LA FINE DELLE IDENTITA' DIVISE
Di Yuri Marcialis

* Premessa
* CAPITOLO I - Gli anni del miracolo
* CAPITOLO II - Il compromesso storico: i protagonisti
2.1 Enrico Berlinguer - 2.2 Aldo Moro
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CAPITOLO III - Il dibattito storico
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CAPITOLO IV - Le testimonianze dirette
* Conclusioni


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Premessa

Questo lavoro ha lo scopo di tracciare delle linee guida nell’analisi del processo storico che aveva portato l’Italia a essere una democrazia compiuta, attraverso il coinvolgimento di tutte le forze politiche e sociali, senza alcuna preclusione nella gestione della cosa pubblica. Queste linee guida sono condotte cronologicamente attraverso l’analisi dei fatti salienti, ma soprattutto attraversano i mutamenti socio culturali che dalla fine degli anni cinquanta avevano portato in fibrillazione l’intero sistema politico italiano per la durata di almeno un ventennio.
L’Italia, posta al confine tra i due blocchi nei quali il mondo era diviso, rischiava seriamente una lacerazione profonda del proprio tessuto sociale; il secondo dopoguerra italiano era stato caratterizzato infatti dalle cosiddette identità divise. Soltanto un lungo processo storico sarebbe riuscito a porre rimedio ad una situazione che col passare degli anni rischiava di spaccare il Paese in due parti contrapposte. Questo lavoro vuole rimarcare il fondamentale ruolo storico che due politici, Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, erano riusciti a svolgere nel difficile compito di traghettare l’Italia oltre le divisioni ideologiche.
Nel primo capitolo (antefatti: gli anni del miracolo) si analizza la situazione italiana nei primi anni sessanta e i cambiamenti del tessuto sociale e culturale; erano di questo periodo i primi esperimenti di governo del centro-sinistra che avevano visto come protagonisti il PSI di Pietro Nenni e la DC di Fanfani e Moro. Attraverso i contributi di storici e uomini politici (come Ugo La Malfa) viene delineato un quadro generale dei rapporti tra i partiti e tra partiti e società.
Nel secondo capitolo (il compromesso storico: i protagonisti) si approfondisce la situazione italiana di fine anni sessanta, la contestazione studentesca e il ruolo dei maggiori partiti italiani in una situazione incandescente. Le figure di Moro e Berliguer sono studiate attraverso l’analisi dei loro scritti e dei loro discorsi, per cercare di capire le ragioni di fondo che  avevano portato entrambi a pensare che l’unica strada percorribile sarebbe potuta essere quella del dialogo, delle collaborazione e dell’impegno comune per il bene dell’Italia.
Nel terzo (il dibattito storico) e quarto capitolo (le testimonianze dirette) prima si comparano le tesi degli studiosi che hanno cercato di approfondire il ruolo storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer e poi si riportano le testimonianze dirette di alcuni collaboratori dei due leader che in quegli anni lavoravano al loro fianco.
Nelle conclusioni si cercherà infine di tracciare un quadro complessivo dell’esperienza morotea e berlingueriana, nel tentativo di comprendere le motivazioni profonde che avevano spinto i due politici e che avrebbero condotto alla morte di Aldo Moro, provocando il fallimento dell’intero progetto.
 
