LA RESISTENZA IN GERMANIA DAL 1938 AL 1945

Nella caricatura Hitler si chiede: "Chi è il più forte del reame?"

le congiure
per uccidere
Hitler

HITLER scampò a diversi attentati

UNA ROSA BIANCA
PER UCCIDERE HITLER

Le insanabili divisioni tra socialdemocratici, cristiano-sociali e conservatori, una spietata repressione e la connivenza di ampi strati della popolazione impedirono il costituirsi di un fronte antinazista all'interno del Terzo Reich. I pochi che si opposero lo fecero a prezzo della vita e con esiti infausti. Ma il loro sacrificio non fu vano.

di UMBERTO STEFANI

"Quando i nazisti presero i comunisti non ho aperto bocca: non ero mica un comunista io. Quando rinchiusero i socialdemocratici sono rimasto in silenzio: non ero mica un socialdemocratico. Quando presero i cattolici non ho protestato: non ero mica un cattolico. Quando hanno preso me, non c'era più nessuno che potesse protestare". Così il pastore protestante Martin Niemöller ha rievocato, con efficacia, la tragedia della resistenza tedesca nei dodici tragici anni della dittatura hitleriana. Nelle sue parole è racchiusa sia l'essenza della lacerazione politica e ideale ereditata dalla repubblica di Weimar sia la previsione di quella che sarebbe diventata la contrapposizione tra le due Germanie dopo la seconda guerra mondiale.

La categoria della Resistenza con la R maiuscola - come ci è stato insegnato in quest'ultimo mezzo secolo fin dai banchi di scuola, con tutto il suo corollario di opposizione politica, lotta armata, sabotaggi e spionaggio - se applicata alla Germania hitleriana rischia di essere fuorviante (ammessa, e non concessa, la possibilità di accomunare i movimenti resistenziali europei in modo univoco). Se in Francia, Italia, Iugoslavia, Polonia, Grecia e più in generale in tutti i paesi occupati dalla Wehrmacht la Resistenza al nazismo ha assunto contemporaneamente, ma con gradazioni e combinazioni diverse, i caratteri di guerra patriottica, guerra di classe e guerra civile, in Germania ha invece assunto nei suoi tragici esiti finali un carattere speculativo e altamente ideale. In breve, è stata un fallimento che però sul piano morale è pesato quanto un successo.

Spazzata dalla repressione del regime, dai successi economici e di politica estera che avevano contribuito a cementare un forte consenso attorno al regime, l'opposizione a Hitler in Germania praticamente non può definirsi tale prima del 1938. Il forte partito comunista aveva già cessato di rappresentare un pericolo con la morte di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg nel gennaio 1919. "I Tedeschi non assalterebbero una stazione ferroviaria senza aver prima acquistato il biglietto d'ingresso", aveva osservato malignamente Lenin dopo il fiasco della rivoluzione subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Durante la repubblica di Weimar la frattura lacerante tra socialdemocratici al governo e comunisti fu così aspra da compromettere la possibilità di un fronte comune di forze progressiste anche di fronte all'avvento del nazismo.

"La scissione e la confusione politica dell'opposizione a Hitler - ha scritto lo storico tedesco Hans Thamer - ebbe anche a che fare con la tecnica nazionalsocialista della presa del potere che mandò a monte, con la sua "rivoluzione legale", i modelli e le interpretazioni politiche del potere tradizionali indebolendo così le potenziali forze di opposizione. Con le loro manipolazioni apparentemente democratiche, nonché con la loro congiunzione ambivalente di tradizione e rivoluzione e di allettamento e minaccia, i nazionalsocialisti paralizzarono ogni minimo tentativo da parte degli oppositori di fare fronte comune".

