SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
KARL MARX

MARX : LE SOCIETA' NELLA STORIA
alla luce della storiografia contemporanea

Giovanni De Sio Cesari
(www.giovannidesio.it)


INDICE :

introduzione - società primitiva - società agricole - schiavismo - feudalesimo
società industriale - previsioni marxiane - conclusione

 

INTRODUZIONE

Elemento essenziale del pensiero marxista è la concezione che le strutture ( i modi ) di produzione determinino sostanzialmente le sovrastrutture ( la civiltà in tutti i suoi aspetti compresi quelli “ideali”). La storia umana viene quindi divisa in fasi a seconda dei modi di produzione prevalenti a ciascuna delle quali viene a corrispondere una società organizzata in un certo modo con propri valori (etici, religiosi, artistici, giuridici ecc), tutti dipendenti dalle struttura economica. Vengono distinte cinque tipi di società succedutosi nel tempo: primitiva, schiavistica, feudale, capitalista alla quale dovrebbe succedere quella comunista per ineluttabile processo storico.

Ovviamente Marx disponeva delle conoscenze storiche del suo tempo che erano abbastanza generiche e superficiali e limitate praticamente alla storia europea e non poteva ovviamente conoscere gli avvenimenti che sarebbero accaduti dopo la sua morte. Il fine di questo lavoro è esaminare quale valore può ancora mantenere la ripartizione marxiana alla luce dei progressi fatti dalla scienza storica e anche e soprattutto dell’esperienza storica d’ultimo secolo Alla luce della storiografia contemporanea possono ancora essere e valide e in quali limiti le fasi storiche individuate da Marx?
E, soprattutto: contrariamente a quanto previsto dall’analisi marxiane, il capitalismo e la borghesia non si sono dissolti anzi sembrano aver conquistato il mondo intero: perché non è avvenuto ciò che sembrava ragionevole avvenisse?
Ovviamente la nostra è un’analisi con il “senno di poi”:

SOCIETA' PRIMITIVE

Nella schematizzazione di Marx il primo stadio dell’umanità viene denominato “primitivo”. Modernamente si tende ad evitare tale termine, denso di confusioni ed equivoci e si parla più esattamente di società di “raccoglitori e cacciatori”. I gruppi umani trovano nutrimento direttamente dai prodotti offerti dalla natura: sono quindi sparsi su un vasto territorio in piccolissime comunità, al massimo 30-40 persone. Si calcola che occorre circa un chilometro quadrato per ogni individuo il che significa che l’Italia potrebbe ospitare teoricamente 300.000 individui ma in pratica essi sarebbero molti di meno. Non è possibile quindi la formazione di stati, la divisione del lavoro, l’accumulo di ricchezze che non esistono nemmeno, la stratificazioni sociale. Tuttavia, contrariamente a quanto pensava Marx, non si tratta di “orde primitive”, quasi simili a bestie ma di uomini completi e veri che hanno una loro cultura, spesso molto complessa: in particolare non è affatto vero che vi sia libertà sessuale o che viga il matriarcato, come credeva Marx. Anche il fatto che fosse una società di liberi ed uguali va visto anche con molti limiti: esistevano gerarchie, a volte rigide e complesse, potevano esistere anche gli schiavi ( prigionieri di guerra), a volte una tribù ne dominava un'altra.

Marx sembra ignorare però un altro stadio della società che non solo ha preceduto lo stadio agricolo ma ha accompagnato l’umanità fino a tempi recenti.

Prima dello stadio agricolo bisogna considerare quello che modernamente viene definito la società di “ortocultura e allevamento” In esso i gruppi umani apprendono ad allevare alcuni animali e insieme a seminare alcune specie di piante di valore alimentare: non siamo però all’agricoltura, perchè permane un nomadismo più o meno accentuato. Nondimeno si formano popoli abbastanza numerosi che periodicamente si spostano in cerca di nuovi territori e di prede entrando in conflitto con altri popoli nomadi o con le civiltà agricole. Si tratta di quei popoli che comunemente chiamiamo barbari, ben distinti dai primitivi. Essi costituirono un grave pericolo per le civiltà agricole perché tendevano a invaderne i territori: le società agricole erano in continua lotta con essi e talvolta soccombevano: avvenne per esempio con gli Ixos per gli antichi Egizii, con i Germani per l’Impero Romano, con i Mongoli per la Cina. Solo negli ultimi secoli lo sviluppo della tecnica ha permesso la costruzione di armi che hanno dato una sicura preponderanza agli eserciti delle civiltà agricole: fra le ultime invasioni barbariche possiamo ricordare quella di Tamerlano nel XV secolo che devastò il Medio Oriente e l’India.

