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SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GOFFREDO PARISE (1 di 2 )

vedi " http://www.pontedipiave.com/page.asp?m=381 "
" LA CASA-MUSEO DELLO SCRITTORE A PONTE DI PIAVE "


(AGGIORNATO FINO AL 20 GIUGNO 2003)

GOFFREDO PARISE era nato a Vicenza l'8 dicembre del 1929 da Ida Wanda Bertoli e da padre sconosciuto (un medico veneto, che abbandonò la giovane donna in stato interessante).  
La vita di una ragazza madre, allora, in una Vicenza ancora contadina e bigotta, non era certo facile e Goffredo trascorre un'infanzia difficile, fra l'altro con quella menzogna che fu necessario inventare dicendogli che il padre era morto, tenendolo sempre isolato, superprotetto, insomma chiuso sempre in casa. 
"Eravamo io, mia, madre, i nonni". "Il nonno aveva una piccola fabbrica di biciclette, ma fallì l'anno in cui sono nato. Ma era dolce, buono e abile; io la notte mi sognavo certi giocattoli, e lui di giorno me li costruiva". In "E tu chi eri?" di Dacia Maraini, Bompiani, lo scrittore raccontò "Io stavo sempre al davanzale a guardare gli altri ragazzi che giocavano per strada. A me non era permesso andare a giocare con loro".

Nel 1937 morto il nonno (Goffredo ha 8 anni)  la madre sposò il giornalista Osvaldo Parise (direttore del Giornale di Vicenza), che sei anni più tardi diede a Goffredo il proprio cognome "...era un uomo di poche parole, portava scarpe lucenti, ma alla sera dopo cena mi raccontava i romanzi di Salgari; all'ora stabilita io fremevo; poi lui cominciava: Le tigri di Mompracem, il Corsaro Nero...ecc. ecc.". Così si irrobustì molto l'affetto fra padre adottivo e figlio.
Un affetto che diventò ancora più profondo, poi anche di orgoglio quando a 25 anni vide il figlio che occupava una pagina intera sul prestigioso Corriere della Sera del 15 gennaio del 1955. Dicono - con gli occhi sbarrati e inumiditi dalla commozione - che rimase incollato per alcune ore sulla firma del figlio.
 
Alle elementari, che frequenta a Vicenza, nelle scuole Leone XIII, in una nota autobiografica sul Corriere, Goffredo scrisse in seguito: "Asino, Sempre stato asino e sempre promosso per il rotto della cuffia". E la madre in una intervista di Carlo Pilloli su Gente. "Era un disastro. All'esame di quinta elementare il maestro mi mandò a chiamare: ma come posso ammetterlo all'esame, se non è capace di scrivere nemmeno una riga? No, non lo avrei mai immaginato scrittore".
Parise, procede, va avanti, medie, poi liceo, ma  c'è la guerra, e lui poco più che quindicenne, partecipa alla Resistenza collaborando con il Partito d'Azione. 
Sotto l'occupazione tedesca e con i bombardamenti che a Vicenza furono terribili, come distruzioni e come numero di vittime -e inutili strategicamente-  l'adolescente che non è capace di scrivere nemmeno una riga, compone una canzone che gli procurò guai per la sua ironia. Diceva: "No, non le bombardate per carità - non le profanate le nostre città. - Le case, le cose, le chiese - le nonne, le spose, le rose - i vasi di Cellini - polenta e uccellini". 

Dopoguerra, anni di liceo, Parise ha la passione per la pittura "L'avevo ereditata da chissà quale nonno" dirà in seguito "la mia era una pittura lirico-narrativa, alla Chagall, ma vicentina. Poi un giorno andai a Venezia, alla Biennale e vidi i veri quadri di Chagall, e capii subito che era meglio lasciar perdere con i pennelli". Iniziò allora a scrivere qualche racconto, e fra questi Una piccola famiglia, o secondo altre versioni,  I movimenti remoti. Andato perduto. Una storia allucinante, kafkiana. Parlava di un uomo chiuso nella tomba  che sentiva evaporare la coscienza assieme al disfacimento del corpo.

Sempre bocciato al Liceo, riuscì in un anno a prendersi la maturità. Si iscrisse poi all'Università di Padova, frequentando i corsi di filosofia, di medicina e di matematica, senza prendere nessuna laurea.

