SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIUSEPPE MONTANELLI (3 di 3)

il nonno di Indro Montanelli

un saggio di Francesco De Sanctis
(integrale da "Saggi e Scritti critici e vari")

GIUSEPPE MONTANELLI (1813-1862), nativo di Fucecchio, si laureò in Pisa e vi fu quindi (1840) professore di Diritto patrio e commerciale. Ancor giovanissimo, era stato collaboratore dell'Antologia del Vieusseux e del Giornale Pisano; professore, si distinse per una spiccata facilità di parola, per quanto il suo pensiero non brillasse di molta profondità. Nel 1843 fu promotore di una associazione dei « Fratelli italiani », che aveva soprattutto mire di rigenerazione morale, ma non trovò gran numero di aderenti. Favorevole fino a quello stesso anno al sansimonismo, passò allora al movimento evangelico promosso in Pisa da Carlo Eynard, ma per entusiasmarsi non molto dopo della politica riformatrice di Pio IX, aderendo al neoguelfismo e sostenendo, prima con la stampa clandestina e poi con la fondazione del giornale L'Italia, il programma giobertiano, sebbene da un colloquio avuto nel 1847 col pontefice non avesse riportato grandi motivi da esserne contento. Allo scoppio della prima guerra austro-piemontese (1848), ebbe il comando della colonna dei volontari pisani, e a Curtatone fu ferito e fatto prigioniero. Tornò in Toscana nel settembre dello stesso anno, dopo essere stato, per mancanza di notizie, ritenuto morto, e fu eletto deputato all'Assemblea toscana. Verificatisi i tumulti di Livorno, vi fu mandato come governatore a sedarli, e vi bandì la Costituente italiana, che divenne poco dopo programma di ministero, quando, caduto il gabinetto Capponi, il Montanelli assunse la presidenza del Consiglio, chiamando presso di sè come ministro dell'interno il Guerrazzi.

Avverso al sopravvento piemontese nella questione italiana, per impedirlo cercò di creare una Costituente toscopontificia, preparatrice d'una fusione dei due Stati in un unico Stato dell'Italia centrale, ma il precipitare degli eventi impedì l'attuazione di quel disegno.
Fece poi parte, col Guerrazzi e col Mazzoni, del triumvirato reggente il governo provvisorio di Toscana dopo la partenza del granduca, e quando l'assemblea ebbe dato i pieni poteri al Guerrazzi, si recò in Francia per raccogliervi forze militari e simpatie a favore della Toscana: fatica resa vana dalla caduta del Guerrazzi e dal ritorno del Granduca, che lo costrinse a rimanere in Francia, mutatasi per lui in terra d'esilio.

Condannato (1853) dal governo granducale all'ergastolo a vita nel processo di lesa maestà per i fatti del 1849, pubblicò l'anno stesso, per giustificare il suo operato, i due volumi di Memorie sull'Italia e specialmente sulla Toscana dal 1814 al 1850 (Torino, 1853), oggetto del saggio che riportiamo, e tornò quindi alla letteratura, scrivendo La tentazione, poema in nove canti, e La Camma, tragedia, che fu rappresentata dalla Ristori a Parigi nell'aprile del 1857.

Aderiva intanto al murattismo, movimento tendente a mettere sul trono di Napoli Luciano Murat, secondogenito di re Gioacchino, movimento al quale il de Sanctis era vivamente ostile. Tornò in Italia nel 1859 e si arruolò volontario nei cacciatori delle Alpi. Finita la guerra, fu deputato dell'Assemblea toscana, in cui votò a favore della decadenza della dinastia lorenese, ma osteggiò la fusione col Piemonte, per rassegnarsi più tardi al fatto compiuto, solo caldeggiando il sistema regionale proposto da Marco Minghetti. Fu anche deputato del Parlamento italiano per il collegio di Pontassieve.("Cfr. A. MARRADI, G. Montanelli e la Toscana dal 1815 al 1862, Roma. 1909).


