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Enciclica Pontificia
DI PAPA PIO IX


che condanna le usurpazioni piemontesi

"Dato in Roma, presso S. Pietro, il dì 19 Gennaio 1860.

 

l'Enciclica,  con la quale il Pontefice Pio IX condanna gli
"atti tutti empiamente iniqui compiuti dalla rivoluzione anticristiana d’Italia".
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"Venerabili Fratelli, salute ed Apostolica Benedizione.

"Noi non possiamo certamente esprimervi a parole, o Venerabili Fratelli, quanto gaudio e quanta letizia, fra le nostre gravissime amarezze, ci abbia arrecato per parte di Voi tutti e sì dei fedeli commessi alle vostre cure la singolare e meravigliosa fede, pietà ed osservanza inverso di Noi e di questa Sede Apostolica, e l’egregio consentimento, l’alacrità, il fervore e la costanza nel difendere i diritti della medesima Sede e nel patrocinare la causa della giustizia. Imperciocché come prima dalle Nostre lettere encicliche a voi spedite nel dì 18 giugno dell’anno scorso, e quindi dalle due Nostre Allocuzioni concistoriali, con sommo dolore del vostro animo, conosceste i gravissimi mali, onde erano miseramente colpite le cose sacre e civili in Italia; e come prima comprendeste gl’iniqui moti e ardimenti di ribellione contro i legittimi Principi della stessa Italia, e contro il sacro e legittimo principato Nostro e di questa Santa Sede; Voi secondando tosto i Nostri voti e le Nostre cure, non frapponendo verun indugio, vi affrettaste con ogni studio ad ordinare nelle vostre diocesi pubbliche preghiere. Quindi non solo colle vostre lettere, piene di profondo ossequio e carità a Noi inviate; ma ancora, sia colle epistole pastorali, sia con altre scritture dotte e religiose, diffuse nel popolo, alzaste l’episcopale vostra voce, con lode insigne del vostro Ordine e del vostro nome, a propugnare strenuamente la causa della santissima nostra Religione e della giustizia, e a detestare con ogni vigore i sacrileghi attentati commessi contro il civile principato della Chiesa Romana. E, difendendo costantemente questo principato, vi siete recato a gloria di professare ed insegnare che esso, per singolare consiglio di quella divina Provvidenza, che regge e governa ogni cosa, fu dato al Romano Pontefice, acciocché questi, col non essere mai soggetto a nessun potere civile, possa esercitare sopra l’universo mondo, con libertà pienissima e senza niun impedimento, il supremo ufficio dell’Apostolico Ministero, a Lui dallo stesso Signor Nostro Gesù Cristo divinamente affidato.

"Dalle quali vostre dottrine ammaestrati, e dall’egregio esempio eccitati, i figliuoli a Noi carissimi della Chiesa Cattolica, con sommo studio gareggiano di significarci per parte loro i medesimi sentimenti. Conciosiacché da tutte le regioni dell’intero orbe cattolico ricevemmo quasi innumerevoli lettere sì di ecclesiastici e sì di laici d’ogni dignità, ordine, grado e condizione, e perfino lettere sottoscritte da centinaia di migliaia di Cattolici, colle quali tutte essi manifestano e confermano la loro venerazione e figliale devozione verso di Noi e verso la Cattedra di Pietro, e, detestando fortemente la ribellione e gli attentati commessi in alcune nostre provincie, sostengono che il patrimonio del Beato Pietro debba onninamente conservarsi intero ed inviolato, e difendersi da ogni offesa; e ciò non pochi tra loro dimostrarono con dottrina e sapienza in libri appositamente dati alla luce. Ora queste preclare manifestazioni sì vostre, e sì dei Fedeli, meritevoli certamente di ogni lode ed encomio, e degne che vengano iscritte nei fasti della Chiesa Cattolica a caratteri d’oro, talmente ci commossero, che non ci potemmo astenere dallo sclamare lietamente: Benedetto sia Dio e il Padre del Signor Nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, che così ci consola in sì aspro travaglio. Imperocché in mezzo alle gravissime angustie, dalle quali veniamo oppressi, nulla poteva riuscirci più grato, nulla più giocondo, nulla più desiderato, che il vedere di qual concorde ed ammirabile premura voi tutti, o Venerabili Fratelli, siete animati ed accesi per difendere i diritti di questa Santa Sede, e con quale egregia volontà i Fedeli consegnati alle vostre cure in ciò vi secondano. Quindi Voi assai agevolmente potete da per voi stessi pensare quanto altamente la paterna Nostra benevolenza verso di Voi e verso gli stessi Cattolici ognidì di buon dritto e meritatamente si accresca.

