SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIOVANNI GRONCHI

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IL PRIMO DEMOCRISTIANO
 INQUILINO DEL QUIRINALE 

 di LUCA MOLINARI


Giovanni Gronchi nasce il 10 settembre 1887 a Pontedera , la cittadina in provincia di Pisa e sede degli stabilimenti della nota industria meccanica Piaggio.
 Fin dal 1902, quindicenne fa parte del Movimento cristiano sorto proprio in quell'anno intorno al sacerdote Romolo Murri.

Compie studi umanistici e classici. Tra il 1911 e il 1915  insegna lettere e filosofia a Parma, Massa, Bergamo e Monza.

Nel 1915 è uno dei pochi cattolici politicamente impegnati a schierarsi a fianco degli interventisti nel primo sanguinario conflitto mondiale. 
Si arruola, come Attilio Piccioni, altro futuro esponente di spicco della Dc, volontario e va a combattere al fronte da cui tornerà dopo aver ricevuto molti encomi e decorazioni nel 1918 al termine del conflitto.
Nel primo dopoguerra intraprende la carriera politica attiva nelle file del neonato (1919) Partito popolare di don Luigi Sturzo. Diventa uno dei principali esponenti del sindacalismo “bianco” cattolico del cui movimento (Confederazione dei Lavoratori Cristiani) assunse anche la guida in prima persona risultando inviso a sinistra ai socialisti (che lo consideravano “un prete”) e a destra alle organizzazioni padronali (per le quali non era altro che un “comunista bianco”). 
Nel 1919 e nel 1921 è eletto alla Camera dei Deputati quale rappresentante del Partito popolare.

Il 28 ottobre 1922 i fascisti di Mussolini (assente il futuro Duce che preferisce restare alla stazione di Milano, nei pressi della vicina Svizzera…) marciano su Roma, e il Re, Vittorio Emanuele III, cede alle pressioni e alle violenze di piazza e, liquidato il governo del liberale giolittiano Luigi Facta (dopo oltre tre ore di anticamera del Presidente del Consiglio e del Ministro degli Interni Taddei che, inutilmente, volevano chiedere al sovrano la dichiarazione dello stato d’emergenza per poter affrontare l’offensiva fascista), affida a Mussolini l’incarico di formare il nuovo esecutivo.

Inizialmente quello di Benito Mussolini è il tipico gabinetto conservatore di centro-destra in cui erano rappresentati, oltre che i fascisti, le altre forze conservatrici: nazionalisti, liberali di destra e i popolari. Il Partito popolare ottiene due dicasteri (Tesoro e Lavoro) e quattro sottosegretariati di cui uno, al Ministero dell’Industria e del Commerci, viene ricoperto da Giovanni Gronchi. 
Questa collaborazione iniziale con il fascismo fu spesso rinfacciata a Gronchi (più che dai comunisti e dai socialisti, dalla destra interna alla stessa Democrazia Cristiana, in special modo da Mario Scelba). 

Dopo la rottura dell’accordo tra Mussolini e i popolari e l’uscita del Ppi dal gabinetto (1924), Gronchi si dimise senza esitazione dall’incarico (contrariamente a tanti altri popolari e cattolici che, per convinzione, antisocialcomunismo e semplici calcoli di opportunistica e personale convenienza, preferirono aderire al nuovo regime e salvare le proprie carriere) e riassunse la guida dei sindacalisti bianchi cercando, così, di fronteggiare le violenze delle squadracce fasciste di cui le sedi popolari e delle leghe cattoliche erano quotidianamente vittime.
 
Piero Gobetti, grande intellettuale e martire del fascismo, ebbe per Gronchi pagine di stima e di grande considerazione nella sua rivista Rivoluzione liberale.

Dopo l’omicidio Matteotti, Gronchi fu uno di più convinti aventiniani e, dopo l’esilio obbligato di Sturzo (voluto da Mussolini e “ottenuto” dal Vaticano) fece parte del triunvirato, con Spataro e Rodinò, che diresse il Partito popolare fino alla messa fuorilegge del partito (come di tutti i partiti politici democratici, dai liberali ai comunisti) voluta dal “Duce del fascismo”.
Rifiutò di svolgere l’attività di insegnamento perché ciò avrebbe implicato l’obbligo di iscrizione al Partito Nazionale Fascista, simbolo di adesione ad un regime che non approvava e in cui non si riconosceva. Si dedicò all’attività (fruttuosa) di commercio fino alla caduta del fascismo (1943-44).