Il presente saggio del De Sanctis fu pubblicato per la prima volta sul quotidiano Il Piemonte, anno II, nn. 45 e 46, giovedì 21 e venerdì 22 febbraio 1856, e quindi raccolto nei Saggi critici fin dalla I edizione (1866), sopprimendone, però le seguenti parole, con le quali, nell'appendice letteraria del quotidiano, incominciava : « Vi ha chi ha detto: - La legge è atea -. Si potrebbe « con più ragione dire: - L'appendice non ha politica -. E' un « campo neutro in cui convivono fraternamente tutte le opinioni. « Uso di questa libertà nel dar giudizio di un libro politico; e ci piace ricordarlo all'Italia, ora che se ne sta apparecchiando una traduzione francese ». -

(integrale da "Saggi e Scritti critici e vari")


"Innanzi al '48, quanti bei nomi! quanta poesia in ciascuno che noi congiungevamo con tutte le nostre aspirazioni! Nessuna differenza noi si poneva. Adoravamo sullo stesso altare Mamiani e Mazzini e Balbo e Azeglio e Gioberti, Giusti, Berchet e Niccolini, Montanelli, Salvagnoli e Guerrazzi. Noi siamo soggiaciuti; ma questi nomi rimanevano intatti. Che cosa si è fatto? Noi stessi vi abbiamo gittato sopra il fango; ciò che non hanno potuto le ire e le calunnie dei vincitori, lo abbiamo potuto noi contro noi stessi. Eccoli nimicissimi, sputarsi veleno. Nè mai gesuiti e sbirri li vituperarono tanto, che noi non li vituperiamo più. ( Si noti che questo articolo era dettato nel 1856).
Quando io ho a mano uno scritto, e che vi veggo allusioni appassionate a persona o a partiti, lo pongo da canto; nè il pubblico favore mi fa velo sulla sua durata: nasca con l'occasione, a muore con quella.

Non è, a mio avviso, di questo genere il libro del Montanelli. Certo anch'esso è nato di occasione; anche in esso odori de' fini personali. Sotto la veste del narratore, talora scopri l'accusatore o l'avvocato; talora si perda in recriminazioni inutili; ha innanzi ora il tal uomo, ora il tal libro: vi sono intere pagine, che potresti chiamare argomenti « ad hominem ».
Egli ha scritto nel 1850, quando da una parte i moderati, acquistato un centro di azione in un governo stabile, primeggiavano, a d'altra parte si levavano alti clamori contro Mazzini e i suoi. Avvocato di un partito, ch'egli chiama « democratico italiano », il Montanelli si pone in mezzo fra i moderati e Mazzini, e tira botte agli uni ed all'altro. In questa via, quanta materia di scandali! quante tentazioni! Pure, ha saputo per lo più serbare tale misura, cha i suoi avversari escono di sotto alla sua penna incontaminati. Non attribuisce al suo partito il privilegio dell'onestà o del patriottismo; non accusa alcuno di ambizione, di vanità, di secondi fini; sobrio ne' biasimi, largo nelle lodi: combatta le opinioni, rispetta le coscienze. Un italiano, dopo lette questa Memorie, può venerare ugualmente tutti di cui si ragiona, quali siano le loro opinioni.

Nè questa è già tattica. In Montanelli vi è alcun che di sereno, che non dà luogo a fini personali. Mai non ti accorgi che egli senta odio o livore; e se parla severamente di alcuno, ti par di vederlo col sorriso sul labbro tendergli la mano e dirgli: - Facciamo pace -. Vi è qualche cosa nel suo scritto che ti fa dire fin dalle prime pagine: - Costui è un galantuomo -. Qualche cosa d'indeterminato, che lo scrittore non vi può mettere per forza, di cui egli spesso non ha coscienza, e che è come la fisionomia del libro. Certo anch'egli ha le sua piccole passioni: e chi non ne ha?, un po' di vanità, un certo dispetto contro il tale ed il tale: senti dalla ruggine tra lui ed il Guerrazzi, dello scontento tra lui e il Salvagnoli. Ma il suo buon naturale caccia nel fondo queste tendenze ribelli, nè gli vieta giuste lodi all'uno ed all'altro, nè lo fa eccedere nel biasimo: a queste angustie di parte soprastà l'amore del bene ed il culto della patria.