SOCIETA' AGRICOLE

Dopo lo stadio primitivo Marx pone quello dello schiavismo che avrebbe caratterizzate le società antiche e sarebbe tramontato con il Medio Evo.

Modernamente però si parla di società agricole che vanno da quelle più antiche (Egiziani, Sumeri) fino ai nostri giorni in cui essa cede il posto a società industriali.

La base portante dell’economia resta infatti la agricoltura per i molti millenni che noi chiamiamo comunemente storia o civiltà. L’agricoltura si caratterizza per la antropizzazione della terra: questa non è più il dono della divinità, la grande nutrice dalla quale attingere liberamente i frutti. Non basta, come nell’orticoltura semplicemente seminare e raccogliere. Occorre mettere a cultura la terra: opere immani di irrigazione, di terrazzamenti, di disboscamento, di bonifica la cui durata va ben oltre al di là della vita stessa dell’uomo singolo e costituiscono il lavoro di generazioni che si succedono nello stesso luogo: intorno al Nilo e al Gange le generazioni di agricoltori si succedono ininterrottamente da oltre 5.000 anni.

Se il lavoro umano viene meno la natura riprende il sopravvento: cosi le città dei Maya e quelle di Ankor in Cambogia furono inghiottite dalla foresta e splendidi monumenti egizi di Tebe coperti dalle sabbie e di esse si perse persino il ricordo. Anche in Europa, con la crisi del medioevo, boschi e paludi ripresero il sopravvento sulle opere umane: il litorale, ad esempio, fra Ostia e Cuma anticamente intensamente coltivato, divenne paludoso fino a tempi recentissimi.

C’è allora il bisogno dello Stato, cioè di un ente superiore, istituzionalizzato che dia stabilità, che metta ordine all’interno, che organizzi i lavori, conservi le eccedenze per i momenti di penuria, difenda dalle incursioni esterne.

Sorge allora quella che comunemente noi chiamiamo la “civiltà”: organizzazione complessa della società basata sulla divisione dei compiti e con la costruzione di città, templi, strade, con il fiorire degli artigianato e anche dell’arte e della cultura.

Tutto ciò ha come presupposto economico la presenza di “eccedenze agricole”: i contadini cioè producono cibo non solo per se stessi ma anche per un certo numero più o meno ampio di persone non direttamente impegnati nella produzione del cibo: artigiani, commercianti, soldati, nobili, sacerdoti, funzionari dello stato. Nella società agricola quindi esiste una grande maggioranza di contadini (diciamo, indicativamente, intorno 90% in media ) e una minoranza che si occupa di altra attività, mantenuti dai primi. Poiché, per un processo naturale, i genitori tendono a conservare ai propri figli lo status sociale privilegiato si formano delle classi sociali più o meno rigide Troviamo quindi in tutte le civiltà agricole una divisione per classe sociale di cui la più numerosa e la meno ambita è quella contadina: è un fenomeno presente dalle prime civiltà come quella egizia fino alle soglie dei nostri giorni: contadini si nasce e lo si rimane se non si riesce a cambiare mestiere.

Si formano così delle classi sociali gerarchicamente disposte ciascuna con una propria funzione: nobili, sacerdoti, contadini, artigiani, scribi in Egitto, patrizi e plebei in Roma, feudatari, clero e terzo stato nella Francia medioevale, “coppole e cappelli” nelle campagne del regno borbonico di Napoli.

In India abbiamo il fenomeno particolare delle caste: i popoli vinti non vengono fatti schiavi ma ad essi vengono demandati i compiti più ingrati e relegati a un basso livello sociale dal quale non possono più uscire: fin quasi ai nostri giorni abbiamo quindi una stratificazione sociale rigida di lontana origine etnica.

La struttura economica delle civiltà agricola è caratterizzata dal fatto che in qualche modo i contadini vengono spogliati di una parte dei loro prodotti che essi debbono consegnare ai magazzini dei Faraoni, ai signori feudali, ai proprietari terrieri o a chiunque altro. Il buon governo o il cattivo governo sono caratterizzati dal fatto che tale prelievo sia più o meno equo e sopportabile. L’ordine, la misura, la moderazione caratterizzano il buon governo, il disordine, la guerra, l’arbitrio la rapacità dei ceti dominanti il cattivo governo. Il contadino accetta il principio di dover consegnar una parte dei propri prodotti perché, comunque, ha bisogna dello Stato ma contesta la misura eccessiva, la differenza scandalosa di livello di vita, la prepotenza e la arbitrarietà: il buon governo stabilisce misure adeguate, assicura il loro rispetto: la società e la civiltà cosi possono fiorire.

