SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
LEONE XIII - GIOACCHINO PECCI

 a 68 anni doveva essere di transizione e invece campò 93 anni e fu... 
il Papa  più "Ardito"

C'era il dilemma dei cattolici (e di quasi tutti gli italiani):
essere buoni fedeli o buoni cittadini del "nuovo" Stato?


LUI RISPOSE CON LA MEMORABILE "Rerum Novarum" (vedi a fondo pagina)
La "magna charta" dell'ordine sociale

seguì poi nel 1901 la "Graves de communi Re"

< vedi anche "TONIOLO" il concetto di Democrazia Cristiana

 

Il 15 maggio 1891 è una data storica: Papa Leone XIII promulga la lettera enciclica Rerum  novarum  dedicata totalmente ad affrontare il problema sociale nella sua complessità ed interezza.

Con questa enciclica si apre un'era nuova nella storia della Chiesa: un'era che vede la Chiesa liberarsi poco alla volta di tante remore di natura temporale e riportarsi sempre più a posizioni di livello internazionale, fino a raggiungere  posizioni di avanguardia e di guida della coscienza di tutta l'umanità, che si dibatteva in temi e problemi angosciosi (ieri come oggi. E oggi peggio di ieri; perchè prima c'era l'ignoranza, oggi con una maggiore istruzione (non solo della gente comune ma degli stessi politici) c'è la consapevolezza di questi temi e problemi)

Il 1891 è dunque l'anno decisivo. La Chiesa afferma con chiarezza e forza il suo indirizzo ad interessarsi della situazione dell'uomo contemporaneo; prende posizione con decisione sui gravi problemi della questione sociale; mette luce e ordine in un campo ove regnavano dubbi e perplessità.

L'enciclica Rerum Novarum rappresenta una pietra miliare nella dottrina sociale cristiana: non soltanto perchè è il primo documento ufficiale ed esplicito che affronta problemi d'ordine sociale ed economico, ma proprio perchè offre un'imposizione d'essi, con una chiarezza ideologica, che, si può ben dire, dura tuttora, nonostante le rivoluzionarie spinte innovatrici apportate da altre due encicliche famose: La Populorum Progressio di PAOLO VI, e la "Centesimus annus" di Papa Wojtyla.

CHI ERA LEONE XIII

Al secolo VINCENZO GIACCHINO PECCI era nato a Carpineto Romano nel 1810. Di origine aristocratica, dopo aver iniziato gli studi a Viterbo in un collegio di gesuiti, a 22 anni, nel 1832, consegue il dottorato in teologia nel Collegio Romano, ed entra nell'Accademia dei diplomatici pontifici. E' ordinato sacerdote il 31 dicembre del 1837 e come delegato apostolico viene inviato prima a Benevento poi a Perugia. 
Grande studioso di teologia, allarga il suo campo sugli studi filosofici e umanistici. Poi nel '43, consacrato arcivescovo ed inviato come nunzio a Bruxelles, i suoi orizzonti spaziano per tre anni su quella realtà belga -ma anche europea- da qualche tempo in fermento, con i rapporti tesi fra cattolici e liberali, ma che Pecci seppe gestire bene, senza creare ulteriori fratture. Ma non fa solo questo, ma si guarda attorno, segue il vicino paese dove è nata la rivoluzione industriale, l'Inghilterra, segue la Germania, dove dopo pochi mesi esploderà la protesta ('48), e segue la Francia Repubblicana (ne parleremo più avanti)
Ritornato a Perugia nel '47, nominato cardinale nel '53, nel '59 vive le drammatiche giornate della insurrezione perugina, la repressione dei soldati pontifici, ed infine la sofferta annessione dell'Umbria al regno sabaudo. Sofferta, ma deciso a difendere le ragioni di Pio IX. (Enciclica delle usurpazioni) anche se non è un intransigente come il segretario di stato ANTONELLI.

E' accanto a Pio IX nel movimentato intero periodo dell'Unità, e lo è ancora di più quando nel '76 prende il posto dell'Antonelli. Ma l'anno dopo muore Pio IX e il 20 febbraio 1878 viene eletto pontefice proprio lui, all'età di 68 anni.

