SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIOVANNI GUARESCHI


(qui TUTTO GUARESCHI)
http://www.ciellea.it/Acroasis/guareschi_giovanni.htm

 

ALLA RISCOPERTA di una grande scrittore che con i suoi libri e i loro protagonisti seppe penetrare con rara sensibilità 
nella vera anima del nostro Paese.


QUEL GUARESCHI
CHE RIVELO'
LA BUONA ITALIA

Giovanni Guareschi. - Questa immagine
è tratta da uno dei numerosi libri editi da Rizzoli

di MARCO LAMBERTINI


Che c'è di strano, occupandosi di Storia, nel fare viaggi nel Tempo? 
Siamo o non siamo inviati speciali nel passato?

Oggi vi proponiamo un viaggio che ci porterà lontanissimo, circa tremila anni fa, o forse anche quattromila. Vogliamo parlarvi di cose di cui ormai si è quasi del tutto persa la memoria, e in particolare di un uomo che fu protagonista, in modo specialissimo, di questo periodo.
Ci riferiamo agli anni che vanno all'incirca dal 1946 al 1954, anno più, anno meno. E adesso, per favore, che non salti fuori il solito pedante a fare i conti ragionieristici, a dirci che dal 1946 al 2001 passano 55 anni, e non 3000. Non è vero, anche se è vero. 

Non è vero, perché la matematica è un'astrazione, esatta per definizione, mentre la Storia la fanno gli uomini, e allora l'esattezza non esiste più, e ci si rende conto che possono passare tremila anni in pochi decenni. Se non è così, ci spieghino i nostri pignoli contabili com'è possibile che in questi pochi decenni alcune cose siano così bene morte e defunte, e così bene sepolte, da non ricordarsene più. La Storia scava questi abissi; ma ci vogliono millenni. E allora abbiamo ragione noi, dicendo che il 1946 era tremila anni fa.

Vogliamo parlarvi di un periodo in cui in Italia ci si occupava di politica, appassionandosi realmente, arrivando al punto di avere delle idee da difendere e propagandare. E vogliamo ricordare questo periodo ricordando un uomo che ne fu un campione, anomalo, centrifugo, solitario, rompiscatole, ombroso, un tantino nevrotico, ma sempre uomo: Giovannino Guareschi.

Nel procedere baldanzoso dell'attuale rimbecillimento, ci è capitato (roba di poche settimane fa) di ascoltare alla radio un dibattito in cui i rappresentanti dei due principali gruppi cercavano di spiegare i motivi per cui candidavano i rispettivi leader. Eravamo rassegnati a non sentire alcuna proposta politica, se non i soliti collutori di vago e vacuo liberalismo che ormai viene venduto da tutti a prezzo di realizzo; ma la nostra pressione arteriosa ha subìto un fiero colpo quando uno dei santoni che dibattevano (o si dibattevano... ) ha affermato che uno dei motivi di scelta del loro leader era il fatto che questi, tra l'altro, "è bello". L'altro leader nel frattempo ha tappezzato Milano (e quindi, presumiamo, anche il resto d'Italia) di maxi manifesti in cui prende impegni praticamente per tutto; non ci ha ancora promesso la vita eterna, ma forse ci arriveremo. 

Non sappiamo valutare se poi sia lui il più bello, o l'altro. Siamo inguaribilmente tradizionalisti, e valutiamo solo la bellezza femminile (ma non a fini politici). Però un leader è giovane e l'altro vecchio. Ecco allora un altro profondo argomento da proporre agli elettori. Largo ai giovani, oppure fiducia all'esperienza dei vecchi: argomenti, come ognuno può vedere, nuovissimi e soprattutto ricchissimi di contenuti.
In questo quadro di navigazione a vista sull'assoluto nulla, andiamo a prendere una boccata d'aria; andiamo appunto indietro di circa tremila anni fa.