Comunque la società contadina rimane pur sempre povera, le eccedenze agricole sono modeste, le carestie ricorrenti: le rivolte contadine scoppiano quando la situazione diventa difficile per incapacità e rapacità dei governanti, per guerre esterne, per disordini interni. Le rivolte hanno scarso successo e finiscono quasi sempre con l’essere represse nel sangue: le sette ereticali, medioevali , la jacquerie francesi, la rivolta contadina dei tempi di Lutero, i cosacchi di Pugaciov in Russia, i Turbanti Gialli o i Taiping in Cina. Infatti le rivolte non propongono un modello di società di stato alternativo, quindi l’eventuale successo è solo momentaneo: devono comunque ricostruire un ordinamento statale che spesso è peggiore di quello abbattuto.

SCHIAVISMO

Nel pensiero di Marx costituisce la caratteristica peculiare della produzione delle civiltà antiche: potremmo parlar modernamente quindi di un primo stadio delle civiltà agricole: ma la identificazione della produzione antica con quella schiavistica non è affatto corretta storicamente. Va rilevato che la schiavitù è stata sempre presente, fino a tempi recenti, in tutte le società umane sia pur con diversa rilevanza e che essa non fu affatto tanto ampia nella antichità, come spesso si crede.

Va chiarito innanzi tutto il concetto di schiavo che spesso è molto confuso: il termine viene spesso usato in senso lato per indicare una dipendenza molto forte ( schiavo della droga, della abitudini, del consumismo). Ma non basta la dipendenza per parlare di schiavitù perchè in ogni aspetto della vita sociale si trova la gerarchia e la divisione del lavoro. In senso proprio, secondo la famosa definizione di Aristotele, lo schiavo è una persona considerata un oggetto animato. Si tratta in genere di un prigioniero di guerra: il vincitore invece di ucciderlo lo“ salva” ( latino “servus”) per usarlo per i suoi fini. Il suo trattamento può variare moltissimo secondo le circostanze e l’arbitrio del padrone: può essere adoperato per i lavori più faticosi, per gli spettacoli dell’arena (gladiatori), le donne usate sessualmente come prostitute, ma possono anche assumere ruoli importanti come precettori dei giovani, o anche addirittura assumere ruoli importanti come ministri di stato come avvenne per gli imperatori romani ( i liberti), per i principi mussulmani (i cristiani rinnegati) o per gli imperatori cinesi ( gli eunuchi di corte). In Egitto addirittura i Mammelucchi, un tempo schiavi circassi, divennero una aristocrazia dominante.

Lo status dello schiavo comunque è sempre caratterizzato dal fatto che non ha diritti, nemmeno quelli familiari, è del tutto soggetto all’arbitrio del padrone.

Trattandosi in genere di nemici vinti o comunque di stranieri non vengono considerati e censiti come parte del popolo stesso.

Anche nelle società “ primitive” (cioè dei raccoglitori ) potevano esistere prigionieri di guerra ridotti a schiavitù: nel famose film “ Un uomo chiamato cavallo”, che è improntato a precisi studi antropologici, un prigioniero viene regalato dal guerriero, che lo ha catturato, alla madre perchè le faccia da “cavallo” .

Così pure nelle società barbare (ortocultura) abbiamo numerosi schiavi catturati nelle continue guerre. Ma il fenomeno assunse maggiore rilevanza nelle società agricole dell'antichità. Non è facile però comprendere dalle fonti storiche quando si tratta propriamente di schiavi o semplicemente di persone con basso status sociale, subordinate ad altri.

Ad esempio nella Bibbia si parla di schiavitù in Egitto e poi in Babilonia: ma appare chiaro dal contesto del racconto che non si trattava di schiavitù nel senso proprio: in Egitto gli ebrei formavano una classe sociale con il compito di costruire mattoni ma conservavano i loro diritti familiari, la loro cultura, anche le proprie proprietà private, in Babilonia poi pare che avessero anche un status abbastanza alto: si definiscono schiavi perché, comunque, sono soggetti all’autorità di un sovrano straniero.

