SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIUSEPPE PARINI



(Vedi anche un profilo fatto dal De Sanctis in "Storia della Letteratura Italiana)

In Bosisio, amena borgata che si distende sul declivio meridionale d' un colle specchiantesi a nord nel tranquillo laghetto eupilino ora detto di Pusiano, da Francesco Maria Parino (così veramente, e non Parini, questo cognome si trova scritto nei documenti brianzoli), modesto negoziante di seta e «possessore di un solo poderetto», e da Angela Maria Carpani, nacquero, dal 1722 al '29, quattro figlioli : un Giulio, una Caterina che fu maritata nei Corneo di Monastirolo, una Laura che entrò negli Appiani, e il nostro Giuseppe. Questi, l'ultimo dei quattro, vide la luce e fu battezzato, padrino un Carl' Andrea Appiano, il 23 maggio del 1729.

La casa del Parini, in una foto dell'800

Di nove anni, il padre, che voleva « dare al vivacissimo ed ingegnoso figliolo una diligente educazione », lo condusse a Milano, in casa della prozia Anna Maria vedova Lattuada, e lo inserisse alle classi inferiori del Ginnasio Arcimboldi tenuto dai Barnabiti : frequentavano allora le superiori Pietro Verri e Cesare Beccaria. « Addio, monti sorgenti dalle acque ! », avrebbe forse esclamato quel giovinetto pensoso, se avesse potuto presentire l' acuto tormento della nostalgia, onde tutta la sua vita sarebbe stata poi travagliata; chè sempre gli rimasero dinanzi alla mente quei «colli ameni» e quelle «pure linfe ».
La prozia mori poco dopo, nel 1741, legando per testamento al nipotino dodicenne, con liberalità regale, « un matarazzo ad electione del medesimo pronipote », e al padre di lui « la quarta parte di tutti li mobili e suppellettili, perché potesse istruire la casa in Milano ». Si augurava che il piccolo Giuseppe volesse mettersi in grado di pregare ufficialmente per l' anima di lei; e perciò, « se continuerà nel stato clericale e vorrà promoversi al sacerdotio », gli costituiva una rendita annua su beni immobili, per una messa quotidiana.
( Le Odi di G. Parini, ediz. F. Salveraglio; Bologna, Zanichelli, 1881; p. 6-7)

C' era poco da stare allegri; e il giovinetto tirava a campare alla meglio, facendo da ripetitore ai nipoti del canonico Agudio e copiando carte forensi. Lo sostenevano la coraggiosa spensieratezza degli anni e la vivacità della fantasia. Nei ritagli di tempo, leggeva e studiava le poesie altrui e ne componeva di proprie, e intanto sospingeva lontano nell'avvenire lo sguardo avido di gloria.
Di ventitré anni, nel 1752, con la falsa data di Londra, mandò fuori, confortato ed aiutato dagli amici, ancora chierico, un primo volumetto di versi : Alcune poesie di Ripano
Eupilino
(Ripano é anagramma di Parino ; come a dire, dunque, « rivierasco del lago Eupili »). Dove c'era questo baldanzoso sonetto (cinquantaquattresimo della raccolta):

Io son nato in Parnaso, e l'alme Suore
Tutte furon presenti al nascer mio;
E mi lavàron in quel famoso rio,
Mercé solo del quale altri non muore.
Però mi scalda sì divin furore,
Sebben giovine d'anni ancor son io,
Che d' Icaro non temo il caso rio,
Mentre compro co' versi eterno onore.
So, che turba di sciocchi invida e bieca
Ognor mi guarda, e con grida e lamenti
Sì bel valore a troppo ardir mi reca.
Ma non per ciò mio corso avvien ch'allenti;
Né l'età verde alcun timor m'arreca;
Ch'anco Alcide fanciul vinse i serpenti.