Nel 1950, 21 enne fa il suo esordio letterario. Qui lasciamo parlare Neri Pozza, l'editore vicentino che sul Giornale di Vicenza del 1° settembre 1986 così ricordava: "un pomeriggio venne da me e tolse di tasca un foglio spiegazzato: era l'attacco del suo primo libro, "Il ragazzo morto e le comete", e credo fosse sicuro di aver afferrato il filo che lo avrebbe portato a scrivere il libro. Diceva di non sapere come avrebbe svolto la sua storia, però sapeva che esisteva "il teatro di gesta" bastava che i suoi personaggi deformi e scalcagnati cominciassero a muoversi e le sue ragazze a parlare. Se ne andò qualche settimana a Venezia a vivere in una stanza-granaio. Cinque mesi dopo, aveva finito di scrivere il libro. Venne a trovarmi e volle che lo leggessimo insieme;  restò due giornate disteso nel letto vicino al mio, nella mia camera, a leggere e a spiegare. Dopo di che consegnai il libro al tipografo. Il lettore d'oggi deve cercare di figurarsi quel che successe a Vicenza, quando il libro andò in vetrina e cominciò a correre fra le mani del pubblico. Non ci fu un lettore, al di sopra della giovinezza, che dicesse una parola di consenso. Parise era, per i suoi venticinque lettori, "matto da legare". Di fatto, il libro non ebbe premi e, nemmeno recensioni che lo incoraggiassero. Ma Parise andava per la sua strada. Gli premevano le idee, le fantasie".
La recensione venne con il suo secondo romanzo, La grande vacanza, che Neri Pozza, pubblicò nel 1953; ed era nientemeno che di Eugenio Montale che sul Corriere del 14 novembre si disse "affascinato dall'abilità di Parise e dal suo calarsi nell'infanzia senza modi nostalgici e crepuscolari". Nel 1968 venne anche la recensione -sempre sul Corriere- di Carlo Bo, che definì La grande vacanza  "un libro di autentica poesia".

Nel frattempo era andato a Milano, nel '52, a lavorare alla Garzanti ma nello stesso tempo teneva contatti con Longanesi progettando di dare a lui il suo terzo romanzo. Suo padre giornalista e direttore di un quotidiano, aveva tentato di inserirlo presso qualche suo collega, presso l'Alto Adige di Bolzano, e dopo, al collega Galata che dirigeva L'Arena a Verona. O per il carattere di Galata (aveva il vezzo di scrivere qualsiasi cosa in stampatello), o per il temperamento di Parise, i rapporti tra i due non erano idilliaci, anzi furono burrascosi. A Parise non piaceva fare il "galoppino" nei piccoli processi in pretura, al pronto soccorso, alle cerimonie inaugurali, ecc. Se ne andò piuttosto bruscamente, "perche?" - gli chiese il Galata - "perchè non posso lavorare in un giornale il cui direttore non ha una grafia propria e mette anche la firma in stampatello". Questa versione è quella che accreditava agli amici, e Giulio Nascimbene la riporta in un articolo, in Dieci anni e un secolo, supplemento del Corriere del 29-10-86.
 
Uscito dall' Arena, Parise insofferente alla routine, partì nel '52 per quella Milano che aveva ancora le macerie per le vie, e, come lui stesso raccontava, "con una valigetta di cartone legata con uno spago e con i soldi in tasca datigli dal padre  per comprarsi un impermeabile".
Abbiamo letto sopra cosa era già avvenuto nel 1953 con il suo secondo romanzo. Nel '54 era arrivata un po' di fama. Ma già pensava ad altro, l'idea e la fantasia premeva. Iniziò prima a parlarne a Longanesi, poi da lui sollecitato stese il manoscritto de "Il Prete bello";  quando poi lo consegnò, Longanesi  lo lesse ma glielo restituì, dicendo che era "stufo di sentir parlare di preti e di nonni proletari", insomma che il suo libro "puzzava di comunismo".