"Don Camillo, venuto il tempo delle elezioni, si era espresso in modo così esplicito nei riguardi degli esponenti locali delle sinistre che, una bella sera, tra il lusco e il brusco, mentre tornava in canonica, un pezzaccio d'uomo intabarrato gli era arrivato alle spalle schizzando fuor da una siepe... e gli aveva dato una robusta suonata con un palo... 'Cosa devo fare?' aveva chiesto Don Camillo. "Spennellati la schiena con un poco d'olio sbattuto nell'acqua e statti zitto" gli aveva risposto Cristo dal sommo dell'altare, "Bisogna perdonare chi ci offende, questa è la regola... Però, detto tra di noi, una pestatina ti sta bene, così impari a fare della politica in casa mia"...

Don Camillo aveva perdonato. Però una cosa gli era rimasta di traverso nel gozzo, come una lisca di merluzzo: la curiosità di sapere chi l'avesse spennellato".
(tratto da "Peccato confessato", primo racconto di "Don Camillo - Mondo Piccolo" di Giovannino Guareschi, edizioni Rizzoli).

Don Camillo scopre poi che il colpevole dell'agguato è Peppone, che però in confessione tiene a precisare di averlo bastonato "in un momento di debolezza, ma non come ministro di Dio, bensì come avversario politico". E mentre Peppone recita le preghiere della penitenza, Don Camillo è tormentato dal desiderio di restituirgli le botte ricevute, ma frenato dal Cristo che gli ricorda che "le mani di un prete sono fatte per benedire", finché lo stesso Cristo deve ammettere che i piedi invece non hanno questa funzione sacra, e si limita a prescrivere a Don Camillo di dare un solo calcione a Peppone. 
"La pedata partì come un fulmine. Peppone incassò senza batter ciglio, poi si alzò e sospirò sollevato: - E' dieci minuti che l'aspettavo, adesso mi sento meglio... - Anch'io - esclamò don Camillo, che ora aveva il cuore sgombro e netto come il cielo sereno. (ibidem).

Lungi da noi l'intenzione di fare un'apologia della violenza come forma di dialettica politica. Ma la politica è anche appassionata contrapposizione: e nei personaggi letterari di quel "Mondo Piccolo" che era la Bassa parmense, dove sono ambientate le storie di Don Camillo e Peppone, non si potevano fare raffinate disquisizioni teoriche, perché i personaggi erano, come il loro autore, tagliati con l'accetta. Ma in questa loro rude modo di essere (lo stesso Don Camillo subirà un trasferimento temporaneo di parrocchia dopo aver messo k.o. una dozzina di rossi usando come arma una panca da osteria) sta la loro immediatezza, diremmo la loro genuinità. Col vantaggio, aggiungiamo, che ai personaggi letterari è possibile darsi un sacco di botte senza farsi mai realmente del male e soprattutto senza coltivare i rancori che incarogniscono l'anima.

Abbiamo parlato di contrapposizione, ma di contrapposizione appassionata, e quindi di capacità di avere delle passioni. Guareschi era dunque un passionale? Senza dubbio, e proprio la sua passionalità gli fece fare molte cose bellissime ma anche, come vedremo, un clamoroso scivolone che lo portò addirittura in galera.
Guareschi politicamente da che parte stava? Da nessuna parte, e sapremo dimostrare questa nostra affermazione, che forse lascerà perplessi quanti classificano tout court l'autore di Don Camillo come "uomo di destra". Come ogni vero, genuino passionale non poteva avere una parte politica, tant'è vero che a un certo punto della sua vita Guareschi si era ormai reso inviso a tutti i partiti politici. Aveva una parte diversa, quella degli uomini che sanno guardare là dove gli occhi di tanti non arrivano. E questi uomini, quando necessario, sanno prender posizione, magari con una vigoria sconosciuta ai politici di professione.