Nelle società antiche (agricole) del Mediterraneo dell’india della Cina e dell'America abbiamo pure schiavi ma questi hanno un ruolo molto marginale.

Con la civiltà greca e soprattutto con quella romana, invece lo schiavismo ebbe un grosso sviluppo assumendo un ruolo importante.

In particolare le guerre continue per la formazione e l’allargamento dell’Impero Romano produssero un numero abnorme di prigionieri di guerra, di schiavi che furono adibiti a più svariati compiti: molti costituivano la servitù di casa dei ricchi, altri impiegati nei lavori artigianali. Molti però lavoravano in campagna subordinati ai proprietari e agli uomini liberi. L’accrescimento della proprietà fondiaria in mani di pochi sempre più ricchi portò al latifondo che veniva coltivato soprattutto da schiavi. Il fenomeno fu molto contrastato, ad esempio. dalle riforme dei Gracchi, e poi dalle continue distribuzioni di terre ai veterani, dall’esaltazione della vita contadina ai tempi di Augusto e fu nel complesso negativo: anzi molti storici lo considerano proprio la causa più importante della decadenza dell’Impero Romano.

Infatti lo schiavismo era economicamente negativo come già gli scrittori romani più avveduti rilevarono: anche gli schiavi dovevano logicamente mantenersi come tutti gli altri contadini e potevano solo consegnare ai padroni le eccedenze alimentari: ma la resa dei contadini liberi era sempre maggiore di quella degli schiavi, disinteressati alla produzione stessa.

Non possiamo quindi dire che lo schiavismo caratterizzasse le antiche civiltà: esso assunse importanza solo in un certo stadio dell’Impero Romano e fu fattore di debolezza e comunque non costituì mai la forza produttiva più importante.

Si osservi pure che, poichè i contadini costituivano intorno al 90% della popolazione, non sarebbe stato sostenibile una società con un numero tanto abnorme di schiavi.

Nel medioevo la schiavitù non ebbe termine come spesso si crede: ma tornò ad essere un fenomeno marginale.

Gli storici restano anche molto incerti sulla consistenza della schiavitù nell’alto medioevo: infatti il termine latino “servus” assunse un significato più ampio: in campo religioso i fedeli furono definiti “servi di Dio”, il papa quindi “servo dei servi di Dio”, i feudatari servi (vassalli) dell’imperatore e cosi via cosicchè il termine “servus” divenne quasi un appellativo onorifico.

Gli schiavi erano prigionieri di guerra che all’inizio venivano dal mondo slavo da cui il termine ”schiavo” ( il termine “servus” aveva assunto altro significato). Poichè lo schiavo è sempre uno straniero doveva essere di regola un non cristiano perchè il cristianesimo identificava tutto il popolo.
Furono ridotti alla schiavitù i mussulmani di Lucera che erano state le truppe di Federico II, furono venduti anche come schiavi (vergognosamente) indiani portati da Colombo dalle Americhe. Schiavi anche i mussulmani catturati sul mare (alcuni di essi lavorarono alla costruzione della reggia di Caserta a oltre la meta del 700).

Analogamente i mussulmani tenevano in schiavitù i cristiani catturati nelle loro scorrerie: ma se essi accettavano di diventare mussulmani venivano liberati e qualche volta raggiungevano anche alti gradi nell’amministrazione; uno degli ammiragli della flotta turca di Lepanto, Uluc Alì (Luccialli), era un cristiano convertito di origine italiana.

Lo schiavismo dopo l’età romana tornò ad essere comunque un fenomeno marginale che infatti viene spesso ignorato: ebbe invece un risalto imprevisto nelle Americhe. Quivi mancavano i contadini e quindi si ricorse a importare forzosamente mano d’opera dall’Africa: si trattava di non cristiani che anzi cosi venivano convertiti: tuttavia anche dopo la conversione rimanevano schiavi con grande vergogna per la coscienza cristiana del mondo occidentale. Pure in questo caso però i negri erano considerati degli stranieri: si riteneva che prima o dopo dovevano essere rimpatriati e in questo senso si mossero dapprincipio gli abolizionisti. Alla fine si tentò anche realmente di riportarli in africa con la costituzione della Liberia nel 1822: i risultati però furono disastrosi e quindi si arrivò all’ idea della equiparazione ai bianchi.

Comunque la potenza e lo sviluppo dell’America non va collegato al lavoro degli schiavi delle piantagioni ma a quello degli uomini liberi prima nella conquista del West e poi nello sviluppo industriale dell’est.

