SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
MASSIMILIANO D'ASBURGO

Il tragico destino dell'arciduca d'Austria, fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe, che accetto' di salire  sul trono di un Messico dilaniato da continue e sanguinarie rivoluzioni (1864-1867). 
QUESTA E' ANCHE UN PO' LA STORIA DEL NUOVO MESSICO

.

 


I PEONES
FUCILARONO
IL 
"DIO BIONDO"

(Carlotta diventò pazza)
E il "nido d'amore"
Castello di Miramare
rimase vuoto.

di PAOLO DEOTTO

Il 27 maggio 1864 la fregata Novara, della Marina austriaca, attraccava nel porto di Veracruz, sulla costa atlantica del Messico. A bordo c'erano due passeggeri d'eccezione: l'arciduca Massimiliano Ferdinando d'Asburgo e la consorte, arciduchessa Carlotta Maria Amalia di Coburgo Gotha. Venivano in Messico per restarci: entrambi infatti da quel momento avrebbero abbandonato il vecchio titolo nobiliare per assumerne uno nuovo, quello di Imperatore e Imperatrice del Messico.

Iniziava così l'ultimo atto di una folle avventura di politica coloniale, che si sarebbe conclusa tragicamente in poco più di tre anni, precisamente alle ore 6.40 del 19 giugno del 1867.
Un arciduca austriaco, con la consorte belga, sbarcava in Messico, colonia spagnola fino a quarant'anni prima, come imperatore imposto, di fatto, dalle truppe francesi di Napoleone III. In questo insieme di nazioni che volevano determinare il destino del Messico, ne mancava una: il Messico. Ma questo non turbava più di tanto gli epigoni delle politiche autoritarie dinastiche, che poco o nulla avevano imparato dalla bufera napoleonica e da quella del 1848. Avrebbero capito in pochi anni i loro errori; ma nel frattempo avrebbero portato al Messico, paese infelice travagliato da miseria e crudeli disparità e da guerre interne continue, altro sangue e altre sofferenze. La sorte di Massimiliano, in parte anch'egli vittima di una politica cieca e prepotente, fu infelice: morì fucilato.

La sorte di Carlotta fu infelicissima: perse la ragione ancor giovane; fu lontana dal marito, di cui era innamoratissima, nel momento supremo, e poi gli sopravvisse per sessant'anni, alternando lucidità a follia, morendo quasi nell'anonimato e nella solitudine in un castello del Belgio.

Parlavamo di ultimo atto di un'avventura coloniale. Infatti l'assunzione di Massimiliano al trono del Messico era stata preceduta da una lunga e complessa serie di vicende che vedremo. Ma prima ancora ci conviene fare una breve sintesi dei fatti salienti del Messico, per meglio comprendere quale era la situazione di quel paese quando le potenze europee, e particolarmente la Francia, decisero di intervenire. Nel 1521 Hernan Cortes, partendo dal dominio spagnolo di Cuba con una banda di soli settecento avventurieri, iniziava la conquista del Messico. I conquistadores spagnoli, guidati da quest'uomo che aveva doti militari e politiche non comuni, distrussero l'impero azteco di Montezuma perseguendo due obiettivi principali: trovare oro e convertire al cristianesimo le popolazioni pagane d'America. Trovarono poco oro, moltissimo argento (le miniere di San Luis Potosì, Guanajuato e Zacatecas producevano ancora, a metà dell'ottocento, un terzo dell'argento di tutta l'America) e moltissimi nuovi fedeli, compito questo non difficilissimo, perché agli infedeli non venivano date in verità molte alternative.

Il territorio conquistato venne denominato Nuova Spagna e nel 1525 un decreto di Carlo V trasferiva a un governo locale, detto Udienza Reale, i poteri amministrativo e giudiziario. Cortes cadde poi in disgrazia, accusato di aver cercato di crearsi il suo dominio personale, ma i suoi metodi furono ripresi in pieno dagli zelanti funzionari spagnoli che sbarcarono nel Nuovo Mondo per consolidare il potere del Re Cattolico di Madrid. E questi metodi erano quanto di più semplice, brutale ed efficace si potesse immaginare: cancellazione di ogni memoria spirituale e materiale della civiltà azteca, con la demolizione di templi e palazzi, conversione al cattolicesimo delle popolazioni, sottomissione totale degli indios.

La Nuova Spagna assunse definitivamente il nome di Messico dal nome della capitale azteca, Mexico, distrutta e poi ricostruita sul modello delle città spagnole da Cortes. Chiesa e Corona procedevano a braccetto in perfetta armonia, in una simbiosi mutualistica che creò uno sfruttamento sistematico e brutale che durò per tre secoli. La popolazione (agli inizi dell'ottocento si contavano circa sei milioni di abitanti) si divideva in una minoritaria classe dirigente formata da creoli (gente di origine spagnola nata in Messico) e da gachupines (nati in Spagna e venuti in colonia in genere per assumere cariche pubbliche) e in due classi inferiori, i mestizos, circa un milione, che erano nati da unioni tra spagnoli e donne indie, e gli indios, circa quattro milioni.