Questo per rispetto alle persone. E per rispetto ai partiti? E, dapprima, la differenza dei partiti in Italia è differenza di metodo o di contenuto? L'uno e l'altro. E giova toccarne leggermente.

Quanto al metodo, vi è un gran dire. Chi preferisce le congiure e le sétte, chi la pubblicità, chi la legalità. Tutte opinioni esclusive e parziali. Non vi è alcun metodo « a priori »: ciascuna rivoluzione ha il suo. Il Montanelli parla di questi partiti con quella benevolenza che ha mostrato inverso le persone. Trova timido ed infruttuoso il partito strettamente legale, capitanato in Toscana dal venerando Gino Capponi ma senza uscir mai da' termini del rispetto. Ritiene le sétte talora inutili, spesso dannose, riconoscendo però in alcuni casi la loro efficacia, e dando al biasimo una moderazione chi gli concilia fede. Esalta Il partito della pubblicità o del coraggio civili, con tanto più di autorità, in quanto egli in Toscana ne ha dato nobili esempi. Ma egli crede questo metodo ancora oggi possibili e lo pratica nelle sue Memorie. -O voi chi nel '48 facevate petizioni, proteste e dimostrazioni, niente vi è di mutato, siate conseguenti: abbiate il coraggio di manifestare quello che foste e quello che siete: io vi passerò in rassegna, nomi per nomi. --

Oimè, mio buon Montanelli, tutto è mutato. Nel '48 ciascuno sarebbe corso da voi per avere un'attestazione di coraggio civile. Oggi la paura è maggiore che non il sospetto dei governanti; e voi siete per lo meno un imprudente. La verità è chi, come dici don Abbondio, "il coraggio uno non si lo può dare". Tal tempo, tal modo. Quando alla società manca la coscienza della forza, ed i più sono pecore, a' più arditi non rimane che sfogare l'indocile anima in segreti consorzi; sétte e dispotismo vanno di conserva. La società è allora una massa inerte tirata in qua e in là da due opposti, la sétta e il dispotismo, e manifestantisi all'occhio attonito oggi frenetica di libertà, dimani ferocemente reazionaria. Il lavoro della sétta in questi casi non solo è inevitabile, ma è pur fecondo, lasciando ricordi di sacrifici magnanimi e tradizioni di libertà, che a poco a poco si dilatano i fruttificano. E quando come per istinto si sente il gran giorno, il metodo del coraggio civile non ha bisogno di essere inculcato: viene da sè, la sétta si trasporta ne' caffè e per le piazze. Che se da ultimo i governi concedono mezzi legali di esprimere l'opinione, il partito legale è possibile: la legge allora è istrumento di progresso e la civiltà cammina spontaneamente.

La differenza di metodo non costituisce dunque differenza di partito, nascendo il metodo da un concorso tutto speciale di accidenti, variabilissimi. Il Montanelli, per esempio, si meraviglia che i liberali napolitani abbiano una certa predilezione per le sette. Or questo si può deplorare, ma non censurare. « Justum est, quod necessariuin » (è giusto perchè è necessario). Che altra via rimane in un paese senza legge, governato dalla polizia? Le sétte vi sono punite con pene gravissime, ed anche con la morte: eppure il governo non è riuscito a sbarbicarle; nè si accorge che l'arbitrio le alimenta, e che non avrebbero più ragion di essere e sarebbero presto screditate, ove si lasciasse all'opinione qualche altra via di sfogo. Ma per far questo si richiede maggiore abilità che non ne abbia quel governo, la cui sapienza politica è tutta in una sola parola: prigione.