FEUDALESIMO

Marx pone il feudalesimo come uno stadio di organizzazione del lavoro che sta in mezzo fra lo schiavismo e il capitalismo e caratterizzante il medioevo nel quale il lavoro viene assicurato dai servi della gleba che sostituiscono gli schiavi del mondo classico. Ma pur in questo caso non possiamo pensare che il feudalesimo sia una struttura tipica del medio evo come non lo fu lo schiavismo dell’antichità. Il feudalesimo dal punto di vista dell’organizzazione economica che divide servi della gleba e signori è il ritorno alle classi sociali come era stato in genere nell’antichità mentre lo schiavismo diviene un fatto puramente marginale, come abbiamo visto. Solo in una parte del medio evo sono presenti i servi della gleba e il feudo: c’è pure un medio evo barbarico e un medio evo comunale in cui la servitù della gleba è assente e d'altra parte non si passa direttamente dal feudalesimo al capitalismo perchè in mezzo vi è lo sviluppo economico della’ Età Moderna che non è certo un fatto trascurabile.

Il feudalesimo è un fatto politico: la mancanza di un potere centrale fa si che ogni entità locale si regga autonomamente, riconoscendo solo genericamente un potere centrale: è un fatto che si è verificato in tutte le epoche quando il potere centrale entra in crisi: ad esempio in Egitto fra l’antico e il medio regno e, in India con la perdita di potere del Gran Mogol (con i marhaja), in Giappone durante l’eclissi della shogunato con i daymo e anche in età contemporanea con fenomeni come i “signori della guerra” in Cina dopo 1911, e quelli tuttora esistenti nella disgregazione della Somalia del dopo Barre.

Ciò che caratterizza il feudalesimo europeo è il fatto che la crisi politica del potere centrale che, in genere, si risolve in qualche poche generazione, durò invece molti secoli.

Ma nel feudalesimo le caratteristiche produttive sono sempre quella della società agricola: la grande maggioranza della popolazione lavora i campi e mantiene una minoranza che si dedica ad altre attività.

SOCIETA' INDUSTRIALE

Alla società feudale Marx riteneva che sarebbe fosse subentrata la società caratterizzata dalla centralità del capitale che avrebbe portato a una nuova organizzazione del lavoro. L’opera maggiore di Marx, come è noto, si intitola appunto “Il Capitale”: intendendo che la sua comparsa caratterizzava l’epoca moderna sostituendo i modi di produzione feudali.

Ma realmente la caratteristica fondamentale della società moderna può essere rintracciata nel capitalismo ?

In effetti anche nel passato abbiamo forme di capitalismo abbastanza ampio: le città marinare importatrici di spezie, i comuni italiani e delle Fiandre produttori di panni, i grandi affari degli “ equites” romani, i mercanti arabi del medio oriente, la lavorazione della seta cinese di Suzhou (descritta con grande meraviglia, anche da Marco Polo). In tutti questi casi la figura genericamente denominata del “mercante“ si serviva del lavoro subordinato di un gran numero di altri lavoratori per produrre e quindi distribuire dei prodotti. Si accumularono anche grandi capitali liquidi che permettevano di finanziarie grandi organizzazioni e di condizionare anche la politica: si ricordi ad esempio che i Medici si impadronirono del governo di Firenze e i Fugger fecero addirittura eleggere come imperatore Carlo Quinto; i meravigliosi palazzi che costeggiano Canal Grande a Venezia sono lo status symbol dei capitalisti del tempo.

In realtà la nostra società è caratterizzata dall’industrializzazione non dal capitalismo e nemmeno possiamo ritenere che sia il capitalismo a generare la società industriale.

La industrializzazione è la conseguenza degli spettacolari progressi della tecnica e della scienza: si dice che se un antico romano fosse risorto nel 700 sarebbe sì meravigliato nel vedere un mondo tanto diverso dal suo, ma che se risorgesse ai nostri tempi penserebbe di essere fra gli dei: noi comunichiamo a distanza, ci spostiamo volando, gli oggetti si muovono a nostro impercettibile comando: tutte caratteristiche che un romano attribuiva agli dei.