Questi ultimi in particolare vivevano in una condizione di servitù quasi assoluta, relegati da leggi discriminatorie e da norme di polizia, avendo il lavoro come braccianti agricoli o come servitori quale unica possibilità di sopravvivenza. Vi erano nel paese anche circa diecimila schiavi negri, ma la tratta degli schiavi non fu mai realmente praticata in Messico, perché era più semplice ridurre in una schiavitù de facto le popolazioni locali. Sottopagati, gli indios dovevano però pagare regolari tributi al governo e alla Chiesa ed era per loro praticamente impossibile migliorare la propria condizione sociale.

Il Messico era il gioiello della corona del Re di Spagna, ma questo gioiello era conservato con così poca lungimiranza, sfruttando pesantemente sia le popolazioni locali sia i coloni, che i vincoli con la madrepatria si fecero sempre più tenui, mentre il desiderio dell'indipendenza cresceva, aspettando solo il momento favorevole per tradursi in rivolta. Quando la Spagna conobbe, agli inizi del XIX secolo, la condizione di vassalla sotto le armi napoleoniche, scoppiarono rivolte anche in Messico, seguendo l'esempio degli insorti di Buenos Aires, Lima e Bogotà. Tre tentativi di insurrezione (nel 1810 con Hidalgo, nel 1815 con Morelos e nel 1816 con Mina) furono soffocati nel sangue dalle truppe spagnole di stanza in Messico, comandate dal generale Calleja, che considerava suo dovere continuare a combattere per il Re di Spagna anche quando questi era stato detronizzato da Napoleone.

La sconfitta di Napoleone e la conseguente restaurazione in Europa restituirono a Re Ferdinando VII di Spagna il gioiello della corona. Ma Ferdinando non lo tenne a lungo; nel 1820 una rivoluzione portò i liberali al potere a Madrid: questi abolirono l'Inquisizione e confiscarono i beni della Chiesa, ingiungendo al viceré del Messico di fare altrettanto. Inoltre, doveva abolire la schiavitù, la discriminazione razziale, i processi da parte dei tribunali militari ed ecclesiastici e proclamare la tolleranza religiosa. A questo punto i veri padroni del Messico, ossia la Chiesa, i proprietari terrieri e l'esercito, vedendo nel nuovo governo di Madrid il nemico liberale che minava alle radici i fondamenti della società, proclamarono l'indipendenza dalla Spagna. E questa fu la caratteristica assolutamente peculiare dell'indipendenza messicana: mentre negli altri domini spagnoli d'America le rivolte contro Madrid avevano matrici liberali, in Messico furono i conservatori che dichiararono l'indipendenza, proprio con l'intento di proteggere quei princìpi per loro irrinunciabili, e che ora vedevano schiacciati in Spagna, governata dai nuovi eretici, i liberali.

Non a caso il primo capo di stato messicano fu il generale Agustin de Iturbide, creolo, cattolico fervente, proprietario terriero, che già si era distinto nella repressione dei moti guidati da Hidalgo e Morelos, di ispirazione liberale. Iturbide doveva reggere provvisoriamente lo stato, ma i maggiorenti conservatori decisero di fargli assumere il titolo di imperatore del Messico, con il nome di Agustin I, dopo un vano tentativo di far accettare all'arciduca Carlo Luigi d'Asburgo la corona del Messico.

Il neo imperatore cercò un equilibrio interno, conscio che l'odio di classe era in Messico sempre più forte, e rischiava di esplodere: abolì le leggi discriminatorie contro gli indios, e tolse i poteri all'Inquisizione. Non poté o non volle andare oltre, e non accolse le richieste liberali sulla tolleranza religiosa. Solo la religione cattolica poteva essere praticata. Gli ufficiali dell'esercito giuravano non solo di difendere la nazione, ma anche la chiesa cattolica.

Nel 1822 in Spagna era tornato al potere Ferdinando VII, che non esitò a far fucilare i capi liberali che avevano creduto nelle promesse di un'amnistia; ora il governo di Madrid era reazionario quanto potevano auspicare i conservatori messicani, che però si erano abituati ormai all'indipendenza. Il Messico non riconobbe più il Re di Spagna quale proprio sovrano, ma in compenso non riusciva a darsi una stabilità politica. L'anno successivo infatti i liberali convinsero il generale Antonio Lopez de Santa Anna a detronizzare l'imperatore, che fu autorizzato ad uscire dal Messico. Veniva proclamata la repubblica, che si dava una costituzione modellata su quella degli Stati Uniti.

Iturbide si rifugiò in Inghilterra, ma tornò in patria un anno dopo, cercando di organizzare una rivoluzione. Venne catturato e fucilato, e il presidente Santa Anna ebbe buon gioco, in nome della sicurezza nazionale, a sbarazzarsi dei ministri liberali del suo governo e a proclamarsi dittatore. E a questo punto il Messico entrò in uno stato di guerra civile pressoché permanente, con la figura del generale Santa Anna, che da liberale era passato nel campo dei conservatori, che periodicamente rispuntava con un nuovo colpo di stato per correggere qualche risultato elettorale eventualmente non gradito.