Come spesso accade, dopo periodi turbolenti, dopo papi intransigenti e di grande personalità (e Pio IX - pur con tante valutazioni storiche discordi- fu uno di questi) nell'elezione del successore, gli elettori nel concistoro nominano un papa di transizione, spesso anziano e con temperamento mite, per dar modo di scegliere con calma -in seguito- l'uomo di carattere.
Gli elettori calcolarono male due volte. Il pontificato di Leone fu addirittura uno dei più lunghi dell'età contemporanea (morirà nel 1903 a 93 anni) e in quanto a mitezza, se non fu il più rivoluzionario dei pontefici, è senza dubbio quello che ha inciso più profondamente nell'animo dei cattolici -e l'Italia era fondamentalmente tutta cattolica- e di conseguenza la sua opera incise moltissimo sulla società italiana moderna di quel tempo.

Gli elettori di lui conoscevano l'uomo, ma non conoscevano la sua profonda cultura assimilata nel profondo, nè le esperienze vissute in prima persona, e l'attenzione posta nelle stesse.
Inoltre rimase - per affinità di pensiero - particolarmente colpito dall'opera di Giuseppe Toniolo, che con l'invenzione del termine "Democrazia Cristiana" ed esprimendone il concetto in una pubblicazione, fece discutere pro e contro tutta Europa ( vedi l'opera di TONIOLO > )

Appena salito sul soglio -nell'ereditare la grande responsabilità di risolvere il problema dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa- più che fare grandi proteste sui fatti avvenuti, e ascoltare poco le lamentele sulla caduta del potere temporale, con la sua preparazione umanistica e filosofica, Leone -più possibilista, realistico, e non mettendo in discussione l'unità italiana- con sempre più vigore inizia a denunciare non l'ambigua contrapposizione politica che è in atto in questo periodo (vedi l'avvento del trasformismo) ma denuncia i mali della nuova società in fermento, in progressivo e inarrestabile mutamento. 
Dentro una società con la concitazione liberale da una parte e l'ansia di socialismo dall'altra, ma entrambe con tanti dubbi quale strada scegliere, e tante demagociche chimeriche utopie da offrire, Leone vuole entrarci nella nuova società, vuole creare il cattolicesimo sociale, vuole la presenza della chiesa e dei cattolici dentro la società, e che siano anch'essi protagonisti. E delinea una concezione dello stato, della libertà e della "democrazia" (fu proprio Leone a usare per la prima volta le due parole "democrazia cristiana" , ma verosimilmente ispirate da Toniolo; o forse fu lo stesso Leone a ispirare l'esimo sociologo Toniolo)

Leone XIII non è un incauto promotore di una nuova ideologia. Il risveglio cattolico nel mondo c'è già stato, ma ha percorso nel frattempo strade diverse da quelle prese da Pio IX (le semplici condanne, senza vedere le crude realtà del nuovo proletariato, che già -anche se in minor misura- c'erano pure in Italia nonostante l'arretratezza economica e industriale rispetto a nazioni che avevano innestato delle marce in più).

Infatti, il vescovo VON KETTELER, contemporaneo di Marx, di Lasalle e di Pio IX, proprio nell'anno 1848, l'anno dei grandi sconvolgimenti europei e del Manifesto, tenne nella famosa cattedrale di Magonza sei forti e ben condotti discorsi sulle "grandi questioni sociali contemporanee", discorsi che ebbero una vasta eco e una risonanza profonda. Ancora più audaci, e più seguiti i discorsi di questo prete che andò a fare in "prima linea", in mezzo agli operai del bacino industriale del Meno nel 1869 (alla vigilia di un altro sconvolgimento- quello prussiano).
Qui affermò la necessità per l'operaio di associarsi per fini primari ed immediati, quali la riduzione degli orari di lavoro, l'aumento dei salari, il divieto dei lavori pesanti ai fanciulli e alle donne. Erano le prime pietre miliari, che raggiunsero la grande assemblea di vescovi, riuniti nella famosa Fulda. E furono proprio queste idee sociali a dar vita al partito cattolico tedesco di allora, il cosiddetto "Centro".