Il metodo inculcato dal Montanelli è certo più civile, più nobile, e suppone una moralità e legalità nei governi ed un sentimento di dignità nei popoli, da cui si è ancora lontani. Ma è ciò a cui dobbiamo tendere; e le parole dello scrittore toscano non saranno, spero, infruttuose sulla nuova generazione.
Se nel metodo niente vi è di assoluto, non può dirsi il medesimo de' principi. Un libro di strategia rivoluzionaria ha un valore di opportunità: per esempio, un libro che discutesse se la guerra per bande sia possibile in Italia, se le sétte siano proficue in Napoli, ecc. Ma nelle questioni di principi, se vi è molto di transitorio, collegato con gli avvenimenti e con gli uomini di questo o di quel tempo, rimane sempre al di sotto qualche cosa di più generale, che dura al di là di quegli avvenimenti e di quegli uomini, e s'innesta con altri avvenimenti e con altri uomini.

Ora mi pare che in questo libro i princìpi non siano determinati abbastanza. Non basta dire « Italia, libertà, democrazia, repubblica, ecc. »; sono parole: ed è questo il difetto di molti libri politici di oggidì, vaganti in un mare d'idee contradittorie senza una bussola. Bisogna che ciascuna di queste idee sia ben definita e circoscritta nel suo significato filosofico e politico, cioè a dire come verità e come fatto.

Il Montanelli ragiona di un partito democratico, lontano dal moderati e dai mazziniani. Contro i moderati si fa mazziniano, contro Mazzini si fa moderato; i ragionamenti degli uni gli sono arma contro gli altri. Sta bene. Ma che è questa terza cosa che sta tra i moderati e Mazzini? Quanto al contenuto, in che questo partito democratico si distingue essenzialmente dagli altri? Noi abbiamo bisogno di uscire dall'indefinito.
Il Montanelli è cattolico: forse anche quello ch'egli chiama partito democratico? Il Montanelli vuole la democrazia; la vuole anche Mazzini, anche i moderati. Il Montanelli è repubblicano, ma pronto a transigere con la necessità delle cose. - E Mazzini è pronto a scendere dall'alto della sua repubblica, se la salvezza d'Italia lo richiede, come nota il Montanelli. Ed altri è pronto ad alzarsi dal basso del suo riformismo se la salvezza d'Italia lo richiede, come nota il Montanelli. La libertà è una scala mobile che dal riformismo giunge fino alla repubblica sociale. L'indipendenza è una scala mobile, che dalla lega doganale giunge fino alla unità assoluta. Il Montanelli in qual punto della doppia scala si trova? E dove egli sta, vi è pure il partito democratico? Non so.

Alziamoci ora dalla politica in una regione più serena. Lo scrittore politico deve considerare le idee nello stato in cui si trovano, cioè come fatto, ma non deve dimenticare per questo e tanto meno falsificare il loro valore assoluto. Il Montanelli sembra che talora evochi le idee secondo il bisogno, riducendo tutto a strategia politica: difetto comune a molti moderati, che chiamano vero ciò che è opportuno, utile, attuabile, ecc. Così, parlando del Gioberti, non so proprio se egli approvi o disapprovi, sollecito di dimostrare l'utilità ed opportunità di quelle idee, che guadagnarono alla libertà una parte del clero. Tendenza pericolosa ed atta a confermarci più in quello scetticismo dissolvente, che già c'invade anche in politica. Di che il primo esempio ce lo ha dato lo stesso Gioberti, che crea una verità politica. Noi abbiamo bisogno di sapere innanzi tutto che cosa è vero, che cosa è falso, di avere una convinzione stabile; e se ci sono momenti transitori, ne' quali ci è forza di piegare alla necessità, chiamar questo necessità e non verità, e questa sola proseguire del nostro amore e diffondere con tutte le nostre forze. Oggi portate in palma di mano il papato; domani ne tirate giù a più non posso; oggi vi beffate della sovranità del popolo; domani vi ci inchinate.

Che avviene? Le vostre idee presentate non come espedienti politici, ma come verità belle e buone, lasciano vestigi nelle moltitudini, le quali non sanno che vi è una verità dell'oggi e un'altra del domani, ed i credenti dei Primato diventano gli avversari del Rinnovamento (1), insino a che la fede si spegne, i caratteri si abbassano, e la verità diviene il fatto o la forza: materialismo in cui muoiono i popoli.
Se dunque debbo dire tutto quello che penso, ed il debbo ad un mio tanto amico, a cui sarebbe delitto dissimulare una minima parte del mio giudizio, il suo libro rispetto al contenuto non mi pare che abbia un gran valore politico e filosofico.

