SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
VILFREDO PARETO

     Il  creatore della sociologia moderna e della suggestiva "teoria delle élite"

IL GIOCO
DEL POTERE
 

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di FRANCO GIANOLA

E' dal 1923, anno in cui ha abbandonato il suo involucro mortale, che Vilfredo Pareto, padre della sociologia moderna, sorride compiaciuto. Guarda giù, sulla Terra, e continua a sorridere. Anche oggi il suo sguardo attraversa i muri dei palazzi del potere e vede tanti omini che vanno reiteratamente all'assalto della stanza dei bottoni per strapparla a chi ce l'ha e occupare le poltrone allineate davanti al quadro-comandi.
E' compiaciuto con se stesso perché lo spettacolo conferma l'attualità della sua famosa "teoria delle élite". Che dice questa teoria, la cui nascita risale al secolo scorso ma la cui validità è stata dimostrata soprattutto e clamorosamente nel 1900? Per capirne meglio il meccanismo è indispensabile far precedere la risposta da un'occhiata alla situazione del nostro paese, una situazione che il lettore sta vivendo in diretta.

Vediamo che in Italia è in atto una delle grandi crisi che si abbattono ciclicamente sui sistemi nei quali gli uomini si incasellano fideisticamente. La nazione è squassata da un duro scontro fra la vecchia classe dominante e nuovi gruppi di potere che puntano alla conquista della plancia di comando. La compagine dei partiti, che rappresentava un esercito perfettamente organizzato e padrone dei gangli vitali della nazione, si è frantumata nello spazio di qualche stagione ed è ridotta a un'armata Brancaleone impegnata in una battaglia senza speranza. Il paese è dominato, di conseguenza, da una convulsa dialettica che investe il settore politico, economico e sociale. L'uomo della strada è disorientato e cerca disperatamente di chiarirsi le idee per prepararsi alle necessarie scelte future.

E inevitabilmente formicolano sulle pagine dei giornali, delle riviste e dei libri i pensatori professionisti, dilettanti o improvvisati (di questi ultimi l'Italia è ricchissima) che rovesciano sui lettori analisi e formule per capire e risolvere...ma sono soltanto elucubrazioni non scientifiche, staccate dalla realtà: sotto le parole, niente. Siamo dunque privi di una base di riflessione che ci aiuti a comprendere i meccanismi della convivenza umana e ci metta in grado di elaborare un sistema meno fragile, capace di resistere al tempo? Non è il caso di essere pessimisti.

La base di riflessione può essere trovata rivisitando la cultura dell'Ottocento e soprattutto i testi di Vilfredo Pareto, economista, matematico, sociologico e psicologico, il cui pensiero si rivela sorprendentemente attuale. Gli studi dello scienziato partono da un contesto temporale particolarmente favorevole e stimolante.
All'inizio del XIX secolo l'Italia, unità geografica che contiene culture profondamente diverse, percorre a tappe forzate la via verso la dimensione nazionale (dimensione che non corrisponde alla volontà di tutti i popoli disseminati lungo la penisola: essi hanno anime arabe, spagnole, germaniche, slave, oltre che italiche) e nello stesso tempo vive una situazione confusa sia dal punto di vista intellettuale sia da quello politico. Nel paese, dove il pensiero cattolico (fortemente radicato in tutti i terreni sociali) e la società patriarcale non favoriscono certamente la circolazione delle nuove idee che potrebbero mettere in pericolo il potere costituito, c'è una fisiologica resistenza all'avanzata della civiltà delle macchine. Tuttavia, sia pure con un certo ritardo, anche qui scatta il meccanismo della rivoluzione industriale che, irresistibilmente, mette in moto il processo di mutazione dei rapporti politico-sociali e delle posizioni culturali.

Qual è il contributo della ricerca sociopolitica italiana in un particolare momento storico, che ha alle spalle le prime grandi teorizzazioni e la tensione interpretativa degli studiosi carne Weber, Marx, Veblen? In questa fase evolutiva, dopo la metà dell'Ottocento, gli intellettuali italiani si trovano assediati da una nuova realtà nella quale valori, istituzioni, figure istituzionali e miti cominciano a sgretolarsi. All'ombra delle ciminiere si formano forti gruppi sociali (la classe operaia prende coscienza di sé e si organizza sotto la spinta della lettura di migliaia di pubblicazioni sul pensiero marxiano) che si contrappongono al nuovo tipo di dominio e di sfruttamento. Le cannonate che il generale Bava Beccaris fa sparare nel 1898 contro la folla esasperata da queste forme di sfruttamento rappresentano il segno che la società non può più essere governata con i vecchi strumenti.

