherato a Londra la scarsa volontà della Francia al disarmo, ottiene alla fine solo una moratoria nella costruzione di nuove armi per un anno;  ma il fastidio e le ostilità di fondo rimangono; e quel desiderio di vedere ridimensionata la potenza della Francia sembra sia solo più una chimera irraggiungibile. Ma siamo nell'anno 1931.

  Abbiamo detto "sembra". Perché stanno accadendo altre cose. I litiganti, le grandi potenze, non sono ora solo due, ma sono tre. Si è affacciato sulla scena europea la terza potenza, col l'esasperato nazionalismo di Hitler, con le sue durissimi tesi revisionistiche e richieste di annullamento delle riparazioni di guerra. Hitler sta iniziando a scalare il potere con quegli slogan che i tedeschi vogliono sentirsi dire, e fa ritornare ai francesi la paura della guerra 1915-18. Non dimentichiamo come si è conclusa né dimentichiamo le umiliazioni ricevute  dai tedeschi a Versailles e a Coimpegne.
 Non dobbiamo quindi meravigliarci - vista l'inconcludente opera di Grandi - quando l'Italia fascista e anche quella non fascista (anche se con meno umiliazioni e meno debiti di guerra) inizia (con il mal comune) ad avvicinarsi alla nuova politica della Germania nazional-socialista.
Lo stesso Grandi corre a Berlino, a fine ottobre 1931, cercando qualche intesa per maggiormente intimorire l'arrogante Francia. Una visita che fa non solo allarmare di più la Francia, ma indispone anche le altre nazioni. Ma -si chiedono- che gioco fa l'Italia?

Grandi sembra salvarsi (Balbo lo accuserà che lo fece per tornare in Italia a prendere applausi)  quando alla conferenza del disarmo, nell'aprile del 1932, accetta il piano varato dagli USA per la riduzione degli armamenti "in tutte indistintamente le sue parti".
Grandi in questa accettazione ha commesso un gravissimo errore; ha fatto riavvicinare la politica anglo-francese che così porta ad escludere il suo progetto "quell'Italia arbitro della situazione e ago della bilancia". Sfuma così quella eventuale intesa Italia-Francia che secondo lui  avrebbe facilitato il via libera all'espansione coloniale; inoltre ciò che gli verrà maggiormente rimproverato è di non essere riuscito a impedire il "pasticcio", che ha scaturito l'accordo anglo-francese.

Ma le cose si complicano e lasciano tanto amaro in bocca agli italiani, quando nel successivo luglio ritorna sul tavolo alla conferenza di Losanna il grave problema delle riparazioni e dei debiti della Germania. E anche dei debiti che ha l'Italia.
Viene deciso di dare "un colpo di spugna" sulle riparazioni tedesche. Ma non sui debiti, che per l'Italia è la questione che più gli sta a cuore; "hanno ricevuto i soldi i vincitori? e allora che paghino!" questo la lapidaria affermazione di un segretario di Stato Usa (ma qualcuno dice del Presidente).

Qui non è solo Mussolini ad essere amareggiato, ma tutti gli italiani. L'Italia di debiti ne ha ancora in questo 1931, per altri 57 anni. Un cappio al collo sulla sua economia (in ripresa, ma dai debiti svilita) fino al 1988. Cioè fino ai pronipoti di chi ha combattuto e "vinto", e non "perso" la Grande Guerra.
 I due Paesi creditori vengono implorati  con l'invito a rinunciare a queste esazioni, per poter conservare la pace economica, politica e soprattutto sociale dell'intera Europa. Nulla da fare! E' rottura per la forte opposizione degli Usa.
L'Europa é quasi in ginocchio, ma la Germania sta ancora peggio, è in coma!