Altro grosso segnale venne dall'Inghilterra. Anche qui il mondo "cattolico" non era rimasto insensibile al sorgere del problema sociale. Altro personaggio illuminato ed attento fu il cardinale MANNING. Il Paese che aveva visto per primo nascere la rivoluzione industriale ed i gravi problemi ad essa connessi, e che nello stesso tempo aveva assistito alla organizzazione della prima associazione sindacale della storia (la Trade Union) si trovò "tra i piedi" questo audace prete che non stava in sacrestia, non mandava messaggi pastorali ma, svolgendo un'accanita attività di difesa dei diritti del lavoro, andava nelle fabbriche, nelle grandi miniere e nei porti a incontrare e a parlare con i lavoratori.

Le sue idee allarmarono gli industriali, scandalizzarono i conservatori, fu accusato di fare del socialismo, ma ai suoi nemici lui rispondeva sempre dicendo "no cari signori, io faccio del cristianesimo".
Manning divenne così popolare in entrambe le "due barricate", e fu talmente forte il suo prestigio presso i lavoratori, che (due anni prima della Rerum di Leone XIII) nell'agosto 1889  durante il grande sciopero che paralizzò tutto il porto di Londra, fu invocato da entrambi le parti come arbitro della vertenza; e il suo intervento fu decisivo per gli accordi, fu lui a far cessare lo sciopero (fra l'altro l'evento segna la nascita del sindacato dei minatori; inoltre il tradeunionismo  dopo questa vittoria si espanse estendendosi anche alle categorie meno qualificate e meno forti).
Insomma fu un singolo prete a far tremare i trust di Londra e a far aprire la borsa ai magnati. E questo senza usare violenza, senza incitare alle barricate, senza invitare gli uomini alla distruzione, alle espropriazioni, alle rivoluzioni.

Da segnalare che nello stesso mese a Roma, Crispi simboleggiando in Giordano Bruno il forte anticlericalismo del suo governo, nella capitale gli dedica (a mò di sfida) un monumento.
La "questione romana" era giunta ad un punto critico. Il terribile frate finito sul rogo trecento anni prima, era divenuto il simbolo, un po’ pretestuoso e un poco arbitrario, dei laicisti, degli anticlericali, dei massoni, e tanti altri, contro la Chiesa. Eppure Leone XIII era un pontefice tollerante, mite, sensibile (come abbiamo appena letto e leggeremo più avanti) alla questione sociale: era il papa forse più incline a ricercare una soluzione tra i due poteri contrapposti - Chiesa e Stato - destinati per altro a dover "convivere". Nessuno poteva pensare di poter cancellare nella coscienza collettiva del popolo italiano, una istituzione così radicata com'era il pluri secolare cattolicesimo, soprattutto pensando al grado di ignoranza e di isolamento in cui erano vissuti le oltre undicimila città, paesi e frazioni a economia rurale, che avevano come autorità morale e unico punto di riferimento, il curato del villaggio.

Ma l’eredità risorgimentale era ancora accesa e la proposta di Adriano Lemmi, gran maestro della massoneria, di erigere una statua a Giordano Bruno nel luogo dove era stato bruciato per eresia entusiasmò l’intera frastagliata linea anticlericale. Dimenticando che il problema più grosso da risolvere in una società in fermento -come non era mai stata -era quello del "convivere", e non il "dividere".

 A parte una ulteriore tensione tra il governo italiano e Vaticano, questa celebrazione ritenuta provocatoria  da alcuni ambienti della chiesa, crea non pochi problemi ai cattolici da qualche tempo pieni di dubbi su cosa fare, nonostante la buona volontà di Leone. Infatti il Papa il 23 maggio dell'anno prima, dopo tante iniziative, per trovare una soluzione alla "questione romana", con un atto significativo, nell'allocuzione Episcoporum accennò alla possibilità di una conciliazione con l'Italia. Poi incaricò il benedettino Tosti per avviare i colloqui. Ma Crispi non volle nemmeno iniziarli, anzi  sull'anticlericalismo spinse l'acceleratore. Questo in un ambiente -pur con tutte le contraddizioni- che non era più quello del 1870.
La delusione di Leone fu grande, fino al punto che circolò la voce che il Papa voleva abbandonare Roma, rifugiarsi nella cattolica Austria. Francesco Giuseppe allarmato mandò subito qualcuno a dissuaderlo (nella Triplice c'erano già tanti problemi e non voleva trovarsi con un'Italia che forse non avrebbe indugiato a riunirsi alla Francia).