E libri di questo genere non possono fare impressione durabile, se non lasciano qualche traccia nella storia dello spirito umano. Vi è qui un fondo d'idee non abbastanza lavorato da una meditazione concentrata ed amorosa, la quale solo può dare quella impronta di originalità e profondità, che è propria dei lavori geniali. E quando considero i bei capitoli intorno alla Toscana, dove con tanta sagacia è rappresentato il vario movimento delle idee ne' caratteri, nella letteratura, nelle sétte, nello stesso governo; mi persuado che al Montanelli per giungere a quell'altezza non sia mancata l'attitudine, ma una maggiore meditazione ed una più esatta notizia delle cose.

Le sue Memorie cominciano dal 1814. Ecco dunque, secondo il mio avviso, in che modo si sarebbe dovuto procedere: notare tutte le idee della nuova civiltà ed accompagnarle nel loro progresso attraverso i fatti. Noi le vediamo dilatarsi, modificarsi, opporsi, mescolarsi, allargarsi in questa o quella classe, in questo o quello Stato, compresse ripullulare, prendere nuove forme, avanzarsi sempre, infino a che scoppiano irresistibili nel '48. Chi guarda sensatamente la storia degli ultimi tempi, vedrà moti speciali ed infelici, sterili in apparenza, ma preceduti e seguiti da un indefesso lavoro intellettuale e morale, che prende forza dalla sconfitta, che acquista maggior coscienza di sè in quell'antagonismo che dicesi reazione, che talora tiene sotto di sè inconsapevoli gli stessi governi, e che si rivela da ultimo in fatti miracolosi per il volgo, e lentamente preparati, e perciò naturali all'occhio dello storico.

Questo lavoro in gran parte spontaneo apparee qua e là nel libro del Montanelli, ma a modo di accessorio e di polemica, senza un disegno. In un solo periodo egli determina magistralmente il progresso del liberalismo italiano: « libertà portate di fuori nel '99, colpi di mano nel... '21 e nel '31, rivoluzione uscente dalle viscere della nazione... nel '48 » (M. Memorie , pag. 80).

Queste parole dovrebbero essere l'epigrafe del libro, e la storia non dovrebbe essere altro che il loro commentario. E così, in luogo di quei magri sunti storici che ci dà dei diversi Stati d'Italia, interrompendo e frastagliando l'interesse, avremmo una esposizione drammatica, qualche cosa di simile al suo bel lavoro sulla Toscana. Certo, se non è riuscito con pari felicità nella storia d'Italia, gli è che non ne aveva quella conoscenza propria ed immediata, come della Toscana.

Non dobbiamo dimenticare però, che questo libro è principalmente narrazione di fatti, massime personali. Quel contenuto vi sta come per incidente, nè è già ciò che dà importanza alle Memorie.
Molte se ne sono scritte intorno al '48, che non si leggono più, compilazioni confuse e inanimate. Queste del Montanelli leggiamo con lo stesso diletto, che la vita di Alfieri o del Cellini; e pochissime sono le prose italiane, che si fanno leggere volentieri, come ha ben notato il mio egregio amico Ruggiero Bonghi. Il libro del Montanelli è tra questi pochissimi, per alcuni pregi che vogliono essere studiati con diligenza: il che farò appositamente.

Per quello che ho discorso innanzi, mi par dunque che in questo libro non ci sia un contenuto, il quale, fatta astrazione dalle circostanze, dalle persone e da' tempi, stia da sè, abbia in sè stesso il suo valore. Dico ciò non a biasimo, ma per determinare la natura del libro. La parte storica vi è magra ed incompiuta; le discussioni politiche o filosofiche non hanno niente di terminativo; vi manca quella originalità e quella profondità, che può solo far durabile impressione sulle generazioni. Tutto questo è vero; ma tutto questo non costituisce la sostanza del libro.

