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GOFFREDO PARISE (2 di 2 )

< BIOGRAFIA: Goffredo Parise

Recensione  di Bertolini Martina

"Cara Cina"

Il libro è costituito da un insieme di reportages autonomi nel contenuto ma legati dal comune denominatore del viaggio alla scoperta della Cina. Si tratta di icone, flash di una Cina che Parise descrive con straordinaria capacità di adesione fisica, quasi tattile, alla realtà. Ad ogni capitolo l’autore approfondisce le sue indagini e allarga la visuale, come volesse cogliere al di là di quanto gli viene proposto di vedere, oltre le sue stesse aspettative.

Come spiega lo stesso Parise, nella Conclusione: “Il viaggio di un occidentale in Cina si può paragonare a una serie di percorsi lungo archi di circonferenza. All’interno della circonferenza esiste una superficie piana che non è dato di conoscere perché il viaggio è limitato agli archi […]. Da ogni punto della circonferenza partono rette che raggiungono il punto opposto passando da un altro punto, equidistante da tutti i punti della circonferenza, chiamato centro”[1]. 

Il libro si apre con due considerazioni che fanno da preambolo alle successive analisi: la prima è di trovare all’arrivo ciò che ogni occidentale si aspetta, cioè la Cina esotica delle giunche, delle ciotole di riso consumate con le bacchette, delle pagode. Viene poi una seconda immagine che lo colpisce maggiormente: il grandissimo numero di operai e contadini nel pigiama scuro imposto da Mao, “Passeggiano a piedi o in bicicletta, con la sportina di plastica in mano, una specie di borsetta d’aereo, vagamente sorridenti e, si direbbe, estaticamente e ipnoticamente felici”.[2] Viene da chiedersi il perché del verbo “passeggiare”, sostituito in seguito con “brulicare” “lavorare” “camminare” “andare in bici”. Censura dell’editore? Scelta strategica per stupire chi legge? Svista? Chissà!

Parise è affascinato dai cinesi innanzitutto perchè sono “tanti” e ci sarebbe da spaventarsi se non fosse per il fatto che tutti hanno un aspetto gentile, quasi infantile in grado di ispirare tenerezza. La stessa tenerezza che lo fa sorridere quando descrive i loro corteggiamenti fatti di sguardi e di rossori, di sassi regalati, coperte imbottite a fiorellini e tanti bambini amatissimi nati per caso, nati dal rossore che diventa fiamma[3]. 

Ciò che davvero colpisce l’autore è però la sensazione che “tutto si muova con la naturalezza, la semplicità e l’umana dignità che manca a qualsiasi povero in ogni parte del mondo”.[4] “Lavoratori sono tutti, uomini, donne operai, soldati, contadini, medici, ingegneri, professori di università […]. Non esiste disoccupazione. Bisogna fare attenzione a questo fatto perché i cinesi sono tanti. Tutti lavorano otto ore al giorno ma lavorano anche quando non devono lavorare […] e il vecchio paragone con le formiche è anche figurativamente molto esatto”[5]; lavorano anche gli studenti e i professori universitari, “in questo modo si cerca di scongiurare il massimo pericolo per una società socialista, cioè la formazione di classi”.[6] Lavorano per uno stipendio mensile che oscilla fra sessanta e cento Yen; i contadini non percepiscono salario ma un tot annuo, parte in denaro e parte in prodotti della terra. Il cibo costa pochissimo il vestiario invece costa molto così come tutti i beni di consumo. Parise ricorda: “La sproporzione tra prezzi non è soltanto economica, ma psicologica, sociologica e politica”.[7] I magazzini popolari sono ben forniti ma hanno un aspetto essenziale, artigianale.

Quasi in ogni capitolo l’autore dedica uno spazio all’ideologia comunista che sembra aver pervaso ogni aspetto della vita cinese: “Questa insistenza perenne e didattica sul comunismo cinese e sui suoi dirigenti nei primi giorni è insopportabile. Poi si finisce per accettarla perché non è mai imposizione e violenza ma assomiglia piuttosto alla petulanza orgogliosa e ingenua di un bambino che vuol far vedere il castello di sabbia costruito sulla spiaggia” [8]. Alla noia subentrano sentimenti più forti di fronte al fanatismo altrui: “Penso che si senta male e che questo male sia epilessia. Invece è fanatismo. E’ la prima volta nella mia vita che vedo in faccia il fanatismo politico: è ripugnante e pietoso al tempo stesso, ma fa paura”[9]. Di fronte a sei donne “scelte per indottrinarmi sulla situazione della donna in Cina”, Parise esprime tutta la sua indignazione: “Indignato non tanto perché questa bugia offende me, cari amici cinesi, ma perché offende l’intero popolo cinese che ha davvero sofferto davvero, quello che i vostri baciapile con l’Omega al polso hanno ridotto a una recita”.[10]

Nel suo peregrinare l’autore osserva e cerca di capire dove vanno e cosa fanno i cinesi quando non lavorano e infine da cosa derivi la serenità dei volti: “Al mattino presto gli uomini vanno nei parchi pubblici e fanno ginnastica […] Visti da lontano i ginnasti formano un grande complesso danzante”[11]. Amano gli spettacoli di acrobazie, il teatro, i musicals. Parise è un giornalista e lo si constata nelle frasi nominali “ad effetto” in grado di creare il pathos vissuto da persone semplici di fronte allo spettacolo: “Lavoratori e lavoratrici pigolanti, con la loro sportina di plastica in grembo. Tre suoni di campanello. Silenzio: sipario. All’occhio occidentale tutto sembra all’inizio ridicolo, dalla semplicità e povertà di mezzi fino alla storia narrata sulla scena, in seguito subentra la commozione per il forte sentimento collettivo espresso in modo ingenuo. Alla semplicità d’animo dei cinesi si contrappone la silenziosa prepotenza della strumentalizzazione dei divertimenti “E’ giusto o no concepire un falso artistico così perfetto da commuovere milioni di ingenui spettatori con intenti soltanto strumentali?” [12].