 


Parise si rivolse a Garzanti, che fu di altro avviso, intuì il capolavoro, lo pubblicò, fu un grande successo.
Nel '65 contava già dieci edizioni italiane, tredici traduzioni all'estero presso i più importanti editori del mondo. Ma i patetici e sfrenati ragazzi Sergio e Cena, creature di carne e ossa più che di carta e inchiostro, continuano a divertire e a commuovere lettori di ogni opinione, al di sopra delle polemiche e degli apprezzamenti moralistici. Un microcosmo di provincia denso, acceso di fermenti umani, un testo audace che s'impone per la sua appassionata sincerità. « Una vena di angosciosa poesia, un dono verbale agile e impetuoso, » scrisse Emilio Cecchi sul « Corriere della Sera ». « Un romanzo che conta nella letteratura d'oggi, » scrisse Guido Piovene sulla « Stampa »

Ma a Vicenza (bigotta, strana città ibernata, implacabilmente descritta proprio in questo libro) quando il libro uscì nessuno lo aveva comprato nè lo aveva letto, nessuno ne sapeva niente, eppure nelle librerie come arrivavano le copie in poche ore erano esaurite, acquistate furtivamente, di nascosto, incartate in un giornale, in pacchetti anonimi, ritirati furtivamente dietro il bancone.
Nessuno lo aveva letto, ma tutti ne parlavano, sottovoce, e tutti a dire "che vergogna!", "che scandalo!!".

"Era il 1955. A 25 anni per Parise, il Prete bello, fu la sua laurea di narratore di successo, che gli aprì le porte del giornalismo, compiendo un altro tentativo di inserirsi a Il Giorno. Altro impatto però faticoso, perchè bloccava  nei piccoli spazi, la sanguigna vena letteraria del poeta.
Poi la storia cambia. Il 15 gennaio, entra nel portone di via Solferino. Il debutto sul Corriere d'Informazione. A fine settimana su questo foglio del pomeriggio, vi era una pagina con il "Racconto del Sabato", di solito vi pubblicavano Palazzeschi, Buzzati, Soldati, Pratolini, Campanile, Flaiano. E ogni tanto un nome nuovo. Afeltra il "patron" chiamò anche Parise, che scrisse il suo "racconto" intitolato "Vuoi far del cinema?". Una pagina intera, sette colonne, con il titolo corpo 48.


Afeltra ricorda: "Goffredo era emozionato, ma mi chiese di fare dell'altro", "ma cosa?", " vorrei provare del giornalismo dal vivo". 
"Proviamo; magari Parigi -gli dissi-  parlo con l'amministrazione per le spese", e lui "Perchè, potrebbero fare obbiezioni? Mi proponga un forfait, tutto compreso e lasci stare l'amministrazione". 
Aveva fretta. Gli proposi 40 mila lire ad articolo, tutto compreso. Due giorni dopo era a Parigi a iniziare i suoi reportage. Mi scrisse "Le prime impressioni possono essere misere, perfino penose, eppure sono tutte affascinanti. Stiamo dunque a vedere...". Il primo articolo cominciava così: "Sono un provinciale, non ho mai viaggiato ed ora eccomi a Parigi...". Il "Provinciale speciale" del Corriere andò avanti così per altri 14 articoli.


Poi venne il resto, con il Corrierone, con il Vietnam (sulle linee di fuoco ("partimmo in centouno, tornammo in trentasei vivi"), il Biafra ("Un viaggio nell'orrore") il Cile, Cuba, l'Albania, la Siberia, la Mongolia,  la Cina ("Cara Cina"), il Giappone, il Lahos, la Cambogia. Tutto il mondo dove c'erano i "vulcani degli umanoidi" in eruzione.
 
Per trent'anni collaboratore e inviato speciale del Corriere della Sera. Diventa uno di quelli che il fedele  lettore prima di leggere il titolo, legge prima la firma, e va sul sicuro. 
Collaboratore normale? Ma nemmeno per sogno. Parise, parte, va, sta via mesi, e in via Solferino attendono invano, e spesso non arriva nulla, o arriva in ritardo quando certi traumatici eventi sono terminati e non occupano già più le prime pagine. Accadrà con  i vari direttori, Missiroli, Russo, Spadolini, Ottone...Di Bella, Cavallari, Ostellino.