Dopo il 25 luglio e l’8 settembre 1943 e la nascita della Resistenza partigiana fu uno degli esponenti di spicco della neonata Democrazia Cristiana. Fu rappresentante del partito dello scudocraciato in seno al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).
Amico di La Pira e di Dossetti, si lega a Enrico Mattei, patron dell’Eni. È Ministro dell’Industria nei primi governi dopo la Liberazione e assume posizioni avverse a De Gasperi nei rapporti con i comunisti e i socialisti. 

Nella primavera del 1947 il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi si reca negli Stati Uniti e ne ritorna con la promessa di grandi aiuti economici in cambio della promessa di escludere i socialisti e i comunisti dal governo dell’Italia: iniziava la Guerra fredda e l’Italia si trovava ad essere (per sua sfortuna) una delle zone di confine e di maggiore interesse per la diplomazia internazionale.
Rientrato a Roma De Gasperi prospetta al gruppo parlamentare democristiano il proprio progetto di assecondare le richieste degli alleati statunitensi: via Nenni e Togliatti dal governo in cambio di aiuti per un paese distrutto e allo stremo dopo venti anni di dittatura fascista e sei di guerra da questa voluti.
Nonostante tutto, lo “scambio” è una cessione della sovranità (e della dignità nazionale) e non viene accettata da alcuni notabili del periodo prefascista come il liberale Vittorio Emanuele Orlando e il democratico Francesco Saverio Nitti che su incarico del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola tentano, soprattutto Nitti, di formare un nuovo governo sempre basato sull’accordo di unità nazionale antifascista fondato sull’accordo tra la Dc e i socialcomunisti.
Questa ipotesi è caldeggiata da Togliatti che da il proprio appoggio al tentativo di Nitti. 

Anche Gronchi è favorevole al proseguimento dell’esperienza dell’unità nazionale e, nella citata riunione del gruppo parlamentare democristiano, si oppone apertamente a De Gasperi e, a in un certo momento della discussione porta sulle proprie posizioni, la maggioranza del gruppo. Alla fine De Gasperi riconquista la guida del partito e del governo: i socialcomunisti vengono estromessi dal governo e De Gasperi forma un nuovo esecutivo con esponenti del mondo della grande borghesia liberale.
Dopo il 18 aprile del 1948 (vittoria della Dc di De Gasperi sul Fonte popolare di Nenni e di Togliatti) Gronchi viene eletto all’onorifica (e marginale) carica di Presidente della Camera dei Deputati. Così facendo De Gasperi ha allontanato il suo rivale più oppositore.
Nel 1955 si deve eleggere il successore di Luigi Einaudi alla Presidenza della Repubblica e il segretario della Democrazia Cristiana, on. Amintore Fanfani, propende e propone il liberale (eletto però nelle liste senatoriali democristiane) Presidente del Senato Cesare Merzagora. 

In seno al partito dello scudocrociato prende vita la prima (di tante) grandi congiure che avrà nel segretario del partito il principale obiettivo-vittima.
Tutti i gruppi usciti sconfitti dal Congresso di Napoli (1953) che avevano visto la vittoria di Fanfani si coalizzano in funzione antifanfaniana. Nasce la corrente di “Concentrazione democratica” in cui operano sia uomini della destra democristiana (Pella, Gonella, Scoca e il giovane e dinamico Andreotti), sia della sinistra sindacale (Pastore, Bo, Marazza) che trovano nel Presidente della Camera Giovanni Gronchi il papabile candidato per la successione a Einaudi. Inizialmente Andreotti propende la rielezione dell’anziano economista liberale, ma l’opportunità politica e l’età (Einaudi nel 1955 compiva l’ottantunesimo anno d’età) fanno scartare la rielezione.