CAPITOLO I
Gli anni del miracolo
L’Italia che usciva dalla seconda guerra mondiale era un Paese profondamente segnato dalle ferite dei bombardamenti alleati e distrutto, non solo materialmente, dai nazisti. Un Paese sfiduciato e senza certezze per il futuro, la cui stessa unità era in forte discussione. Il sistema produttivo era sostanzialmente ottocentesco, agricolo e arretrato, e l’economia senza prospettive di crescita.
Il periodo della ricostruzione è caratterizzato da una società fortemente unita che si sacrifica per la propria rinascita. Il primo decennio del secondo dopoguerra era stato però segnato da una lacerante divisione di identità sociali in costante conflitto tra loro, da una parte la Chiesa e la Democrazia Cristiana e dall’altra il Partito Comunista Italiano, che avevano nella Repubblica Italiana l’unico punto di vicinanza. Ma la base politica dei Governi, come nel resto dei paesi occidentali, rimaneva in capo ai partiti collegati alla Chiesa perché le credenziali anticomuniste e conservatrici erano affidabili e potevano vantare sia un passato antifascista che un programma sociale non socialista [1] .
I problemi riguardanti la struttura produttiva del Paese, arretrata, autarchica e bloccata dalle molte posizioni monopolistiche e le grandi differenze tra nord e sud impegnavano in maniera esclusiva tutte le forze politiche. Nei programmi della maggior parte dei partiti era auspicato il controllo statale, con diverse gradazioni, sull’economia. Pur coi limiti derivanti dalle diverse impostazioni ideologiche, il nodo fondamentale da sciogliere rimaneva quello di come limitare la proprietà privata dei mezzi di produzione. Gli obiettivi di pareggio della bilancia dei pagamenti e della piena occupazione verranno raggiunti, ma alla fine degli anni ’50 sarebbe persistito ancora un notevole divario tra il nord e il sud del Paese. Una politica economica orientata alla spesa e all’investimento produttivo avrebbe aiutato l’Italia a passare da un’economia chiusa a una sempre più integrata a livello internazionale; inoltre, grazie al Piano Marshall, arrivavano in Italia macchinari e Know-how che avrebbero aperto nuovi orizzonti per molte imprese.
L’estromissione delle sinistre dal governo, già dal 1947, aveva fatto in modo che in politica economica le forze moderate avessero il sopravvento e potessero attuare una restaurazione liberista, rifuggendo dall’uso degli strumenti di intervento statale in economia. Questa politica raggiungeva il suo apice col ministro del Bilancio Einaudi che sarebbe riuscito a raggiungere il successo nel campo del risanamento finanziario a costo però del tasso di disoccupazione che sarebbe continuato a crescere inesorabilmente [2] .
Tra il 1955 e il 1965 la crescita del PIL sarebbe stata di circa il 6% annuo (uno dei più alti al mondo), facendo si che l’Italia diventasse un Paese industrializzato e per la prima volta il numero di addetti dell’industria avrebbe superato quello degli addetti in agricoltura. Questa crescita prodigiosa dapprima favorita dalla domanda interna e dagli investimenti in settori statici quali l’edilizia e l’agricoltura, sarebbe stata poi garantita dalla straordinaria domanda dei mercati esteri, dando vita al fenomeno dualistico della struttura produttiva. La suggestiva idea del “miracolo”, oltre che dalle scelte politiche, è vista da molti storici in maniera molto pratica come risultato del lavoro di un’intera società in movimento [3] .
I beni di consumo diventavano un settore trainante e l’aumento della produttività favoriva un forte aumento dei profitti senza peraltro un adeguato assestamento dei salari, per loro natura poco flessibili; questa situazione consentiva alle aziende di sviluppare il fattore capitale (la tecnologia) più che il fattore lavoro. Questo circolo virtuoso, spontaneo e incontrollato, aveva come conseguenza la cosiddetta distorsione dei consumi che favoriva la produzione di beni di consumo privati e spesso di lusso, più facili da esportare, a discapito di un adeguato sviluppo di settori pubblici quali case, trasporti e scuole. La distorsione si evidenziava nella tipologia dei consumi individuali: comparivano i televisori in ogni casa ma continuavano a mancare i servizi igienici e tutto questo era reso possibile dal fatto che i beni secondari e di lusso risultassero in proporzione meno costosi di quelli primari; lo spirito di emulazione delle società più ricche era una costante e gli stili di vita borghesi si allargavano verso strati sempre più ampi della società.
L’Italia era in faticosa ricerca di una nuova identità collettiva, un’identità nazionale democratica che rispondesse ai macro cambiamenti in atto; la complessa società italiana era infatti caratterizzata da una sempre maggiore mobilità sociale e da un allargamento del ceto medio a discapito dei ceti più bassi. Come evidenzia Cecilia Dau Novelli “la sola categoria della lotta di classe non poteva comprendere un periodo che si stava affermando come la fine della classi tradizionali. E insieme con le classi la crisi stava investendo anche i partiti, che pur avendo costituito un elemento fondamentale di identità e disaccordo tra le masse e la repubblica nella prima fase democratica, stavano ora perdendo di efficacia a mano a mano che i vari soggetti si integravano direttamente nello Stato” [4] .
Era in atto un rimescolamento delle classi, in particolar modo stavano entrando in crisi i ceti medi tradizionali e emergeva sempre più forte il protagonismo sociale dei contadini e degli operai. I partiti però, abituati a ragionare non sugli individui ma sulle masse, non riuscivano a comprendere la portata dei fenomeni in atto; non capivano che oltre alla sfera economica era in forte cambiamento anche quella sociale.
L’alta mobilità sociale favoriva l’assottigliarsi delle differenze tra classi e faceva si che il ceto medio si allargasse e avesse confini sempre meno definiti, comprendendo al suo interno la quasi totalità degli italiani; al suo interno però si stratificava e raggruppava in modo tale che le proprie caratteristiche fossero quelle di una società complessa [5] . Alla straordinaria dinamicità sociale faceva da contraltare un impressionante immobilismo delle istituzioni. La politica cercava faticosamente di mediare ma con risultati tanto insufficienti da spingere Pietro Scoppola a parlare di uno “sviluppo senza guida”, tra una realtà sociale in veloce e incontrollato mutamento e uno Stato che cerca di adeguarsi [6] .
I grandi mutamenti sociali erano influenzati anche dallo sconvolgimento della distribuzione geografica della popolazione, circa venticinque milioni di italiani erano stati coinvolti nelle migrazioni intercomunali [7] . Le periferie delle grandi città si allargavano in maniera caotica e disordinata, senza piani regolatori e diventavano terreno fertile per le ingiustizie sociali; l’inserimento degli immigrati meridionali metteva in evidenza il divario, non solo economico ma anche dei modi di vita e dei modelli culturali, fra il nord e il sud del Paese. Tuttavia nello stesso periodo iniziava una progressiva attenuazione delle differenze favorita dalle esperienze lavorative simili, dalla scolarizzazione e dalla diffusione dei consumi di massa, in primis la televisione [8] .
I mutamenti sociali investivano anche il mondo cattolico, il processo di secolarizzazione iniziato già negli anni cinquanta si andava evidenziando sempre di più. Si iniziava a deviare, soprattutto nel privato, dai precetti cattolici e la Chiesa mostrava segni di forte preoccupazione già a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta. Giovanni Battista Montini (arcivescovo di Milano e futuro Papa Paolo VI) evidenziava, come faceveno anche i partiti, il raffreddamento del comportamento dei credenti ma anch’egli senza capirne le motivazioni profonde: “dobbiamo riconoscere che grandissima parte dei nostri fedeli sono infedeli; che il numero dei lontani supera quello dei vicini, che il raggio pastorale in molte parti va gradatamente restringendosi” [9] . Il maggior mezzo di secolarizzazione era stato probabilmente la televisione, ma la Chiesa pur controllandola di fatto attraverso la Democrazia Cristiana, si era concentrata sulla censura di atteggiamenti e pose particolari piuttosto  che sull’imposizione di un modello di vita edonistico e consumistico; infatti, come lucidamente scriverà Pierpaolo Pasolini nel 1974, il Vaticano avrebbe dovuto censurare Carosello, il seguitissimo programma pubblicitario della Rai, attraverso il quale passava realmente la secolarizzazione del Paese.
L’avvento della nuova società del benessere era segnato dal distacco dalle ideologie resistenziali e per questo risultava poco comprensibile ai dirigenti politici che avevano combattuto il fascismo ed erano cresciuti nelle ristrettezze materiali e personali. Il Partito Comunista Italiano non riusciva a interpretare la disaffezione della classe operaia ai principi socialisti, Pietro Nenni a differenza di Togliatti era conscio che lo stalinismo era stata una conseguenza della dittatura del proletariato e che anche dal punto di vista sindacale, gli insuccessi non erano spiegabili soltanto con le minacce degli industriali, perché la classe operaia “quando vuole sa fronteggiare ogni forma di terrorismo padronale” [10] .
La Malfa, uno dei politici più lucidi nell’avvertire il reale cambiamento del Paese, già all’indomani del XX Congresso del PCUS scriveva a Nenni per riflettere sull’opportunità di mantenere o no l’alleanza con il PCI. “Con l’affievolimento e forse la crisi della politica comunista, il posto di guida spetta ormai a voi, sulla base della stessa tradizione del vostro partito” [11] . La Malfa, fatto raro tra i politici del tempo, sarebbe riuscito a percepire la portata sociale, non solo economica, dei cambiamenti in atto e a intravedere la nascita delle nuove identità collettive emergenti e il conseguente declino delle identità divise, per questo sarebbe diventato uno dei punti di riferimento per la terza forza [12] .
Anche Giuseppe Saragat si sarebbe accorto delle nuove richieste emergenti di partecipazione, della società che cambia e che si libera dal fardello delle ideologie e avrebbe evidenziato il fatto che molti lavoratori cattolici desiderassero un allargamento della base democratica del Paese, auspicando “una politica che tenda all’inserimento nell’area di tale democrazia di lavoratori sino a ieri dominati dall’ipoteca di dottrine di carattere totalitario” [13] .
Il risultato deludente alle elezioni politiche del 1953, dopo la legge truffa che garantiva un consistente premio di maggioranza, diede il colpo di grazia a un De Gasperi già in declino e favoriva un avvicendamento di generazioni con Fanfani, logorando gli stessi rapporti tra i partiti centristi [14] . Negli anni successivi, la Democrazia Cristiana sarebbe stata accusata di voler attuare un socialismo bianco, favorendo un sempre maggior intervento pubblico in economia a discapito dell’iniziativa privata. L’apertura a sinistra era malvista dal Vaticano e, pur condannando l’apertura a sinistra, il solo Giovanni Battista Montini era favorevole ad un allargamento del consenso democratico, ritenendo utile che le classi dirigenti sentissero “il bisogno di elevazione delle classi lavoratrici, nel quadro di una economia sempre più rivolta al bene comune” [15] .
La Chiesa non comprendeva la società e diffidava da qualsiasi tipo di modernizzazione, in questo quadro Aldo Moro riusciva a emergere dimostrando di essere uno dei pochi uomini in grado di guidare in autonomia un partito di ispirazione cattolica e allo stesso tempo di farsi garante verso gli altri partiti laici di un normale rapporto tra Stato e Chiesa. Ma se da parte cattolica era sempre vivo lo spauracchio comunista, il PCI temeva l’isolamento politico; in effetti il processo di destalinizzazione avviato nel 1956 non aveva scalfito le certezze dei comunisti che presi dalla lotta di classe non si stavano accorgendo dei mutamenti della società, pensando soltanto ad allontanare il riformismo perché avrebbe potuto minare alla tensione ideologica delle masse [16] .
L’ala dura del PCI, nella persona di Giancarlo Pajetta, era fortemente contraria all’alleanza di centro-sinistra, sia perché aveva “venature riformiste, ma è sostanzialmente reazionario” e sia perché questo metteva il PCI in una posizione secondaria nei confronti del PSI e auspicava quindi di tessere “saldi collegamenti con i sindacalisti” e di “isolare i nenniani” [17] in favore dell’ala impersonata da Riccardo Lombardi il quale sosteneva che le riforme sarebbero dovute essere di struttura per scardinare e modificare il sistema economico-sociale. In sostanza la posizione del PCI era ben riassumibile in alcune frasi di Togliatti che, dicendo “noi governiamo dall’opposizione”, spiegava di fatto il ruolo di un grande partito d’opposizione in una società complessa e articolata come quella italiana. Per quanto riguarda l’ingresso del PSI nel governo il segretario comunista aveva una posizione molto pragmatica e pensando che l’esperienza del centro-sinistra potesse produrre alcuni risultati, evidenziava come i comunisti non sarebbero stati così sciocchi da non raccoglierne i frutti fatti cadere dall’albero grazie al lavoro dei socialisti.
Il Partito socialista si rendeva conto che oltre alla lotta ideologica, la classe operaia poneva le giuste rivendicazioni di miglioramento individuale. Soltanto con la lucidità del giovane Enrico Berlinguer all’interno del PCI, a partire dai primi anni sessanta, comparivano le prime riflessioni sulla società che cambiava. Gli appartenenti alla nuova classe emergente, quarantenni che non avevano vissuto la lotta antifascista in prima persona e avevano aderito al PCI per una scelta meditata e provenienti da famiglie della borghesia medio-alta e con una buona formazione, avevano le capacità culturali e l’esperienza personale per comprendere a fondo la società del benessere. Berlinguer intuiva che l’attardarsi sullo scontro ideologico era inutile perché gli italiani aspiravano ai miglioramenti personali e al benessere individuale e ancor più tra i giovani che iniziavano ad allontanarsi dai partiti, preferendo altre forme di associazionismo politico [18] .
La distanza tra i due grandi partiti di massa della sinistra italiana continuava ad aumentare, Nenni infatti riteneva infruttuosa l’alleanza coi comunisti nella società italiana e mirava a nuove alleanze. “Il centro sinistra può diventare un grande fatto nella società italiana” [19] sosteneva Pietro Nenni e per questo il PSI rivendicava l’ingresso nel Governo per difendere gli interessi dei lavoratori; la famosa frase sulla necessità di entrare nella “stanza dei bottoni” riassumeva l’obiettivo del segretario socialista. Gli stessi americani avvertivano il progressivo e inesorabile distacco tra il PCI e il PSI e giudicavano Nenni, insieme con Aldo Moro, uno dei più abili politici italiani; ma proprio dalla metà degli anni sessanta il PSI non sarebbe più riuscito a darsi una ferrea organizzazione interna e il partito sarebbe andato incontro alla totale degenerazione correntizia [20] .
Aldo Moro, calmo e sicuro, tendeva a risolvere i contrasti col compromesso e la mediazione; come afferma Pietro Scoppola, era uno dei pochi che “avverte e denuncia spesso i pericoli di una passionalità e di una razionalità latenti nel Paese” [21] ed era percepito da tutti come il vero leader dell’allargamento a sinistra, l’unico che riusciva a dare coesione all’intera DC. Il centro-sinistra era una realtà e la caratteristica principale era quella di ampliare il consenso nei confronti dello Stato democratico; Moro accorgendosi del sensibile miglioramento del sistema economico, si illudeva di dirigere la politica governativa verso una correzione delle inique leggi del mercato al fine di appagare le esigenze legittime di larghi strati di popolazione [22] . Nasceva in quegli anni, anche in Italia, la prassi degli accordi trilaterali tra governo, industriali e sindacati, cioè tra quelle forze che ormai vengono definite parti sociali; questo neo-corporativismo garantiva una certa stabilità politica, ma a differenza degli altri Stati europei, il Partito comunista in Italia se ne era enormemente avvantaggiato [23] .
Infine Moro avrebbe affermato che, se dal punto di vista della singola azienda, la convenienza all’investimento giocava a favore delle zone e dei settori più avanzati era evidente come “questa convenienza privata non coincide più, in numero sempre più elevato di casi, con la convenienza economica e sociale” [24] dell’intera nazione. Questa vocazione statalista dell’ideologia democristiana avrebbe guidato per molti anni la politica economica dei governi, rimanendo sempre ancorata alla scelta democratica originaria, per questo il popolo italiano si identificava largamente con la DC. Gli anni del miracolo sono leggibili soltanto se si considerano come il superamento delle ideologie che, guardando agli individui come masse indistinte, non badavano alle aspirazioni e ai sogni personali e avevano quindi finito per perdere il senso dell’uomo; le ideologie avevano fallito laddove non erano riuscite a mettere l’uomo al centro della politica [25] .
 
CAPITOLO II
Il compromesso storico: i protagonisti
La radicalizzazione dello scontro sociale arrivava in Italia alla fine degli anni sessanta; l’aria di contestazione giunta dagli Stati Uniti si manifestava in maniera impetuosa anche nel vecchio continente ed in particolare in Francia e in Italia. L’Europa era un’area ormai altamente scolarizzata tanto che “tra il 1960 e il 1980 il numero degli studenti triplicò o quadruplicò, quando non si moltiplicò […] dalle cinque alle sette volte, come in Finlandia, in Islanda e Svezia e in Italia” [26] e in effetti i primi protagonisti della contestazione erano stati gli studenti universitari.
La differenza col movimento d’oltreoceano, caratterizzato esclusivamente dall’anti-imperialismo e dalla protesta contro la guerra del Vietnam era data dalla forte caratterizzazione ideologica in senso marxista-leninista e assumeva connotati sempre più ostili nei confronti del sistema borghese e capitalistico. Pur restando il momento di contestazione dello sviluppo, questo era anche il momento culminante della rottura con le istituzioni tradizionali e in particolare la scuola, la Chiesa e la famiglia; il cataclisma favorito dalla secolarizzazione aveva fatto si che le trasformazioni culturali ed economiche fossero strettamente interconnesse tra loro.
L’Italia era da anni in cerca di una nuova identità, tra boom economico, secolarizzazione ed evoluzione dei modi di vita ma il movimento studentesco non riusciva a rimarcare adeguatamente le rivendicazioni di tipo modernista e libertario, concentrandosi quasi esclusivamente su questioni ideologiche. La questione della scelta di campo era stata ormai superata al punto che gli stessi dirigenti del PCI che pochi anni prima si erano schierati apertamente contro la rivoluzione ungherese e a favore dell’intervento militare sovietico, nell’Agosto del 1968 avevano manifestato apertamente il proprio dissenso nei confronti dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia. [27]
Dalla fine del 1968, grazie alle posizioni operaiste degli intellettuali e all’ideologia marxista, il movimento studentesco trovava nella classe operaia il proprio interlocutore di riferimento. Sulla scena politica irrompevano formazioni partitiche, che ponendosi alla sinistra del PCI, intendevano rimarcare il distacco dai partiti rappresentati in Parlamento e per questo venivano chiamati extraparlamentari: Potere operaio, Lotta continua, Avanguardia operaia [28] . Nel frattempo Enrico Berlinguer diventava vicesegretario del PCI guidato da Luigi Longo e riguardo al movimento degli studenti, preannunciando le sue future elaborazioni, avrebbe affermato nella tribuna elettorale del 16 Aprile 1968: “… lavoriamo per una nuova maggioranza puntando sullo sviluppo delle spinte unitarie che coinvolgono strati sociali e forze politiche di ogni orientamento […] il partito comunista è presente in tutte le lotte operaie e contadine e nel movimento studentesco […] facciamo parte di questo movimento con le nostre organizzazioni” [29] .
 