Erano novantaquattro tra componimenti sacri e profani, amorosi e satirici, pastorali e pescatorii ; e in tempi in cui imparava l'Arcadia, ebbero buona accoglienza e lodi. Per merito loro e per i buoni uffici del Passeroni, Parini fu ricevuto nell' accademia dei Trasformati, che si radunava in casa del conte Giuseppe Maria Imbonati e raccoglieva quanto dì meglio potesse vantare Milano in fatto di cultura : dal conte di Firmian, ministro plenipotenziario dell' imperatrice Maria Teresa in Lombardia, e dal cardinale arcivescovo Pozzobonelli, a Pietro Verri, al dottor Bicetti, al Beccaria, al Balestrieri, al Baretti, al Tanzi, all' Agudio.
( ( (Alla notizia della morte dell'Imbonati, pervenutagli a Londra nel momento di ripartirne, il Baretti scriveva, da Parigi, il 13 novembre 1768, a don Francesco Carcano: K La morte del buon Conte vostre suocero m'ha fatte passare con tristezza più ore da Londra sino qui, dove giunsi iersera. Non giova essere dabbene quanto più si può, che la morte non la vuole perdonare ad alcuno! Che farci a Pregar per lui; e questo è tutto. Voi sapete poi che io ho rinunciato alle Muse da un pezzo: pure mi vorrei provare su questo malinconico argomento, se il viaggiare fosse compatibile col verseggiare. Chi più meritò versi di lode, che un tanto amatore de' buoni versi qual era quell' onorate Conte ?... Iddio conforti la Contessa Imbonati e le sue figliuole, la perdita delle quali non è meno irreparabile che grande. Ad esse tutte bacio devotamente le mani, e saluto cordialmente voi, e il Balestrieri. e il Passeroni, e il Parini, e tutta la fratellevole brigata ». Scritti scelti inediti o rari di G. BARETTI; Milano, Bianchi, 1823; v. II, p.153 ) ) ).

Fu altresì iscritto alla Colonia Insubre dell'Arcadia, e più tardi, nel maggio del 1777, all' Arcadia di Roma, (2) ove prese o ritenne il nomignolo di Darisbo Elidonio; e lo vollero nella loro accademia anche gl'Ipocondriaci di Reggio, che lo ribattezzarono Cataste.
((( La lettera di ringraziamento del Parini, fu pubblicata dal BERTANA, nella Rassegna bibliografica della letteratura italiana. a. VI, 1898, pag.84-85)))

Raggiunta l' età prescritta dei ventiquattro anni, il 14 giugno del 1754 il Parini (
Nonostante avesse poca vocazione per il sacerdozio) fu ordinato sacerdote: non senza però prima superare gravi difficoltà per mettere insieme il così detto patrimonio sacro. L'esecutore testamentario della prozia gli era avverso; e sarebbe forse riuscito a defraudarlo di quel po' di rendita, se non fosse intervenuto il buon canonico Agudio a rendersi garante per il chierico perseguitato. Certo, vocazione vera per uno stato che gl'impediva diformarsi una famiglia, egli non la ebbe; « né si richiese meno della paterna autorità per trascinarlo repugnante alla teologia ed al sacerdozio », attesta il Reina. Ancora tra i cinquanta e i cinquantacinque anni, a chi lo invitava a scrivere un epitalamio, l'amabile poeta rispondeva con non estinta malinconia:

Chi noi, già per l'undecimo
Lustro scendente con l'età fugace,
Chiama fra i lieti giovani
A cantar d'Imeneo l'accesa face,
E trattar dolci premi e dolci affanni
Con voce aspra da gli anni ?
Era gioconda immagine
Di nostra mente un dì fresca donzella
Allor che, con la tenera
Madre abbracciata o la minor sorella,
Sopra la soglia de' paterni tetti
Divideva gli affetti:
E rigando di lagrime
Le gote, che al color giungean natio
Bel color di modestia.
Novo di sè facea nascer desio
Nel troppo già per lei fervido petto
Del caro giovinetto;
Che con frequente tremito
De la sua mano a lei la man premendo,
La guardava sollecito,
Sin che poi vinta lo venia seguendo,
Ben che volgesse ancor gli occhi dolenti
A gli amati parenti.