A sinistra comunisti e socialisti vogliono sbloccare la situazione ormai ingessata da alcuni anni e che scivolava pericolosamente verso destra. I socialisti sono affascinati dalle avance di “apertura a sinistra” che uomini vicino a Gronchi e di “Concentrazione” (Pella) fanno l’ora da anni: Nenni intravede la possibilità di rientrare dopo meno di un decennio al governo del Paese (in realtà dovrà aspettare altri dieci anni e l’avvento di Moro alla guida del governo). I comunisti vogliono essere determinanti almeno nella scelta del capo dello Stato e Togliatti, che nel 1948 ai tempi dell’elezione di Einaudi era stato messo nell’angolo da Dossetti e dall’avere troppo temporeggiato nel dare il proprio appoggio a un notabile democratico e ma non di sinistra (Vittorio Emanuele Orlando), non vuole subire un nuovo scacco e dichiara immediatamente la disponibilità del Partito Comunista Italiano di votare per “l’uomo del Parlamento”, ossia per Giovanni Gronchi. A ruota anche Pietro!
Nenni e i grandi elettori socialisti dichiarano la propria disponibilità a riversare i propri voti sul Presidente della Camera.

A favorire l’appoggio delle sinistre di opposizione (Pci e Psi) a Gronchi contribuiscono non solo il ricordo della volontà di Gronchi nel 1947 di non rompere l’unità nazionale, ma anche (e soprattutto) la nota avversione dell’esponente democristiano per la partecipazione alla Nato. Gronchi, come i suoi amici della sinistra democristiana (in media circa una trentina di deputati) condividono con Nenni e Togliatti il sogno di un’Italia neutrale, svincolata dalle due grandi potenze (Usa e Urss) e schierati con i “Paesi non allineati”. Inoltre volevano una politica europea di distensione che “recuperasse l’Urss”.
Anche le destre missine e monarchiche sono a favore di Gronchi, ma per motivi diversi: da un alto vogliono continuare a influenzare il quadro politico come fanno dal fallimento della “legge truffa” (1953) e dall’altro intendono contribuire a sconfiggere e disarcionare Fanfani di cui temono le aperture ai socialisti.

Fin dalle prime votazioni appare chiaro che Merzagora è sottoposto al fuoco di una nutrita pattuglia di franchi tiratori in seno alla stessa Democrazia Cristiana. Fanfani, ricorda Nenni nei suoi diari, fa circolare anche la possibilità di candidature alternative come quelle di Segni e di Zoli (quest’ultimo, romagnolo e antifascista, assai gradito al corregionale Nenni).
Nel corso delle varie votazioni appare chiaro che la dissidenza antifanfaniana pro-Gronchi non è un fenomeno passeggero e destinato a rientrare: i consensi e le schede a favore del Presidente della Camera sono in costante aumento. 
Il segretario della Dc Fanfani è costretto a intercedere in prima persona presso Gronchi per convincerlo a rinunciare. Sembra che ciò sia possibile (verrà diffuso anche un comunicato in tal senso dalla segreteria democristiana), ma i maggiorenti di “Concentrazione” convincono il loro candidato a persistere nella conquista della massima magistratura repubblicana. Un tratto caratteristico comune a tutti i dissidenti democristiani, indipendentemente dalla loro collocazione nelle correnti del partito, è quello di essere dei notabili (ex Presidenti del Consiglio come Pella, ex Ministri come Gonella, Marazza e Andreotti) che si sentivano esautorati dalla nuova dirigenza fanfaniana (che per ottenere ciò non aveva esitato a utilizzare lo scandalo Montesi di alcuni anni prima). 

L’unico notabile schierato con il segretario del partito era il Presidente del Consiglio in carica, on. Mario Scelba che era avverso (e avversario) di Gronchi soprattutto in virtù delle posizioni in politica estera del democristiano toscano. Avverso a Gronchi era anche il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat che lo aveva in uggia sia per il suo marcato populismo (dopo l’elezione lo definì il “Peron di Pontedera”), sia perché temeva che l’entrata del Psi di Nenni nell’area di governo avrebbe finito per indebolire il ruolo del suo piccolo partito, il Psdi che riteneva dover essere la formazione più a sinistra dell’area governativa.