Leone XIII resta a Roma, e indubbiamente iniziò a lavorare sulla sua Rerum novarum che uscirà il 15 maggio 1891. 

I tempi erano dunque maturi anche in Italia per un organico chiarificatore intervento della Chiesa su tutto il problema sociale, e l'intervento ci fu. La Chiesa, rinnovata e come rinfrancata, si ergeva a guida dell'uomo contemporaneo, offrendogli gli strumenti per superare un periodo di grande crisi. 
Occorreva una personalità nuova, capace di immedesimarsi nella mentalità contemporanea e di capirne le necessità ed esigenze più vitali, di prendere un'iniziativa vasta e ardita. Leone era questa personalità (alla bella età di 80 anni!) e raccolse la grande ansia non solo dei cattolici in lunga attesa da trent'anni, ma l'angoscia dei figli più umili, cattolici o no; raccolse le ardenti posizioni innovatrici di tanti sacerdoti e vescovi, ed intervenne, con una chiarezza inusitata per quei tempi (con lui ripetiamo ottantenne).

Prendendo coscienza della condizione di crisi e di disagio morale, oltre che materiale ed economico, in cui le masse di lavoratori erano venute a trovarsi a seguito del vertiginoso sviluppo industriale, poneva dei punti ben fermi: 

da una parte richiamava gli imprenditori e i capitalisti alle loro responsabilità, rimproverando loro egoismo e il tenace attaccamento al mito denaro (*), dall'altra esortava le classi operaie a non lasciarsi suggestionare da facili ideologie rivoluzionarie e a non irrigidirsi  in una sterile lotta di classe. Faceva appello ad uno spirito di collaborazione tra le varie classi che dovevano insieme puntare a raggiungere uno stato di benessere, che fosse il benessere di tutti e non di pochi a svantaggio di molti: l'obiettivo indicato era quello di realizzare la solidarietà di capitale e lavoro, proprio perchè Leone XIII riteneva assurdo l'antagonismo tra le due forze, che soltanto unite e concordi possono progredire.
(*) A costoro, ai capitalisti, ancora nell'89, parlando a diecimila operai francesi giunti a Roma in pellegrinaggio disse a questi ultimi,  ma è implicito che i destinatari del messaggio erano i primi  "A chi tiene il potere spetta soprattutto persuadersi di questa verità: che per rimuovere il pericolo da quella minaccia che potrebbe venire dal basso, nè le repressioni, nè le armi dei soldati saranno sufficienti" 
(aveva già anteveduto  la Rivoluzione Russa con 17 anni di anticipo).

L'enciclica ebbe un successo strepitoso e suscitò ovunque l'interessata ammirazione di chi sentiva che veniva finalmente offerta la possibilità di giungere alla soluzione di tanti problemi; le masse lavoratrici si resero conto che avevano ormai trovato nella Chiesa una potente e disinteressata alleata e nel Papa un difensore strenuo dei loro diritti troppe volte ingiustamente calpestati.

 Inutile dire che anche nel campo liberale moderato suscitò commenti favorevoli; quelle parole erano rimedi spirituali e civili e in un certo senso stemperavano gli animi. Nella coscienza collettiva il cattolicesimo c'era, inutile cercare di non prenderne atto (anche Napoleone dovette ricredersi, sbarazzandosi di quella pagliacciata che era stata creata;
il "culto della ragione", il "culto trinitario di Marat, Chaliere Lepeletier", le "vestali della repubblica", le "sacerdotesse della ragione" ecc. ecc.)

I contenuti dell'enciclica sanzionavano le tendenze già espresse da vari gruppi e movimenti e diede un vigoroso impulso allo sviluppo del cattolicesimo sociale e delle nuove tendenze di "democrazia cristiana", indicando alcuni principi: la funzione sociale della proprietà; il compito dello stato di promuovere la prosperità pubblica e privata quando l'iniziativa dei privati non basti; (qui Leone anticipa di trent'anni Keynes e il suo assistenzialismo americano del dopo '29); il valore umano del lavoro che non può essere considerato come una semplice merce; la condanna della lotta di classe, ma al tempo stesso il diritto degli operai di associarsi per la tutela dei loro diritti.
L'enciclica fu definita dai cattolici la "Magna Carta del Lavoro".