Motivo? Ecco cosa scrisse a Barbiellini, dal tragico Cile dopo la morte a settembre di Allende e l'avvento del regime di Pinochet, un Paese dove Parise ha viaggiato per tremila chilometri in lungo e in largo, ma a fine ottobre non ha ancora inviato nulla: "Ti prego di scusarmi con Ottone per il ritardo. Il Cile non è più cronaca, azione, ma storia, riflessione. Richiede una visione parzialmente distaccata, come ho tentato di fare qui". E poi parlando dell'articolo che inviava ("Nel grande silenzio del Cile" pubblicato il 1° nov. '73 - Ndr) "...vedrai che il distacco necessario appare; sia perchè è passato qualche tempo, sia perchè in queste cose ho purtroppo bisogno di tempo....Non so cosa fare di più; per me nulla è "routine" e tutto deve avere un "frisson" interiore". 

Il "frisson", è il brivido, l'emozione artistica, quello stato d'animo che si chiama anche ispirazione; motivo ricorrente in altri episodi dei suoi grandi reportage. Anche quando interruppe il Sillabario alla lettera S, spiegò:  "Alla lettera S la poesia mi ha abbandonato, La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei: non bada ai nostri programmi. Come l'amore, come la vita".

Già, come la vita!  Per Parise iniziano le malattie, soffre di un'arteriopatia diffusa, quattro by-pass ortocoronarici, poi sei anni di dialisi, che affronta con grande forza, "Le malattie vanno maltrattate". Lui sempre cosciente delle proprie infermità, ma che con grande coraggio riesce "a fingere di non essere un malato grave". 
Fino all'ultimo minuto, delle ore 9 di mattina del 31 agosto 1986, su un letto dell'ospedale di Ca' Foncello a Treviso. Non riusciva più a respirare né a muoversi, gli infermieri cercarono di cambiar posizione al malato, Goffredo li fermò, dicendo "Non ne vale la pena"; furono le sue ultime parole poi spirò.

Riepilogo

Esordisce giovanissimo come narratore con "Il ragazzo e le comete" nel 1951, una struggente favola sulla pubertà. Segue, nel 1953, "La grande vacanza", che trasporta la tematica precedente ai limiti dell'assurdo, Parise ripiega allora sulla satira, non priva di ironia deformante, del mondo provinciale, ottenendo il successo con "Il prete bello" nel 1954. In quest'opera la commistione tipicamente veneta di misticismo ed erotismo è ripresa in chiave festosamente teatrale. Nella stessa direzione si collocano i romanzi successivi: "Il fidanzamento" del 1956 e "Amore e fervore" del 1959.
"Il Padrone", pubblicato nel 1965, segna invece una brusca svolta: si tratta infatti di una satira dell'azienda moderna, ove l'acquiescenza dei dipendenti si congiunge al paternalismo padronale. Garzanti (forse si vide riflesso) non volle pubblicare il romanzo, che uscì poi dalla Feltrinelli. Ci fu una rottura di rapporti tra lo scrittore e Garzanti: rottura poi ricomposta.

Tra le opere successive si segnala il romanzo del 1969 "Il crematorio di Vienna", un'analisi della violenza esercitata dall'uomo sull'uomo, anche nella vita quotidiana. Seguono nel 1972 i racconti di "Sillabario n. 1" e, successivamente, nel 1982, "Sillabario n. 2", in queste ultime opere Parise va sciogliendo la freddezza illuministica della sua concezione del mondo nella riscoperta dei "diritti del cuore". Di grande e notevole interesse sono anche i suoi reportages e gli articoli raccolti in "Cara Cina" (1966), "Due o tre cose sul Vietnam" (1967)" "Guerre politiche" (1977), "New York"(1977). Nel 1982 pubblica il volume-documentario sul Giappone contemporaneo e "L'eleganza è frigida";
Nel 1986 a Oderzo,"Arsenico".
Postuma (1989) è la raccolta in 2 vol. delle opere complete, che comprende anche alcuni inediti. Ci restano pure alcune pagine di un DIARIO e altri lavori manoscritti di vari anni, che pochi mesi prima di morire consegnò all'amico Bruno Callegher (che oggi è curatore dell'"Archivio Parise", e responsabile delle Edizioni Becco Giallo). Un Diario che però Parise aveva interrotto. Bruno chiese perche? "Perchè non venivano dal cuore - e aggiunse- erano letterariamente artificiose".