L'ode rimase incompiuta; forse quel vago fantasma d'una felicità per sempre perduta, inaspriva troppo le ferite non mai rimarginate.
A un nato di plebe, se avesse voluto vivere dei suoi studi, non rimaneva altro modo che d'entrare in quella casta eguagliatrice, a cui si spalancavano le case patrizie e le Corti. L'abito talare era come il dominò nero, col quale si poteva essere ammessi, pur senza marsina, nel gran teatro della commedia umana. Il giovane Parini si trovò subito al bivio: o prete, o morir di fame ; egli prescelse la via crucis, ché avrebbe se non altro assicurato il pane alla sua povera madre.

Fu assunto, l' anno stesso dell' ordinazione, nella casa ducale dei Serbelloni, come precettore di Gian Galeazzo e degli altri figlioli, nati o nascituri dal duca Gabrio - spirito bizzarro e inconcludente, ma fratello del cardinal Fabrizio, ch'era stato nunzio apostolico presso l'Imperatore, e del conte Giambattista, nientemeno che feldmaresciallo di Maria Teresa e comandante in capo della Lombardia - e da donna Maria Vittoria duchessa di Fiano, nata Ottoboni Boncompagni. Questa signora, che rappresentò una parte cospicua nella vita del poeta, meritò, quando morì nel 1790, l'elogio di Pietro Verri. « Fu donna », egli lasciò scritto, « di animo fermo e buono, e aveva lo spirito corredato da una assai vasta lettura. La storia sacra, la romana, la mitologia, queste tre classi le possedeva. Aveva una memoria eccellente, e rendeva buon conto di tutte le produzioni teatrali e di romanzi. Era capace d'amicizia, d'animo disinteressato e benefico. Se non fosse stata d'una vivacità di sentimento che talvolta la rendeva imprudente nel parlare, se non avesse aderito con facilità a tutti i consigli di qualche persona incautamente prescelta, sarebbe stata donna senza difetti. Io Pietro Verri, che scrivo questa nota, vissi frequentandola quattro anni; e fu la prima signora che frequentai, e le debbo d'aver conosciuta la bella letteratura francese, e d' aver conservato genio ai libri ».

Il Parini rimase in questa casa otto anni, tanto mal visto dal Duca quanto benaccetto alla Duchessa. Ma un bel giorno dell' autunno 1762, nella villa di Gorgonzola, avendo donna Vittoria perduta la pazienza con la figliola del maestro Sammartini sua ospite, che voleva a tutti i costi tornare in città, e datole due schiaffi, il poeta di sangue popolano insorse contro il sopruso feudale, e, lasciando in asso la signora e i pupilli, ricondusse, come un antico cavaliere, la donzella lagrimosa alla casa paterna. « Non ho altra consolazione che nei libri », scrisse in quei giorni la Duchessa al figliolo lontano. « Ho dovuto disfarmi dell' abate Parini, a cagione d' una scenata che mi fece a Gorgonzola».

A Milano, il Parini si trovò sul lastrico. Dalla burrasca egli usciva nudo come un naufrago, ma portando alto sui marosi, come Cesare, l' opera immortale, sua gloria, e vendetta non solamente sua. Il "Mattino" fu licenziato per le stampe sette mesi dopo.
Che amari giorni quelli dall'autunno del '62 alla primavera del '63! Ce ne rimane un triste documento nel "Capitolo al canonico Candido Agudio". Certo, esso, buttato giù in una notte, non aggiunge molto alla fama dell' artista squisito; e la trovata medesima ne appare usata ed abusata dagli imitatori del Berni. Pure, c'é tanta ingenuità e tanto decoro, riesce così accorato l'accenno alla madre che ha fame - il padre gli era morto nel '60 -, ed é così vero e sanguinante l'altro alle elemosine di messe che vengon mancando, che a leggerlo si sente una stretta al cuore. Tanto più se sappiamo della poscritta che il poeta appose al capitolo bernesco, e che suona con sincerità purtroppo insospettabile:

« Canonico carissimo, non lasciate di farmi oggi questa grazia per amor di Dio, perché sono senza un quattrino e ho mille cose da pagare. Verso le 23 e mezzo io andrò in casa Riso, e spero che m'avrete consolato. Non mostrate a nessuno la mia miseria descritta in questo foglio. Il vostro P. che vi é debitore di quanto ha »