Basti questo dato: nei primi quarant'anni di indipendenza il Messico ebbe, dopo il breve esordio imperiale, settantatré capi dello Stato, con un'alternanza tra liberali e conservatori e sovente con due capi di stato autoproclamati, e con un intricato gioco di rivalità personali interne agli stessi partiti. In questa situazione ovviamente all'interno prosperavano il caos e l'anarchia, mentre il paese, con le forze armate perennemente divise tra le due principali fazioni politiche, era sempre più debole verso l'esterno. Ne approfittarono gli Stati Uniti, vera potenza emergente d'America, per impadronirsi della California, del Nuovo Messico e per favorire la secessione del Texas, che dopo nove anni di indipendenza sarebbe entrato a sua volta nell'Unione.

Nel 1848 il Messico, immerso nella propria spirale di violenza interna, aveva così già perso circa due quinti del territorio nazionale.
Nel 1853 Santa Anna, di nuovo presidente dopo un ennesimo colpo di stato, aveva difficoltà finanziarie così grandi che accettò di vendere agli Stati Uniti un'ulteriore porzione di territorio.
A quel punto il territorio del Messico divenne circa la metà di quanto era al momento della dichiarazione di indipendenza. Le innumerevoli presidenze liberali e conservatrici non avevano mai esercitato una vera autorità su tutto il paese, e diversi tentativi di riforme sociali non avevano cambiato una situazione fondata sostanzialmente sui privilegi intoccabili delle classi ricche e del clero e sulla sottomissione degli indios.

In un paese che ufficialmente aveva abolito la schiavitù, esisteva, garantita dalla legge, la pratica del peonaggio: era d'uso che il proprietario terriero, all'atto dell'assunzione, anticipasse soldi ai contadini (peones), che si impegnavano a restituirli con il proprio lavoro.

(VEDI LA TECNICA DEL "MODERNO" SFRUTTAMENTO)

Però i salari erano così bassi che il peon, in genere indio, aveva sempre bisogno di altri anticipi e non riusciva mai a pareggiare la propria situazione col padrone, restandone di fatto dipendente forzato: infatti se fuggiva dalla azienda agricola, poteva esservi riportato con la forza e costretto a lavorare fino ad estinzione del debito. Ci scusiamo con i lettori se la premessa non è stata breve; ma ci sembrava indispensabile dare un quadro della situazione, per poter meglio comprendere su quale polveriera attraccava la fregata Novara con i suoi imperiali passeggeri.

In questo paese martoriato dalla violenza, dalle discriminazioni, dall'ingiustizia, era però emersa intanto una figura nuova, un indio che aveva saputo progredire, che si era laureato in legge e si era poi impegnato in politica con il partito liberale. Era nato nel 1806, il suo nome era Benito Juarez. Quando Massimiliano sbarcava, Juarez, già trionfatore nel 1860, si trovava rifugiato nel nord del Messico, e sembrava lo sconfitto di turno nell'eterno stato di guerra. Tre anni dopo avrebbe ordinato la fucilazione dell'imperatore.

Massimiliano Ferdinando d'Asburgo era nato il 6 luglio del 1832 a Schonbrunn, il palazzo estivo dell'imperatore d'Austria - Ungheria, appena fuori Vienna. Era il fratello minore di Francesco Giuseppe, che divenne imperatore a diciotto anni, il 2 dicembre 1848, e come principe del sangue gli competeva il titolo di arciduca.

Fu per sei anni erede al trono imperiale, finché nel 1854 nacque il primo figlio di Francesco Giuseppe. Massimiliano, abitualmente chiamato Max, era molto legato al fratello, ma a differenza di questi, che fin da ragazzo si mostrava ordinato, metodico e molto interessato alle cose militari, era un sognatore e aveva inclinazioni artistiche. Peraltro era austriaco e asburgico fino in fondo, cattolico praticante, sostenitore della monarchia assoluta, ma non escludeva la possibilità di costituire assemblee popolari, ovviamente se questo era il desiderio del monarca. L'obbedienza, il dovere di trattare con rispetto i superiori ed eseguire sempre i loro ordini erano per lui principi assolutamente indiscutibili.

Gentile e giusto con i subordinati, esigeva tuttavia che fossero sempre chiare le differenze e le distanze tra le classi sociali e le posizioni "in cui Dio ha voluto collocare gli uomini". Da ragazzo compilò un elenco di ventisette norme di comportamento, e lo portò sempre con sé. E' istruttivo leggerne alcune: "sia la mente a governare il corpo e mantenerlo nella moderazione e nella moralità"; "essere gentile con tutti"; "mai lamentarsi perché è segno di debolezza"; "mai scherzare con i subordinati, mai parlare con i servi"; "mai irridere alla religione o all'autorità".