Se è vero che la società industriale ha avuto origine in un mondo capitalistico è anche vero che si è sviluppata in società anche con economie centralizzate dallo stato (nei paesi del socialismo reale) e in tutte le combinazioni possibili di liberismo e dirigismo statale. Anzi, in teoria, nulla impedirebbe che la produzione industriale si sviluppasse in un sistema feudale come in uno schiavistico.
Nell’avanzatissima produzione industriale del Giappone è ancora presente in qualche modo una componente feudale in quanto il lavoratore si identifica per la vita con una impresa; nei lager nazisti e nei Gulag sovietici abbiamo avuto operai coatti in condizioni di schiavitù inimmaginabili nemmeno nell’antichità romana.

I caratteri della modernità scaturiscono essenzialmente dal fatto che vi sono industrie.

Per fare l’esempio classico della alienazione da lavoro: come rilevato da Marx, l’operaio moderno, che lavora nelle fabbriche moderne, si sente alienato perché non vede il prodotto finito che comunque non gli appartiene e si limita a gesti ripetitivi e insignificanti mentre l’artigiano di un tempo metteva nel lavoro tutte le sue capacità e trovava la sua soddisfazione personale. Ma certo non è pensabile che la alienazione possa esser superata con un sistema socialista del lavoro: nulla cambia, psicologicamente, per l’operaio se la proprietà del prodotto apparterrà a un capitalista o allo stato o alla società: l’operaio si sentirà sempre una rotella di un processo di produzione che comunque non gli appartiene: è evidente che l’alienazione dipende dalla produzione industriale non dal sistema sociale ed economico.

Lo sviluppo tecnico scientifico sta cambiando la nostra società da agricola in industriale. Per migliaia di anni tutta la economia era basata sull’agricoltura e solo le sue modeste eccedenze permettevano altre attività. Nei nostri tempi invece l’agricoltura impegna un numero sempre minore di addetti: si è passati dal 90% a meno del 5% e soprattutto si produce più cibo di quanto possiamo effettivamente consumare. Nella società agricola la sopravvivenza alimentare era sempre il problema fondamentale: cattivi raccolti per motivi atmosferici e per vicende belliche mettevano in forse la vita delle popolazioni, anzi il numero degli abitanti di una regione era crudelmente regolato dalle possibilità di nutrizione: se la popolazione superava un certo limite allora la fame e le carestie e le guerre conseguenti la riducevano drasticamente. Il progresso medico ha interrotto anche questo tremendo meccanismo: la esistenza di efficaci mezzi anticoncezionali ci permette di programmare volontariamente le nascite.

Come abbiamo sopra notato. anche nel passato vi sono stati fenomeni simili alla produzione industriale: tuttavia si trattava pur sempre di prodotti per elites. La grande massa era troppo povera per acquistare qualcosa che andasse al di là delle stretto necessario per sopravvivere e d’altra parte i costi e le difficoltà di percorso permettevano soprattutto lo scambio di merci pregiate e costose; le spezie d’Oriente, le sete della Cina, gli arazzi delle Fiandre non erano certo alla portata di tutti.

La povertà generale era una condizione strutturale ineliminabile perchè la produzione agricola richiedeva l’impegno della stragrande maggioranza della popolazione per produrre il minimo indispensabile alla loro sopravvivenza.

Lo sviluppo tecnico e scientifico ha permesso la produzione sufficiente di beni alimentari e poi una produzione teoricamente infinita di tutti i beni di consumo: il problema di ogni industria moderna non è la quantità di beni da produrre che può essere accresciuta indefinitivamente ma la collocazione sul mercato.

Possiamo quindi concludere che la industrializzazione è la conseguenza dello sviluppo tecnico scientifico e il capitalismo è uno dei modi di organizzarsi del modo di produrre industriale: la struttura del mondo moderno non è il capitalismo o il socialismo ma la industrializzazione.

PREVISIONI MARXIANE

Bisogna rendersi conto che l’orizzonte di conoscenze dei tempi di Marx poco dopo la prima meta dell’800 è molto diverso da quello nostro: Marx ha visto solo i primi sviluppi tecnici, la scienza non ha avuto ancora avuto il tempo di intervenire significativamente. Siamo ai primi telai meccanici, alle prima macchine: non esistono ancora aerei, auto, motori, radio televisore, telefoni e telefonini: non si usa ancora petrolio, energie nucleare, satelliti e computer, non esistono gli spettacolari progressi della medicina e della genetica.

Il mondo di Marx è ancor un mondo agricolo con qualche processo iniziale di produzione industriale: conseguentemente la visione di Marx del mondo moderno rimane sempre nella prospettiva di una società agricola.