2.1 Enrico Berlinguer
Gli anni successivi all’inizio della contestazione studentesca vedevano Berlinguer assumere la guida del partito e nel mentre maturava in lui l’idea che le convinzioni di Togliatti sulla fragilità della democrazia italiana fossero non soltanto fondate ma anche meritevoli di urgente approfondimento. Come avrebbe affermato Luigi Longo “il compromesso storico segnava una svolta qualitativa nei confronti di quella mano tesa e di quella permanente attenzione al mondo cattolico, che pur aveva contraddistinto la linea togliattiana, sublimata dalla votazione dell’articolo 7 della Costituzione” [30] .
Analizzando la crisi cilena avvenuta alla fine del 1972, Berlinguer progetta l’incontro tra laici, cattolici e comunisti. La situazione cilena e il golpe che aveva appena rovesciato Allende erano tema di acceso dibattito in Italia, soprattutto all’interno del movimento operaio che proprio in quegli anni era attraversato da forti divisioni, alimentate anche dall’interpretazione sulla vicenda cilena in relazione ai temi dell’unità delle sinistre.
Le differenze che intercorrevano tra l’Italia e il Cile non sfuggivano al gruppo dirigente comunista e in particolare a Berlinguer che evidenziava come “il Cile e l’Italia sono situate in due regioni del mondo assai diverse […] differenti sono anche il rispettivo assetto sociale, la struttura economica e il grado di sviluppo delle forze produttive, così come sono diversi il sistema istituzionale (Repubblica presidenziale in Cile, Repubblica parlamentare in Italia) e gli ordinamenti statali” [31] . Ma erano presenti alcune analogie importanti e per Berlinguer preoccupanti, prima fra tutte la dislocazione delle forze in campo. Da una parte le forze reazionarie dell’estrema destra che usavano ogni mezzo lecito e illecito come prassi nelle loro azioni; dall’altra, l’estrema sinistra e in particolare il Mir (Movimento de la izquierda revolucionaria), formata da giovani extraparlamentari che il dirigente comunista Volodia Teitelboin definiva “gente estranea al popolo che ha posizioni soggettivistiche e volontaristiche, che per proprio conto ha abolito le leggi dell’economia politica, che ignora la tattica e crede che la rivoluzione cominci dalla fine. Sono pochi, ma le loro azioni hanno enorme rilievo nella stampa reazionaria” [32] . Lo stesso Berlinguer temeva le strumentalizzazioni che potevano nascere a causa delle posizioni degli extraparlamentari italiani e il suo giudizio era ancor più severo quando diceva che “noi non siamo affetti da cretinismo parlamentare, mentre qualcuno è affetto da cretinismo extraparlamentare. Noi consideriamo il Parlamento un istituto essenziale della vita politica e non soltanto oggi ma anche nella fase del passaggio al socialismo e nel corso della sua costruzione” [33] .
Berlinguer sperava che i fatti del Cile potessero servire a facilitare il risveglio delle coscienze democratiche, perché avevano evidenziato come le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentavano non avrebbero perso tempo a distruggere la libertà laddove i propri privilegi fossero stati minacciati. La presenza statunitense aveva inoltre aiutato tali forze reazionarie e andava quindi rilanciata una politica internazionale tesa a contenere le spinte imperialiste al fine di aiutare i popoli che lottavano per un nuovo assetto del mondo. La crescente volontà di autonomia dei paesi europei sotto l’influenza statunitense spingeva Berlinguer a credere che la distensione internazionale e la coesistenza fossero il primo passo verso il superamento della divisione del mondo in blocchi e zone d’influenza. Questa strada era l’unica in grado di avviare i processi di sviluppo democratico in tutti i paesi del mondo, a prescindere dal regime sociale interno, per affermare il diritto di ogni nazione all’autedeterminazione e per eliminare la possibilità di interferenza imperialista [34] .
Per il segretario del PCI era necessario approfondire il significato e l’azione della via italiana al socialismo. Riteneva di primaria importanza per l’Italia “modificare gli interni rapporti di forza in misura tale da scoraggiare e rendere vano ogni tentativo dei gruppi reazionari interni e internazionali di sovvertire il quadro democratico e costituzionale, di colpire le conquiste raggiunte dal nostro popolo, di spezzarne l’unità e di arrestare la sua avanzata verso la trasformazione della società” [35] . L’analisi di Berlinguer si dispiegava a partire dalla lotta di liberazione, durante la quale solo l’unione delle forze democratiche (di ispirazione socialista e cattolica) aveva reso possibile una conclusione positiva per il Paese. Il coinvolgimento della stragrande maggioranza del popolo, soprattutto nei paesi dalla struttura economica e sociale articolata e complessa, era l’unica via perseguibile per rinnovare profondamente la società. La controprova la si aveva anche nei regimi di tipo totalitario di destra (la Germania nazista e l’Italia fascista), evidenziava Berlinguer, nei quali il coinvolgimento delle masse era stato un obiettivo strategico e obbligato [36] .
Solo “facendo nostra la bandiera della difesa della libertà e del metodo della democrazia” si poteva bloccare il tentativo dei gruppi sociali dominanti di rompere il quadro democratico atto a scatenare la violenza reazionaria e solo “tenendo nelle nostre mani la causa della difesa delle libertà e del progresso democratico” si poteva evitare la spaccatura verticale del Paese; insomma era necessario “ricercare ogni possibile intesa e convergenza fra tutte le forze popolari”. Secondo Berlinguer la via democratica al socialismo passava per la capacità del movimento operaio di compiere le proprie scelte in base alla situazione contingente e promuovendo “sia da posizioni di governo che stando all’opposizione, una costante iniziativa per rinnovare profondamente in senso democratico le leggi, gli ordinamenti, le strutture e gli apparati dello Stato” [37] .
Ciò che Berlinguer proponeva non era una formula di governo o un modo per formare maggioranze parlamentari bensì la naturale continuazione del processo storico iniziato col voto all’articolo 7 della Costituzione repubblicana. L’analisi berlingueriana metteva in luce la necessità di grandi trasformazioni sociali, economiche e politiche oltre che un profondo rinnovamento della morale pubblica e dell’organizzazione sociale. Secondo il leader comunista questo non poteva avvenire senza l’accordo delle grandi forze sociali (operai, borghesia produttiva, contadini, giovani, donne) e politiche (comunisti, socialisti, cattolici e laici). Insomma era necessario assumere una corresponsabilità storica, non necessariamente di governo, che avrebbe impegnato tutte le forze democratiche a una solidarietà nazionale e a uno sforzo di comprensione reciproca che potesse consentire di trasformare il Paese [38] .
La via democratica al socialismo secondo Berlinguer era un cammino progressivo che passava per il coinvolgimento di figure sociali e categorie economiche non definite (masse giovanili e femminili, esponenti del mondo della scienza e della cultura, popolazioni del mezzogiorno e delle isole) che seppur accomunabili, al loro interno non avevano omogeneità, in riferimento alla posizione professionale e spesso non appartenevano neanche allo stesso ceto sociale. Una politica di rinnovamento democratico che avrebbe visto coinvolta la stragrande maggioranza della popolazione doveva prevedere oltre che larghe alleanze sociali anche una serie di rapporti politici che potessero favorire la convergenza tra le forze democratiche, prevedendo anche un accordo politico-istituzionale.
L’esperienza cilena rafforzava in Berlinguer l’idea che l’unione delle forze della sinistra non sarebbe bastata a scongiurare il pericolo della deriva reazionaria e la fine della democrazia. In Italia era indispensabile prevenire quella saldatura tra il centro e la destra che avrebbe dato vita a un’alleanza organica di tipo clerico-fascista e invece era fondamentale portare le formazioni di centro su posizioni democratiche. Il leader comunista partiva dal presupposto che, quand’anche i partiti di sinistra avessero potuto raggiungere il 51% dei consensi, non si sarebbe potuto garantire la sopravvivenza e l’opera di un governo e da qui la sua famosa affermazione “non basta il 51%”. In effetti Berlinguer non avrebbe mai parlato di alternativa di sinistra bensì di alternativa democratica intesa come prospettiva politica di accordo e collaborazione tra le forze popolari di ispirazione comunista e socialista con quelle di ispirazione cattolica [39] .
Si discuteva sul fatto che Berlinguer avesse avuto un consigliere politico, Franco Rodano, vero timoniere verso la rota di avvicinamento al mondo cattolico; questa eminenza grigia, aveva fondato un movimento di comunisti cattolici e poi un partito della sinistra cristiana per approdare infine nel PCI. Rodano in realtà, separando nettamente la religione dalla politica, fondava la sua fede cristiana su motivi spirituali e la militanza al PCI su motivi politici. Sostenitore convinto delle scelte berlingueriane, aveva come punto fermo della sua ricerca la rivoluzione nella democrazia e il segretario avrebbe rimarcato spesso gli assunti di Rodano in relazione alla necessità del superamento da parte del PCI dell’adesione acritica al marxismo-leninismo e contemporaneamente la necessità di liberare la DC dai vincoli e dai vizi del temporalismo e dell’integralismo [40] .
Berlinguer aveva ben presente che, oltre alla soluzione dei rapporti tra Chiesa e Stato e alla reciproca comprensione col mondo cattolico, era necessario affrontare il nodo del rapporto con la Democrazia Cristiana che comunque raccoglieva “nelle sue file o sotto la sua influenza una larga parte delle masse lavoratrici e popolari di orientamento cattolico”. Il legame tra la DC e i gruppi dominanti aveva un peso rilevante nelle scelte politiche del partito, ma anche le influenze di una larga parte del ceto medio oltre che dei giovani, dei contadini, delle donne e degli operai, attraverso sollecitazioni  e legittime aspirazioni facevano sempre più avvertire la propria influenza nelle scelte politiche della Democrazia Cristiana. L’analisi di Berlinguer evidenziava come la DC fosse una realtà molto varia ma soprattutto mutevole e che questi mutamenti sarebbero stati imputabili sia a una dialettica tutta interna al partito ma anche agli avvenimenti internazionali e ancor più  alle lotte e ai rapporti tra le classi e i partiti [41] .
Il leader comunista traeva la conclusione che il compito del PCI sarebbe stato quello di “isolare e sconfiggere drasticamente le tendenze che puntano o che possono essere tentate di puntare sulla contrapposizione e sulla spaccatura verticale del Paese, o che comunque si ostinano in una posizione di pregiudiziale preclusione ideologica anti-comunista, la quale rappresenta di per sé, in Italia, un incombente pericolo di scissione della nazione”. Berlinguer vedeva come improcrastinabile la necessità di un dialogo costruttivo e di un’intesa senza che questo dovesse obbligatoriamente significare la rinuncia a distinzioni o diversità ideologiche. Quindi vista “la gravità dei problemi del Paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico” si rendeva necessario e urgente addivenire “a quello che può essere definito il nuovo grande compromesso storico tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano” [42] .
 