Di suo Hitler ci mise, dal 1933 in poi, una spietata repressione e una lunga serie di successi politici e poi militari che placarono tutti i tentativi di ribellione, sia di sinistra, sia di tendenza conservatrice, sia provenienti dalla Wehrmacht. Migliaia di funzionari del partito comunista (KPD) furono arrestati subito dopo l'incendio del Reichstag e a metà degli anni Trenta praticamente tutte le strutture organizzative della sinistra erano completamente scardinate. Fiaccati, i superstiti affiliati al KPD si limitarono da allora in poi a una posizione di attesa, nella speranza che si realizzasse l'atteso crollo del capitalismo europeo, di cui il nazismo - in accordo con la più rigorosa ortodossia marxista - doveva rappresentare l'evoluzione ultima. L'inapplicabilità di questa teoria si palesò definitivamente con la firma del patto Ribbentrop-Molotov nell'agosto 1939, che venne giustificato dall'internazionale comunista come uno strumento per contrastare il paese imperialista per eccellenza, la Gran Bretagna.

Non meno fallimentare fu l'atteggiamento dei socialdemocratici (SPD), che non riuscirono a mettere in piedi una struttura organizzata. Alcune cellule si trasferirono in Cecoslovacchia, ma l'unico risultato fu una produzione di ciclostilati inviati clandestinamente in Germania. Al flusso di materiale "sovversivo" mise la definitiva sordina la creazione del protettorato tedesco nel 1939. Ma altrettanto indicativo fu l'atteggiamento dei generali dell'esercito nei mesi precedenti lo scoppio del conflitto. Molti di loro si erano resi conto dei rischi della politica nazista e tentarono di prendere accordi con Londra per rovesciare Hitler nel caso avesse voluto trascinare la Germania in una guerra con Francia e Gran Bretagna.

Nel 1938 fu messo a punto un piano per una rivolta dell'esercito al fine di scongiurare un attacco contro la Cecoslovacchia. Ma gli accordi di Monaco impedirono di andare oltre.
Nel 1939 alcuni generali (von Brauchitsch e Ludwig Beck) assieme a Karl Goerdeler, ex borgomastro di Lipsia, e all'ex ambasciatore a Roma Ulrich von Hassel, si esercitarono in una prova di complotto da attuarsi se Hitler avesse dato il via alla guerra in occidente. Ancora una volta non se ne fece nulla, anche perché i fulminanti successi in Polonia e in Francia rafforzarono la fiducia nei confronti delle virtù strategiche del Führer. Ma la categoria resistenziale non è univoca. Intesa in senso "passivo" può essere applicata anche all'emigrazione verso altri paesi europei o extraeuropei. Non è questo il caso di molti ebrei, per i quali la scelta dell'esilio fu spesso obbligata (finché se ne presentò l'opportunità) quanto invece il caso di intellettuali, artisti e scienziati di grande spessore, profondamente legati alla propria patria.

Thomas Mann in testa a tutti, che da buon tedesco visse l'esilio come una profonda lacerazione, necessaria però a riaffermare la supremazia della civiltà contro la barbarie nerocrociata. Ma non solo lui. Basti pensare a Marlene Dietrich, che, presa la cittadinanza americana nel 1937, a più riprese rifiutò le offerte di Goebbels per farne un'eroina della filmografia nazista. Durante la guerra l'"Angelo azzurro" difese la causa alleata partecipando attivamente agli spettacoli di intrattenimento per le truppe americane.

Ma la lista degli esiliati volontari è lunghissima: Albert Einstein, Joseph Schumpeter, Theodor Adorno, Ernst Cassirer, Karl Popper solo per citarne alcuni. Un esodo che privò la Germania dei suoi intelletti migliori. Per l'opposizione rimasta in Germania il periodo più buio fu quello compreso tra la sconfitta della Francia e i primi fulminei successi nella campagna di Russia. Scoraggiati, delusi e dubbiosi, i resistenti tedeschi erano divisi in tre gruppi piuttosto definiti, ognuno interprete minoritario di una avversione al regime che faticava a trovare piani d'azione comuni con gli altri. Il primo gruppo era costituito da un ristretto circolo di giovani intellettuali di estrazione cristiana imbevuti di vaghi ideali socialisti.