"Senonché, mentre il nostro dolore veniva alleggerito da un così stupendo impegno ed amore sì vostro e sì dei Fedeli verso di Noi e di questa Santa Sede, una nuova cagione di tristezza ci venne da altra parte. Il perché noi vi scriviamo queste lettere, affinché in cosa di tanta importanza siano principalmente a Voi di bel nuovo manifestissimi i sentimenti del Nostro animo. Non ha guari, siccome la più parte di Voi già conoscerà, venne dal giornale di Parigi intitolato Moniteur, divulgata una lettera dell’Imperatore dei Francesi, colla quale egli rispondeva a una Nostra epistola, in cui con ogni calore pregavamo la Maestà Sua Imperiale a volere col validissimo suo patrocinio nel Congresso di Parigi mantenere intero ed inviolabile il temporale dominio Nostro e di questa Santa Sede, e rivendicarlo dalla iniqua ribellione. Or nell’anzidetta sua risposta quel supremo Imperatore, ricordando certo suo consiglio propostoci poco tempo innanzi intorno alle provincie ribelli del nostro dominio pontificio, Ci esorta a voler rinunziare al possedimento di quelle provincie, sembrando a lui che solo così possa ora rimediarsi al presente perturbamento delle cose.

"Ciascuno di Voi, Venerabili Fratelli, intende benissimo che Noi, memori del gravissimo nostro dovere, non abbiamo potuto tacere dopo ricevuta una tale lettera. Perciò senza frapporre dimora ci affrettammo a rispondere allo stesso Imperatore, dichiarando limpidamente e apertamente con Apostolica libertà dell’animo Nostro, che in nessun modo affatto Noi potevamo annuire al suo consiglio: perché esso presenta insuperabili difficoltà, avuta ragione della dignità Nostra e di questa Santa Sede, e del Nostro sacro carattere e dei diritti della Santa Sede, i quali non appartengono alla successione di qualche reale famiglia ma bensì a tutti i Cattolici; ed insieme abbiamo professato non potersi da Noi cedere ciò che non è Nostro, e bene da Noi intendersi che la vittoria, che si vorrebbe concessa ai ribelli nell’Emilia, sarebbe di stimolo agl’indigeni ed ai forestieri perturbatori delle altre provincie a fare il medesimo, vedendo la prospera fortuna toccata a quei primi. E fra le altre cose al medesimo Imperatore manifestammo non poter Noi rinunziare alle dette provincie dell’Emilia, appartenenti al Nostro pontificio dominio, senza violare i solenni giuramenti dai quali siamo legati, senza eccitare querele e moti nelle altre nostre provincie, senza recare ingiuria a tutti i Cattolici; in fine senza debilitare i diritti non solo dei Principi d’Italia, che furono ingiustamente spogliati dei loro dominî, ma ancora di tutti i Principi del mondo cristiano, i quali non potrebbero con indifferenza vedere introdotti certi perniciosissimi principî. Né abbiamo tralasciato di notare, che la Maestà Sua non ignorava per quali uomini, con quale pecunia, e con quali aiuti i recenti attentati di rivolture a Bologna, a Ravenna ed in altre città erano stati eccitati e compiuti; mentre la massima parte di quei popoli quasi attonita si rimase dal partecipare a quegli scompigli inaspettati, e si mostrò del tutto aliena dal volerli seguire

E poiché il Serenissimo Imperatore credeva che Noi dovessimo cedere quelle province pei moti di ribellione ivi di quando in quando suscitati, abbiamo risposto a tal proposito: questo argomento, siccome quello che prova troppo, non provar nulla. Imperocché moti non dissimili sì negli Stati d’Europa e sì altrove accaddero spessissimo; e niuno è che non vegga, non potersi da ciò ritrarre motivo di diminuire il civile dominio di un legittimo Principe. E non abbiamo omesso di esporre al medesimo Imperatore che dalla ultima sua lettera era molto diversa la prima, scritta a Noi avanti la guerra d’Italia e che ci recava non afflizione, ma consolazione. Avendo poi giudicato, per certe parole di codesta lettera imperiale, pubblicata nella mentovata effemeride, di dover temere che le predette Nostre province dell’Emilia già s’avessero a riguardare come staccate dal pontificio Nostro dominio; perciò abbiamo pregato, in nome della Chiesa, la Maestà Sua, di fare in modo, anche pel suo proprio bene e vantaggio, che tale nostro timore fosse pienamente dileguato. E con quella paterna carità, con cui dobbiamo provvedere alla eterna salute di tutti, gli abbiamo richiamato alla mente, che da ciascuno si dovrà un giorno dare stretta ragione di sé al tribunale di Cristo, ed incontrare giudizio severissimo; e perciò dover ciascuno attesamente studiarsi di aver a provare gli effetti della misericordia anziché della giustizia.