2.2 Aldo Moro
Moro, da fine tessitore di rapporti quale era, Moro riteneva che lo sviluppo dell’Italia sarebbe dovuto passare per il dialogo tra tutte le forze politiche democratiche e le parti sociali. Ispirato dalle parole di De Gasperi, vedeva la DC come un partito di centro che guardasse a sinistra; Moro pensava che la Democrazia Cristiana dovesse avere l’onere del governo del Paese per il bene stesso dello Stato e in accordo con questo pensiero aveva favorito l’apertura a sinistra, ossia il coinvolgimento nel governo del PSI che dopo i fatti d’Ungheria si era allontanato dai comunisti.
Praticamente terminata l’esperienza di governo del centro-sinistra arrivava il sessantotto e la contestazione studentesca, Aldo Moro aveva percepito immediatamente la portata storica degli eventi e in risposta a tale fenomeno avrebbe immaginato una nuova formula politica; il suo realismo, le sue sottili distinzioni lo avrebbero portato a ideare la strategia dell’attenzione prima e le convergenze parallele poi. In sostanza dal 1968 in poi avrebbe cercato di far recepire ai suoi amici di partito le istanze di democratizzazione sociale perché, oltre che essere condivisibili, sarebbero state un utile strumento per svuotare la sinistra delle sue rivendicazioni più efficaci.
L’analisi politica di Moro partiva dalla constatazione che la Democrazia Cristiana non fosse presente all’interno di quel mondo ricco di fermenti rinnovatori nel quale si trovava la società italiana; auspicava che la DC, pur mantenendo la propria integrità ideale ripensasse a una seria politica di centro-sinistra. Riteneva che la Democrazia cristiana sarebbe stata chiamata ad essere sempre più un partito d’opinione e che avrebbe dovuto far convogliare le volontà dei cittadini, non solo nel voto, ma soprattutto nelle risposte quotidiane alle sollecitazioni sociali e politiche.
Per Moro il dialogo politico che attraverso una sostanziale omogeneità nelle scelte di fondo avrebbe portato a delle intese costruttive, era un valore a sé stante e per questo andava perseguito attivando un’area di positive collaborazioni e sistematiche convergenze al fine di favorire un rinnovamento sociale e politico. La Democrazia Cristiana avrebbe dovuto porsi in collegamento diretto con le masse per assumerne la rappresentanza e quindi assicurarne un’effettiva influenza sul potere politico. Moro già dal 1969, pur con titubanza, vedeva nell’opposizione comunista un interlocutore da non trascurare; pur evidenziando il perdurare di una “impossibilità di una comune gestione del potere e di qualsiasi intesa che crei un equivoco in una situazione da chiarire” non mancava di precisare che in Italia i democratici, cattolici e laici, avevano deciso “di accettare la dialettica democratica senza lasciare margini, senza operare esclusioni” e per questo “ in termini di libertà deve svolgersi il confronto con il Partito comunista” [43] .
Moro riteneva  che il partito comunista, seppur in maniera distorta, rappresentasse vasti settori della società italiana e per questo sarebbe stato meritevole di coinvolgimento nel gioco democratico. La presenza del PCI nel Parlamento e nel Paese era stata per Moro occasione di confronto, dapprima polemico ma poi sempre più attento e significativo, atto a soddisfare gli interessi del popolo non in maniera demagogica bensì organica e veritiera. Questa presenza aveva certamente influenzato il gioco democratico e la stessa DC ma anche il Partito comunista ne era stato influenzato e questo circolo virtuoso aveva contribuito a riportare in limiti accettabili le tensioni del sistema sociale, garantendone nuovi equilibri politici.
Entrando nel merito delle contestazioni giovanili, Moro evidenziava come i giovani chiedessero un nuovo ordine sociale e una nuova prospettiva politica non conservatrice. Una richiesta d’innovazione che avrebbe favorito una reale partecipazione, fatto questo che per Moro non doveva essere percepito soltanto come mera rivendicazione, quanto come una vera e propria assunzione di responsabilità. Lo Stato avrebbe dovuto farsi garante delle nuove istanze anche al fine di contenere alcune forme “negative, dispersive, inutilmente grossolane e violente” che avrebbero potuto mettere in discussione la libertà e il sistema democratico. Per Moro sarebbe stato miope non entrare nel merito delle questioni e badare soltanto ai fatti contingenti piuttosto che allo sviluppo storico del fenomeno. Lo Stato aveva il compito di far convogliare la domanda sociale e la protesta attraverso i giusti canali per arrivare a uno sbocco positivo; questo era per Moro l’unico modo per tenere sotto controllo gli eccessi, pur salvaguardando la sostanza che il processo rinnovatore portava con sé. Per il dirigente democristiano era necessario “interpretare questo momento di storia, in questo momento collocandosi sulla sinistra, sulle posizioni cioè di movimento”, solo così la DC sarebbe potuta ancora essere protagonista della vita politica italiana e solo così sarebbe riuscita ad evitare che un’alternativa si affermasse, “facendo essa, con il mutare dei tempi, da opposizione ed alterativa a sé stessa” [44] .
L’avvicinamento al PCI, reso più semplice dall’elezione di Enrico Berlinguer alla guida del partito, sarebbe dovuta avvenire, secondo i piani di Moro, in tre fasi: la prima vedeva l’astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale su un governo democristiano, la seconda prevedeva il voto favorevole degli stessi partiti nei confronti dello stesso governo e per finire sarebbe dovuta arrivare la partecipazione diretta ad un nuovo governo. La terza fase riproposta da Moro e Zaccagnini nel 1976, dopo le elezioni politiche che avevano portato il PCI a oltre il 34%, non sarebbe mai arrivata a causa delle note vicende relative al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro.
Le prime due fasi però avevano trovato completa attuazione, il periodo della solidarietà nazionale avrebbe permesso a Moro di coinvolgere il PCI nelle responsabilità di governo, dapprima con un’astensione per poi passare a un appoggio esterno e nel contempo avrebbe offerto garanzie alle correnti democristiane e agli alleati occidentali dell’Italia. Moro intendeva legittimare il PCI come forza di governo ma era anche conscio del fatto che questa collaborazione avrebbe favorito il rilancio industriale del Paese a cominciare dal Mezzogiorno e in politica estera avrebbe portato stabilità nel Mediterraneo, aiutando l’Italia a fare da mediatore tra il mondo arabo e quello occidentale.
La riflessione morotea sulla terza fase partiva dal giudizio negativo sulla maturità della democrazia italiana; una democrazia che soltanto attraverso il dialogo tra le grandi culture popolari avrebbe potuto reggere il peso delle tensioni economiche e sociali oltre che delle spinte sovversive di ogni tipo. All’interno della DC, soprattutto tra i giovani dirigenti, si sviluppava un’analisi acurata della situazione italiana, nella quale “i più attenti sentivano che ad un sistema di democrazia formale, quasi perfetto, non corrispondeva nei fatti una democrazia sostanziale” a causa dell’immatura cultura della partecipazione, del voto visto come delega agli eletti e delle storture del sistema a iniziare dai fenomeni di clientelismo e corruzione. Tra i giovani dirigenti della DC, in linea con Moro, era convinzione diffusa che “soltanto le forze veramente democratiche che avevano prodotto la sconfitta del fascismo e l’elaborazione della Costituzione, governando insieme o collaborando, avrebbero potuto favorire questo passaggio dalla democrazia formale alla democrazia sostanziale” [45] .
Moro sarebbe arrivato ad affermare, alla fine degli anni settanta, che si era in una situazione nuova, inconsueta, di fronte alla quale sarebbe stato necessario trovare nuovi strumenti per risolvere la crisi, perché gli ingranaggi della vita politica italiana si erano arrugginiti, qualcosa nel sistema si era guastato. Il PCI era ormai una forza praticamente alla pari con la DC e due vincitori nel sistema politico se avessero voluto avrebbero finito per paralizzarsi a vicenda; era indispensabile fuggire dalla logica del condizionamento. Secondo Moro la Democrazia Cristiana, nel 1978, si trovava di fronte uno schieramento di partiti non ostili, tra i quali per la prima volta si poteva annoverare il Partito comunista italiano. L’egemonia della DC era attenuata e si rendeva quindi indispensabile agire secondo uno “spirito costruttivo per ricercare se tra queste due forze antitetiche, alternative, della tradizione italiana, vi potesse essere qualche punto di convergenza, per lo meno su alcune cose; se vi potesse essere interesse a capirsi reciprocamente intorno al modo di soluzione di alcuni problemi del Paese” [46] .
Secondo lo stesso Berlinguer “l’onorevole Moro aveva affrontato il nodo della questione comunista secondo un modo e un intento precisi, che erano di sciogliere quel nodo positivamente. La sua gradualità, anzi la sua prudenza circospetta, stavano in diretta relazione con la sua dichiarata volontà di procedere più avanti possibile nel rapporto col PCI. La sua visione della democrazia non contemplava che lo Stato sorto dalla Resistenza e dalla società italiana quale si è storicamente formata, potessero vivere svilupparsi escludendone il movimento operaio nel suo complesso, quindi il PCI, il partito che più li rappresentava” [47] .
Moro procedeva cautamente nel cammino che avrebbe dovuto portare alla terza fase e dalla semplice non opposizione da parte del Partito comunista cercava di arrivare a un’intesa dal contenuto positivo, praticamente un accordo anche se parziale. Pur non comportando la formazione di una vera maggioranza parlamentare era chiaro a tutti come questa fase avrebbe avuto un suo importante significato politico che obbediva alle esigenze del Paese; infatti pur nel rispetto dell’identità e sensibilità della Democrazia cristiana si tentava di dare contenuto al programma per le future azioni di governo. Secondo Moro la forza della DC era data dal sapersi adattare, dal riuscire a cambiare in relazione ai tempi e questo è ciò che si rendeva necessario anche in questo momento. In alcune fasi, durante la metà degli anni settanta, all’interno del partito in molti credevano utile andare a elezioni per cercare di far perdere consenso al PCI ma Moro rimaneva fedele al suo modo di fare politica, ritenendo che se vi fosse “nella pazienza, nella ricerca, nel ritmo della nostra conduzione della crisi, una via che ci si apra dinanzi e che ci permetta di restare sostanzialmente nella nostra linea, anche se su un terreno nuovo  e più esposto” ebbene quella via sarebbe dovuta essere seguita con convinzione e determinazione [48] .
Per Moro pur non sussistendo le condizioni per trovare una intesa politica che avrebbe permesso al Partito comunista di entrare in piena solidarietà politica con la Democrazia cristiana, esisteva però un dovere nei confronti del Paese di trovare una convergenza sul programma, “un programma arricchito, adeguato al momento che attraversiamo, una convergenza che si esprima con adesioni positive”, che desse risposte all’emergenza reale in cui versava la società italiana. Vi era secondo Moro un’emergenza economica e una politica e non era pensabile porvi rimedio senza un accordo tra le maggiori forze; molto lucidamente spingeva a immaginare cosa sarebbe potuto accadere “se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova da una opposizione condotta fino in fondo” [49] .
 