Canonico, voi siete il padre mio,
Voi siete quegli in cui unicamente
Mi resta a confidare dopo Dio;
Voi siete quegli elle pietosamente
M'avete fino adesso mantenuto,
E non m'avete mai negato niente.
Io mi rimasi fieri sera muto
Per la vergogna del dovervi dire
Il tristo stato in cui sono caduto.
Dirolvi adesso: ch'io possa morire,
Se ora trovomi avere al mio comando
Un par di soldi sol, non che due lire.
Limosina di messe Dio sa quando
Io ne potrò toccare, e non v'è nn cane
Che mi tolga al mio stato miserando.
La mia povera madre non ha pane
Se non da me, ed io non ho danaro
Da mantenerla armeno per domane. . .
S'io gli abbia di bisogno lo sa Dio;
Ma ho vergogna di venir l'eccesso
A predicarvi del bisogno mio.
Pan, vino, legna, riso, e un po' di lesso
A mia madre bisogna ch'io mantenga,
E chi la serva ancor ci vuole adesso.
Deh, per amor di Dio! pietà vi venga,
Canonico, del mio dolente stato,
E vostra man dall'opra non s'astenga. . .
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Bisogna bene che non abbia pari
La mia necessità, ch'oggi m' inspira
Questi versi che sono singolari;
Poichè nessun poeta mai fu in ira
Talmente alla fortuna, che, cantasse
I casi suoi con sì dolente lira....

Pare che qualche utile il poeta ricavasse dalla pubblicazione del poemetto: dicono un centocinquanta zecchini; ad ogni modo, poté sentire meno acuti i morsi della miseria. Quel poemetto lo mise nelle grazie del conte di Firmian; che, narra il Reina, « sempre il voleva seco, e si consigliava con lui sulle più gravi faccende, e su quelle specialmente che riguardavano la letteraria restaurazione ». Sperando di poter creare per lui un ufficio più conveniente, egli gli affidò intanto la direzione della
Gazzetta di Milano.
Nel 1766, il Parini fu invitato dal Du Tillot, ministro riformatore di quel Ducato, ad andare a Parma, per insegnare Eloquenza e Logica in quelle scuole Universitarie; ma non volle muoversi da Milano, aspettando che il Firmian e il Wilceck riuscissero ad attuare il loro disegno, d'istituire in MIlano stessa una cattedra d'Eloquenza Superiore. Un insegnamento codesto necessario ed utile dovunque, ma tanto più a Milano, scriveva il poeta al conte di Wilceck, « dove, ad onta di tante recenti cure di S. M., non si può negare che regni ancora molta barbarie. Senza far torto », continuava, « a quegl'individui, che per lo solo impeto del loro talento si aprono una strada fra le tenebre, V. S. Ill.ma ben vede quanto sì le pubbliche come le private scritture manchino per lo più d'ordine, di precisione, di chiarezza, di dignità. Gli avvocati, generalmente parlando, non hanno idea del buono scrivere ; non dico io già di quello che si riferisce semplicemente alla grammatica od allo stile, che pure é molto importante, ma di quello che ha rapporto alle convenienze degli affari e delle persone, cosa che dovrebb' essere tutta propria di loro. I predicatori (non parlo io de' frati, a' quali non s'appartiene naturalmente né fondamentalmente la predicazione della Chiesa Cattolica, e che oltre di ciò non si può sperar di correggere), i predicatori, dissi, per lasciar da parte tutto il resto di cui mancano, sono generalmente privi della prima facoltà, cioé di farsi sentir con piacere; e ciò più per difetto d'abilità in loro che di pietà ne' cittadini. Che dirò io a V. S.Ill.ma di tanti giovani sonettanti, che infestano il nostro paese, persuasi d'esser qualcosa d'importante; che dietro a questa vanità, estremamente nociva alle famiglie ed allo Stato, perdono i talenti che dovrebbero esser meglio impiegati? ». Il Panini, s'intende, parlava degli avvocati, dei predicatori e dei sonettanti del tempo suo ! Ora le cose vanno assai diversamente!..."