Facevano capo al conte Helmuth von Moltke e, dal nome della tenuta slesiana in cui erano soliti incontrarsi, presero il nome di Circolo di Kreisau. Al centro delle loro discussioni posero la ricerca di una terza via tra capitalismo e socialismo, alla quale si sarebbe giunti dopo una profonda riforma morale del paese. La liberazione dai vecchi concetti del nazionalismo, della politica di potenza e della subordinazione del singolo al volere dello Stato dovevano essere, una volta eliminato il nazismo, le prime tappe per una rinascita tedesca Il secondo gruppo era invece di ispirazione nazionalconservatrice e non faceva mistero della sua volontà di ripristinare, al termine del conflitto, il ruolo egemonico dello stato tedesco-prussiano sulla scena europea. Il conservatore Karl Goerdeler, già borgomastro di Könisberg e Lipsia, e in un primo tempo sostenitore del nazismo, ne era la personalità di maggiore spicco. Infine, c'era il gruppo dei giovani ufficiali della Wehrmacht radunati attorno a von Stauffenberg, von Tresckow e Olbricht. Idealisti, romantici, meno preoccupati di teorizzare il futuro assetto istituzionale della Germania, vedevano nell'azione immediata, nell'uccisione di Hitler, il vero e unico obiettivo che avrebbe consentito al popolo tedesco di riscattarsi agli occhi del mondo e della storia. Caratteristica di tutte queste forme di resistenza era quella di provenire dall'alto, cioè da una élite della società tedesca.

Mancavano infatti gli strati sociali numericamente più ampi: non c'era la sinistra e la classe operaia, che mai avrebbe accettato di collaborare con la nobiltà prussiana per abbattere Hitler; non c'erano i vecchi esponenti della Repubblica di Weimar; assente, infine, era anche la borghesia e la classe imprenditoriale. In questo "vuoto" merita però di essere segnalata l'azione di piccoli gruppi slegati e spesso improvvisati, che svolsero azioni di scarsa utilità pratica ma di elevato valore morale. Come non ricordare quindi il sacrificio del "gruppo della Rosa Bianca", fondato da i due fratelli Hans e Sophie Scholl e formato da studenti e intellettuali dell'università di Monaco.

Tra il maggio 1942 e il febbraio del 1943 tentarono di opporsi al nazismo svolgendo una sotterranea attività propagandistica ispirata a ideali etico-religiosi. Ma il movimento ebbe vita breve. Scoperti dalla polizia, tutti i componenti del gruppo furono arrestati e decapitati nel 1943. A un destino simile andò incontro anche lo sparuto gruppo di intellettuali di sinistra che faceva parte del circolo della Rote Kapelle, in contatto con l'Unione Sovietica. Furono infatti scoperti e arrestati nell'agosto del 1942.
I rovesci sul fronte russo e i primi segni di disaffezione sul fronte interno diedero alle elaborazioni teoretiche dei tre principali gruppi di opposizione l'opportunità di tentare il colpo finale.

Molto si è discusso sul fatto che l'attentato a Hitler del 20 luglio 1944 sia stato messo in atto quando la sconfitta era ormai certa, con i Russi che premevano verso il Reich e gli alleati saldamenti attestati in Francia. Occorre però ricordare che, se una certa dose di opportunismo poteva essere presente (ma a questa stregua una critica analoga la si dovrebbe estendere ad altri momenti della resistenza europea), gli ufficiali dovettero in ogni caso usare una estrema violenza nei confronti dello spirito di casta di cui erano imbevuti, retaggio dell'antico imprinting prussiano fatto di disciplina, rispetto della gerarchia e della legalità. Quando non furono questi elementi a bloccare le volontà dei cospiratori fu il carisma di Hitler a impedire ad alcuni dei personaggi a lui più vicini di scegliere la soluzione dell'assassinio. Tipico l'esempio di ALBERT SPEER, architetto e ministro degli armamenti. Alcuni anni dopo la fine del conflitto così rievocò il suo atteggiamento di fronte ai progetti del 1944 per eliminare il Führer. "Su un piano razionale ormai da molti mesi, se non da prima ancora, avevo capito che solo la morte di Hitler poteva salvarci dalla catastrofe. Ma dal punto di vista psicologico, o se si preferisce emotivo, non avrei potuto mai prendervi parte. Ne ebbi un'ulteriore conferma sette mesi dopo quando, avendo elaborato un piano per eliminarlo, mi resi contemporaneamente conto che mai avrei potuto porlo in atto".