CAPITOLO III
Il dibattito storico
Il dibattito storico sul processo che aveva portato al compromesso storico e ai governi di solidarietà nazionale è stato sempre condotto a partire dall’analisi delle modalità che avevano portato alla crisi del centrismo, inteso come alleanza della DC con altri partiti del centro.
Secondo Nicola Trafaglia la crisi si apriva nel 1953 per due ordini di ragioni, uno interno che consisteva nel mancato scatto della legge elettorale maggioritaria (meglio nota come legge truffa) e l’altro di politica estera dovuto all’inizio della destalinizzazione innescata da Chruscev. Da quel momento, continua Trafaglia, la DC aveva avviato un rinnovamento interno sia dal punto di vista organizzativo che di uomini, in particolare si era innescato un graduale allargamento dell’autonomia nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, favorito in particolar modo dalla corrente interna Iniziativa Democratica. [50]
La corrente Iniziativa Democratica, nata per preparare una successione giovane, aveva finito la sua spinta propulsiva nel 1959 e da essa sarebbe nata la corrente Dorotea che avrebbe permesso al giovane Aldo Moro di arrivare alla segreteria del partito; i capi dorotei, confidando troppo nel proprio potere, non si erano resi conto che il giovane dirigente aveva già in mente un progetto a lungo termine di apertura a sinistra. Il suo disegno, mosso da una logica inclusiva, era infatti quello di portare nell’area di governo una parte sempre maggiore di popolazione. Moro non avrebbe mai accettato di farsi distogliere dal suo obiettivo di fondo e questo lo distingueva dal resto della corrente Dorotea, interessata maggiormente alla gestione del potere [51] .
La modernità di Moro, afferma Piero Craveri, stava nel fatto di aver colto meglio di altri la lezione dei due dopoguerra del novecento, in riferimento al consolidamento democratico egli riteneva che la composizione dei conflitti sociali potesse essere espressa soltanto attraverso un processo di mediazione e alleanze [52] . L’Italia stava cambiando e il consumo assurgeva a divinità mentre il cattolicesimo tradizionale declinava fortemente, nel senso che andava scomparendo ogni vincolo di obbligazione politica e si registrava una caduta della religiosità anche se gli italiani continuavano a definirsi cattolici [53] .
Secondo Pietro Scoppola il ruolo della televisione era stato di fondamentale importanza per la diffusione del consumismo; ad una prima analisi si può affermare che l’american way of life diventava la norma per molti italiani. I modelli culturali americani, propugnati dai film, diventavano il maggior veicolo di diffusione di questo modo di vita e questo avveniva non senza contrasti e resistenze tanto che si poteva assistere a un rapporto di amore-odio con l’America. In realtà ciò che gli italiani seguivano era la forma esteriore del modello di vita americano e non le ispirazioni più profonde, quali il senso di responsabilità delle scelte individuali, il rischio e la competizione nell’ambito però di regole ben definite. In sostanza pur assumendo le forme esteriori del consumismo, il metodo dell’arrangiarsi tutto italiano rimaneva e anzi iniziava a permeare anche la pubblica amministrazione dove, pur in presenza di forti contrapposizioni politiche, veniva favorito dall’associazione dall’ideologia assistenzialista cattolica e dal rivendicazionalismo sindacale di matrice marxista [54] .
In questa cornice, sempre secondo Scoppola, la Chiesa era troppo impegnata nello scontro frontale col comunismo per potersi accorgere che il vero nemico era la progressiva e diffusa secolarizzazione; un fenomeno tanto esteso e complesso che avrebbe trasformato costumi e mentalità incidendo nella vita privata e pubblica dei cittadini. Questo fenomeno avrebbe portato al progressivo allontanamento del mondo femminile dalla Chiesa, non pronta a rispondere alle nuove esigenze e ai nuovi problemi. “In realtà, né la cultura marxista né tantomeno l’elitaria cultura laica sono state in grado di offrire al paese basi alternative al sentimento morale popolare di matrice cristiana […] un salto in una sorta di vuoto etico del quale si percepisce oggi tutta la drammatica dimensione” [55] .
La stagione del centro-sinistra, secondo tutti gli storici, era permeata da riluttanze e dubbi. Secondo Silvio Lanaro, il PSI e in particolare la condotta di Riccardo Lombardi, uno dei principali leader del partito nonché fautore dell’idea che sarebbe stato necessario operare delle riforme strutturali profonde, determinava il panico degli operatori economici provocandone la diffidenza nei confronti del centro-sinistra [56] .
Pietro Scoppola evidenzia come i governi di centro-sinistra fossero caratterizzati dal ritardo delle riforme, imputato alle riluttanze della Democrazia Cristiana, a sua volta condizionata dall’episcopato italiano. Moro, principale fautore del centro-sinistra, aveva ben presente la debolezza e fragilità della democrazia italiana che a differenza di democrazie più mature non prevedeva il metodo dell’alternanza, obbligando quindi a evitare contrapposizioni nette per realizzare aggregazioni articolate e complesse. Questo limite della democrazia italiana però era secondo Moro un’occasione di valorizzazione e consolidamento della democrazia come prevista nella Costituzione Repubblicana. Oltre che sulla linea dei valori costituzionali, il centro sinistra si sviluppava su “una incondizionata adesione ai cardini della costituzione materiale che è quella della democrazia dei partiti” [57] .
Piero Craveri sottolinea come la reazione al riformismo, portato dai socialisti nelle esperienze di governo del centro-sinistra, fosse particolarmente virulenta anche a causa della debolezza del programma e l’evidente tentativo di isolare il PSI arrivava da più parti. Mentre le socialdemocrazie europee adattavano le proprie strategie all’economia di mercato per rendere compatibile il Welfare State con realistiche politiche di bilancio, in Italia si tendeva a sollecitare una conflittualità sociale senza alcuna strategia di redistribuzione del reddito. La sconfitta del riformismo socialista stava proprio nel fatto di aver fatto affidamento soltanto sugli incentivi collettivi, cioè quelli di tipo ideologico, senza capire di essere già in grado di distribuire, grazie alla propria azione politica, parlamentare, sindacale e amministrativa, una serie di incentivi selettivi, cioè quelli più variegati e tangibili oltre che attribuibili a soggetti diversi, come già faceva qualsiasi altro partito del sistema politico [58] .
Moro insisteva perché i socialisti rompessero apertamente col PCI in tutte le assemblee elettive, aveva favorito che in molte grandi città si insediassero giunte di centro sinistra e nel contempo aveva come obiettivo della sua azione interna alla DC quello di tenere unito il partito. Nicola Trafaglia vede nella divisione interna al partito socialista e nella non attuazione delle riforme promesse, o nell’attuazione minimalista, alcuni dei motivi più importanti del fallimento del centro-sinistra. Inoltre un ruolo importante nel fallimento era stato rivestito dalla “scarsa conoscenza della macchina burocratica dello Stato, dall’incapacità di suggerire soluzioni alternative efficaci per un forte deficit della loro cultura di governo” [59] .
In sostanza “il centro-sinistra non aveva potuto superare i limiti di una democrazia senza ricambio, li ha aggravati; sia i partiti di governo che quelli di opposizione sono coinvolti nella prassi del governo ai margini [60] . Praticamente tutta la storiografia concorda che dal 1968 in poi il modello di centro-sinistra entrava in crisi irreversibile e si manifestava la tendenza a ricercare nuovi e più avanzati equilibri che coinvolgessero anche il Partito comunista nella maggioranza di governo.
Col movimento studentesco, espone Piero Craveri, si manifestava un attivismo politico per la prima volta fuori dai partiti, dalle istituzioni e dalle sedi ufficiali e contemporaneamente si andava evidenziando una critica al PCI; col nascere di movimenti di ispirazione maoista o castrista, cioè modelli rivoluzionari al di fuori delle società industrializzate, il movimento studentesco aveva trovato nella classe operaia il più facile punto di riferimento. Il giovane Berlinguer, con responsabilità e guardando al futuro, da vice segretario del PCI cercava di portare il partito a esercitare un’egemonia nei confronti dei conflitti e movimenti che si andavano sviluppando nella società. In questi anni Berlinguer parlava per la prima volta di blocco sociale omogeneo e di strategia delle alleanze con le altre forze politiche; concepiva il socialismo non come avanzata lineare bensì come percorso complesso e difficoltoso che si sarebbe potuto esplicitare nell’unità di gruppi sociali e nello sviluppo della democrazia. Il PCI riusciva a egemonizzare i movimenti di massa e Berlinguer, grazie anche alla teoria delle vie nazionali al socialismo, diventava una delle figure di spicco italiane ed internazionali [61] .
Silvio Lanaro si sofferma sulla situazione della DC evidenziando come fosse ormai in preda a litigi, sospetti e rimescolamenti spericolati di correnti e che pur rimanendo un partito di classe fosse ormai soprattutto un collettore di clientele. Moro si poneva nei confronti del proprio partito con un atteggiamento di tipo pastorale sempre pronto a prevenire lacerazioni ben sapendo che, per conservare la propria centralità, la DC avrebbe avuto bisogno di unità e di sacrificio, magari anche concedendo qualcosa agli alleati laici. Era in questo frangente che Moro illustrava la sua strategia dell’attenzione verso il mondo operaio e giovanile gravitante nell’area della sinistra e che scongiurando le battaglie e addormentando le tensioni tentava di prevenire l’allargamento e il radicamento delle forze conservatrici-reazionarie [62] .
Per quanto riguarda il PCI è limpida, secondo Silvio Lanaro, l’ascendenza di Franco Rodano su Berlinguer soprattutto in riferimento alla comprensione, vero strumento per annullare il conflitto, lo scontro e la stessa lotta di classe. Il segretario comunista spinto dai fatti del Cile arrivava alla conclusione che non si sarebbe potuto governare con maggioranze composite e risicate e che sarebbe stata necessaria un vasta confluenza di forze compatibili che senza rinunciare alle proprie identità addivenissero a un compromesso storico, cioè un compromesso che avrebbe dovuto superare le zavorre ideologiche [63] .
In questa situazione, scrive Nicola Trafaglia, aggravata dall’opposizione poco propositiva dei comunisti e dalla debolezza ormai cronicizzata dei socialisti si consumava la crisi della Repubblica. Il divario tra nord e sud del Paese, la debolezza dell’economia italiana messa in luce dalla crisi energetica del 1973, l’urbanizzazione selvaggia e la crisi della sanità, dei trasporti e del sistema fiscale stavano facendo mutare il volto dell’Italia. Moro era sempre più persuaso della necessità di coinvolgere il PCI in un lavoro di ristrutturazione del sistema politico anche perché i socialisti erano ormai un partito ministeriale senza più radici a livello di masse [64] .
Il nuovo segretario del PCI, Enrico Berlinguer, riteneva che per superare una situazione di crisi economica e politica, aggravata dall’emergenza terroristica, sarebbe stata necessaria una collaborazione non solo dei vertici ma soprattutto delle masse cattoliche e comuniste che, accomunate dalla solidarietà sociale e cristiana, avrebbero potuto ergersi contro le forti spinte individualiste di cui altre forze (sia economiche che di una certa cultura laica) erano portatrici. Si proponeva un allargamento della maggioranza piuttosto che un suo rovesciamento, nulla di nuovo insomma, se non fosse che per la prima volta la DC avrebbe avuto un alleato di pari forza elettorale. Obiettivi dell’alleanza erano quindi la legittimazione del PCI come forza di governo e il superamento dell’emergenza politico-sociale e solo in una fase successiva si sarebbe potuto dar vita a una reale alternanza tra le maggiori forze popolari del Paese [65] .
Piero Craveri scrive che Moro andava sviluppando il suo imperativo di andare a sinistra perché avvertiva più di chiunque altro la fragilità dello Stato democratico e metteva in pratica questa sua vocazione attraverso un continuo lavorio di convergenze parlamentari estese sempre di più al PCI [66] . L’annuncio del compromesso storico non era una novità in sé stessa ma lo era il fatto di averla scelta come unica strada percorribile. In sostanza si andava prefigurando un processo che attraverso l’esplicito percorso consociativo avrebbe portato al definitivo superamento della conventio ad escludendum [67] (regola non scritta secondo la quale il partito comunista non avrebbe mai potuto governare il Paese).
Un avvenimento chiave degli anni settanta in Italia era stato il referendum sul divorzio, Silvio Lanaro arriva a definirlo storico perché sanciva la fine della cultura ufficiale cattolica, dominante in Italia per quaranta anni. Sino ad allora vi era da parte del mondo religioso “l’ambizione di identificare una dottrina morale con la morale naturale”, pretendendo quindi “di annettere un’intera società a un’unica visione del mondo e a un solo modo di impostare la vita privata, i rapporti sessuali, i legami di paternità e maternità” [68] .
Pietro Scoppola vede nell’esito del referendum sul divorzio la fonte principale dell’indebolimento della Democrazia Cristiana, aggravata poi dall’esito del referendum sull’aborto. Le elezioni del 1975 vedevano il PCI e la DC quasi alla pari, in rappresentanza del 70% del Paese; “come sempre accade in Italia i cambiamenti di rotta avvengono, per iniziativa dei partiti, dopo che alle elezioni si sono misurati i rapporti di forza” [69] . Si apriva quindi la fase della solidarietà nazionale, cosa assai diversa dal compromesso storico di Berlinguer o dalla terza fase di Moro.
La proposta del leader comunista aveva lo scopo di far uscire il proprio partito da quella condizione di immobilismo dignitoso che lo aveva caratterizzato durante i governi di centro-sinistra ma anche e soprattutto per superare la crisi della democrazia italiana. L’esperienza religiosa non sarebbe più dovuta essere un ostacolo all’unità della classe operaia ma sarebbe potuta essere la premessa per l’incontro tra il movimento cattolico e il partito che storicamente rappresentava la classe operaia, ossia il PCI. Moro, partendo dal degrado morale del Paese, in assonanza con Berlinguer sulla lotta al consumismo, riteneva che la società italiana nel suo insieme sarebbe dovuta essere chiamata a un nuovo senso del dovere. Sempre secondo Scoppola, il limite del leader democristiano era stato quello di non intuire la necessità di un superamento istituzionale della democrazia dei partiti pur denunciando il decadimento del proprio partito. La solidarietà nazionale aveva l’unico scopo di rispondere all’esigenza contingente di non creare ostacoli politici all’emergenza terroristica ma l’effetto che avrebbe prodotto coincideva con uno degli obiettivi della terza fase di Moro, cioè la caduta della conventio ad escludendum nei confronti del PCI e il passaggio a quella democrazia compiuta ricercata da Moro e che avrebbe dovuto portare, nelle sue intenzioni, a una democrazia dell’alternanza [70] .
Nicola Trafaglia, infine, scrive come la modernizzazione della società, pur con le sacche di arretratezza del sud, si scontrasse con un sistema politico e istituzionale inerte e incapace di recepirne i bisogni. Da questa constatazione ne fa derivare la crisi strutturale della Repubblica rispetto alla quale, a metà egli anni settanta, i partiti avevano tentato di porre rimedio con la strategia del compromesso storico che, a differenza di quanto afferma Scoppola, egli affianca alla solidarietà nazionale come fossero sinonimi [71] .
 