Dopo una riunione notturna (15 maggio 1955) in casa di uno dei membri di “Concentrazione”, Gronchi ribadisce la disponibilità a mantenere la propria candidatura. Il giorno successivo, vistosi confermato l’appoggio di Pci e Psi e ottenuto (all’insegna dello slogan “Gronchi al Quirinale, Pella al Viminale”) quello di ampi settori delle destre monarchiche e missine, Gronchi presiedette il quarto e decisivo scrutinio in cui è sufficiente la maggioranza semplice di voti per essere eletto.
Anche la Dc, per bocca dello stesso Fanfani aveva accettato la candidatura Gronchi non potendo fare altro in quanto era assai paradossale assistere a una elezione presidenziale in cui un candidato democristiano autorevole (in fin dei conti allo scranno più alto di Palazzo Montecitorio lo avevano fatto eleggere, pardon giubilato, prima De Gasperi e poi lo steso Fanfani) veniva votato dalle minoranze (di destra e di sinistra) del partito e dalle opposizioni di destra e sinistra, mentre il segretario della Dc si impegnava nel (vano) tentativo di far eleggere un non democristiano approdato al Senato come indipendente dc.

Il 29 aprile 1955 883 (Pci, Psi, Pnm, Msi, e maggioranza dei Dc) grandi elettori votarono per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica italiana. Questi 658 votarono per Giovanni Gronchi che aveva visto, nei tre scrutini precedenti, sempre crescere i consensi alla propria persona (30 voti al primo scrutinio, 127 al secondo, 281 al terzo e infine, come si è visto, 658 al quarto e decisivo). Ci furono 92 schede bianche e 11 disperse. A Einaudi, che raccolse 70 voti, rimasero fedeli fino all’ultimo i “suoi” liberali e socialdemocratici di Saragat.
I più felici per la vittoria di Gronchi erano i comunisti che contavano in un’immediata crisi del governo Scelba e in una eclissi della carriera politica del loro grande nemico (e persecutore) ex Ministro degli Interni. Tale gioia, oltre che dalle dichiarazioni ufficiali di Togliatti che si era intelligentemente molto adoperato per la riuscita dell’operazione, fu testimoniata dal comportamento goliardico di un paio di deputati del Pci. Velio Spano e Giancarlo Pajetta (già noto alle cronache parlamentari oltre che per la lunga lotta antifascista e la preparazione in campo internazionale, per l’assidua frequenza “attiva” alle sedute della Camera) fecero portare da un commesso al banco del governo dove sedeva un isolato e solitario Scelba un bicchiere di Cynar, digestivo a base di succo di carciofo pubblicizzato dalla réclame commerciale come l’ideale per i disturbi digestivi e di stomaco dovuti allo stress (e alle delusioni) della vita. 

Scelba che era uomo di scarso umorismo, invece di accettare il digestivo e sopire il tutto, rifiutò irritato il bicchiere che gli veniva dato dal commesso, scatenando l’ilarità di buona parte dei membri dell’assemblea, soprattutto dei rappresentanti socialisti e comunisti che si congratularono apertamente con un divertito Pajetta.
L’arrivo di Gronchi al Quirinale segnò una progressiva democratizzazione del quadro politico con conseguente distensione interna al Paese. Liquidato Scelba si andò verso un governo Segni che si propose la riforma (in senso liberale) della censura e dei regolamenti di polizia, il varo (finalmente dopo anni di opposizione della stessa Dc, il cosiddetto “ostruzionismo di maggioranza” per usare le parole di Leopoldo Elia e di Norberto Bobbio) della Corte Costituzionale (primo presidente Enrico De Nicola e un rappresentante “indipendente” gradito al Pci nella persona dell’avvocato Nicola Jaeger che ottiene i voti anche della Dc.
Si va anche verso l’istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo di autogoverno della magistratura e si comincia a parlare dell’attuazione delle Regioni come previsto dalla Costituzione. 

Sul piano politico Gronchi è favorevole a portare i socialisti di Nenni (che fu entusiasta del suo discorso di investitura) al governo dopo l’esclusione del 1947. Favorevole a ciò è anche Fanfani, ma i due leader democristiani differiscono su cosa debba essere il centro-sinistra: per Gronchi è un accordo tra il centro (la Dc) e i socialisti (non aprioristicamente ostile al Pci) in cui ognuno mantiene le proprie identità, le proprie posizioni e i propri elettorati. Si tratterebbe, insomma, di portare a compimento quel mancato connubio tra Turati e Sturzo, tra socialisti e popolari che, nel primo dopoguerra, aveva finito per aprire la strada a Mussolini favorendo l’avvento del fascismo. Fanfani, invece, vede il centro-sinistra come un modo per staccare il Psi dal Pci, isolando il partito di Togliatti e di Longo, per poi, attraverso riforme e politiche sociali avanzate, sottrarre voti allo stesso partito di Nenni riconfermando così, l’egemonia democristiana nel governo del Paese.