Sullo scorcio del 1769, « a dispetto de' Gesuiti che malissimo si comportarono », la cattedra fu finalmente creata, nelle Scuole Palatine alla Canobbiana. Non piacque al Kaunitz il titolo d'eloquenza, proposto dal Panini, e lo mutò in quello di filologia; il quale, a sua volta, non incontrò i gusti del Firmian, che lo rimutò nell'altro di belle lettere. E così il Parini poté inaugurare solennemente, il 6 dicembre, alla presenza del ministro Firmian e del «rispettabile magistrato costituito moderatore della parte più nobile e più importante del Governo, cioè, gli studi dei cittadini», il « corso della sua lettura, con un discorso italiano sopra l'influenza delle Belle Lettere nel progresso e nella perfezione di tutte le Belle Arti ».
( Gazzetta di Milano del 13 dicembre 1769. - Cfr. F. PASINI, "La prolusione del Parini alle Scuole Palatine", nella Rassegna bibliografica della letteratura italiana, a. XIII, 1905, p. 229 ss.)

Rimase colà fino al 1773, quando, cacciati i Gesuiti, quelle scuole furono trasportate in Brera. Qui la sua cattedra mutò l' antico nome nell' altro di Magna Eloquenza e Belle Arti; ma il titolo magniloquente non valse a render meno modesto lo stipendio, così che il poeta non riusciva nemmeno a sgranchir le membra sotto alla pressione della miseria. È vero: con indulto arcivescovile del 25 febbraio 1772, gli era stato concesso un benefizio ecclesiastico annesso alla chiesa dei SS. Colombano e Paolo in Vaprio; ma non si trattava che di poche monete annue. E l'anno seguente, quel poveretto, che non possedeva « altri beni che lo stipendio di professore », dal letto, in cui nuovamente giaceva « malato di febbre terzana », chiede al Governatore un qualche miglioramento.

« La mia presente situazione, oltre l'ordinaria cagionevolezza della mia salute », scriveva, « mi fa ora sentire i pesi della mia ristretta fortuna, e ciò mi dà occasione di pensare con maggior cautela alla età già avanzata»
(Le Odi, ediz. Servaglio, p 38-9).
.
Parve questi un buon momento ad alcuni ladri per fargli una visita; anzi gliene fecero due, a poca distanza di tempi! « I ladri perseguitano il sig. ab. Parini », é notato, sotto la data del 24 giugni 1776, in un diario conservato nell'Ambrosiana. « Fu per la seconda volta rubati, e per consimil modo, di tutta la biancheria. Ciò però ha dato motivo ad una nobile azione del sig. cinte Greppi. Il quale accompagnò con graziosissimo biglietti un regalo di due pezze finissime di tela d'Olanda al medesimi sig. abate ». Mentre il buon Passeroni « corse a recargli tutti i pochi quattrinelli che aveva», narra il Reina.