Diverso l'atteggiamento di von STAUFFENBERG, il più determinato tra i congiurati del 20 luglio. "Io perseguo con tutti i mezzi a mia disposizione l'alto tradimento" ebbe modo di dire senza mezzi termini durante una riunione preparatoria dell'attentato. Negli ultimi mesi di guerra per Stauffenberg non era neanche più in gioco l'esito positivo della congiura, quanto il gesto in sé. Anche il semplice tentativo di uccidere il tiranno avrebbe contribuito a riscattare moralmente il popolo tedesco da undici anni di dittatura, indipendentemente dal risultato finale dell'azione.

E i dubbi sull'esito della congiura erano assolutamente leciti, visto il provvidenziale "stellone" che nel corso del 1943 e dei primi mesi del 1944 consentì più volte a Hitler di sfuggire a tutta una serie di attentati orditi da ufficiali legati al gruppo di Stauffenberg. Due bombe piazzate nella macchina del Führer mentre era in visita al quartiere generale fecero cilecca. Il tentativo di far saltare l'arsenale di Berlino nel corso di un'altra visita non sortì alcun esito perché Hitler si trattenne solo pochi minuti. In un altro caso la bomba scoppiò in anticipo. Altri tentativi fallirono miseramente in seguito a repentini cambiamenti di programma, a inconvenienti tecnici o perché - come nel caso di von Breitenbuchs, che voleva uccidere Hitler a colpi di pistola durante un colloquio al Berghof - all'attentatore fu negato in extremis l'accesso.

Da parte alleata non si fece alcuno sforzo per incoraggiare la fronda nell'esercito tedesco. Eppure nel corso del 1943 alcuni ufficiali e civili tedeschi cercarono in diverse occasioni di avviare negoziati con gli anglo-americani. Ma il desiderio di voler mantenere quasi tutte le conquiste tedesche fatte prima dell'invasione della Polonia pregiudicarono ogni possibile dialogo. "E del resto, la riluttanza degli uomini di stato alleati era facilmente comprensibile - ha scritto lo storico Joachim Fest -. Il loro rifiuto a legarsi le mani, prima della vittoria che appariva prossima, unito alla preoccupazione di fare un affronto all'Unione Sovietica, era tutt'altro che ingiustificato. E altrettanto comprensibile è la loro incapacità ad afferrare i complessi conflitti politici e morali dei congiurati tedeschi. […] L'atteggiamento di riserbo era ulteriormente rafforzato da un innegabile risentimento nei confronti dei tedeschi, oggetto del quale era pur sempre quel tipo umano che ora si presentava loro quale portatore di un nuovo ordine mondiale, ma che in realtà sembrava soltanto il rappresentante del vecchio, vale a dire il "militarista", lo "junker" prussiano, l'"ufficiale di stato maggiore"".

Nell'aprile del 1944 von Moltke venne arrestato e il circolo di Kreisau scomparve dalla scena. Per Goerdeler e Stauffenberg non c'era un minuto da perdere, pena il rischio di veder smascherate anche le loro strutture cospirative. Non c'era tempo per contattare gli alleati né per organizzare una strategia politica a lungo termine, tanto più che con lo sbarco in Normandia qualsiasi velleità di vittoria dell'esercito tedesco stava venendo meno. Anche ROMMEL decise di prendere parte al colpo di stato: "Se Hitler si rifiuta di trarre le conseguenze - disse - entreremo in azione noi".