Guardiamo un attimo l'Italia di tremila anni fa. Ci sono tante ferite aperte, perché noi non abbiamo combattuto solo contro un nemico esterno. Abbiamo vissuto anche una crudele
guerra civile, ed ora, siamo nel 1946, il nostro Paese ha un ulteriore motivo di divisione profonda. Vittorio Emanuele III abdica a favore del figlio, Umberto II: il referendum istituzionale è alle porte e il piccolo Re, responsabile di tanti disastri nazionali, forse spera, con questo tardivo ritiro dalle scene, di salvare una dinastia ormai squalificata. 
Dal 10 dicembre dell'anno precedente il governo è guidato da un democristiano ben poco somigliante alla razza di politici e politicanti che pian piano si farà strada in quel partito: si chiama Alcide De Gasperi. Presiede un gabinetto che è ancora espressione del CLN e quindi deve saper essere anche un buon mediatore, ma di suo è duro, caparbio, inflessibile. Ma non può fare miracoli. Nelle città tanti partigiani non hanno ancora smobilitato: a Milano la Volante Rossa compie ancora raid punitivi contro personaggi compromessi col fascismo o semplicemente anticomunisti, lasciando diversi morti sulla sua scia. Nelle campagne la riacquistata libertà si traduce spesso in conflitti durissimi tra contadini aizzati da politicanti barricadieri e proprietari terrieri che si sentivano molto più sicuri sotto il regime fascista e ora tacciano di essere bolscevico chiunque reclami livelli di vita e di salario più dignitosi.

E per tutti, in città come in campagna, c'è fame e miseria, ci sono case distrutte dai bombardamenti, ci sono famiglie senzatetto, c'è la delinquenza dei disperati che reclamano col mitra quello che gli onesti cercano di conquistare col duro lavoro. Ma c'è anche la speranza, la voglia di ricostruire; c'è la libertà, tutta da vivere e da apprezzare, ora che i fatti hanno dimostrato a quali disastri porta avere uno solo che pensa, decide, comanda per tutta una nazione.
2 giugno 1946. Referendum: vince la Repubblica, anche se di misura. L'assemblea costituente, eletta con le stesse votazioni, avrà anche compiti legislativi; ma è provvisoria, il vero scontro è rimandato alle prossime elezioni politiche.

Il mondo intanto si è diviso chiaramente in due blocchi. L'Italia di De Gasperi fa parte del blocco occidentale; ma al governo ci sono anche i comunisti, e il Partito Comunista è forte e organizzatissimo. Berlino, divisa in settori, diventa il teatro dello scontro aperto tra due mondi antitetici: ai sovietici, che bloccano le strade di transito con la parte orientale della città, gli americani rispondono con un gigantesco ponte aereo che porta rifornimenti all'ex capitale tedesca. E' iniziata la Guerra Fredda, che avrà il suo primo tragico collaudo pochi anni dopo in Corea. I paesi occidentali ricevono gli aiuti americani del Piano Marshall, i paesi dell'Est europeo diventano tutti comunisti dopo libere e serene consultazioni elettorali effettuate con la consulenza speciale dell'Armata Rossa.
E il principale dilemma politico diviene: cosa decideremo quando andremo ad eleggere il primo parlamento repubblicano? Diverremo anche noi un paese comunista?

In quest'Italia era piovuto, a fine settembre del 1945, Giovannino Guareschi. Veniva da lontano, perché per due anni era stato il prigioniero numero 6865. Prigioniero dei tedeschi: faceva parte di quella che venne chiamata la Resistenza Bianca. Monarchico, ufficiale di complemento, non aveva accettato, dopo l'otto settembre, di aderire alla Repubblica Sociale. Come tanti altri, era stato internato in diversi lager, tra Germania e Polonia: Czestochowa, Sandbostel, Beniaminovo, Wietzendorf. Come altri (ma questa volta non tanti come prima... ) dopo i primi mesi di prigionia non si era piegato agli inviti dei tedeschi e dei fascisti: bastava aderire al nuovo esercito repubblicano e si poteva tornare in Italia. La nostalgia struggente di casa, la vita miserabile dei campi di concentramento (di cui lascerà una stupenda testimonianza nel Diario Clandestino) non era state sufficienti a piegarlo. Tornava a casa un uomo di poco più di quaranta chili, che si era fatto crescere i baffi, come avrebbe poi raccontato, giusto "per avere qualcosa a cui aggrapparsi" quando la fame era troppo forte e gli sembrava di svenire. 