A diciotto anni ricevette il suo primo incarico militare, un comando della flotta adriatica. Il suo superiore, ammiraglio Dahlerup lo considerava un abile ufficiale di marina, e tale fu anche il parere del suo successore, ammiraglio Tegetthoff. Nel 1857 sposò Carlotta, figlia del Re del Belgio, Leopoldo. La giovane si era innamorata a prima vista di questo arciduca venuto in visita alla corte del padre. In effetti Massimiliano, alto, con una barba di tale foggia che oggi ci farebbe sorridere ma che all'epoca era considerata molto elegante, con gli occhi azzurri e sognanti, esercitava un grande fascino sul gentil sesso. Peraltro proprio in occasione del matrimonio Massimiliano svelò un lato insospettato del suo carattere, intavolando con Re Leopoldo una serrata trattativa sulla dote della figlia e mettendo in non poche difficoltà il monarca, che aveva bisogno per questa materia dell'approvazione del Parlamento. L'arciduca amava il danaro, né faceva nulla per nascondere questo amore.

Subito dopo le nozze con Carlotta, Francesco Giuseppe nominò Massimiliano viceré del Lombardo - Veneto, in sostituzione dell'ormai novantenne feldmaresciallo Radetzky. I due giovani sposi si stabilirono a Milano e fecero il possibile per conquistare la simpatia dei sudditi, preoccupandosi tra l'altro di imparare subito l'italiano. Il compito del novello viceré non era facilitato da Francesco Giuseppe, che lo incoraggiava ad essere liberale, ma in pari tempo lo ammoniva ad usare severità, "però con giustizia e senza traccia alcuna di rancore". L'imperatore rifiutò anche seccamente la proposta del fratello viceré, che voleva concedere al Lombardo - Veneto una sorta di autonomia.

L'esito sfortunato della guerra del 1859, con la quale l'Impero perse la Lombardia a favore del Regno di Sardegna, relegò Massimiliano e Carlotta a Trieste. Ma non fu un esilio: in questa città l'arciduca si trovò benissimo, amabile come sempre ed amato dai sudditi. Iniziò la costruzione del palazzo di Miramare, uno splendido edificio bianco arroccato su uno scoglio a picco sul mare, una specie di castello di stile normanno. E fu in questo palazzo che Massimiliano ricevette, domenica 10 aprile 1864, una delegazione di notabili messicani, guidata da Don José Maria Gutiérrez de Estrada, venuti per proclamarlo imperatore del Messico.

Dopo la cerimonia e i discorsi di prammatica avrebbe dovuto seguire il banchetto ufficiale; ma il neo - imperatore non vi partecipò, perché colto da collasso, né il suo medico personale, il dottor Jilek, si stupì: da troppo tempo vedeva Massimiliano passare dall'euforia per il titolo imperiale al dolore di lasciare le sue terre amate e di rinunciare ai diritti sul trono austriaco, e si aspettava un crollo fisico. La partenza per il Messico fu quindi rinviata al 14, dopo tre giorni di riposo assoluto. Prima di lasciare definitivamente l'Europa, Massimiliano e Carlotta si recarono a Roma, dal Papa Pio IX, per ricevere la sua benedizione.

E a Roma in quei giorni circolava una di quelle canzoncine popolari tanto diffuse per commentare i fatti d'attualità. Diceva: "Massimiliano, non ti fidare! Torna al castello di Miramare".

Il signor Gutiérrez, capo della delegazione di notabili messicani, vedeva coronato il sogno della sua vita. Da giovane diplomatico alle prime armi (non aveva che ventuno anni) aveva fatto parte, come segretario, della missione di maggiorenti conservatori che nel 1820 avevano offerto il trono all'arciduca Carlo Luigi d'Asburgo quando il Messico aveva dichiarato la propria indipendenza dalla Spagna.

Gutiérrez rappresentava il vero campione del conservatorismo messicano: ricco proprietario terriero, cattolico, era fermamente convinto che solo una monarchia poteva portare ordine nel paese, difendere la Chiesa, mantenere le indiscutibili divisioni di classe, volute da Dio stesso che aveva dato agli indios, selvaggi e sanguinari, la possibilità di conoscere la vera fede e la civiltà. I devoti messicani (quelli, beninteso, delle classi dirigenti) erano i naturali eredi della missione divina in origine affidata alla Spagna. Queste convinzioni si rafforzarono in Gutiérrez quando l'anarchia iniziò a sconvolgere il Messico, ma divennero poi, se possibile, ancor più forti quando il ministro della Giustizia di un governo liberale, presieduto dal generale Comonfort, riuscì a far approvare dal parlamento una legge che aboliva gran parte dei poteri dei tribunali ecclesiastici e sottoponeva il clero alla giurisdizione dei tribunali ordinari. Inoltre questo scatenato ministro introdusse il matrimonio civile, il divorzio e, in collaborazione col ministro delle finanze, nazionalizzò le immense proprietà terriere della Chiesa, chiuse gran parte dei monasteri e stabilì una diaria per i preti, a spese dello Stato.

Infine il governo procedette alla vendita a privati dei terreni già di proprietà ecclesiastica. Era l'anno 1855. Il ministro della giustizia era, oltretutto, un indio che non aveva saputo stare al suo posto; in gioventù aveva fatto l'avvocato, poi si era dedicato alla politica. Il suo nome era BENITO JUAREZ.