Marx riconosce i meriti storici della borghesia di aver fatto progredire il mondo facendolo uscire dal feudalesimo ma ritiene che per motivi oggettivi la società capitalistica non potrà più reggersi a lungo: i ricchi diverranno sempre più ricchi e sempre più pochi, mentre i poveri saranno sempre più poveri e sempre più numerosi, i ceti medi spariranno: alla fine la produzione non troverà più sbocchi adeguati in un processo auto-esaltante e irreversibile.
Le previsioni marxiste sono state clamorosamente smentite della storia dell’ultimo secolo che ha visto invece crescere il ceto medio fino a costituire la stragrande maggioranza della popolazione e riducendo la povertà da un fatto generale a un fenomeno di emarginazione.

Marx, in realtà, osservò giustamente che le crisi del passato erano dovute a penuria di prodotti ma mentre quelli dell’età moderna sarebbero stati originati dall’abbondanza dei prodotti che non avrebbero trovato collocazione: concluse quindi che il crollo del capitalismo sarebbe stato dovuto sostanzialmente a un processo di sovrapproduzione che solo una società comunista avrebbe potuto radicalmente risolvere .

La previsione poteva sembrare ragionevole, “scientifica” come si esprimeva lo stesso Marx.

Anche potè sembrare plausibile, a quei tempi che, una volta che i prodotti sarebbero stati sufficienti per tutti, sarebbe anche venuto meno anche il “bisogno” e, con esso l’avidità e magari anche tutti gli altri mali che da sempre affliggono l’umanità. Si poteva quindi sperare in una società senza classi e senza differenze economiche: un ritorno alla società primitive in cui tutto è in comune ma con la fondamentale differenza che non ci sarebbe stato più la penuria propria dei primitivi ma abbondanza di ogni prodotto: una specie di paradiso in terra nel quale a ciascuno veniva dato secondo il bisogno e ciascuno dava secondo le sue possibilità.

Ma tutto ciò non si è verificato e non ci sono prospettive che si possa verificarsi in un futuro prevedibile: perchè ?

Con il senno di poi noi però possiamo chiaramente vedere tre fatti fondamentali a quei tempi non sufficientemente valutati.

Il primo fatto è che la industrializzazione non è un processo semplice e rapido. Fra la scoperta teorica, la applicazione pratica e la effettiva produzione generalizzata di beni possono passare molte generazioni; i cellulari sono in uso da pochi anni ma è passato più un secolo dalle scoperte scientifiche delle onde elettromagnetiche e dalle invenzioni del telefono e della radio: solo alla fine degli anni 90 anni sono diventati di uso comune nel mondo industrializzato: quanto tempo ci vorrà perche si diffondano nel resto del mondo?

Sono occorsi millenni per far si che le terre fossero messe a cultura: occorreranno almeno secoli perchè la industrializzazione possa espandersi nel mondo: fino ad ora ha raggiunto solo l’occidente e solo da poco si avvia anche in Oriente ( Cina ed India ).

Il secondo fatto è che non si raggiungerà mai la liberazione dal bisogno: l’uomo per sua natura, vuole sempre di più, vuole la ”luna”, come si dice, per cui a ogni progresso corrisponde un altro bisogno e cosi via all’infinito. Dice un proverbio ucraino che l’uomo è felice se sotto il suo letto vi è una un sacco di patate che duri tutto l’inverno: ma i contadini affamati si sono trasformati in uomini moderni che desiderano auto e telefonini e televisori e ogni altra cosa e sempre più perfezionata. Moralisti e filosofi deprecano che gli uomini vogliano sempre di più e che non sembrano mai accontentarsi di nulla: condannano il lusso esagerato, gli inutili e costosi oggetti dello status symbol, il consumismo, ammoniscono sulla importanza che l”essere” prevalga sull'“ avere “ e simili nobili concetti.

Il mondo intero pare dare loro ragione ma poi va per il suo verso: in realtà il consumismo è uno dei motori generali dello sviluppo economico nelle società industriali. Nella Cina del boom economico si diffondono l’abbigliamento griffato italiano, e a Shanghai si progetta e si costruisce in tempi di record un grattacielo sempre più alto del vicino per meri motivi di prestigio.

L’aumento della ricchezza non genera affatto la sazietà, come presupponevano i filosofi socialisti dell’800, ma sempre nuovi bisogni. Anche la povertà relativa non sparisce mai: per essa intendiamo un livello economico molto inferiore a quello medio. Il crescere del reddito generale fa crescere anche il livello sotto il quale si è considerati e ci si sente effettivamente poveri: in questo senso vi sono moltissimi poveri in America ma il loro livello di vita sarebbe invidiabile in un paese dell’africa, e insperato in un passato abbastanza recente anche in Occidente.