Ultimamente (26 giugno 2001) è avvenuto il ritrovamento del manoscritto originale de "Gli americani a Vicenza...", con un taglio che lascia aperti curiosi interrogativi.  Il piccolo libbricino apparve edito da Scheiwiller in 1500 copie numerate,

Cronologia su una bancarella di libri vecchi,
in mezzo a tanta robaccia ne ha scovata una copia (la n. 225) acquistata a 2 Euro (!!)
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... uno scritto fatto a metà degli anni cinquanta. Ma qualcosa mancava! Parise alle sue prime esperienze era solito dare agli amici fidati gli scritti (con correzioni di suo pugno) dei suoi racconti, di vita di provincia, di zitelle svitate, di bellimbusti falliti, nobili, poveracci, vitelloni, di ragazzi, di preti e di morti, trasfigurando spesso nei protagonisti i suoi stessi amici. E a questi amici affidava questi scritti, ed era come chiedere un "consulto". E così fu per "Gli americani a Vicenza" ritrovato ora, durante un trasloco, in mezzo ai libri dal suo amico Pino Dato, che era convinto di averlo restituito dopo averlo letto. Ed ecco la sorpresa! Tre pagine rimaste inedite, un taglio per chissà quali pressioni esterne o editoriali non furono inserite. L'episodio coinvolgeva un anonimo seminarista, e a Vicenza in quegli anni "governavano" i preti. L'episodio è di una nitidezza letteraria straordinaria, picaresco come del resto tutto il racconto, che però ci dà alla fine l'immagine di una Vicenza straziata dalla guerra, ancora attonita, ma viva nei suoi personaggi che erano l'humus della nostra società di allora. Evidentemente rappresentava troppo bene la città di allora e a qualcuno dava fastidio.

UN BREVE ACCENNO DELLE OPERE PIU' SIGNIFICATIVE

IL RAGAZZO MORTO E LE COMETE - 1951 -Con il suo primo romanzo,  Goffredo Parise parte dalla sua esperienza di adolescente negli anni difficile e avventurosi del dopoguerra, per creare una narrazione immaginosa al limite tra la realtà e il sogno: dalle vicende di povere esistenze si sprigiona un destino di morte e nello stesso tempo un annuncio di resurrezione. Si tratta di un libro completamente estraneo al neorealismo, il fascino del racconto sta nel naturale fervore con cui trascina fuori del tempo elementi precisi della cronaca utilizzati dai narratori neorealisti. La guerra recente, i bombardamenti, la confidenza con la morte, la perdita di una misura continua del tempo, sono motivi che Parise accoglie dalla letteratura coeva e fa propri.
Così inizia Il ragazzo: " Questa è una sera d'inverno. Prima che il buio e il gelo arrivino nei cortili a tramontana per tutta la notte, Giorgio, Abramo e gli altri ragazzi accendono fuochi con foglie fradicie, rami morti e carta raccattata nelle immondizie. Allora il fumo pieno di umori estivi e di aerbe aromatiche cammina dentro i cunicoli delle fogne sotto le case, dove il canale s'insinua a trasportare erbe, gatti morti, piccoli involti dal contenuto roseo e informe, spellato dall'acqua."

LA GRANDE VACANZA - 1953 - Con il secondo romanzo,"La grande vacanza" , composto immediatamente dopo il primo, la tecnica narrativa di Goffredo Parise non subisce apprezzabili mutamenti. Vengono a cadere le sovrastrutture fiabesche e i passaggi dalla prima alla terza persona (e viceversa). Qualcosa di "barocco" si insinua nelle situazioni dell'opera; una certa voglia di sorprendere, dettata dal proposito di sfuggire dalla realtà, quanto dal piacere di rimanere interamente nella favola. La grande vacanza è una rievocazione , fatta dal borghese Claudio, di uno squarcio d'infanzia, tra insistenze sensuali e motivi funerari non del tutto risolti.

IL PRETE BELLO - 1954 - Lo scrittore qui ha tutto il nucleo vivo della sua vocazione: quello di una satira semplificatrice che scatta sul fondo di un rievocare nostalgico. Il libro fa rivivere l'atmosfera e i personaggi di un brulicante caseggiato popolare vicentino durante gli anni del fascismo, in cui elemento catalizzatore è la presenza del "prete bello", che si compiace di suscitare intorno a sé quelle pruderie mistico-sessuali che sembrano essere uno degli oggetti preferiti della ferocia satirica di Parise. Non ci dilunghiamo. Il romanzo per conoscere Parise è assolutamente da leggere.