 

Gutiérrez passò quasi tutta la sua vita in Europa, prima con vari incarichi diplomatici, poi dedicandosi interamente alla ricerca di un principe cattolico che volesse cingere la corona del Messico e di un Re che fosse disponibile a fornire le forze armate necessarie per rimettere ordine nel caotico paese americano e per imporre il nuovo regime.

Ma nelle varie corti che visitò, Gutiérrez dovette rendersi conto che nessun regnante europeo intendeva correre rischi in Messico, per non impigliarsi in un ginepraio che sembrava inestricabile e per non inimicarsi gli Stati Uniti, che divenivano sempre più potenti e che avevano già manifestato nel 1832, per bocca del presidente Monroe, la loro volontà di opporsi a qualsiasi ingerenza europea negli affari americani.

Il sogno di Gutiérrez di ridare pace e giustizia (secondo il suo particolare angolo di visuale) al Messico sembrava senza speranza, oltretutto frustrato dal paese della democrazia e della repubblica, due parole che non potevano che significare caos ed eresia.

Ma poi accaddero alcune cose. In Messico scoppiò l'ennesima guerra civile che superò in ferocia e distruzioni tutte le altre, negli Stati Uniti la secessione degli stati del Sud portò al conflitto tra unionisti e confederati, e Gutiérrez si incontrò con un parvenu della politica che era stato rivoluzionario, liberale, presidente della Repubblica, ed ora era divenuto imperatore, cercando di rinnovare i fasti del passato: Napoleone III, imperatore di Francia. Questi era una figura davvero unica, da non pochi storici paragonato a Mussolini, per la capacità di non avere alcuna linea politica precisa, se non quella della conservazione del potere a qualsiasi costo. Non sappiamo se il confronto sia corretto; è però un fatto che Napoleone III era riuscito a costruire un potere personale appoggiandosi ora sulla Chiesa, ora sui liberali, blandendo le nuove istanze nazionaliste e nello stesso tempo reprimendo senza pietà le opposizioni interne. Ma come tutti i grandi dittatori, anche Napoleone III, cinico pragmatista, aveva ad un certo punto iniziato a considerarsi infallibile.

La sua politica nei confronti del Messico, da lui stesso definita "ma grande pensée" (la mia grande idea) fu l'anticamera della sua rovina. In Messico, dicevamo, era scoppiata l'ennesima guerra civile. La nuova costituzione, approvata nel 1857, non osava ancora proclamare la libertà religiosa, ma tuttavia non affermava più che l'unica religione consentita in Messico era la cattolica - romana. La Chiesa considerò questa riforma, aggiunta a quelle già approvate due anni prima, come una minaccia alla propria esistenza, e ordinò al clero di negare l'assoluzione dai peccati a quanti avessero giurato fedeltà alla nuova Carta.

Lo stesso presidente, generale Comonfort, fu convinto a fare un colpo di stato... contro sé stesso, licenziando i ministri liberali e sostituendoli con una giunta di generali. Uno di essi, il generale Zuloaga, costrinse alle dimissioni lo stesso Comonfort, considerato comunque troppo vicino ai liberali. Questi, prima di abbandonare il Messico, riuscì a far scarcerare Juarez, che era rinchiuso in carcere assieme agli altri ministri liberali. Juarez, che dopo l'approvazione della nuova costituzione era stato eletto Primo Giudice della Corte Suprema, con funzioni di supplenza del presidente in caso di suo impedimento, si autoproclamò presidente della repubblica poiché il presidente legittimo, Comonfort, era stato costretto illegalmente a dimettersi. Le truppe fedeli a Juarez e quelle fedeli a Zuloaga iniziarono una guerra che sarebbe durata tre anni, la Guerra delle Riforme. Il quartier generale di Juarez era a Vera Cruz, quello di Zuloaga a Città del Messico.

Dopo il primo anno di guerra civile il generale Miramon costrinse Zuloaga alle dimissioni, e si proclamò presidente. Juarez riuscì a vincere la Guerra delle Riforme, grazie anche all'aiuto degli Stati Uniti che, pur non intervenendo direttamente nel conflitto, gli assicurarono notevoli rifornimenti ed inviarono anche unità della marina da guerra ad incrociare al largo di Vera Cruz, come silenzioso monito ad eventuali iniziative di una cannoniera spagnola che si trovava nelle stesse acque. Le truppe liberali, al comando del generale Ortega, entrarono a Città del Messico il giorno di Natale del 1860 e si comportarono in modo abbastanza mite (almeno secondo i canoni messicani...) nei confronti dei conservatori sconfitti, fucilando oltre 2000 nemici (secondo i conservatori) o circa un centinaio di spie e traditori (secondo i liberali).

Il nunzio apostolico e il rappresentante spagnolo furono espulsi e le leggi di riforma furono definitivamente rese operative. Sembrava che il Messico dovesse ora conoscere una certa quiete (anche se le forze conservatrici diedero subito inizio ad azioni di guerriglia), con un solo governo legittimo retto da un uomo di sicuro prestigio come Juarez. Ma tre anni di devastazioni avevano avuto un costo economico enorme; nel luglio del 1861 Juarez prese la grave decisione di sospendere per due anni qualsiasi pagamento dei debiti nazionali verso l'estero. L'effetto fu disastroso, perché la Gran Bretagna aveva riconosciuto il governo di Juarez a condizione che accettasse la responsabilità finanziaria per i danni subiti dai cittadini britannici in seguito all'azione dei vari regimi messicani.