Una volta eliminato Hitler il progetto dei congiurati prevedeva l'imposizione dello stato d'assedio per contrastare una rivolta delle SS costruita ad arte. La Wehrmacht avrebbe assunto il comando, occupando i ministeri, le stazioni radio e disarmando le SS ovunque si trovassero. Doveva essere la rivincita dell'antica tradizione militare prussiana contro la nazificazione delle forze armate. In un secondo momento Karl Goerdeler avrebbe dovuto prendere le redini del Paese come nuovo cancelliere. Il 20 luglio del 1944 von Stauffenberg, che in qualità di capo di stato maggiore generale dell'esercito di riserva aveva accesso alle riunioni del Führer, si presentò al quartiere generale a Rastenburg con una bomba nascosta nella valigia.

La bomba esplose e l'attentatore, fuggito pochi minuti dopo l'innesco dell'ordigno, volò a Berlino convinto che Hitler fosse rimasto ucciso. Ma per una serie di circostanze fortuite questi sfuggì ancora una volta all'attentato, cavandosela solo con qualche graffio. Intanto la macchina cospiratoria era già in movimento, non solo a Berlino ma anche a Parigi e Vienna. Stauffenberg si recò al Ministero della guerra annunciando la morte di Hitler e ordinando che l'esercito assumesse il potere contro le SS. Ma tra lentezze, indecisioni e tentativi in extremis di volgere alla propria causa altri esponenti dell'esercito si perse tempo prezioso. La notizia che Hitler era ancora vivo colse i congiurati mentre le tappe del colpo di stato non erano ancora concluse o erano già fallite. L'ordine dalla viva voce del Führer di stroncare la sedizione pose fine all'ultimo ed estremo atto di resistenza, dando il via a una barbara repressione.

Come nell'atto finale di una tragedia nibelungica a mezzanotte di quello stesso 20 luglio nel cortile del Ministero della Guerra furono fucilati Stauffenberg e altri congiurati. Altri si suicidarono o furono invitati a farlo, come Rommel. Goerdeler e Tresckow furono arrestati e quindi impiccati. La vendetta fu estesa anche i familiari della sparuta pattuglia di oppositori. Così si consumò l'atto finale dell'ultima congiura contro il dittatore nazista. E le vittime principali del fallimento, oltre ai personaggi direttamente interessati, furono ancora una volta i popoli coinvolti nel conflitto. Soprattutto quello tedesco. La sopravvivenza di Hitler costò la vita a più di quattro milioni e mezzo di tedeschi negli ultimi nove mesi di guerra.

Se la resistenza interna al nazismo, nei diversi aspetti che ha assunto durante dodici anni di dittatura, può quindi definirsi inconcludente e confusa nei suoi propositi, troppo spesso divisa e sicuramente fallimentare sul piano degli effetti pratici, sul piano morale è valsa quanto un successo. Il sangue versato dai giovani studenti della Rosa Bianca, da Stauffenberg e dai cospiratori radunati attorno a lui servì a dimostrare (più del processo di Norimberga, imposto dalle potenze vincitrici alla Germania sconfitta) che un barlume di coscienza civile era pronto a rinascere sulle ceneri del Terzo Reich.

di UMBERTO STEFANI
Bibliografia
L'opposizione tedesca al nazismo, di H. Rothfels, Cappelli, 1958
I cospiratori del 20 luglio 1944. Carl Goerdeler e l'opposizione antinazista, di G. Ritter, Einaudi, 1963
Obiettivo Hitler. La resistenza al nazismo e l'attentato del 20 luglio 1944, di J. Fest, Garzanti, 1998
Il Terzo Reich, di H. U. Thamer, il Mulino, 199

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di

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