Tornava solo a fine di settembre, perché gli inglesi, che avevano occupato l'ultimo campo tedesco, non avevano eccessiva stima per gli italiani, o forse non ne avevano per tutti quelli che non erano inglesi, e avevano organizzato con la massima lentezza il rientro in patria dei militari italiani. Poi erano arrivati gli americani e rimpiazzare gli inglesi, e le cose erano andate un po' meglio. Così parlerà Guareschi stesso della sua esperienza: "... confesso che mi scappò anche di fare una guerra, e fu un'esperienza curiosa. Fatto prigioniero dai nostri alleati tedeschi, fui liberato dai nostri nemici inglesi. Poi fortunatamente arrivarono gli americani a liberarmi da inglesi e tedeschi... ".

Giornalista, disegnatore, scrittore, Guareschi era già famoso. Caporedattore del Bertoldo, la rivista che aveva raccolto i più bei nomi dell'umorismo italiano (basti citare Mosca, Metz, Frattini, Marcello Marchesi, Carletto Manzoni), aveva al suo attivo anche due libri di successo, La scoperta di Milano e Il destino si chiama Clotilde. Aveva pubblicato racconti sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta di Parma.
Ora tornava a casa, era sul lastrico, con la casa di Milano distrutta e la famiglia sfollata, e con la necessità, secondo il medico, di fare almeno tre mesi di assoluto riposo. "Certo dottore, tre mesi di riposo e di digiuno, visto che non ho più una lira... ".  Non si sentiva più di chiedere aiuto ai suoi vecchi, doveva lavorare, anche perché sapeva di avere un capitale da impiegare: la sua testa. Angelo Rizzoli lo richiamò e gli propose di far rivivere il Bertoldo. Guareschi accettò, a condizione che il nuovo settimanale abbandonasse l'umorismo generico che aveva caratterizzato il vecchio Bertoldo (né d'altra parte c'erano molte alternative, sotto il regime fascista) e si radicasse saldamente nella nuova realtà politica italiana. Nasceva il Candido: direttori Giovannino Guareschi e Giovanni Mosca, e poi tornarono tante delle vecchie firme del Bertoldo, Manzoni, Simili, Palermo, Metz, Mondaini. 
La collocazione politica del Candido era il centro, intendendo tale una posizione di analisi lontana dalle esasperazioni di destra e di sinistra. 

Cercavamo prima di tratteggiare l'Italia confusa del dopoguerra. In questa Italia Guareschi guardava sbigottito un modo di fare politica che sembrava rigettare il paese nella guerra civile, tra rigurgiti fascisti, scorrerie di Volanti Rosse, esasperazione dei toni da parte dei partiti, dei giornali, di chiunque contribuiva a formare l'opinione pubblica. Il Candido mise alla berlina questi estremismi con una rubrica fissa gustosissima, in cui lo stesso fatto di cronaca politica veniva raccontato Visto da destra (a firma Caesar) e Visto da sinistra (a firma Spartacus). La sfilata a Milano dei partigiani autonomi è vista da Sinistra come "... un'orda repellente che sfilò tra il disgusto della popolazione, saccheggiando, violentando e incendiando sotto la protezione della Celere...". D'altra parte i comunisti sono visti da Destra come "... armati fino ai denti, curvi sotto il peso di forti quantità di tritolo, nemici di Dio, dell'Ordine, della Civiltà, della Democrazia, della Cultura, del Progresso... "

I temi dominanti per Guareschi e Mosca erano la moralizzazione e la rappacificazione tra italiani, infondere coraggio ai delusi, resistere ai totalitarismi, di ogni colore. Ma per fare questo a un certo punto ci si accorse che non bastava una satira che, alla fin fine, mettendo tutti alla berlina, non dava indicazioni a nessuno. Le elezioni incombevano e Guareschi individuò il pericolo più grosso nel comunismo. Eravamo nel 1948, a Mosca regnava Stalin, il Partito Comunista Italiano erano un organismo monolitico e organizzatissimo. I due condirettori del Candido, convinti che il comunismo potesse essere sconfitto o perlomeno fermato solo concentrando il maggior numero possibile di voti su un unico partito, scelsero di scendere in campo per la Democrazia Cristiana, invitando sulle pagine della rivista monarchici, liberali, repubblicani, socialisti a non disperdere voti in una miriade di partitini, andando alle urne compatti per lo Scudo Crociato. 