IL FIDANZAMENTO - 1956 - Una pigra e bigotta città di provincia offre il suo sfondo un poco torbido a questo romanzo di Goffredo Parise, una storia ironica e amara, sapientemente modulata sui chiaroscuri del mondo piccolo-borghese. Ex ufficiale fascista il marito, ora impegnato in assurdi lavori di traforo; ex bella donna la moglie, aggrappata ai ricordi di un passato più agiato, fatto di serate a teatro e grandi cappelli e ora ossessionata dal problema di sposare la figlia Mirella, fidanzata a un indolente impiegatucolo Luigi, il quale continua a promettere e a ritrarsi. Il fidanzamento, che dura ormai da sei anni, si trascina così tra le fumose sale cinematografiche e le vuote presenze nel salotto di casa, intorno ad una tazza di caffè, con rapide schermaglie d'amore. Mirella si riduce a una "cosa" che nessuno riesce più a far vivere, soprattutto dopo la fuga del fidanzato, le nuove e impreviste amicizie, un nuovo falso amore. Chiusa in un torpore sonnolento, in un privato fatto di nulla, in un sentimento senza immagine, lascia ancora credere di poter essere il fulcro sul quale polarizzare la grettezza altrui.

AMORE E FERVORE - 1956 - Originariamente intitolato "Atti impuri": qui il protagonista, Marcello Lazzarotto, non agisce per bassi motivi economici come invece fa Luigi; egli abbandona la moglie, una volta preso dall'amore per un'altra donna, un'infermiera belloccia incontrata per caso, perché è convinto di rispondere a una chiamata superiore, a una specie di vocazione mistica. Se non fosse per questa, egli lascerebbe fermentare la sua passione nel chiuso e bigotto ambiente della famiglia. E invece ne esce e s'ingolfa nella sua relazione sino al totale annebbiamento della coscienza.

IL PADRONE - 1965 - E' il romanzo più "metafisico" di Parise, lui che è un neo-realista (alcuni lo chiamano "realismo favoloso" - Per Buzzati la favola è la realtà. Per Parise la favola è un modo di guardare la realtà.) Parise affronta una tematica di attualità nei primi anni Sessanta, quella dell'alienazione, della riduzione dell'uomo a oggetto in una società dominata dalla produzione e dal denaro. Parise conduce questa tematica fino al grottesco. Nelle due figure ritrasse -esasperandone e ridicolizzandone i caratteri- persone reali.
Forse per questo che Garzanti non volle pubblicarlo, vi si sentì riflesso.
Nel Padrone c'è il rapporto distorto che un dipendente (il giovane protagonista, venuto dalla provincia) istituisce con il proprio padrone (il dottor Max, proprietario di una grande industria), rinunciando a ogni identità personale fino ad assaporare la voluttà di diventare cosa, "proprietà" del suo datore di lavoro, riducendosi allo stato di manichino, in mezzo ad altri personaggi che si muovono essi stessi come manichini. Max, il padrone,  anche lui assapora la voluttà dell'esercizio di un potere assoluto, ma sempre insidiato dal dubbio chiedendosi "ma questo è morale?". Romanzo metafisico perchè  i due "io" incarnano lo stesso personaggio che entrano continuamente in contrapposizione con due modelli filosofici, opposti, e insieme complementari.
Giuliano Gramigna scriverà : "Altro che romanzo dell'alienazione! Questo è, semmai, un romanzo funebre, grottesco erotismo, che contempla un fine altamente etico: la morte. Che sia scritto con astratta empietà, non toglie nulla. Il segno più vero del libro è il barattolo, la cui pura esistenza di oggetto il protagonista augura al proprio figlio nascituro. E quel barattolo lo potremo ritrovare benissimo, più o meno nascosto, nelle pagine dei racconti del successivo libro "Il crematorio""