Nel dicembre del '76, il Papa (Pii VI, Braschi) gli accordò- una pensione di cinquanta scudi romani, sopra alcuni beni di Carugate e di Chiaravalle. Poco più di due anni dopo, nel maggio del '79, i proprietari dei palchi del teatri alla Scala gli assegnarono cinquanta gigliati, per aver egli fornito l'allegoria e il soggetto del nuovo grandioso sipario. Eran proventi che lo salvavano a malapena dalla fame. E nell'anno stesso della
Caduta, il 1785, il poeta già ricco di gloria fu costretto a nuovamente supplicare S. A. R., perché volesse conferirgli il benefizio di Santa Maria Assunta in Lentate; che ottenne.
Ancora nel luglio del 1791, lo stipendio del maestro illustre non ammontava che a 2300 lire milanesi. E dire che il Bramieri, il Cantù, il Salveraglio,e tanti altri si son quasi seccati del continuo chiedere che l' uomo intemerato era costretto a fare, e lo hanno quasi quasi gratificato del titolo di querulo ! "Oh caritatevole conte Greppi e ottimo professor Passeroni, il mondo o peggiora i va sempre a un modo !"
Qualche buona promessa gli era stata fatta; e nell'agosto, quel poveretto, pieni d' acciacchi, ringraziava il Governo, persuaso che, « senza uscire dai limiti della moderazione », sarebbe stato «decorosamente provveduto alle sue reali necessità fisiche ed economiche». Difatti, nell' ottobre, l'Im
peratore, su proposta della Consulta governativa, gli accordava, oltre alla cattedra, «anche la carica di Soprintendente superiore delle scuole pubbliche in Brera, coll' aumento del soldo, portandolo a lire annue quattromila » (lo stipendio di uno Straordinario!). Insieme con l'assegno, gli fu anche accresciuta e migliorata l'abitazione, che già prima gli era stata concessa nel palazzo di Brera. Essa, risultò secondo una indagine compiuta nel 1865, « collocata a mezzogiorno, con le finestre prospicienti l'orto botanico, e composta di una parte di quelle stanze che sono al presente occupate dalla presidenza e segreteria del Reale Istituto Lombardo di science e lettere ». Dopo la concessione del 1791, consistette « in una stanza per uso di anticamera, in un'altra stanza detta a panò (ossia a riquadro, dipinta cioé a cornici quadrilunghe a uno o più doppi, e con in fondo un solo colore), nella stanza del camino, nella stanza da letto, ed in un camerino, poste tutte a piano terreno e fiancheggiate da un portico; mentre prima del 1792, consisteva nelle sole due prime stanze sopraindicate » . (Cfr. L. DELL'ACQUA, Sull'abitazione di G. Parini, nei "Rendiconti dell'Istituto Lombardo, agosto-dicembre 1865, p. 251-2.)

L'aula dove il Parini insegnò, é quella a pian terreno, a sinistra di chi entri nel palazzo di Brera, sotto il porticato, e a sinistra del busto del poeta, che Barnaba Oriani vi fece porre nel 1801.
I tempi erano via via diventati grossi, e la bufera che imperversava di là minacciava di passare di qua dalle Alpi. Al professore, che oramai viveva tranquillo « coltivando la sua lirica e l' amicizia dei buoni", crebbe allora, narra il Reina, « il felice entusiasmo di libertà, e gli nacque la speranza di giorni migliori per l' Europa e specialmente per l'avvilita Italia, costante oggetto de' suoi voti; e parve che non conoscesse più incomodi di salute o di declinante età. La politica meditazione delle antiche e moderne cose libere paragonate colle giornaliere, e la lettura di tutti i famosi giornali parigini, divennero la delizia di lui; ma l'animo suo prudente versava in segreto su gli oggetti amati coi fidi amici, il dottor Vincenzo Dadda ed Alfonso Longo ; né si condusse mai a nessuna azione che offendere potesse la delicatezza de' suoi doveri qual suddito o qual precettore. La materiale lettura di giornali mal impressi gl'indebolì la vista, e gli si appannò da una cateratta l'occhio destro».

Nel marzo 1796, il fulmine Napoleonico scoppiò in Italia: il 9 maggio l'esercito repubblicano passò l'Adda, il 15 entrò in Milano, « trionfante ed applaudito da' repubblicani, o, come li chiama il Botta, gli utopisti Italiani, esecrato dal grosso delle popolazioni, che si sollevarono qua e là » (BALBO). Il buon Parini n'esultò con ingenuità giovanile; e il 6 pratile, con ordinanza del generale Bonaparte e del Commissario del Direttorio Saliceti, veniva chiamato a far parte della Municipalità di Milano, insieme con Pietro Verri e con altri ventinove cittadini che non valevano loro due.
« Panini il poeta... », scriveva il Verri al fratello Alessandro l'8 giugno, « é municipalista mio collega. È un uomo un po' pedante, ma illuminato sui principii della scienza sociale, e di molta probità ». L'altero aristocratico era dunque convertito! E quanti accoramenti e disinganni non ebbero oramai comuni quei due generosi! Il 27 luglio, il Verri riscrive: « Parini, il fermo ed energico Parini, talvolta piange. Io non piango, ma fremo, e lo amo come un uomo di somma virtù ». E il 6 agosto « La superiorità francese ha congedati sette municipalisti, tre dei quali erano veramente rapaci; gli altri sono dimessi per partito, e tra questi il nostro Parini, uomo deciso per la giustizia e fermo contro "
civium ardor prava jubentium. Mi duole e mi rallegro con lui ». Il Verri medesimo lasciò poi scritto nell'incompleta sua Storia dell'invasione dei Francesi repubblicani nel Milanese: « Alcuni pochi uomini onesti s'erano posti nella Municipalità, ad oggetto di dare qualche apparenza a quella unione screditatissima. Fra questi, l'abate Parini vi si trovò quasi collocatovi a tradimento : il pubblico conosce in lui il poeta; chi se gli accosta, conosce l' uomo decisamente virtuoso e fermo : e perciò il partito dominante, poco dopo, lo fece congedare ».