Il terzo fatto è la interpretazione delle differenze economiche. La società agricola è basata sulla penuria: i mezzi di sussistenza sono limitati, la produzione non può essere aumentata significativamente: questo significa che se da qualche parte alcuni usano o sprecano molte risorse, da qualche altra parte ci saranno molti a cui quelle risorse verranno a mancare. Se i ricchi mangeranno tanta carne da farsi venir la gotta questo significa che quella stessa carne non potrà essere usata come integrazione alimentari dei tanti poveri: se un nobile si farà costruire uno sfarzoso palazzo vorrà dire che i suoi contadini saranno stati privati di una maggior parte dei propri prodotti per nutrire le maestranze che avranno costruito il palazzo.

Diciamo insomma che la torta è sempre la stessa: se qualcuno ne mangia una fetta più grande qualcuno altro ne avrà una più piccola. Da qui la intrinseca ingiustizia della ricchezza, la immoralità del lusso.

Ma una società industriale non ha limiti di produzione quanto di collocazione dei prodotti. Il fatto che alcuni incrementino i propri consumi voluttuari, che si costruiscano case di vacanze non significa affatto che altri diventino più poveri: anzi, in realtà, sono proprio questi fenomeni che innescano il processo produttivo, che mettono in moto un meccanismo di sviluppo che alla fine migliora le condizioni di tutti. La produzione sviluppa la occupazione che a sua volta sviluppa la produzione in un processo auto esaltante.

Promuovendo le riforme in senso liberistico, Deng Xiaoping affermò che se il comunismo significa prosperità per tutto il popolo, allora non è contro il comunismo che alcuni diventino prosperi prima di altri e che aiutino gli altri a diventarlo: con il suo pragmatismo, alieno da ogni ideologismo e fanatismo, ha colto pienamente il senso del liberismo nella società industriale.

L’esperienza di tutto il 900 ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio, che il sistema più funzionale per sviluppare la industrializzazione è quello liberista. Tutti i paesi ad alto reddito sono liberisti (capitalisti) e nessun paese ad alto reddito non è liberista: la sfida fra dirigismo statale (socialismo reale) e capitalismo è terminata con la clamorosa vittoria del primo.
L’esempio più evidente è la Cina: passando dal dirigismo al capitalismo ha iniziato un progresso economico stupefacente, possiamo presumere che la causa fondamentale è che il sistema moderno è molto dinamico e che solo il liberismo può assecondare una tale dinamicità o si possono dare altre spiegazioni: ma comunque il fatto oggettivo resta e volerlo negare è chiudere gli occhi di fronte alla realtà.

 

CONCLUSIONE

Possiamo riconoscere a Marx il merito di aver analiticamente e sistematicamente mostrato i rapporti fra i modi della produzione e la civiltà in tutti i suoi aspetti: è un concetto che difficilmente potremmo modernamente rifiutare a prescindere da particolari e diverse angolazioni.

La ripartizione marxista per stadi (primitivo, schiavistico, feudale, capitalistico e poi comunista) però era mutuata da una tradizione Rinascimentale, ripresa poi dalla storiografia ottocentesca e non regge alla luce della moderna conoscenza storica e antropologica che invece riconosce quattro tipi di società (raccoglitori, allevatori, agricoltori e a cui si aggiunge quella industriale ).

Soprattutto però Marx non potè cogliere i caratteri della società industriale che nei tempi in cui visse era appena agli incerti inizi: non potè soprattutto osservare gli immensi progressi delle scienze e il loro impatto sulla società.

Per questi fattori le previsioni marxiste si sono rivelate assolutamente errate: il capitalismo non si è dissolto ma ha conquistato il mondo, il ceto medio non è sparito ma ha assorbito la stragrande maggioranza della popolazione.

Può darsi che un giorno il sistema liberista risulti superato e uno di carattere socialista si mostrerà più adeguato: ma non sarà per questa generazione, nè per la seguente.

D’altra parte Marx prevedeva il comunismo come una fase successiva al capitalismo che nella sua concezione significava industrializzazione: ma il completamento delle industrializzazione è qualcosa che avverrà in un futuro non certo immediato.

Giovanni De Sio Cesari
( http://www.giovannidesio.it/ )

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