Mussolini si sfoga il 12 gennaio su Il Popolo d'Italia: "... la struttura economica e sociale dell'Europa si avvicina al precipizio; la cruda verità è che se le cose vanno avanti così come stanno andando, la scelta è semplicemente fra il ripudio dei debiti ed il caos. Invece di una libera partecipazione con uomini e mezzi alla causa, gli alleati hanno tracciato la più strana, illogica, antistorica distinzione. Quando un proiettile americano è stato sparato da un artigliere americano, con un cannone americano, gli Stati Uniti non hanno imposto agli alleati di pagare nè l'uomo, nè il costo del proiettile. Ma quando il proiettile americano è stato sparato da soldati alleati per il medesimo scopo, per la causa comune, nello stesso comune interesse... questo ha creato un debito in oro da pagarsi agli Stati Uniti. Mai prima d'ora nella storia era stato mai così ingiustamente applicato. Il giusto messaggio che tutto il mondo aspetta è: "Rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".


Per Grandi è insomma un clamoroso fallimento di tutta la sua politica. Ora c'è la Francia che accelera spasmodicamente il suo riarmo contro la Germania, e contemporaneamente la Germania mobilita con il fanatismo tutte le sue risorse umane ed economiche per prepararsi alla rivincita con la Francia (subdolamente gli dà qualche aiuto la stessa Inghilterra)
Il 20 luglio Mussolini destituisce Grandi a ministro degli Esteri assumendo lui la carica.

Ma non è solo Mussolini a ribaltare la politica estera "non ideologica" di Grandi, ma il rancore si impossessa di tutto l'establishment fascista che inizia a camminare in parallelo con il nazional-socialismo hitleriano, che va dicendo le stesse cose che abbiamo appena letto sopra.
Perfino Italo Balbo (che troveremo poi nel '40 antidedesco) sul Popolo d'Italia si scaglia contro Grandi, firmando un articolo che in parte - per la troppa durezza- Mussolini censurerà, ma che comunque scatena una violenta reazione di Grandi. Mussolini è costretto a scendere in campo a far da paciere fra i due e a smorzare i toni da bettole (i giornali italiani li leggono anche all'estero!) 
Balbo ha dileggiato e profondamente ferito Grandi dandogli dello zimbello in cerca di applausi, e Grandi invece lamentandosi con Mussolini lo definisce un "vigliacco, e so quello che dico, al momento buono ti dirò di più. C'è tempo per tutto". (erano entrambi di Ferrara, amici per la pelle, e amici nelle spedizioni. Ora si odiano. E uno insinua pure, procrastinando cosa?.)

Mussolini sta guardando con interesse la Germania, che secondo lui apre nuove possibilità di manovra all'Italia. E non fa altro che applicare la stessa teoria di Grandi, ma invece di attuarla con la Francia-Gran Bretagna,  tenta ora di realizzarla con la Germania, vuol fare lui dell'Italia l "ago della bilancia" fra Francia e  Germania.
Ma non fa solo questo, ma cerca di minare l'accordo tra Francia e la Gran Bretagna, e con quest'ultima cerca di fare delle intese. E chi manda Mussolini  in Inghilterra a fare questo furbesco e machiavellico gioco? Nomina ambasciatore proprio DINO GRANDI !

Grandi resta a Londra per sette anni; mantenendo ottimi rapporti con gli inglesi, alternandosi fra la mondanità e la politica. Sette anni nonostante l'impresa dell'Italia in Etiopia; nonostante le Sanzioni all'Italia proposte proprio dagli inglesi; nonostante la Spagna; nonostante la creazione dell'Asse; nonostante il Patto d'Acciaio.
A Londra, Grandi sembra non preoccuparsi di nulla; fa la bella vita nei salotti; Mussolini ogni tanto gli aumenta il già congruo stipendio e mantiene ottimi rapporti con lui; e  il Re gli fa pervenire anche il titolo di Conte di Mordano per non farlo sfigurare -essendo di natali plebei-   in mezzo alla nobiltà londinese dove lui è sempre presente.