Ma Parini non andava d'accordo coi nuovi dominatori, di cui accettava le idee ma non lo spirito anticristiano che li animava. Una volta, avendo veduto che dalla sala del Consiglio era stato tolto il Crocifisso, esclamò "..Dove non sta il cittadino Cristo, non sta il cittadino Parini..". Invitato a gridare: "Viva la Repubblica; morte agli aristocratici", rispose: "Viva la Repubblica, morte a nessuno".

Perché lo sciancato abate potesse recarsi al Comune, il Governo aveva messi a sua disposizione due uomini, che lo sorreggessero, specialmente nello scendere e salire le scale. Tuttavia gli acciacchi sempre crescenti l' obbligarono, il 14 messidoro, a scrivere al « cittadino ministro » perché volesse scusare la sua assenza dall'ufficio: « alle altre infermità della mia costituzione e dell'età mia », gli diceva, « si é aggiunta una cateratta, che mi ha recentemente privato dell'uso d'un occhio, e minacciami anche l'altro ». Un decreto di tre giorni dopo, dei Commissari Saliceti e Gradua, lo tolse d'angustie, esonerando lui e gli altri sei colleghi dalla carica. Come indennizzo per i tre mesi che la tenne, gli furon pagate 1026 lire; che la sdegnosa anima, racconta il Reina, « fece segretamente distribuire dal suo parroco ai poverelli ».



Tornato alla quiete della sua scuola, pur seguitando « con premura costante gli andamenti politici della giornata », e « lodando o biasimando cogli amici, a tenore delle circostanze », egli « visse una libera vita privata in mezzo alle fazioni che miseramente lacerarono questa bella contrada »
(( Un vivace quadro della gazzarra giacobina a Milano, in quegli anni, ha fatto GUIDO MAZZONI "A Milano cento anni, fa. Spigolature" nella Nuova Antologia dei 1G giugno 1898), deducendone le figure ed i colori dal giornale del Circolo costituzionale, che si pubblicò dal 21 dicembre 1797 al 4 marzo 1798. Personaggi principali di quell'effimera tragicommedia appaiono il Foscolo, Giovanni Pindemonte, Giovanni Fantoni (che qualche mala lingua chiamò Furfantone!): e tra i secondari, Francesco Reina, il discepolo del Parini, che fu poi deportato degli Austro-Russi alle Bocche di Cattaro)).

Pare che, nei momenti di ozio, venisse via via narrando le « principali vicende avvenute nel patrio municipio a' tempi suoi»; ma nei manoscritti non se ne trovò traccia, e le parti che già n'aveva distese « ragionevolmente suppongonsi cadute nelle mani dei Tedeschi ». Si narra che, quando costoro ripresero Milano condotti dal Suwarow, e « sparsero il terrore e la desolazione fra i seguaci della libertà », minacciarono altresì di toglier la cattedra all'abate liberale. Il quale, a un amico che «gli offriva un onesto ricovero », sdegnosamente rispose : « Andrò più presto mendicando, per ammaestramento de' posteri ed infamia di costoro ».
E una maledizione alle nequizie democratiche, e una biblica profezia per gli eccessi reazionari degli Austro-Russi, fu l'ultimo canto dell'
Italo cigno, liberissimo ed imparziale. Il 15 agosto del 1799, levatosi ben per tempo, volle dettare a un collega, narra il Reina, un sonetto sul ritorno de' Tedeschi. Il Foscolo lo rese memorabile, proclamandolo composto « con estro generoso » . II sonetto é questo:
Predaro i Filistei l'Arca di Dio.
Tacquero i canti e l'arpe de' Leviti,
E il sacerdote innanzi a Dagon rio
Fu costretto a celar gli antiqui riti.
Ma al fin, di Terebinto in sul pendio,
Vinse Davide, e stimolò gli arditi;
E il popola sorse, e gli empi al suol natio
Fe' dell'orgoglio loro andar pentiti.
Or Dio lodiamo. Il Tabernacol santo
E l'Arca è salva, e si propone il Tempio
Che di Gerusalem sia gloria e vanto.
Ma splendan la giustizia e il retto esempio,
Tal che Israel non torni a novo pianto,
A novella rapina e a novo scempio.