Già il 1° settembre 1891 a Vicenza i partecipanti al Congresso dei cattolici, NICOLO' REZZARA  illustra una struttura di iniziative pratiche per soccorrere le classi povere. Elenca già 284 società cattoliche di mutuo soccorso (daranno vita a banche - casse rurali di risparmio (la famosa Banca Cattolica del Veneto, Antoniana ecc.); a patronati, a cooperative agricole a ad altre numerose iniziative). I convenuti propongono persino un sistema singolare agli operai.  Sostituzione del salario con la partecipazione agli utili nelle industrie e un sistema di contratti-colonia  in agricoltura.
Iniziative che inasprirono il conflitto con lo Stato italiano laico, preoccupato che la Chiesa potesse inquadrare i lavoratori con l'obiettivo di uno stato confessionale.

Tutta l'Italia era ormai animata da numerosi congressi, fondazioni di partiti, movimenti; di anarchici, del Partito dei lavoratori, dei clericomoderati della corrente cattolica transigente, della lega socialista milanese di Turati, di Ferri, Labriola, di repubblicani e radicali. Intanto le questioni economiche e sociali  nel paese stavano esplodendo non solo dai banchi del Parlamento (questo da tempo non più a contatto con la realtà) ma fino all'ultimo villaggio della penisola. E soprattutto nelle grandi città. Già in febbraio erano iniziate dimostrazioni di protesta, legate alla forte disoccupazione, ai bassi salari, agli aumenti del costo della vita e soprattutto si contestarono gli alti costi della guerra coloniale. I primi incidenti iniziano a Bologna,  proseguono a Roma,  per poi estendersi nei successivi due mesi in altre città; poi  a maggio ancora a Roma  con scontri fra operai e forza pubblica e con centinaia di arresti. L'ordine del governo é "repressione" e ancora "repressione". Crispi non perdona, perseguita, fa le liste di prescrizione, toglie il diritto di voto agli avversari, ecc. ecc.

In questo clima esce il 15 maggio la Rerum  novarum. Una sfida alle armi con la penna.
 
Non fu l'unico intervento ardito di Leone XIII, ma seguitò a protestare energicamente contro il clima di oppressione nei confronti dei movimenti cattolici, organizzazioni delle quali, al pari di quelle socialiste, furono colpite dalla repressione crispina, che fece chiudere migliaia di patronati, enti religiosi, associazioni.

Il 5 maggio del 1898, quando era ancora fresca di stampa la sua protesta, in Italia il giorno dopo il 6-9 maggio esplode un'ondata di violenti tumulti sul caropane e sullo stato di miseria della popolazione. Disordini e protesta sociale che a Milano diventa una tragedia quando mobilitato dal governo un corpo d'armata al comando di Bava Beccaris con pieni poteri nella repressione, lui zelante esecutore, ordina di sparare a cannonate con alzo zero sulla folla. Un eccidio! 80 morti e 300 feriti. E uno stato d'assedio esteso poi a Napoli, in Toscana a Como.
Beccaris verrà insignito della gran croce dell'Ordine militare di Savoia; è Re Umberto ad appuntargliela sul petto, per il "servizio reso alle istituzioni e alla civiltà". Un anarchico Gaetano Bresci, indignato, nel 1900, partirà da New Jersey, per mettere sul petto di Re Umberto, un altro pezzo di "civiltà": gli scarica la sua pistola addosso e uccide il Sovrano.  Se civiltà era quella di Beccaris, perchè meravigliarsi di quest'altra di Bresci? Entrambe andavano a braccetto.

Altre indignate proteste, indignazione, profonde amarezze;  ma Leone XIII aveva ormai 88 anni, vecchissimo e malato non riuscì a compiere l'opera così arditamente iniziata; anche perchè con l'avvento alla carica di Segretario di Stato del cardinale RAMPOLLA (e subito dopo con la morte del papa avvenuta il 20 luglio 1903) e l'elezione di Pio X, ci fu un brusco mutamento di atteggiamento; e con l'intransigenza dei due, i conflitti invece di appianarsi diventarono ancora più aspri.