Con le imprese mussoliniane (sull'Etiopia, sull'Albania, e perfino nelle piccole cose) dimostra di essere un entusiasta; scrive al Duce in ogni momento per dirgli; "...bravo; ...fai camminare la rivoluzione col moto fatale e spietato; ...mi hai elettrizzato lo spirito; ...devi essere soddisfatto come l'Italia risponde al tuo ordine di marcia;  ...non faccio dell'isterico entusiasmo ma dico le cose come sono; ...Starace sta facendo cose straordinarie con la rivoluzione del costume e con il potente strumento della pedagogia fascista; ...i Romani avrebbero chiamato questo il tempo della Fortuna Virile" ecc. ecc.

Fa del servilismo? Ha altri nascosti pensieri? Sta facendo del sottile machiavellismo?
Ha dei compiti speciali per mantenere sempre aperti i contatti con gli inglesi?
Agisce da solo o è comandato? E i segreti accordi di Mussolini nel 1935 nella farsa con Samuel Hoara c'era forse il suo zampino?

Grandi vive tranquillo fino al 1939. Mussolini ha fatto con Hitler il patto d'Acciaio. La diplomazia  della Gran Bretagna gira nelle varie ambasciate d'Europa; va in Germania, va in Russia, va in Francia, viene in Italia. Grandi a Londra all'improvviso chissà perché non serve più;  viene richiamato da Mussolini in Italia in luglio, e gli affida la carica di Guardasigilli. Grandi ci resta male, vorrebbe rifiutare, poi dirà che accettò su insistenza del Re. Diventa anche presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Hitler a settembre invade la Polonia; Grandi teme che l'Italia (per via della clausola capestro del patto d'Acciaio) intervenga a fianco della Germania. Dissuade Mussolini a farlo, e apprezza la sua decisione della non belligeranza.

Poi alla dichiarazione di guerra alla Francia e all'Inghilterra, e il giorno dell'attacco alla Francia, Grandi stranamente pronuncia alla camera un discorso dai toni aggressivi. Il neutrale ora si è schierato, come del resto hanno fatto un po' tutti nell'"ora fatale".
Mussolini poi apre il fronte greco, e anche Grandi è costretto a mettersi in divisa e partire per "l'avventura".

Ed è proprio un'amara avventura. Lui abituato a muoversi nei salotti dei nobili di Londra, non solo prova a calpestare il fango di una ritirata, ma è costretto a prendere anche atto di una totale impreparazione militare non solo di mezzi; ed è costretto a vedere nei comandi tanta superficialità e tante accuse reciproche (quelle di Farinacci contro Badoglio, con quest'ultimo silurato e medita vendette).
Intelligente com'è, Grandi forse è l'unico a rendersi conto della gravità della situazione; e questa volta senza tanto machiavellismo - i fatti sono quelli, piuttosto chiari- dirà in seguito, che lui già aveva visto in quel "fango greco" la crisi del regime e di aver abbozzato proprio allora il famoso ordine del giorno che terrà in tasca fino al 25 luglio 1943.

I tedeschi chiamati in aiuto salveranno la situazione in Grecia e toglieranno dal pantano Mussolini. Grandi rientra a Roma nell'aprile del 1941. Ne ha viste tante in sei mesi; l'impreparazione italiana e l'arroganza tedesca, e ha visto liquidare Badoglio come capo espiatorio, che pur avendo tante responsabilità non era il colpevole. Ed è forse con lui, che inizia a covare vendetta e a riunire la vecchia fronda, forse è con Badoglio che va ad esprimere tante perplessità al Re, che però è impenetrabile o perché è ancora troppo presto; i drammi seri (i bombardamenti americani, gli sbarchi in Sicilia) infatti devono ancora iniziare.
Dopo un mese c'è l'invasione tedesca alla Russia. E dall'avventura si passa al dramma.

Su GRANDI faremo un'altra puntata

Dal 1940 alla fronda del '43

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