(Gazzettino del bel mondo" n. II. (Prose letterarie, v.IV, p,39)

Poco dopo le ore due del pomeriggio, egli placidamente si spense. La salma ne fu modestamente trasportata al cimitero di Porta Comasina. Un cimitero, già chiuso da tempo, e che oggi é stato trasformato in orto.
Due anni dopo la morte, per cura del Reina, s'iniziò, a Milano (presso la Stamperia e Fonderia del Genio Tipografico; 1° vendemmiatore, anno X, 1801), la pubblicazione illustrata di tutte le Opere del Parini. Tra gli associati che la promossero e l'aiutarono, sono note, tra molti altri (vol. V, p. 237 ss.): Napoleone Bonaparte, primo console della Repubblica Francese, e presidente della Repubblica Italiana; Francesco Melzi, vice-presidente della Repubblica Italiana; Febo d'Adda; Vittorio Alfieri; Andrea Appiani, pittore, commissario delle Belle Arti; Ferdinando Arrivabene; Teresa Bandettini; Giovanni Bazzoni; Giulio Beccarla; Felice Bellotti; Saverio Bettinelli; Ugo Niccolò Foscolo; Luigi Lamberti; Alessandro Manzoni; Vincenzo Monti, professore d'Eloquenza nell'Università di Pavia; Giovanni Paradisi; Prina, ministro delle Finanze; Diodata Saluzzo; Giovanni Torti; Silvia Curtoni Verza.
Mi piace chiuder questi cenni d'uno scrittore magnanimo con le parole che scrisse di lui un altro magnanimo: Cesare Balbo

"Il Parini, non volle essere né degli adulatori né dei copritori, non temette essere degli svelatori ed assalitori dei patrii vizi . Sono di quelli, anch'oggi [nel 1846; come, purtroppo, non mancano del tutto in quest' anno di grazia 1899 !, io soggiungevo nella prima edizione], che si scandalizzano a queste rivelazioni, e si fanno autorità di quel detto di Napoleone, che bisogna far il bucato in famiglia. Ma Napoleone disse questo del dividersi, nel pericolo, dinanzi agli stranieri; ed io sono, e fui, d'accordo con lui.... Certo che l'Italia non avrà mai Danti, Parini od Alfieri a centinaia e migliaia ; ma quando le centinaia e migliaia de' suoi scrittori seguiranno questi uomini suoi quasi soli severi, invece di tener dietro alla turba dei nostri grandi adulatori, scusatori e copritori, allora solamente e finalmente l'Italia avrà una opinione sana e virile che la conduca a virili fatti.... Se ne persuada una volta la misera Italia: ella fu perduta da' suoi adulatori, dagli accarezzatori de' suoi vizi e delle sue passioni, dagli scusatori delle colpe sue. Finché ella darà retta a costoro ed ai successori di costoro, storici, politici, oratori di ogni sorta, ella non può riconoscere i suoi vizi; e finché ella non li abbia riconosciuti, ella non é nemmen sulla via di correggerli; e finché ella non li abbia corretti, ella vizierà, ella perderà tutte le occasioni, tutte le imprese ».

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Una delle più belle pagine del Parini: IL MATTINO



(Vedi anche un profilo fatto dal De Sanctis in "Storia della Letteratura Italiana)