Che cosa è dunque? È l'Italia del '48, le nostre illusioni, le nostre discordie, le nostre passioni, come si riflettono a mano a mano nel Montanelli. Hai innanzi non una storia, non un libro filosofico o politico: hai innanzi delle « memorie ».

Le «memorie» sono spesso una forma letteraria, un mezzo comodissimo di esprimere le proprie opinioni, di accusare o difendere. Forse il Montanelli le ha scritte con questa intenzione; ma, entrato in materia, si è sentito artista, e l'amore del racconto è prevalso su tutti gli altri fini secondari. Ha fatto delle vere « memorie ».

Tutto prende colore dalla sua personalità e dal suo tempo; e la parte filosofica, per esempio, se considerata in sè stessa è di poca importanza, acquista un gran valore come espressione intellettuale del tempo. Diamone qualche esempio. L'esposizione che fa l'autore delle idee del Gioberti ed i suoi ragionamenti tu li trovi viventi ed efficaci in mezzo agli uomini, immedesimati co' costumi, co' caratteri, con le passioni. Non hanno valore come princìpi, ma come opinioni, e tu assisti al loro processo, alla loro vita. Uno dei luoghi più belli di questa esposizione è dove il Montanelli ti pone sott'occhio le lotte anteriori della sua anima. « Gli anni «trascorsi in questo stato d'aspirazione alla verità furono i più poetici della mia vita; e, benchè le cure cattedratiche ed avvocatesche, che mi portavano via tutto il tempo, non mi permettessero comporre versi, la lirica mi traboccava dal cuore; lirica d'invocazione alla fede robusta dei primi cristiani, e di rampogna alla filosofia che mi aveva promessa la scienza, e mi lasciava nel buio;
lirica d'interrogazioni iterate all'universo, cercando la «spiegazione del grande enigma dell'esistenza. E l'anima non mi affermava il Dio de' cristiani, ma nemmeno lo poteva più negare, e aveva recuperato quel senso che, svolgendosi, diviene religione: il senso del mistero »
(M. Memorie pag. 87).

Poteva egli osare di più; poteva introdurre il lettore ne' misteri di questa lotta, e ne sarebbero uscite delle pagine degne di Rousseau.
Ci ha due modi di raccontare. O tu segui la catena dei fatti, o, come fa spesso il Montanelli, tu ti distribuisci in capo la materia, la riduci a certe categorie o principi, intorno ai quali rannodi gli avvenimenti. Questo metodo è meno naturale ed artistico, e si richiede molto accorgimento, perchè non riesca nel falso. Per lo più lo scrittore si abbandona a certe idee preconcette, alle quali accomoda i fatti, mutilandoli, sforzandoli.

Parmi che il Montanelli abbia cansato questo difetto, essendo le sue categorie cavate dalle viscere stesse del soggetto : è una sintesi un cotal poco artificiale, ma esatta. Di che fa fede fra l'altro la narrazione delle cose toscane nel primo volume, e il sunto della storia di Napoli dal primo al secondo Ferdinando nell'altro volume ( M. Memorie, II, pag. 143). Questo metodo bene usato ha grandi vantaggi. Il lettore non va a tentoni dietro una confusa congerie di fatterelli senza potersi mai raccapezzare ; fin dalle prime pagine ha la chiave del racconto, abbraccia ad una gittata d'occhio tutto l'orizzonte, e può senza difficoltà seguirlo parte a parte. Il che spiega perchè con tanto diletto si leggano questi racconti, sì che ti senti sempre più invogliato di andare innanzi. A me è avvenuto più volte che, consultando il libro per prendere nota di questo o di quello, senza saper come, ho tirato giù a leggere e leggere una buona mezz'ora. L'autore ha fatto quella fatica che ha risparmiato ai lettori; ha studiato bene i fatti, ha esaminato il loro valore, li ha distribuiti per sommi capi, li ha generalizzati.
E, per esempio, egli reca a quattro cause l'educazione politica dei Toscani: la letteratura, la filosofia civile, gli atti del governo, le fratellanze segrete, e intorno a questi quattro capi sono aggruppati tutti i fatti (ib, vol. I pag. 21).
E' un metodo pericoloso ed artificiale; la natura non procede a fil di logica, e spesso è contemporaneo quello che nel tuo quadro veggo successivo e staccato. Nondimeno il Montanelli vi ha adoperato molta perizia, e con la rapidità de' suoi quadri supplisce in parte al difetto. Oltrechè non saprei biasimare questo metodo nei sunti storici, dove l'essenziale non è tanto nei fatti quanto nei loro risultamentf.