Candido iniziò una serrata campagna anticomunista; la popolarità dei suoi direttori e la decisione con cui agiva ne fecero presto la rivista più letta d'Italia, conosciuta e commentata anche all'estero. Guareschi inventò anche dei manifesti di propaganda, due dei quali rimasti famosi. Nel primo, rivolto agli elettori comunisti, scrisse la famosa frase :"Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no". Ma soprattutto fu il secondo a suscitare sensazione e commozione: raffigurava lo scheletro di un soldato italiano dell'ARMIR, scelto a simbolo dei tantissimi soldati caduti in mani sovietiche, fatti prigionieri e mai più tornati a casa. In piedi dietro a un reticolato, lo scheletro indica il simbolo del fronte popolare (il profilo di Garibaldi), vicino alla stella dell'URSS e al simbolo di falce e martello e dice: "Mamma, votagli contro anche per me".

I risultati del 18 aprile 1948 furono, come sappiamo, di grande vittoria per la Democrazia Cristiana; e subito dopo ci fu la grande delusione per i più beceri avversari di Guareschi, che videro sfatate tutte le loro predizioni: il condirettore del Candido non ricevette nomine né prebende dai nuovi trionfatori. Anzi, dalle colonne del Candido iniziava a fustigare proprio la Democrazia Cristiana, non appena gli sembrava che i nuovi dirigenti del Paese non esercitassero il potere in modo disinteressato e onesto. Una vignetta in cui l'Italia, sull'ingresso del Parlamento, invita De Gasperi a togliersi dalla giacca lo stemma di partito prima di entrare, la dice lunga su quello che era il pensiero dominante di Guareschi: il potere doveva essere servizio al Paese, non al Partito.

Un attimo di sosta: dicevamo prima che Guareschi non fu uomo di parte. Lo confermiamo, pur dopo aver narrato del grosso supporto che diede alla vittoria della Democrazia Cristiana. Quello fu un fatto contingente, determinato dalla necessità di opporre un valido avversario al Partito Comunista. Fu, come dicevamo, uno schierarsi fatto con un vigore sconosciuto ai politici di professione; non fu mai l'adesione a un partito. Se vogliamo conoscere il vero Guareschi politico, dobbiamo andare a leggere i libri di Don Camillo; e tra poco spiegheremo questa nostra affermazione.
Ma ora vogliamo brevemente studiare l'evoluzione di Guareschi nei confronti del potere, anche perché vedremo come il papà di Don Camillo fosse quel passionale che dicevamo, o come spesso la passionalità tradisca anche i migliori.

L' 11 maggio del 1948 Luigi Einaudi, già ministro del Bilancio con De Gasperi, veniva nominato Presidente della Repubblica. Guareschi aveva una grande ammirazione per Einaudi, uomo severo, di grandi principi e di indubbie capacità, come aveva dimostrato riuscendo, come ministro, a far abbassare il costo della vita nella disastrata Italia postbellica. Ma un giorno capitò a Guareschi di vedere una bottiglia di Nebiolo prodotto nei vigneti che Einaudi possedeva a Dogliani, in Piemonte. Sull'etichetta c'era la scritta: "Nebiolo, il vino del Presidente". 
Per Guareschi era inammissibile che un Presidente approfittasse della sua carica per incrementare il commercio, come un piazzista; e iniziò sul Candido una raffica di vignette in cui veniva raffigurato Einaudi salutato da bottiglioni di Nebiolo in divisa da corazzieri, oppure mentre passava in rivista truppe di artiglieria con bottiglie al posto dei cannoni, e così via. La cosa andò avanti per due mesi, e fruttò a Guareschi e a Mosca una condanna a otto mesi di reclusione per "offesa all'onore e al prestigio del Presidente della Repubblica". La pena fu sospesa condizionalmente per cinque anni. Guareschi durante il processo si rifiutò di fare le sue scuse ad Einaudi, e non fece che ribadire le motivazioni che lo avevano spinto a pubblicare le vignette ritenute offensive.