Ma ormai Leone XIII  aveva fatto maturare una situazione nuova e i nuovi rapporti tra Chiesa e Stato erano inevitabili (prima con Giolitti poi perfino con l' "eretico" (così si firmava in gioventù) Mussolini. Pur avendo emanata nel 1901 l'enciclica  Graves de communi, con la quale Leone XIII vietava di dare un carattere politico al partito dei cattolici (la nascente Democrazia Cristiana),  Murri e Don Sturzo proseguirono dopo la sua morte ancora più arditamente. I due attaccando gli intransigenti conservatori sostenevano che i cattolici si dovevano impegnare concretamente nella difesa delle libertà fondamentali e dei ceti popolari "anche appoggiando alcune battaglie dell'estrema sinistra". A schierarsi con i due preti ribelli, l'Opera dei Congressi, subito osteggiata dal Vaticano e nel successivo anno 1904 fatta sciogliere da Pio X e dai potenti prelati conservatori.
Il dissidio ridiventa incolmabile tra i cattolici intransigenti e i democratici. Si forma qui l'ala sinistra del mondo cattolico, che solo in seguito diventa ufficiale, che avrà un ruolo importante per la nascita del Partito Popolare di Don Sturzo;  che porterà alla definitiva abolizione del non expedit in occasione delle elezioni. Prendendo il PPI il 20,6% dei voti entrerà in Parlamento diventando il principale interlocutore del governo.
L'opera di Leone XIII "l'ardito" era così conclusa. Anche se lasciò a loro la responsabilità di risolvere i numerosi problemi, che non mancarono (vedi le divisioni all'Opera dei Congressi, Murri, Toniolo, Don Sturzo, e molto più tardi Dossetti), e ancora oggi a distanza di un secolo sono ancora irrisolti: infatti i cattolici sono presenti in entrambe le due barricate poliste.

Il contenuto del riquadro sopra è ancora interamente attuale!

 Non si può negare che il sistema economico attuale vigente è efficiente, e inventa costantemente nuove tecnologie in ordine di diventare più profittevole. Ma il peccato dell'uomo fa sì che sia un sistema ingiusto, in cui il divario tra poveri e ricchi tende ad allargarsi. E questa non è una conquista della civiltà, è conquista ad ogni costo del profitto individualista. E' l'appannaggio di una minoranza ristretta dell'umanità, spesso indifferente all'altra gran parte degli abitanti del pianeta.

Secondo un rapporto dell' UNDP (ONU)  il 20% dei ricchi del mondo che nel 1960 possedevano il 70% delle ricchezze mondiale sono arrivati ad averne l'83%. Al contrario il 20% dei poveri che negli anni sessanta possedevano il 2% delle ricchezze mondiali sono passati ora all'1,4%.
 In altre parole la concentrazione della ricchezza può essere espressa dal fatto che 358 ipermiliardari detengono il 45% della ricchezza mondiale.
Le parole dello scrittore francese Georges Bernanos conservano tutta la loro drammatica attualità:
«Nel momento in cui parlo, la peggiore disgrazia del mondo è che non è stato mai tanto difficile distinguere tra i costruttori e i distruttori, perché mai prima d'ora la barbarie ha disposto di mezzi più potenti per abusare delle delusioni e delle speranze di una umanità, la quale dubita di se stessa e del proprio avvenire» (i potenti media; con il monopolio dell'informazione, che oggi, distorta, entra inavvertitamente anche dentro le minime fessure di quelle barriere cerebrali che ingenuamente crediamo di avere innalzate per difenderci).

Mary Robinson, alto commissario dell'Onu per i Diritti Umani, ha dichiarato nel celebrare l'anniversario della Dichiarazione: «Non è un anniversario da celebrare. Ci sono nel mondo così gravi violazioni dei diritti umani che dobbiamo piuttosto assumerci la nostra responsabilità».

Mentre chi scrive vuole aggiungere:

 "quando sai che un tuo concittadino non ha nemmeno il necessario, nè l'indispensabile, non andare in giro orgoglioso a parlare bene del tuo paese, a dire che è grande, è civile, è ricco, solo perchè tu sei elegante, hai denaro e qualche etto di quelle cose; come si chiamano quelle cose? cultura, civiltà e denaro!  arrossisci e taci! non sei civile, la tua cultura spesso è quella che hanno anche gli avvoltoi; e vergognati del tuo paese se sai che in questo vivono dei tuoi simili nell'indigenza e quel che è peggio nella tua indifferenza, che è il peggiore degli atteggiamenti nel mondo umano". 

Francomputer  

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