Il governo spodestato aveva saccheggiato la legazione britannica, ma d'altra parte le truppe liberali si erano impadronite di un treno carico d'argento, di proprietà inglese. Il Messico era anche pesantemente indebitato con obbligazionisti inglesi, francesi e spagnoli, ed anche per questi debiti dovette sospendere i pagamenti sia per capitali che per interessi.
La politica di "pazienza" messa in atto dalle potenze europee creditrici lasciò il posto ad una politica di azione. Con la convenzione di Londra, sottoscritta nell'ottobre del 1861, Gran Bretagna, Spagna e Francia si impegnarono a imporre il rimborso dei loro crediti con l'occupazione militare di alcune zone della costa messicana, dichiarando che non intendevano però in alcun modo infrangere l'integrità territoriale o l'autonomia politica del Messico. Era l'occasione tanto attesa da Gutiérrez.

La sua costante azione diplomatica poteva finalmente avere uno sbocco positivo: l'azione militare era, sotto il profilo del diritto internazionale, legittima e facilitata dal fatto che negli Stati Uniti era scoppiata la guerra civile tra unionisti e confederati. Il potente vicino del Messico era quindi in tutt'altre faccende affaccendato, e tra l'altro i primi fatti d'arme facevano legittimamente pensare ad una vittoria del Sud, ossia della parte politicamente più vicina ai conservatori messicani. Napoleone III elaborava d'abitudine la sua politica in gran segreto, e per la spedizione in Messico già aveva, come vedremo, un asso nella manica che gli avrebbe consentito, nella sua "grande pensée", di andare ben oltre una semplice dimostrazione di forza per riscuotere dei crediti: voleva il Messico, voleva stabilire la potenza francese sul Nuovo Mondo, per bilanciare la potenza emergente degli Stati Uniti e per dare al popolo francese una pagina di gloria imperiale, che sarebbe stata scritta ovviamente per la maggior gloria dell'imperatore, e per far scordare sempre più ai francesi il colpo di stato con cui lo stesso era giunto al potere, abolendo le libertà costituzionali.

Gutiérrez aveva ora bisogno di un nobile cattolico che accettasse la corona del Messico e l'idea di formulare la proposta a Massimiliano non fu casuale, perché un politico esperto e smaliziato non avrebbe mai accettato di governare un paese appena uscito da decenni di caos. Iniziarono così dei cauti approcci e l'idea fu ventilata a Napoleone III, che se ne dichiarò entusiasta, perché gli si offriva anche l'occasione di riavvicinarsi definitivamente alla casa di Asburgo, contro la quale era stato in guerra pochi anni prima, a fianco del Regno di Sardegna.

L'imperatore francese considerava l'arciduca austriaco poco più che uno svanito, che sarebbe stato un docile fantoccio nelle sue mani; una considerazione analoga ne aveva Gutiérrez, mentre Massimiliano, in visita a Parigi pochi anni prima, in una lettera al fratello, non aveva nascosto tutto il suo disgusto per "l'assoluta mancanza di nobiltà della cosiddetta corte imperiale francese". Ma la vanità e l'amarezza per la posizione di eterno secondo in cui l'arciduca di Miramare si trovava, avrebbero alla fine avuto la meglio sulla ragione, rendendo Massimiliano partecipe del gioco mortale di un imperatore senza scrupoli e di un patrizio messicano che rappresentava i più egoistici interessi delle classi nobili.
Mentre gli intrighi politici procedevano, un corpo di spedizione spagnolo sbarcò a Vera Cruz nel dicembre del 1861, seguito, il mese successivo, da truppe francesi e da un reparto di fucilieri di marina inglesi. Juarez non si oppose agli sbarchi, ordinando solo ai suoi cittadini di "non collaborare" con gli invasori e cercò subito la trattativa diplomatica. E le vere intenzioni francesi furono ben presto chiare. I rappresentati di Gran Bretagna e Spagna, Sir Charles Wyke e il conte - generale Prim, cercavano una soluzione negoziale, ben consci del fatto che il Messico non era comunque in grado di pagare i debiti e che il sequestro della dogana di Vera Cruz avrebbe privato il paese degli introiti derivanti dai dazi, pari a circa il settanta per cento degli introiti statali.