"Queste sono le cose precipue che fra le altre abbiamo risposte al supremo Imperatore dei Francesi; le quali abbiamo giudicato di dover al tutto manifestare a Voi, o Venerabili Fratelli, affinché voi in prima, ed anche tutto l’Orbe Cattolico viemmeglio sappia che Noi, aiutandoci Dio, pel gravissimo debito dell’uffizio nostro, senza timore veruno facciamo ogni sforzo, e non tralasciamo verun tentativo per difendere fortemente la causa della religione e della giustizia, ed il civile principato della Chiesa Romana; e mantenere costantemente intere ed inviolate le sue possessioni temporali e i suoi diritti, i quali interessano tutto l’Orbe Cattolico; e provvedere altresì alla giusta degli altri Principi. Ed avvalorati dal divino aiuto di Colui che disse: Nel mondo sarete angustiati; ma abbiate fidanza, io ho vinto il mondo (Io: c. XVI V. 33); e beati quei che soffrono persecuzione per la giustizia (Matth: c. V, V. 10); siamo preparati a seguire le illustri vestigia de’ nostri Predecessori, ad emularne gli esempî, e patire ogni cosa aspra ed acerba, ed anche a dare la vita, anziché disertare in alcun modo la causa di Dio, della Chiesa e della giustizia. Ma ben di leggieri potete argomentare, Venrabili Fratelli, da quanto dolore siamo trafitti, vedendo da quale atrocissima guerra la santissima nostra Religione, con grandissimo detrimento delle anime, è combattuta, e da quali tribuni veementissimi è conquassata la Chiesa e questa Santa Sede. E facilmente ancora comprendete come gravissima sia la nostra angoscia, ben sapendo quanto è grande il pericolo delle anime in quelle sconvolte Nostre provincie; dove, per opera specialmente di pestiferi scritti diffusi nel pubblico, la pietà, la Religione, la fede e l’onestà dei costumi di giorno in giorno vengono scrollate.

"Voi dunque, Venerabili Fratelli, i quali siete chiamati a parte della Nostra sollecitudine, e che con tanta fede, costanza e virtù vi accendeste a propugnare la causa della Religione, della Chiesa e di questa Sede Apostolica, continuate con maggior animo e impegno a difendere la medesima causa, ed ogni giorno infiammate vièmmaggiormente i Fedeli commessi alle vostre cure, acciocché essi sotto il vostro indirizzo non cessino mai di porre ogni opera ed ogni studio ed ogni consiglio per la difesa della Cattolica Chiesa e di questa Santa Sede, e per la conservazione del civile principato della medesima e del patrimonio del Beato Pietro, la tutela del quale appartiene a tutti i Cattolici.

"Quello però che massimamente, quanto sappiamo e possiamo, chiediamo da Voi, o Venerabili Fratelli, si è che insieme con Noi e unitamente ai Fedeli commessi alle vostre cure, porgiate senza intermissione fervidissime preghiere a Dio Ottimo Massimo, acciocché Egli comandi ai venti ed al mare, e col Suo potentissimo aiuto assista a Noi, assista alla sua Chiesa, e sorga e giudichi la causa Sua; ed oltreciò colla celeste sua grazia voglia, propizio, illuminare tutti i nemici della Chiesa e di questa Apostolica Sede, e colla onnipotente Sua virtù si degni di ridurli nelle vie della verità, della giustizia e della salute.

"Ed acciocché Iddio, supplicato da Noi, più facilmente porga l’orecchio alle preghiere Nostre e Vostre e di tutti i Fedeli, domandiamo sopra tutto, o Venerabili Fratelli, l’intercessione dell’Immacolata e Santissima Madre di Dio, Maria Vergine, la quale è di tutti noi amantissima madre e speranza fidissima, e potente tutela e sostegno della Chiesa, e del cui patrocinio niente è più valido presso Dio. Imploriamo altresì il suffragio del beatissimo Pietro, Principe degli Apostoli, che Cristo Signor nostro stabilì qual pietra fondamentale della sua Chiesa, contro cui le porte dell’Inferno non potranno mai prevalere; e chiediamo ancora il suffragio del suo coapostolo Paolo e di tutti i Santi che con Cristo regnano in Cielo. Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che Voi, atteso la vostra esimia religione e zelo sacerdotale, in che siete sommamente prestanti, vorrete secondare solertissimamente questi Nostri voti e queste Nostre richieste. E frattanto, come pegno dell’ardentissima Nostra carità verso Voi, impartiamo amantissimamente l’Apostolica Benedizione; la quale muove dall’intimo del Nostro cuore, sì a Voi, o Venerabili Fratelli, come a tutto il Clero, ed ai Fedeli laici commessi alla vigilanza di ciascun di Voi.

"Dato in Roma, presso S. Pietro, il dì 19 Gennaio 1860.

"Del Nostro Pontificato, Anno Decimoquarto".

NEL DICEMBRE DEL 1864, PIO XI PUBBLICO' L'ENCICLICA
"QUANTA CURA" E IN APPENDICE IL "SILLABO"


(*) vedi PROCLAMA DI GARIBALDI AGLI STUDENTI DI PAVIA -  ...AGLI ITALIANI

(*) vedi LETTERE DI NAPOLEONE, DEL RE, e di... DI MAZZINI (poco repubblicano)

(*) vedi GIUSEPPE GARIBALDI

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