Di fronte al sisma sociale che scuote il paese, gli intellettuali scendono in campo. La prima grande figura che s'impone sul campo scientifico è quella di Vilfredo Pareto (1848-1923), di professione ingegnere. Pareto fa un'entrée da iconoclasta. Nato in Francia da famiglia italiana, pur avendo completato gli studi di ingegneria al Politecnico di Torino, resta profondamente legato al positivismo francese. Rispetto agli studiosi italiani dell'epoca, progressisti prudentissimi o caratterizzati da un massimalismo adolescenziale, egli appare teso a distruggere preconcetti, sentimentalismi, pulsioni missionarie, utopie, demagogie.
La sua posizione è rigorosamente scientifica. "Spinto da un desiderio di apportare un complemento indispensabile agli studi di economia politica e soprattutto ispirandomi all'esempio delle scienze naturali, io sono stato indotto a comporre il mio "Trattato di sociologia" il cui unico scopo - dico unico e insisto su questo punto - è di ricercare la realtà sperimentale per mezzo dell'applicazione alle scienze sociali dei metodi che hanno fatto le loro prove in fisica, in chimica, in astronomia, in biologia e in altre scienze simili". Questa dichiarazione, che si trova negli "Scritti sociologici", pubblicati dalla Utet di Torino nel 1946, è la sintesi degli obiettivi di Pareto.

Egli vede il sistema sociale come un sistema fisicochimico nel quale le molecole sono rappresentate dai singoli umani con le loro particolarità che interagiscono al momento della "miscelazione sociale". "E' chiara l'opzione per i fatti", commenta Franco Ferrarotti nell'opera "Il pensiero sociologico da Comte a Hokheimer" (Mondadori 1974), "per lo studio dei fenomeni circoscritti e analizzabili empiricamente, o "sperimentalmente", come Pareto preferirà dire, contro le fumosità filosofeggianti, le tirate metafisiche o i grandi ideali umanitari, dietro i quali Pareto sospetterà sempre, e non del tutto a torto, l'inganno ideologico o la truffa politica".

Nel "Trattato di sociologia generale", apparso nel 1916, Pareto mette sotto analisi l'irrazionalità del comportamento umano, trascurandone la razionalità, già trattata a fondo nei testi di economia da lui scritti. Tuttavia, contrariamente a quanto fa Veblen negli Stati Uniti, egli non opera il distacco dalla teoria economica ma ne integra le astrazioni per arrivare, attraverso lo strumento sociologico e psicologico, alla spiegazione di quelle manifestazioni del comportamento umano che l'analisi economica non è riuscita a penetrare. Pareto, insomma, vuole separare in modo concettuale le componenti razionali dell'azione dalle componenti non razionali. Un esempio preso dal "Trattato" edito a Milano da Comunità nel 1964: "Un politicante è spinto a propugnare la teoria della "solidarietà" dal desiderio di conseguire quattrini, onori, poteri... E' manifesto che se il politicante dicesse: "Credete a questa teoria perché ciò mi torna conto", farebbe ridere e non persuaderebbe alcuno; egli deve dunque prendere le mosse da certi principi che possano essere accolti da chi l'ascolta... Spesso chi vuoi persuadere altrui principia col persuadere se medesimo; e, anche se è mosso principalmente dal proprio tornaconto, finisce col credere di essere mosso dal desiderio del bene altrui". Nel distinguere i fatti umani Pareto individua un nucleo costante costituito da manifestazioni di istinti, sentimenti, interessi che egli definisce "residuo", e un nucleo variabile costituito da tentativi di giustificare razionalmente l'irrazionale, detto "derivazione".

Su questa distinzione Pareto costruisce l'edificio della sua sociologia e arriva alla formulazione della "teoria dell'equilibrio sociale" che, a somiglianza di quella dell'equilibrio economico, appoggia sui fattori individuali già citati e sui fenomeni d'insieme, di gruppo, ai quali i fattori individuali danno vita. Quando Pareto passa al settore politico, conclude che la società ha una struttura elitaria, che le masse sono incapaci di governarsi, che le élite (data la legge della competizione e della conseguente selezione dei più forti) sono destinate ad ascendere e a decadere (teoria della circolazione delle élite). I popoli, sostiene Pareto sulla "Rivista italiana di sociologia" del luglio 1900, ad eccezione di brevi periodi di tempo, sono sempre guidati da un'aristocrazia, intendendo questo termine come indicativo dei più. forti, dei più energici, dei più capaci sia nel positivo sia nel negativo. Ma per legge fisiologica le aristocrazie non reggono all'onda lunga e perciò la storia umana procede "mentre una gente sale e l'altra cala. Tale è il fenomeno reale, benché spesso a noi appaia sotto altra forma. La nuova aristocrazia, che vuole cacciare l'antica o anche solo essere partecipe dei poteri e degli onori di questa, non esprime schiettamente tale intendimento, ma si fa capo a tutti gli oppressi, dice di voler procacciare non il bene proprio ma quello dei più: e muove all'assalto non già in nome dei diritti di una ristretta classe, bensì in quello dei diritti di quasi tutti i cittadini.