Ma quando l'autore entra nel movimento rivoluzionario, lascia questa via, e tien dietro alle cose, come le si svolgono naturalmente: vedi un succedersi, un avvicendarsi, un incrociarsi, un mescolarsi di casi, che dipingono a capello la vita tumultuosa della rivoluzione. Valga ad esempio la descrizione dei moti di Milano e di Venezia (ib. vol. II pag. 243-75), echeggianti con tanta varietà di accidenti e con tanta unità di volere nel più piccoli paesi di Lombardia.
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« vano e venivano a prendere istruzioni. Dovevo scrivere «nello stesso tempo foglietti, libretti, articoli,.. lezioni di diritto commerciale, difesa per fogliettanti sotto processo. Dovevo andare di qua e di là... La fatica m'aveva ammalato; sapevo d'altronde che quest'azione era la sola utile, la sola possibile; sapevo che con la perseveranza l'avremmo spuntata; e mi si voleva contrapporre un partito d'azione! (ib. vol. I pag 255).

Questo tratto è pittoresco; vi è del Cellini. Allo scrittore riviene la stessa impazienza, che gli cagionò la notizia nel suo gabinetto, e ti par di vederlo pestar de' piedi, lanciare il pugno in aria e dir con voce concitata: - E mi si vuol contrapporre un partito d'azione! -. Di rado innanzi ai fatti la sua anima dormicchia; il più sovente lo vedi seguitare il racconto con sospensione, con interesse, accompagnandolo di osservazioni, di affetti: nel vario movimento dello stile leggi la mobilità delle sue impressioni. Ma come a' più grandi attori interviene che, usciti un tratto fuori della loro parte, e sentendosi raffreddi, suppliscono alla mancata spontaneità con le reminiscenze della scuola, con tanto più di esagerazione con quanto meno di verità; il Montanelli talora lascia passare quel momento prezioso, in cui l'impressione scoppia nel tempo stesso che il fatto, che è il momento. inconscio dell'arte o della creazione, e ritornandovi sopra lavora a freddo, cadendo di necessità nel convenzionale e nel declamatorio.

Il che avviene soprattutto quando mira al sublime o al patetico; e te ne accorgi allo stile contro il solito contorto e ricercato. Eccone un esempio: «Una cara giovanetta dall'anima temprata di forte dolcezza, cui (Alessandro Cipriani) l'aveva giurato fede di sposo poco più di due mesi avanti la morte, mi raccontava che, poche ore prima di essere assalito dalla febbre il [Cipriani], aveva ricevuto una lettera, leggendo la qua le si spianava colla mano la fronte, come la sentisse grave di peso funereo, e la lacerò, non volendo attristarla con dirne nemmeno a lei il contenuto!... E in farmi il mesto racconto, la vedova giovanetta alzava al cielo i belli e grandi occhi cerulei e sospirando esclamava: -- Ah l'Italia! -- Consumata nel desiderio del perduto compagno, attratta nell'alito del sepolcro, povera Sofia, anch'essa martire d'Italia mori! » (Ib. vol. I pag.63).

Tutto questo è detto con poca semplicità, con pretensione: non si consegue l'effetto, appunto perchè si guarda troppo all'effetto. « Peso funereo! », « alito del sepolcro! », questo mi sa di Guerrazzi; e fa contrasto con la maniera naturale e piana del Montanelli. Il quale, se mi riesce disuguale nella espressione de' grandi affetti, parmi a pochi secondo, dove si richiede grazia e spirito. Sotto questo aspetto voi potete talora giudicarlo freddo, non mai falso. Non ci è quasi pagina, dove non trovi qualche tratto di spirito, che spesso ti riassume tutto un carattere, come è un motto felicissimo, con cui finisce il ritratto di un personaggio: « avrebbe voluto fare il rivoluzionario con licenza de' superiori ».