Mentre questi due diplomatici accordavano abbastanza rapidamente delle lunghe rateazioni, il rappresentante francese, Pierre Alphonse Dubois de Saligny, presentava un ultimatum al governo messicano, richiedendo subito il pagamento di 12 milioni di dollari a titolo forfetario, a copertura del debito complessivo verso i cittadini francesi fino al 31 luglio 1861; il governo francese si riservava poi il diritto di pretendere ulteriori somme per i danni subiti oltre tale data, e infine pretendeva che il governo messicano soddisfacesse per intero le richieste dei portatori di obbligazioni Jecker, per un totale di 15 milioni di dollari.
Queste obbligazioni erano state emesse dal banchiere svizzero J. B. Jecker a fronte di un prestito concesso a condizioni pazzesche (il 20% di interessi) al generale Miramon. Juarez obiettò che il banchiere era cittadino svizzero, e il rappresentante francese rispose che Jecker era appena stato naturalizzato francese. Era l'asso della manica, vero colpo malavitoso, di Napoleone III: al Messico venivano poste condizioni assolutamente inaccettabili, perché si voleva la guerra. I governi spagnolo e britannico, rendendosi conto delle mire francesi, e ritenendosi soddisfatti nelle proprie pretese finanziarie, preferirono ritirare le proprie truppe, che già iniziavano a subire perdite non in combattimenti, ma falcidiate dalla febbre gialla, endemica nelle zone dello sbarco. A questo punto Napoleone III, che già aveva inviato in Messico il generale conte Charles Ferdinand de Lorencez, dichiarando che la Francia era lesa nei propri interessi e nel proprio onore, diede ordine alle truppe di marciare all'interno e occupare la capitale. Da subito i francesi si resero conto che l'avventura messicana si preannunciava molto più dura del previsto.

Il generale Lorencez, nonostante i rinforzi ricevuti, subì un primo scacco a Puebla (5 maggio 1862), rischiando addirittura di essere lui stesso catturato. Fu richiamato in Francia e sostituito dal generale Elie Forey, che il 7 giugno del 1863 riuscì ad entrare a Città del Messico alla testa di 25.000 soldati. Juarez era fuggito col governo nel Nord del paese. Le forze messicane avevano mostrato molta più resistenza del previsto e iniziavano le azioni di guerriglia, mentre il governo di Juarez decretava, da El Paso del Nord, la pena di morte per i collaborazionisti. Una Giunta di Governo fu costituita dal rappresentante francese Pierre Alphonse Dubois de Saligny, con la partecipazione dei maggiorenti conservatori e dichiarò decaduto il governo di Juarez, proclamò l'impero del Messico e ne offrì ufficialmente la corona all'arciduca Massimiliano, incaricando Gutiérrez di fare quello che già stava facendo da un anno, cioè convincere il nobile austriaco ad accettare.

Massimiliano aveva dovuto chiedere, secondo le regole della Casa d'Asburgo, il consenso del capo della famiglia, l'imperatore Francesco Giuseppe. Questi (che non nascose mai di considerare il fratello minore un giovane un po' fatuo e fuori dalla realtà) gli chiarì subito che, pur non negandogli il permesso, non gli poteva però promettere alcun appoggio, perché l'Impero non aveva intenzione di inimicarsi gli Stati Uniti e di imbarcasi in imprese di dubbia utilità ma di costi elevatissimi. Gli consigliava di accettare solo se la Gran Bretagna e la Francia avessero dato serie garanzie. Il Papa Pio IX, preoccupato per le notizie che giungevano dal Messico, si limitò a formulare generici "voti augurali" per una missione tesa a "difendere la fede e le tradizioni di un popolo cattolico". Alla fine Massimiliano riuscì ad avere solo le garanzie francesi: ottomila soldati si sarebbero trattenuti in Messico per sei anni, con i relativi costi di mantenimento a carico del governo imperiale messicano, che tra l'altro si impegnava anche a onorare le famigerate obbligazioni Jecker.

I risultati assurdi di uno strano plebiscito (in cui votarono ufficialmente quasi tutti gli abitanti del Messico, che però era controllato solo per un terzo dalle truppe francesi), secondo il quale oltre il 70% dei votanti erano favorevoli all'impero, convinsero Massimiliano di poter contare sull'appoggio popolare. E Massimiliano partì. Romantico, tollerante per quanto poteva esserlo un principe asburgico, benintenzionato, era però privo di ogni buon senso, né aveva alcuna conoscenza delle condizioni reali del paese che si apprestava a voler governare.

E' significativo il fatto che, durante il lungo viaggio per mare, impiegò gran parte del tempo per compilare il regolamento di etichetta a corte, prevedendo con pignoleria protocolli e precedenze per ogni tipo di cerimoniale. Già il viaggio da Vera Cruz a Città del Messico mostrò alla coppia imperiale una realtà ben diversa da quella che era stata loro prospettata. Il paese era ancora nel caos, con l'eccezione delle poche zone saldamente in mano alle truppe francesi, dove le accoglienze furono trionfali ed organizzate. L'imperatore era la grande speranza di clericali e conservatori, ma Massimiliano rifiutò un primo atto che gli venne chiesto, ossia la restituzione alla chiesa dei beni nazionalizzati anni prima da Juarez. Le sue inclinazioni liberali d'altra parte non gli giovavano nei confronti dei seguaci di Juarez, che comunque lo consideravano un invasore, mentre anche una parte dei conservatori non vedeva di buon occhio un regnante straniero in Messico. Assurdamente gli unici che manifestarono un sincero entusiasmo per Massimiliano furono gli indios, che non avevano mai visto migliorare la loro situazione né coi governi clericali, né con quelli liberali. Per loro l'imperatore biondo e alto venuto da lontano era forse una delle molte divinità promesse nelle loro antiche leggende, ancora vive nei ricordi anche dopo tre secoli di forzate conversioni al cattolicesimo.