S'intende che, quando ha vinto, ricaccia sotto il giogo gli alleati o al massimo fa loro qualche concessione di forma. Tale è la storia delle contese dell'aristocrazia, della plebs e dei patres a Roma; tale, e fu ben notata dai socialisti moderni, è la storia della vittoria della borghesia sull'aristocrazia di origine feudale".

Mentre studia, analizza, scrive. Pareto non perde d'occhio quanto accade attorno a lui. E' il momento in cui imperversano logomachie ideologiche, i partiti prendono sempre maggior forza organizzandosi meglio e quindi meglio penetrando nel tessuto sociale del paese. Il socialismo è sulla cresta dell'onda, fa diga in difesa dei diritti dei contadini, dei mezzadri, dei braccianti, degli operai, si presenta come pista di lancio dell'umanità verso il "mondo giusto e di uguali".

Ma cosa pensa Pareto del socialismo? Si sente spesso parlare - egli risponde nel libro "I sistemi socialisti" (Utet, Torino, 1974) - di un'economia politica liberale, cristiana, socialista, eccetera. Dal punto di vista scientifico ciò non ha senso. Una proposizione scientifica è vera o falsa, non può adempiere un'altra condizione, come quella di essere liberale o socialista, Voler integrare le equazioni della meccanica celeste mercé l'introduzione di una condizione cattolica o atea, sarebbe un atto di pura follia. Ma se tali caratteri accessori sono assolutamente respinti dalle teorie scientifiche, essi non mancano mai, invece, fra gli uomini che studiano queste teorie. L'uomo non è un essere di pura ragione, è anche un essere di sentimento e di fede, e il più ragionevole non può esimersi dal prendere partito, forse anche senza averne netta coscienza, a proposito di alcuni dei problemi la cui soluzione oltrepassa i limiti della scienza. "Non vi è un'astronomia cattolica e un'astronomia atea", specifica Pareto, "ma vi sono astronomi cattolici e astronomi atei. Voler dimostrare il teorema del quadrato dell'ipotenusa con un appello agli "immortali principi del 1789" o alla "fede nell'avvenire della Patria" sarebbe perfettamente assurdo. E' lo stesso che invocare la fede socialista per dimostrare la legge che, nelle nostre società, regola la distribuzione della ricchezza. La fede cattolica ha finito col mettersi d'accordo con i risultati dell'astronomia e della geologia che la fede dei marxisti e quella degli etici, dunque, procurino anch'esse di conciliarsi coi risultati della scienza economica!".

Quando Pareto dà alle stampe il "Trattato di sociologia" (è il 1916) sta divampando in pieno la prima guerra mondiale. A chi studia la scena internazionale con attenzione e distacco scientifico appare chiaro che l'analisi di Vilfredo Pareto (da alcuni anni in Svizzera, chiamato alla cattedra di economia politica presso l'università di Losanna) trova riscontro frequente nella realtà dei fatti che stanno accadendo. Un'altra conferma viene alla fine del grande massacro, nel 1918: la caduta delle aristocrazie tedesca, russa, austriaca, esito di quel grande scontro fra élite internazionali che è stato il conflitto appena concluso. Qualche anno dopo, dal suo tranquillo osservatorio di Losanna, Pareto vede scorrere sullo schermo della storia i drammatici anni del dopoguerra italiano.

Accade qualcosa di simile a quello che aveva immaginato Marx. Ma nel fluire degli avvenimenti non si riscontra la dialettica prevista dal filosofo tedesco (anche se in Russia la rivoluzione dell'ottobre 1917 fa nascere la "grande illusione"). Anzi, quanto avviene in Italia sembra la conferma sperimentale della teoria delle élite: conquista il potere la "élite fascista" che in un primo momento si fa portavoce delle masse e poi si allea - essendo incerto il rapporto di forza - con la vecchia "aristocrazia" che voleva cacciare, per essere "anche solo partecipe del potere e degli onori di questa".

Più tardi la nuova élite stipulerà un'altra alleanza, anche questa da manuale paretiano: quella con la Chiesa romana. Anni dopo, nuove conferme: in Germania la presa del potere da parte del nazismo e l'alleanza con la grande borghesia tedesca; in Unione Sovietica il socialismo non diventa realtà e i popoli della Grande Russia si trovano dominati, anziché dall'aristocrazia guidata dallo zar, dall'élite espressa dal partito al potere.

Pareto muore nel 1923. Da allora a oggi sono trascorsi settant'anni e in questo arco di tempo lo show rappresentato dalla lotta fra le élite ha continuato e continua a seguire rigorosamente il copione scritto dallo scienziato. Se qualcuno dubita che ciò sia avvenuto, faccia, appunto, mente locale al nostro recentissimo passato e al presente.

Ringrazio per l'articolo
offerto a Cronologia
il direttore di


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