 
CAPITOLO IV
Le testimonianze dirette
Per valutare meglio le motivazioni che avevano spinto Berlinguer e Moro verso un progressivo avvicinamento è utile ascoltare la testimonianza diretta di due persone a loro molto vicine.
La prima persona è Mario Birardi, amico di Berlinguer sin dal 1949, col quale aveva in comune l’esperienza giovanile nella Sassari del dopoguerra. Un’esperienza importante, precisa Birardi, quella della Federazione giovanile che dal 1943 a Sassari avrebbe portato il futuro leader comunista a diventare presidente dell’organizzazione internazionale Gioventù democratica, fatto esperienza questa che ne avrebbe influenzato pesantemente la formazione in senso internazionalista. Un legame personale e politico quello tra Mario Birardi ed Enrico Berlinguer che nel 1976 avrebbe portato quest’ultimo a chiamare l’amico a Roma per entrare a far parte della segreteria nazionale assegnandogli il delicato incarico di mantenere i rapporti tra la segreteria nazionale e l’Organizzazione [72] .
La seconda persona è Pinuccio Serra che, molto vicino alle posizioni di Moro, aveva aderito immediatamente alla corrente fondata dal leader democristiano sin dal 1969, anno della sua costituzione. Un’adesione motivata dalla ferma convinzione che la politica chiamata del confronto, in opposizione allo scontro abituale con le forze della sinistra, avrebbe portato vantaggi alla democrazia. Si cercava di sostituire il vecchio modo di rapportarsi, pur con una netta distinzione dei ruoli, con quello nuovo del dialogo e del confronto sui temi più importanti del momento, guardando all’orizzonte politico del Paese. I morotei in Sardegna potevano vantare figure di spicco come Beppe Pisanu, capo della segreteria di Zaccagnini, Paolo Dettori e Pietro Soddu ma nel sud dell’isola, dice Pinuccio Serra, “gli amici dell’On. Moro erano coordinati dal sottoscritto” [73] .
 
 4.1 Intervista a Mario Birardi [74]
Domanda: come erano maturate le affermazioni di Berlinguer sulla fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre e sul sentirsi più sicuro sotto il cappello della NATO e come erano percepite dagli altri dirigenti del PCI?
Risposta: Berlinger era un innovatore e quelle che potevano sembrare affermazioni improvvisate in realtà erano frutto di ponderazione e riflessione profonda. Quelle coraggiose affermazioni non erano il risultato di discussioni collegiali, ma si trattava di valutazioni personali di Berlinguer che pur ascoltando e discutendo anche vivacemente negli organismi, alla fine si prendeva l’onere di determinare la linea politica.
Domanda: Berlinguer intendeva staccarsi dal legame con l’Unione sovietica, il non accettarne i finanziamenti era una strada condivisa anche da altri?
Risposta: i segretari, nella mia esperienza, non si occupavano delle finanze. Il responsabile dell’organizzazione, Gianni Cervetti, dopo aver studiato a Mosca, teneva col PCUS dei rapporti particolari. Berlinguer però, pur avendo delle informazioni, non si occupava delle questioni economiche. Francamente, quello dei finanziamenti, non era un argomento a cui veniva dato particolare spazio durante le segreterie anche perché veniva portata avanti una forte politica di autofinanziamento da parte dei compagni esperti nel settore. Il PCI aveva delle strutture trasparenti, società di import-export, che garantivano una certa tranquillità finanziaria.
Domanda: che rapporti c’erano col Partito comunista sovietico (PCUS)?
Risposta: i rapporti col PCUS erano assolutamente di contrasto, di polemica e di dissenso. La svolta si era avuta con l’invasione della Cecoslovacchia e Berlinguer in questo campo aveva avuto un ruolo fondamentale. I rapporti erano diventati di tipo diplomatico a livello statale, tanto che i legami rimasti erano dettati quasi esclusivamente dalle esigenze di politica estera.
Domanda: che posizione aveva la destra del partito, quella di Amendola, nei confronti degli strappi con l’Unione sovietica voluti da Berlinguer?
Risposta: in realtà Amendola, se non ricordo male, non era mai stato in URSS; l’uomo dei legami con l’Unione sovietica era invece Armando Cossutta che comunque aveva una grande considerazione di Berlinguer. La posizione di Amendola era di tipo personale e probabilmente derivava da preoccupazioni legate alla politica estera, al mondo diviso in due blocchi e anche a un sentimento diffuso all’interno del partito. In ogni caso quando Berlinguer aveva effettuato gli strappi, pur tra le perplessità della base, il gruppo dirigente non aveva esitato a seguirlo perché sapeva che il collegamento e il rapporto col popolo comunista, di cui Enrico godeva, gli dava un’enorme capacità di essere ascoltato e seguito.
Domanda: per quanto riguarda la politica interna, come si esplica il rapporto con la DC? Gli obiettivi di difesa della democrazia e di alleanza strategica col mondo cattolico avevano in Berlinguer uguale importanza?
Risposta: certamente la strategia fondamentale era quella della difesa del regime democratico, questo era l’obiettivo prioritario dell’intero PCI sin dai tempi di Togliatti. Ciò che stava avvenendo a livello internazionale, in particolare i fatti cileni, aveva influenzato le scelte di Berlinguer e i tentativi di coinvolgimento di alcune frange della DC erano la sua risposta preventiva. In verità gli articoli su Rinascita nei quali esaminava la situazione cilena in riferimento a quella italiana erano riusciti, secondo Enrico, a suscitare fin troppo interesse. Alcuni giornalisti avevano abilmente utilizzato i termini usati da Berlinguer (compromesso storico) ma lo stesso autore, nel privato, si divertiva al pensiero che poche parole potessero aver suscitato tanto interesse tra i media, gli storici e i politologi. In effetti Berlinguer, di fronte al tentativo di attaccare la democrazia, indicava una strategia di convergenza tra le grandi forze popolari, comuniste e cattoliche, ma questo non avrebbe dovuto significare un accordo di tipo politico-strategico. La successiva intesa, con conseguente astensione al governo Andreotti, in realtà era stata soltanto una coincidenza perché il compromesso storico per Berlinguer era altra cosa e i motivi del suo fallimento sono da imputare tutti ai settori più conservatori della DC e del Partito socialista, soprattutto da quando Bettino Craxi ne avrebbe assunto la direzione.
Domanda: Berlinguer pensava che il compromesso storico sarebbe potuto essere un modo per giungere a nuovi orizzonti socialisti oppure ricercava l’effetto collaterale di disgregare la DC?
Risposta: credo che nessuno pensasse realmente che si sarebbe potuta costruire una società socialista facendo un’alleanza con la DC, neanche coi suoi settori più progressisti. Evidentemente si voleva consolidare il regime democratico e assumere una responsabilità di governo, intorno a un programma attento alle problematiche delle masse popolari; non credo che tutto ciò fosse strumentale alla rottura degli equilibri interni alla DC. Dal voto del 1976 erano emerse due forze pressoché equivalenti che rappresentavano ognuna più di un terzo degli italiani. Non era pensabile che si sarebbe potuto formare un governo senza tenere conto dell’orientamento dato dall’elettorato; lo stesso PCI si era impegnato direttamente affinché si potesse formare una maggioranza parlamentare guidata da Moro, però l’ala più conservatrice della Democrazia Cristiana, non fidandosi del partito comunista, era arrivata a chiedere non più che un’astensione per il governo presieduto da Andreotti.
Domanda: tornando al tema della difesa della democrazia, il timore per un rovesciamento di regime in senso autoritario come era vissuto dai dirigenti? Esisteva un piano straordinario di emergenza?
Risposta: la consuetudine di tener d’occhio i militanti del PCI era la norma per i Servizi e anche il trattamento riservatoci, sul posto di lavoro, risentiva dei giudizi espressi nelle nostre note caratteristiche stilate dalle forza dell’ordine. All’interno del partito esisteva una sorta di struttura, un gruppo di compagni che avevano il compito di vigilare, in particolare quando la situazione politica causava un’accentuazione dello scontro e del pericolo. Solitamente in casi particolari venivano presi provvedimenti, soprattutto cautelativi, come il non dormire nella propria abitazione o cose simili, ma nulla di più.
Domanda: Berlinguer che giudizio aveva di Moro? Lo riteneva sincero o pensava che usasse strumentalmente la tattica del dialogo? Inoltre, all’interno della DC vi erano altre figure su cui Berlinguer avrebbe potuto appoggiarsi per un dialogo proficuo?
Risposta: i due avevano una stima personale reciproca, si trasmettevano anche dei biglietti durante le riunioni a testimonianza della sincera simpatia e del rispetto che avevano l’uno per l’altro. Berlinguer credeva nella lealtà e sincerità di Moro, ma sapeva bene che l’influenza americana e i rapporti di forza all’interno della DC avrebbero impedito ad Aldo Moro qualsiasi ipotesi di collaborazione più stretta. Io credo che la morte di Moro avesse realmente impedito forme più avanzate di collaborazione proprio perché nessuno, all’interno del suo partito, ne aveva raccolto il testimone; infatti lo stesso Zaccagnini, onesto e galantuomo, non aveva la forza e la capacità per portare avanti l’eredità del suo mentore, Aldo Moro.
 