Non si può fare una storia politica dell'impero di Massimiliano, perché gli mancò il tempo materiale per esprimere una linea politica, ammesso che ne avesse una. Da subito il giovane imperatore si trovò a dover fronteggiare una guerriglia molto più efficace del previsto; Juarez non era uomo da mollare, e sapeva di avere alle spalle l'appoggio degli Stati Uniti, nei quali la vittoria del Nord si stava chiaramente delineando. L'organizzazione della contro-guerriglia, comandata dal colonnello francese Dupin, non risolse nulla, contribuendo solo ad alimentare una spirale di violenza e ferocia, espressa al massimo grado da entrambe le parti in lotta, che rendeva sempre più impopolare in Francia questa guerra assurda, combattuta a migliaia di chilometri, e senza chiari obiettivi.

Napoleone III si rendeva conto che la sua popolarità in Francia scricchiolava e che l'ormai certa vittoria del Nord nella guerra civile americana lo poneva a rischio di scontrarsi direttamente con gli Stati Uniti. Le voci sempre più ricorrenti di un ritiro anticipato delle truppe francesi indussero l'imperatrice Carlotta a mettersi in viaggio per Parigi, per supplicare l'imperatrice di Francia, Eugenia, di non abbandonare Massimiliano. Ma Carlotta non giunse mai a Parigi: forse distrutta dalle troppe tensioni vissute, la sua mente iniziò a vacillare. Fu portata in Belgio, presso la corte paterna, e gli alienisti interpellati non poterono far altro che constatare che la giovane aveva perso la ragione.

Ma comunque la missione sarebbe stata inutile. Napoleone III aveva già preso le sue decisioni, e come ogni buon avventuriero della politica aveva anche la giustificazione formale: Massimiliano si era impegnato al mantenimento delle truppe francesi in Messico, ma ciò non era avvenuto. Pertanto, dopo un inutile invito a Massimiliano ad abdicare, Napoleone III ordinò il ritiro totale delle sue truppe entro il marzo 1867.
Le parate militari organizzate dal generale Sheridan al confine del Texas, facendo sfilare migliaia di soldati come chiaro monito ai francesi, avevano avuto il loro effetto. Gli Stati Uniti avevano comunque fatto la loro scelta, nè avrebbero mai accettato di riconoscere il governo imperiale messicano. Avevano appoggiato Juarez ed ora pretendevano, in base alla dottrina Monroe, che la Francia sloggiasse. Partite le truppe francesi, praticamente tutto il Messico insorse contro Massimiliano e le poche migliaia di uomini che gli erano rimasti fedeli.
Un tribunale militare lo aveva condannato a morte in base al decreto presidenziale del 25 gennaio 1864, e Juarez si erano rifiutato di commutare la pena nel carcere o nell'espulsione.
Alle ore 6.40 del 19 giugno del 1867 Massimiliano morì fucilato.

Il giornale Boletin Republicano del 20 giugno si limitò a pubblicare un trafiletto: "Alle sette del mattino di ieri l'arciduca Ferdinando Massimiliano d'Austria ha cessato di esistere". Nessuno si era più mosso in suo favore: la Chiesa, delusa nelle sue aspettative, lo aveva abbandonato, Napoleone III lo aveva tradito, gli Stati Uniti volevano instaurare buoni rapporti col Messico, e non volevano interferire su quella che consideravano una faccenda interna di quel paese. I paesi europei manifestarono in genere un'indignazione di prammatica, ma in fondo a nessuno interessava più di tanto la sorte di questo giovane sognatore. Ma la Giustizia ogni tanto arriva, anche nella Storia degli uomini. Napoleone III, ingannatore e spergiuro, non aveva davanti che tre anni di regno: nel 1870 le armate prussiane avrebbero fatto di lui un prigioniero, la Francia si sarebbe ricostituita in repubblica. E nei giorni della Comune di Parigi - siamo nel 1871 - , nel bagno di sangue alimentato da comunardi e lealisti, nemici accomunati tra loro dalla ferocia, capitò anche che i comunardi decidessero la fucilazione di un certo numero di ostaggi, scelti a caso tra parigini particolarmente facoltosi, come rappresaglia per l'esecuzione di alcuni soldati della Comune da parte del generale lealista Gallifet.
Uno dei fucilati il banchiere svizzero naturalizzato francese, il signor J. B. Jecker.

di PAOLO DEOTTO

Bibliografia
Massimiliano e il sogno del Messico, di Jasper Ridley, Rizzoli 1993
Storia del Mondo Moderno - Cambridge University Press - volume X
Il Messico, di Ennio Mercatali, Sonzogno, Milano 1934
Grand Dictionnaire Universel du XIX siécle, di P. Larousse, Parigi 1866-1876

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

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