IL CREMATORIO DI VIENNA - 1969 - Parlandone Parise volle far notare che il titolo nasceva da una costante notturna rintracciabile in tutti i suoi libri (il ragazzo morto, il cimitero degli ebrei nel "Prete bello", la tomba di famiglia nel "Padrone, ecc..) La madre ha raccontato: "fin da bambino si divertiva e costruire piccoli cimiteri, le tombe con le scatole dei pennini, e vi seppelliva le lucertole; come i bambini dei Giochi proibiti" di Renè Clement. - Il Crematorio è articolato in trentatrè variazioni narrative, ora in prima ora in terza persona, su temi molto vicini a quelli del romanzo. L'assunto principale, "il nazismo è nella vita quotidiana", secondo la definizione dell'autore, viene esteso a tutta la gamma delle relazioni umane. Il sogno di Max di trasformare gli uomini in cose, di arrivare al possesso di fatto come nella giungla, cessa di essere una malattia e perfino una soperchieria, per trasformarsi in una condizione inerente alla vita sociale e al destino dell'uomo. Il racconto più lungo, che dà titolo al volume, pone l'accento soprattutto sul destino.

I SILLABARI - 1 e 2 - Il primo esce il 10 gennaio 1971, il secondo nel 1982 - Parise, dopo tutto quello che ha visto in giro per il mondo, torna indietro  alle sue origini di scrittore fantastico e sentimentale, si riparla di "realismo favoloso" di Parise. Si vedano le voci, con al primo posto Amore, poi Allegria, Anima, e... Bambino e Carezza, qui riappare anche il figlio nato da madre non sposata (del "figlio della colpa", con quelle etichette di falso  moralismo del "Prete bello).
Poi si ferma a Solitudine; Parise si giustifica: "alla lettera S i programmi, la poesia mi hanno abbandonato. La poesia va e viene, vive e muore. quando vuole lei, non quando vogliamo noi, e non ha discendenti. Mi dispiace, ma è così".
Vorrebbe perfino saltare le altre lettere per scrivere subito la lettera finale Z, per descrivere i  sentimenti zero, per affermare la nullità delle cose, della loro inconsistenza, dell'inutilità della storia, per non dire della storiografia; ma l'idea non va in porto.
 Nel Sillabario Parise vuole scandire i sentimenti nelle loro essenzialità,  perché il lettore possa riscoprirli appieno e riconoscerli nel fluire confuso dell'esperienza: a ciò mira Goffredo attraverso questi racconti, ideati e disposti secondo l'ordine alfabetico dei loro titoli. La profondità dell'amicizia, la caducità della vita, il piacere delle cose belle, il dolore della solitudine...Di fronte alla rivelazione, spesso repentina e folgorante, di queste costanti dell'esistenza, i personaggi di Parise vivono un momento di verità assoluta.
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di "CARA CINA" e "L'ELEGANZA E' FRIGIDA"
ne diamo una più ampia descrizione nella successiva PAGINA DEDICATA

Concludiamo la biografia con la nota introduttiva che scrisse Cesare Garboli alla raccolta postuma Gli americani a Vicenza e altri racconti  pubblicata da Mondadori nel 1987.
"Parise è stato lo scrittore più inaspettato e dotato che abbia esordito in Italia nel dopoguerra. Altri scrittori sono stati forse più importanti, meno improvvisati e avventurosi (e anche meno avventurieri), e vantano, culturalmente, più titoli di lui. Ma come talento naturale, come indipendenza di sensibilità e giudizio, Goffredo Parise era superiore a tutti (...). Disse Parise un giorno, se non ricordo male, che Moravia gli era stato amico e modello utile, e Comisso nell'arte. Penso che si riferisse proprio alla fase, più o meno, di questi racconti, agli anni Cinquanta, quando uscì svuotato dal primo libro e cominciò a trattate l'infanzia, i ricordi di provincia, le storie di paese con un taglio grottesco e caricaturale, più picaresco di quanto facesse negli stessi anni, Fellini, e voltando le spalle, di colpo, al romanticismo".

Francomputer
Bibliografia
* Vari numeri del Corriere della Sera (dal 1955 al 1986)
* Antologia dello stesso "Corsera" su Goffredo Parise,
in "Dieci anni e un secolo", anno 1986

Una singolare serie dedicata agli scrittori
che hanno collaborato al "Corriere"
(come D'Annunzio, Pirandello, Buzzati, Montale, Pasolini).


* Giornale di Vicenza 26 giugno 2001. Articolo di Franco Candiolo. In questo sono apparse in originale le sopra citate due pagine del "taglio" operato nel dattiloscritto  del racconto "Gli americani a Vicenza".

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