Se non vado errato, parmi che in questo sia l'eccellenza del suo ingegno; e vi è stato mirabilmente aiutato dall'uso che egli ha della lingua toscana, la quale non mi è sembrata mai così cara e leggiadra, come in queste Memorie. Non so dir per l'appunto s'egli ha pienamente risolto il problema propostosi « di parlare italiano senza cessare di essere contemporaneo ». Fra le due maniere non mi pare ci sia fusione, stannosi di rincontro, talora in crudo contrasto; e puoi dire spesso: - Questo è pretto toscano; questo è italiano -. Arrechiamone qualche esempio: « Benchè il mio racconto pigli le mosse dalla Toscana, e a cose in Toscana fatte guardi precipuamente, tuttavia avrebbe torto chi non lo giudicasse a Italia tutta attenente». Sembra che suoni la tromba per dir una cosa tanto semplice: ci vedi la falsa pompa del periodo cinquecentista, qualche po' di contorsione alla Guicciardini. Di periodi così fatti ne hai parecchi, massime nel secondo volume; e l'autore vi cade tutte le volte che si vuoi mettere in spese. A dimostrare la falsità di questa maniera non ho bisogno di altro, che di citare altri luoghi dello stesso Montanelli, dove tutto spira gentilezza e grazia. Egli appartiene a quella scuola che, dietro le peste del Manzoni , ha gittato via dalla prosa italiana tutta quella vacua sonorità, tutti quei riempimenti e giri e perifrasi e leziosaggini, che chiamano eleganza, e le ha dato un fare franco e spedito.

Ad alcuni è parso biasimevole che il Montanelli faccia troppo apparire la sua personalità: a me par questo il pregio sostanziale del libro. Nelle « memorie », specialmente, il principale attrattivo è che l'autore vi si riveli tutto, con le sue buone qualità, co' suoi difetti; e perciò è pur cara cosa quella Vita dei Cellini e la Vita di Alfieri, e le Confessioni di Rousseau e le Memorie di Napoleone.

Il Montanelli si fa centro presso che lui solo di tutto; quel « casa mia » gli viene spesso sotto la penna; dove non è con la persona è con lo spirito, e dovunque spira qualche cosa di sè, scrittore subbiettivo, quanto altri fu mai: il che dà qualche cosa di proprio ed incomunicabile alla sua maniera di dettare.
E quale la persona, tale l'opera. Egli ha più impeto che forza; più vivacità che profondità; più gusto che originalità. Onde nascono i pregi ed i difetti del suo libro. Leggi correndo, mai ti arresti a meditare ; niente ti colpisce fortemente; la lagrima non ha tempo di formarsi nel tuo occhio; il pensiero non ha tempo di germogliare nella tua niente: passi di cosa in cosa, di affetto in affetto, ubbidiente alla mobile fantasia dell'autore. Vi è qualche cosa in quel libro, che ti dice: --- Avanti. -! E lo lasci mal volentieri, e ci torni con nuovo diletto. Non ti par già dì avere un libro innanzi: hai un uomo vivo che ti parla, così scolpita vi è dentro la, sua personalità.
Immagina un uomo di facile e grato conversare: ti piace a sentirlo; non misuri le ore; lasci parlare solo lui; rimani attaccato a quella bocca; ma quando gli hai volte le spalle, non ricordi più niente.

Di tal natura è il libro del Montanelli: è un monologo, non un dialogo. E la lettura dev'essere un'opera a due, una domanda ed una risposta. L'autore deve fare una così viva impressione sul lettore, che lo costringa a fermarsi, a lavorare egli pure, a ripiegarsi in sè stesso. È il distintivo de' grandi ingegni, de' grandi lavori. Ma in verità, io sono di troppo difficile contentatura.


Francesco De Sanctis - 1856

Il nipote: INDRO MONTANELLI > >


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