4.2 Intervista a Pinuccio Serra [75]
Domanda: come si poneva Moro nei confronti della Chiesa?
Risposta: Moro era un cattolico praticante, si accostava abitualmente ai sacramenti però politicamente era un grande laico; riteneva che il potere dello Stato non andasse per niente confuso col potere della Chiesa, di tipo essenzialmente spirituale. Moro era lontanissimo nella visione, nel pensiero e nell’azione dell’idea dello Stato Pontificio che era stato ormai accantonato dalla storia.
Domanda: Moro come tentava di posizionare il partito, in riferimento anche al rapporto col PCI,  nei confronti della Chiesa?
Risposta: una sponda tra la Chiesa e il Partito comunista non credo che Moro la avesse mai sollecitata e cercata. Prima della politica morotea c’era stato un altro tentativo diretto di accostamento politico tra il mondo della Chiesa e quello comunista, si chiamava Repubblica conciliare; l’iniziativa era stata di alcuni settori cattolici e di alcuni cattolici-comunisti, tra i quali Franco Rodano futuro fautore del compromesso storico, che insieme ad alcune associazioni progressiste del mondo cattolico avevano tentato questo accostamento. Non credo però che Moro si fosse mai posto il problema di avvicinare il mondo cattolico al PCI e viceversa anche perché riteneva che il mondo cattolico avesse una sua sfera di influenza autonoma che prescindesse dallo svolgimento della vita politica.
Domanda: Moro riteneva utile avere, dalla Chiesa, una sorta di autorizzazione al dialogo con il PCI?
Risposta: Moro riteneva che i cattolici, in politica, dovessero muoversi in piena autonomia senza compromettere la Chiesa ma senza sollecitare autorizzazioni particolari da parte delle autorità religiose.
Domanda: questa sua posizione era appoggiata e magari favorita dal fatto che il Papa fosse Giovanni Battista Montini (Paolo VI)?
Risposta: Moro era amico di Montini da giovanissimo, sin dai tempi in cui era Presidente della FUCI. Il futuro Paolo VI era stato sempre un grande estimatore di Moro, per certi versi probabilmente anche ispiratore perché era un maritainiano (corrente filosofica che prende il nome dal teologo francese Jacques Maritain) come Moro ed entrambi guardavano a un orizzonte aperto della politica nei confronti degli altri partiti. Credevano che l’azione politica, nel rispetto dell’indipendenza della Chiesa, avrebbe dovuto realizzare anche per sé stessa (per la politica) l’autonomia necessaria.
Domanda: Montini aveva promulgato l’enciclica dal titolo “populorum progressio”, un atto importante in chiave progressista appunto, cosa ne pensava Moro?
Risposta: conoscendo il pensiero generale dell’onorevole Moro e i contenuti della populorum progressio, certamente l’aveva apprezzata.
Domanda: dal punto di vista internazionale, Moro come valutava la situazione italiana nel rapporto con gli Stati Uniti?
Risposta: Moro usava molto la parola rispetto, anche nei rapporti tra Stati; era rispettoso dell’autonomia altrui ma esigeva rispetto anche per l’autonomia dell’Italia. Moro non aveva ottimi rapporti con Kissinger (Segretario di Stato americano, l’equivalente di un Ministro degli Esteri) perché per conto degli USA, costui aveva più volte tentato di ostacolare il percorso della politica morotea verso un’apertura dei rapporti nei confronti del PCI. Moro non sopportava questa strategia, la riteneva un’interferenza nei confronti di uno Stato terzo e pare che nel corso di un incontro con Kissinger, il leader democristiano dapprima aveva contrastato le tesi del Segretario di Stato americano e poi si era volutamente distratto, come amava fare quando non apprezzava le posizioni dell’interlocutore.
Domanda: invece cosa pensava del rapporto del PCI con l’Unione sovietica?
Risposta: certamente Moro guardava con simpatia lo sforzo che Berlinguer, costantemente e progressivamente, faceva per sganciare il Partito comunista italiano dal PCUS e da un’egemonia dell’Unione sovietica sul PCI.
Domanda: come era il rapporto personale tra Moro e Berlinguer?
Risposta: dal punto di vista personale il rapporto era di reciproca stima; erano due personaggi misurati, sensati, intelligenti e lungimiranti che si guardavano con molta stima e in effetti la politica di avvicinamento era praticamente fallita col rapimento di Moro. Berlinguer non aveva più avuto l’unico interlocutore credibile per sviluppare quel discorso politico di avvicinamento, se necessario di cogestione, che sarebbe dovuto essere il primo passo verso il sistema dell’alternanza, cioè un vero sistema democratico.
Domanda: tra la difesa della democrazia e l’approdo a un sistema di democrazia compiuta dell’alternanza, quale era per Moro l’obiettivo strategico prioritario?
Risposta: per Moro la difesa della democrazia presumeva il raggiungimento della democrazia compiuta, cioè una democrazia nella quale le diverse forze politiche avrebbero potuto governare il Paese alternandosi e quando necessario, nei momenti di emergenza, anche collaborando più strettamente.
Domanda: Moro credeva o temeva che in quella fase la DC avrebbe potuto sfaldarsi?
Risposta: a questo era stato sempre attento, era convinto che una rottura della DC avrebbe potuto pregiudicare anche la consistenza stessa del sistema democratico nel Paese. Moro aveva sempre fatto degli sforzi per tenere unita la DC e quando doveva fare dei passi in avanti li faceva con la cautela necessaria per non perdere la retroguardia. Egli pensava che se si fosse rotta l’unità della Democrazia cristiana tutto il disegno di un rapporto col Partito comunista si sarebbe crollato e lo stesso sistema democratico del Paese sarebbe stato messo a rischio. Moro in tutti i modi, anche durante gli interventi ufficiali alla Camera, cercava di tranquillizzare la parte più moderata della DC per portare il partito tutto insieme alla politica di solidarietà nazionale.
Domanda: la politica di solidarietà nazionale, nei suoi esiti si avvicinava di più alla terza fase di Moro piuttosto che al compromesso storico?
Risposta: il compromesso storico avrebbe avuto un contenuto finalistico per cui tutti insieme si sarebbe andati definitivamente a governare lo Stato, la solidarietà nazionale invece prevedeva una fase di tregua e di confronto, se necessario anche un  periodo di comune gestione del governo del Paese per poi far scattare con la reciproca legittimazione il sistema dell’alternanza.
Domanda: come mai Berlinguer non sarebbe più riuscito a dialogare con la DC?
Risposta: perché non c’era all’interno della DC un personaggio della statura di Moro, il quale pur essendo a capo di una delle più piccole correnti della Democrazia cristiana (aveva il 7%), utilizzava questo ruolo come una tribuna per poter colloquiare sia con le altre forze interne al proprio partito che con le altre forze politiche. Pur avendo degli amici di notevole valore, alcuni ancora viventi come Martinazzoli, nessuno aveva l’autorevolezza dell’onorevole Moro sia nei rapporti interni alla DC che nei confronti delle altre forze politiche. 
 