Guareschi andava incupendosi; passato il periodo della grande lotta, che lo aveva appassionato e coinvolto, vedeva una nuova Italia che per lui era sempre più incomprensibile, vedeva una democrazia che secondo lui era sempre più compromesso costante tra gruppi di potere. De Gasperi, alla cui vittoria aveva tanto contribuito nel 1948, stava ora divenendo, a suo avviso, un uomo pericoloso, che per avversare i progetti della Grande Destra elaborati da Don Sturzo cercava pericolose aperture a sinistra; lo statista trentino infatti iniziava a vedere la necessità di coinvolgere i socialisti nella guida del paese, proprio per toglierli dall'abbraccio coi comunisti, mortale non solo per loro, ma anche per l'Italia, che aveva bisogno di una sinistra democratica.
La caduta del Governo Pella, sfiduciato dal suo stesso partito, disgustò ulteriormente Guareschi che ormai vedeva la Democrazia Cristiana e De Gasperi come i nemici da combattere. E in questo stato d'animo il direttore del Candido fu facile preda per un imbroglione, Enrico De Toma, già ufficiale nella Repubblica Sociale, depositario a suo dire di scottanti carteggi, che gli offrì la fotocopia di una lettera, vergata su carta intestata della segreteria di Stato della Città del Vaticano con cui De Gasperi, rifugiato appunto in Vaticano durante il periodo della Repubblica Sociale, chiedeva agli Alleati di effettuare bombardamenti su Roma per indurre la popolazione, troppo indolente, ad una sollevazione contro tedeschi e fascisti. 

Erano dei falsi, che il De Toma aveva già cercato di piazzare negli anni precedenti a Mondadori e ad altri editori minori, ricevendone sempre un netto rifiuto. Guareschi decise invece per la pubblicazione, che avvenne sul numero di Candido del 20 gennaio 1954. De Gasperi querelò Guareschi per diffamazione, e il tribunale di Milano gli diede ragione, condannando Guareschi a dodici mesi di reclusione. La condanna, intervenuta a meno di cinque anni da quella del processo per le vignette su Einaudi, provocò il cumulo delle due pene. Guareschi, sostenendo l'ingiustizia di tutto il procedimento, si rifiutò di fare appello e si presentò di persona al carcere di Parma per scontare la sua pena. De Gasperi si disse pronto a dare la sua approvazione se i familiari di Guareschi, o lui stesso, avessero fatto domanda di grazia; desiderava riconosciuta dal Tribunale la falsità delle lettere pubblicate, ma non voleva vedere in prigione Guareschi. 

Quest'ultimo però si era ormai definitivamente chiuso in sé stesso: rifiutò di compilare la domanda di grazia, e lo vietò ai suoi familiari, che durarono fatica, dieci mesi dopo, a convincerlo a fare domanda per la libertà condizionata, che gli spettava di diritto, avendo scontato metà della pena e avendo mantenuto sempre in carcere un comportamento ineccepibile.
Dicevamo che il vero Guareschi politico si trova nei libri di Don Camillo, quelli che gli diedero fama mondiale, venendo tradotti ovunque o meglio, come diceva lui stesso "in tutte le lingue, salvo che l'italiano". In quel microcosmo paesano sindaco e parroco non sono due nemici, ma piuttosto sono un caso unico di simbiosi mutualistica, oppure non sono che Guareschi stesso, con la principale delle sue aspirazioni: l'amore e il rispetto per l'uomo, quello che l'aveva indotto, in campo di prigionia, a organizzare recite, a compilare il giornale parlato, che poi leggeva ai compagni, a far di tutto, pur straziato dalla nostalgia e dalla fame, per evitare di diventare, lui e i suoi compagni, "come dei bruti".

Nei libri di Don Camillo troviamo due personaggi, (o uno solo in due, se preferite) che hanno lo stesso amore per il popolo, che cercano lo stesso bene comune. Peppone è molto più simile a un socialista umanitario che a un comunista di stretta fede stalinista, pur se, per ragioni ovvie, deve tenere nel suo ufficio la foto del baffutissimo dittatore sovietico. Don Camillo è un prete decisamente anomalo, pronto a usare i pugni quando sia il caso, e che detiene in casa un discreto arsenale di armi da guerra. Ma, seppur capace anche di furberie a cui in genere non arriva il più ingenuo Peppone, Don Camillo è un puro, tant'è vero che ha sempre un filo diretto col Cristo, col quale parla, dal quale viene ammonito e consigliato. Don Camillo e Peppone, pur non risparmiandosi le più roventi accuse reciproche, si trovano spesso uniti, ad esempio contro i proprietari terrieri, in genere ottusi e attenti solo al proprio immediato tornaconto economico. E così, per il bene comune, parroco e sindaco comunista possono andare a braccetto.