Contro entrambe le ipotesi di “apertura a sinistra” si schierano decisamente e fattivamente tutte le destre internazionali (si parlò di un possibile rapimento del Presidente Gronchi dalla tenuta di San Rossore) e nazionali (interne ed esterne alla Dc), gli apparati dirigenti delle grande industrie e i vertici delle gerarchie ecclesiastiche. 
Le ambizioni politiche di Gronchi di essere l’arbitro e il “decisore” dei destini della politica italiana si infrangono, anche per sua responsabilità, nel 1959 quando entra in crisi il governo presieduto da Antonio Segni a causa della defezione dalla maggioranza governativa del Pli di Giovanni Malagodi che temeva una troppo marcata involuzione a sinistra. Dopo alcuni tentativi tutti falliti di Fanfani, Piccioni, e dello stesso Segni, il Presidente Gronchi incarica il suo fido collega di corrente Fernando Tambroni (Dc, Ministro degli Interni in carica) di formare un cosiddetto “governo del Presidente”, ossia un esecutivo di minoranza che si cerchi ogni volta un maggioranza in Parlamento e che si regge, principalmente, sulla fiducia personale del Capo dello Stato. La stessa lista dei Ministri, dicono i maligni, fu suggerita a Tambroni da Gronchi che l’aveva fatta compilare da un alto burocrate in servizio presso il Quirnale (probabilmente Cosentino).

Tambroni, uomo ambizioso con la mania dei dossier, ma di poco acume politico, trovò in Parlamento i soli voti (determinanti) dei neofascisti del Movimento Sociale Italiano e di 4 ex monarchici. Un governo che, a soli 14 anni dalla fine della guerra e del fascismo, si reggeva sui voti determinanti dei missini provocò un forte shock nel mondo politico e sociale democratico. I ministri della sinistra dc presenti nel governo (tra cui Fiorentino Sullo, Giulio Pastore e Giorgio Bo) si dimisero e la stessa direzione democristiana si espresse per l’abbandono del governo con i missini (anche se i parlamentari democristiani accordarono compattamente la fiducia al governo anche nella successiva votazione al Senato).

Tambroni credeva di potere ripetere un’operazione simile a quella condotta da Adone Zoli che nel 1957-58 aveva guidato un governo con i voti del Msi, ma in quel caso si trattava di un governo di fine legislatura e il Presidente del Consiglio aveva definito “non graditi” i voti di Michelini e Almirante volgendo le spalle ai banchi della destra per tutto il tempo del dibattito parlamentare.
Tambroni, invece, è ben felice di voti neofascisti e, in cambio, concede al Msi di celebrare a Genova, città Medaglia d’Oro della Resistenza in cui vivo era il sentimento democratico e antifascista, il loro congresso in cui avrebbe dovuto prendere la parola l’ex prefetto fascista della città, tristemente famoso per ciò che aveva fatto durante la guerra e l’occupazione tedesca.

Comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, radicali e liberali fecero fronte comune con i sindacati (in prima linea la Cgil) e le associazioni antifasciste per manifestazioni a Genova e in tutta Italia contro la svolta a destra rappresentata dal governo Tambroni e dal Congresso missino di Genova. 
Ci furono scontri di piazza con caduti dalla parte dei giovani manifestanti (i famosi “ragazzi dalle magliette a strisce” per rifarsi ad una moda dell’epoca) e la situazione raggiunse alti livelli di tensione poiché Tambroni la volle affrontare come una questione di ordine pubblico. 
La situazione di sbloccò con la formazione di un governo presieduto da Amintore Fanfani che, nella romana “Osteria del pescatore”, ne concordò la genesi con Saragat e La Malfa. Si trattava di un monocolore democristiano in cui erano presenti tutti i notabili delle correnti dello scudocrociato (Scelba ebbe la sua rivincita verso Gronchi vedendosi riaffidare il portafoglio degli Interni) che godeva del voto favorevole dei vecchi alleati del centrismo (Psdi, Pli e Pri) e all’astensione congiunta a destra dei monarchici e a sinistra del Psi. Anche il Pci di Togliatti fece un’opposizione “diversa” riconoscendo al nuovo governo una maggiore attenzione ai temi della democrazia e dei diritti civili: erano le “Convergenze parallele” teorizzate a auspicate dal segretario democristiano Aldo Moro. 
Dopo la tragedia del governo Tambroni la Democrazia Cristiana opta per l’apertura al Psi di Nenni che verrà realizzata negli anni ’60 da Fanfani prima e da Moro poi.

I morti e le tragiche scene di lotta interna al Paese che, contrariamente a quanto sostenuto da Tambroni non erano sobillate dal Pci, furono il segno che l’Italia, almeno la sua parte più avanzata e lavoratrice, non voleva un ritorno al fascismo e alla dittatura, ma un progressivo ampliamento e miglioramento del livello e della qualità della democrazia. I caduti di Reggio Emilia e delle altre città d’Italia vanno inseriti a pieno titolo a fianco di quelli dei partigiani antifascisti del 1943-45 come martiri della libertà.
Il Presidente Giovanni Gronchi risultò indebolito dall’esperienza del “suo” Tambroni, il suo attivismo politico ne risultò ampiamente ridimensionato e il suo settenato assunse le caratteristiche di un atto formale di routine. 
Nel 1962, in occasione della nuova elezione presidenziale, cercò, con l’aiuto del suo grande amico e sponsor Enrico Mattei, di essere rieletto (cosa che fecero poi tutti i suoi successori ad eccezione di Giovanni Leone), ma ciò non avvenne e al Quirinale andò Antonio Segni, anch’egli democristiano, ma strenuo oppositore del centro-sinistra.

Dal 1962 Giovanni Gronchi fu, come previsto dalla nostra Costituzione repubblicana, Senatore a vita di diritto in quanto ex Presidente della Repubblica. 

È morto il 17 ottobre 1978 a 91 anni.

Il nome di Giovanni Gronchi rimarrà perennemente legato alla sua estroversa elezione, frutto di una congiura (la prima di tante in occasione delle elezioni presidenziali) tutta interna alla Democrazia Cristiana, e alla drammatica esperienza politica del 1959 (Tambroni). Si deve, per onestà intellettuale, riconoscere e ricordare che l’acume politico di Giovanni Gronchi era molto più lungimirante rispetto a queste due esperienza (la prima ludica, la seconda tragica): infatti l’idea di sbloccare la democrazia italiana coinvolgendo anche le sinistre (anche se in questa prima fase limitato al solo Psi) nella vita del Paese e una politica estera di distensione che coinvolgesse anche l’Unione Sovietica nell’ottica di una pace europea e si una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti d’America, furono poi riprese, rielaborate e (in parte) attuate da grandi statisti italiani, come Aldo Moro e Enrico Berlinguer, e internazionali come il Cancelliere socialdemocratico tedesco-federale Willy Brandt. 
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Riepilogo cariche
* Sottosegretario all'Industria e Commercio nel 1922 (I governo Mussolini,  fino all'aprile 1923)
* 1926 Decaduto dal mandato parlamentare nel novembre 1926 (Aventino).
* 1944 Ministro dell'Industria e Commercio  (II e III Governo Bonomi) e nel 1945 (Governo Parri e I Governo De Gasperi).
* Deputato all'Assemblea Costituente nel 1946 (Democrazia Cristiana) e Presidente del Gruppo parlamentare del suo partito.
* Deputato al Parlamento nel 1948 e nel 1953.
* L'8 maggio 1948  Presidente della Camera dei Deputati.
* Il 25 giugno 1953  Presidente della Camera dei Deputati.
* Il 29 aprile 1955 Presidente della Repubblica (al quarto scrutinio con 658 voti su 833)
*  Senatore a vita quale ex Presidente della Repubblica.
* E' deceduto il 17 ottobre 1978.

di Luca Molinari


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