Conclusioni
Un aspetto importante dell’azione politica di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, come evidenzia Rosa Russo Iervolino, era che andando oltre gli schemi astratti seppur giusti della solidarietà, della pace e della giustizia, i due leader si erano fatti carico dello sforzo culturale e intellettuale di storicizzare questi valori, in relazione alla situazione politica che vivevano [76] .
Si può affermare che il compromesso storico aveva decretato la fine dell’esperienza del centro-sinistra e aveva aperto la strada alla piena realizzazione di un sistema consociativo. La proposta di Berlinguer poneva il Partito comunista italiano al centro della scena politica e salvaguardava la democrazia, isolando la DC da qualsiasi tentazione autoritaria.
Enrico Berlinguer, restando fedele al metodo della democrazia, si era sforzato di guardare sempre alla crescita democratica del Paese, anche in una situazione di profonda lacerazione del tessuto sociale, tentando inoltre di allontanare il suo partito dall’ingombrante legame con l’Unione sovietica.
Senza farsi prendere da facili parallelismi coi nostri giorni, si può dire che l’azione politica berlingueriana era ben radicata nel suo tempo, infatti l’esplosione dei consumi individuali, la ricerca di nuovi spazi di partecipazione e di nuovi modelli identitari erano stati accadimenti propri degli anni sessanta e settanta e li si può considerare come prerequisiti fondamentali per le proposte del leader comunista.
La politica di Aldo Moro si può definire coerente con quella che era stata l’azione politica della DC sino a quel momento ma anche flessibile nel momento in cui il suo partito aveva perso il collegamento con le radici dell’Italia. Moro vedeva chiaramente il rischio di una “deviazione nella gestione del potere” e per la prima volta nella storia repubblicana si rischiava, a suo parere, che questo passare di mano sarebbe potuto avvenire non tra uomini dello stesso partito o di partiti della stessa area di governo [77] .
Enrico Berlinguer vedeva nel dialogo con le masse di ispirazione cattolica e col partito che le rappresentava un fatto progressivo che sarebbe stato indispensabile per la difesa della democrazia anche negli anni a venire e basava questo suo ragionamento, oltre che sulla situazione nazionale, anche sull’interpretazione del quadro internazionale. Aldo Moro, senza dimenticare la situazione internazionale, guardava con maggiore attenzione alla stabilizzazione della situazione interna al sistema partitico e in particolare alla Democrazia cristiana. Infatti era interesse prioritario di Moro evitare che il sistema partitico crollasse e con esso la democrazia stessa. Il leader democristiano temeva fortemente la disgregazione del proprio partito e infatti più volte avrebbe richiamato i suoi amici di partito all’unità e alla coesione interna, a costo anche di perdere consenso o di elargire qualche concessione agli alleati laici.
Infine si può affermare che l’adesione sostanziale del progetto moroteo al compromesso storico di Enrico Berlinguer, e viceversa, possa essere interpretata non solo in senso riformatore ma anche conservatore dello status quo e in particolare del sistema partitico. Da questo punto di vista quello che certamente era un modo per uscire dalla profonda crisi delle Istituzioni repubblicane, risulta essere anche un modo per risolvere la crisi nella quale stagnavano i due maggiori partiti italiani. In questo senso il compromesso storico diventava la soluzione limite, il punto di equilibrio per la società italiana che rappresentava, non solo geograficamente, la linea di confine tra due modi di vedere il mondo.
 Di Yuri Marcialis
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[1] E. HOBSBAWM, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, pag. 283, Rizzoli, Milano 1995.
[2] G. SABBATUCCI e V. VIDOTTO, Storia contemporanea, il novecento, Laterza, Roma-Bari 2002.
[3] G. CAREDDA, Governo e opposizione nell’Italia del dopoguerra 1947-1960, Laterza, Roma-Bari 1995. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 11.
 
[4] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[5] G. SAPELLI, L’Italia inafferrabile. Conflitti, sviluppo, dissociazione dagli anni cinquanta ad oggi, Marsilio, Venezia 1989. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 28.
[6] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Il Mulino, Bologna 1991.
[7] CAMERA DEI DEPUTATI, Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla, vol. I, Relazione generale, Roma 1953.
[8] G. SABBATUCCI e V. VIDOTTO, Storia contemporanea, il novecento, Laterza, Roma-Bari 2002.
[9] G. B. MONTINI, La carità della Chiesa verso i lontani, Discorso alla VIII settimana di aggiornamento pastorale, in Discorsi sulla Chiesa, Milano 1062. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 164.
[10] Relazione di P. NENNI, PSI, 32° Congresso, Ed. Avanti, Milano-Roma 1957.
[11] Lettera di U. LA MALFA a Nenni, 21 Marzo 1956, ACS, La Malfa, b. 30, fasc. 4. D’ora in avanti ACS, La Malfa. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 149.
[12] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[13] G. SARAGAT, Intervento alla Camera dei Deputati, 6 dicembre 1958, riportato in G. CAREDDA, Governo e opposizione nell’Italia del dopoguerra 1947-1960, Laterza, Roma-Bari 1995.
[14] Comm. A. MORO, 142-143; Commissione stragi, II 244-249.
[15] G. B. MONTINI, arcivescovo di Milano, Notificazione al clero ambrosiano, 21 maggio 1960, in “Il Quotidiano”, 4 giugno 1960. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 193.
[16] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[17] Intervento di G. Pajetta, Direzione PCI, 1° luglio 1958, APC, Direzione, n.10, p.13. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pagg. 196-197.
[18] Informazioni sul tesseramento, Direzione PCI, 10 gennaio 1962, APC, Direzione, n.1, pp.1-2; e Allegato, Direzione, 20 dicembre 1962, APC, Direzione, n.19, pp.1-3.
[19] Intervento di P. NENNI, Direzione PSI, 8-10 febbraio 1960, ACS, Nenni, b.93, fasc.2233, p.9. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 206.
[20] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[21] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Il Mulino, Bologna 1991.
[22] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[23] E. HOBSBAWM, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, pag. 332, Rizzoli, Milano 1995.
[24] A. MORO, La responsabilità della DC per il governo del Paese e lo sviluppo democratico della società italiana, Napoli 27-31 gennaio 1962, VIII Congresso, in 1954-1973. I Congressi della Democrazia Cristiana. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 219.
[25] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[26] E. HOBSBAWM, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, pag. 349, Rizzoli, Milano 1995.
[27] G. NAPOLITANO, Limiti e pregi di Berlinguer, le ultime scelte furono molto sofferte, “la Repubblica”, sabato 14 dicembre 1996
[28] G. SABBATUCCI e V. VIDOTTO, Storia contemporanea, il novecento, Laterza, Roma-Bari 2002.
[29] E. BERLINGUER, Archivio Tribuna politica, RAI.
[30] M. PIRANI, Il compromesso di Berlinguer, “la Repubblica”, martedì 23 luglio 1996.
[31] E. BERLINGUER, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, “Rinascita” del 28 settembre 1973.
[32] V. TEITELBOIN, La grande prova del Cile, “l’Unità” dell’11 settembre 1973.
[33] E. BERLINGUER, Via democratica e violenza reazionaria, “Rinascita” del 5 ottobre 1973.
[34] E. BERLINGUER, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, “Rinascita” del 28 settembre 1973.
[35] Ibid.
[36] E. BERLINGUER, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. Alleanze sociali e schieramenti politici, “Rinascita” del 12 ottobre 1973.
[37] E. BERLINGUER, Via democratica e violenza reazionaria, “Rinascita” del 5 ottobre 1973.
[38] M. D’ALEMA, intervento alla Camera dei Deputati in occasione della commemorazione di Enrico Berlinguer, Archivio Camera dei Deputati, giovedì 17 giugno 2004.
[39] E. BERLINGUER, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. Alleanze sociali e schieramenti politici, “Rinascita” del 12 ottobre 1973.
[40] G. FIORI, Vita di Enrico Berlinguer, Laterza, Roma-Bari 1989.
[41] E. BERLINGUER, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. Alleanze sociali e schieramenti politici, “Rinascita” del 12 ottobre 1973.
[42] Ibid.
 
[43] A. MORO, discorso al congresso della Democrazia Cristiana, 29 giugno 1969.
[44] Ibid.
[45] Intervista a R. RUSSO IERVOLINO raccolta da G. CERCHIA in Ricordando Berlinguer.
[46] A. MORO, discorso all’assemblea della  Democrazia Cristiana, febbraio 1978.
[47] Dall’intervista di G. PIAZZESI a E. BERLINGUER, Berlinguer: possibile un nuovo colloquio con la DC, Corriere della Sera, maggio 1979.
[48] A. MORO, discorso all’assemblea della  Democrazia Cristiana, febbraio 1978.
[49] Ibid.
[50] N. TRAFAGLIA, La modernità squilibrata. Dalla crisi del centrismo al “compromesso storico”, pagg. 7 e segg., in Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995.
[51] Ibid.
[52] P. CRAVERI, La Repubblica dal 1958 al 1992, UTET, Torino 1995.
[53] S. LANARO, Storia dell’Italia repubblicana – l’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, Marsilio, Venezia 1992.
[54] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, pagg. 317 e segg., Il Mulino, Bologna 1991.
 
[55] Ivi, pagg. 329 e segg.
[56] S. LANARO, Storia dell’Italia repubblicana – l’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, pag. 312, Marsilio, Venezia 1992.
[57] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, pagg. 356 e segg., Il Mulino, Bologna 1991.
 
[58] P. CRAVERI, La Repubblica dal 1958 al 1992, pagg. 170 e segg., UTET, Torino 1995.
[59] N. TRAFAGLIA, La modernità squilibrata. Dalla crisi del centrismo al “compromesso storico”, pagg. 56 e segg., in Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995.
[60] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, pagg. 379/380, Il Mulino, Bologna 1991.
 
[61] P. CRAVERI, La Repubblica dal 1958 al 1992, pagg. 346 e segg., UTET, Torino 1995.
[62] S. LANARO, Storia dell’Italia repubblicana – l’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, pagg. 330 e segg., Marsilio, Venezia 1992.
[63] Ivi, pagg. 407/408
[64] N. TRAFAGLIA, La modernità squilibrata. Dalla crisi del centrismo al “compromesso storico”, pagg. 92 e segg., in Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995.
[65] Ivi, pagg. 105 e segg.
[66] P. CRAVERI, La Repubblica dal 1958 al 1992, pag. 422 e segg., UTET, Torino 1995.
[67] Ivi, pag. 527.
[68] S. LANARO, Storia dell’Italia repubblicana – l’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, pag. 338, Marsilio, Venezia 1992.
[69] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, pagg. 388 e segg., Il Mulino, Bologna 1991.
[70] Ivi, pagg. 391 e segg.
[71] N. TRAFAGLIA, La modernità squilibrata. Dalla crisi del centrismo al “compromesso storico”, pag. 111, in Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995.
[72] Intervista a M. BIRARDI raccolta da Y. MARCIALIS, 13 aprile 2006.
[73] Intervista a P. SERRA raccolta da Y. MARCIALIS, 14 aprile 2006.
[74] Intervista a M. BIRARDI raccolta da Y. MARCIALIS, 13 aprile 2006.
[75] Intervista a P. SERRA raccolta da Y. MARCIALIS, 14 aprile 2006.
[76] Intervista a R. RUSSO IERVOLINO raccolta da G. CERCHIA in Ricordando Berlinguer.

[77] A. MORO, discorso all’assemblea della  Democrazia Cristiana, febbraio 1978.

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