Curiosamente, proprio i progetti di apertura a sinistra di De Gasperi furono uno dei motivi di disgusto di Guareschi verso il Presidente del Consiglio. Eppure Don Camillo, cioè Guareschi, quell'apertura l'aveva già fatta da tempo. Già, ma era possibile solo in quel Mondo Piccolo, dove il sindaco non è un politicante di mestiere, ma prosegue nel suo duro lavoro di meccanico per mantenere la famiglia, dove le persone in genere hanno mantenuto una dimensione umana, dove il Potere viene esercitato con passione e non con interesse.
Se ben guardiamo, vedremo che il limite di Guareschi politico è anche il suo pregio: non ha mai voluto, con un moralismo spesso eccessivo, accettare il compromesso, che pur fa parte della logica della politica, ma ha costruito un mondo che è un'utile indicazione per chiunque fa politica. Ha assolto un compito importantissimo nella Storia politica del nostro paese, non solo per il grande contributo dato alle elezioni del 1948, ma anche (o forse soprattutto) creando dei personaggi, ormai dotati di vita autonoma, che ci indicano il vero fine della politica: perseguire il bene disinteressato dei propri cittadini, senza mai scordare le proprie posizioni politiche, ma senza mai anteporre l'interesse del gruppo o del partito a quello del Paese.

Guareschi ci lasciò nell'estate del 1968, a soli sessant'anni. Era a Cervia con la figlia e la nipotina; lo trovarono nella sua stanza, stroncato dall'infarto. Non dubitiamo che sia riuscito a piantar grane anche con San Pietro, che non avrà però potuto negargli l'ingresso in Paradiso, perché sarebbe stato come negarlo a Don Camillo, prete atomico ma puro di cuore e a Peppone, definito, dal Cristo stesso, come "un brav'uomo".
Se ne andava un uomo amareggiato, che negli ultimi anni ci aveva lasciato pagine sempre bellissime, ma ormai piene di una delusione profonda da cui non riusciva a liberarsi.

Sappiamo che queste nostre pagine saranno insufficienti per tutti gli amici, e sono tanti, di Guareschi. Anche noi lo amiamo moltissimo, ma se volessimo tratteggiarne qui anche la figura di scrittore, non ci basterebbe tutta la rivista. Abbiamo voluto parlare del Guareschi politico, e a questo ci siamo volutamente limitati. Ma nulla impedisce a chi lo vuole meglio conoscere di comprare i suoi libri, tutti bellissimi, tutti pieni di quell'umanità profonda che sempre guidò, anche negli errori, caparbi alle volte fino all'eccesso, il Guareschi politico. 
Se solo queste nostre righe incuriosiranno qualche lettore, specie se giovane, a conoscere meglio questo italiano anomalo di tremila anni fa, che fece grandi battaglie ideali senza ricavarne una lira, che seppe pagare di persona i propri errori, allora saremo contenti. Avremo reso un servizio ai nostri amici lettori e al nostro grandissimo amico Giovaninno Guareschi.

 

di MARCO LAMBERTINI

Bibliografia
Guareschi, di Beppe Gualazzini, Editoriale Nuova, Milano 1981
L'Italia del miracolo, di Indro Montanelli e Mario Cervi, Rizzoli Milano 1987
De Gasperi visto da vicino, di Giulio Andreotti, Rizzoli Milano 1986
Don Camillo - Mondo Piccolo, di Giovannino Guareschi, Rizzoli, Milano 1948*
*NB - - Nel 1971 eravamo alla quarantottesima edizione... poi ce ne sono state altre ancora


Ringrazio per l'articolo  
FRANCO GIANOLA,
direttore di
 

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