La geometria caratterizza spesso la visione dell’autore che afferma:“ Pechino fatta di casette grigie a un solo piano, dai muri grigi e dai tetti grigi a pagoda, anch’esse quadrate, con cortile quadrato al centro e circondate da mura che formano un quadrato” e ancora “E’ una città insieme geometrica e labirintica: un quadrato dentro un altro che contiene a sua volta un altro quadrato”.[13]
E’ geometrico Parise anche nello scrivere: frasi brevi, ben articolate, parole semplici schiette ma non per questo, prive di pregnanza. Il bravo giornalista sa che il lettore di un quotidiano ha poco tempo da perdere e che di fronte a un linguaggio troppo complesso passa oltre. Il lettore va però catturato con un incipit che deve essere “ad effetto”. “Arrivo. Sono a Canton da poche ore: è il crepuscolo di una stagione molto simile alla primavera siciliana, umida, calda e profumata”.[14] Un colpo secco: il lettore è travolto e si ritrova catapultato in Cina. Incipit ad effetto di un giornalista professionista! L’esposizione procede poi con linee sobrie. Parise inquadra, analizza, senza fare ricorso ad artifizi linguistici o sintattici si limita, ogni tanto, a stordire il lettore con pennellate di poesia.

La Cina è idealizzata come un grande seminario “dove si studia e si pratica il marxismo leninismo non come scienza bensì come teologia politica”; ne spiega i motivi: “è indispensabile per capire come vivono i cinesi oggi, che l’individuo, la libertà individuale, l’espressione individuale non hanno mai contato un bel nulla in Cina”[15]. L’individuo non è mai espressione di se stesso ma di una categoria: individuo–famiglia, individuo–villaggio, individuo–stato, il cinese-ideologia.

Alle religioni è lasciata un’apparente libertà di esistere, come testimonia una chiesa cattolica a Pechino: “Tutto è a posto, nell’ordine così consueto ”; ma prosegue: “Eppure c’è qualcosa che non va […] manca l’odore […]. E di colpo la chiesa, prima soltanto deserta e silenziosa, si svuota di ogni significato”[16]. La vera religione è quella che troneggia nel salottino della canonica: Mao la sua politica.

Origine contadina, presente comunista anche in campagna: “Dire Cina è come dire terra e contadini, non mi stancherò mai di ripeterlo come mai si stanca l’occhio immenso poche spazia su un territorio immenso popolato da contadini: che sono sempre stati e resteranno contadini perché la Cina ha troppi abitanti da sfamare, il cibo esce soltanto dal suolo e, per il momento, soltanto dalle mani di chi lavora”[17]. Parise prosegue spiegando che il comunismo reale significa in Cina “proprietà psicologica”: “Cosa hanno fatto i cinesi? Hanno abolito la proprietà privata, che esisteva fino a qualche anno fa, e insieme alla proprietà privata hanno abolito anche la proprietà dello Stato”[18]. Il contadino che desiderava la terra si trova a lavorare un terreno che non è più di un padrone ma nemmeno dello stato: è suo. “A completare l’effetto di illusione ci sono la casa e l’orto di proprietà personale di ogni contadino”[19]. 

Noia e pazienza caratterizzano il viaggiare di Parise che si sente prigioniero dell’agenzia turistica China Travel Service: “L’uomo di oggi non è più l’uomo dei tempi di Marco Polo, cioè l’individuo singolo che alimenta direttamente il proprio sapere”[20]; prigione dorata che fornisce interpreti, itinerari, alloggi, permessi ma pone insormontabili barriere alla curiosità occidentale.

Il titolo Cara Cina nasce dal complessivo profondo rispetto per quel sentimento collettivo e individuale d’amore che Parise avverte come estremamente sincero e che prescinde dalla politica: “L’amore è, per i cinesi, un sentimento così personale, delicato e fragile che non soltanto non si può toccare ma non si può nemmeno esprimere”[21].

"L'eleganza è frigida"

L’eleganza è frigida è realizzato da Parise in forma di romanzo, quasi a creare un distacco che permette all’autore una maggiore capacità di analisi ed è un modo efficace di rimettere al centro del resoconto la figura del viaggiatore, con la sua sensibilità, i suoi slanci, le sue perplessità, i suoi riserbi.

Il nome de protagonista Marco e il suo viaggiare protetto dalla diplomazia e dal potere che rappresenta, richiama alla memoria il viaggiare di Marco Polo nel Milione. La scelta non è casuale: questo personaggio, evocato anche nel testo Cara Cina affascina molto Parise che si sente un po’ Marco un po’ Gulliver. Ricordi dei racconti sentiti dal padre adottivo nell’infanzia? E’ probabile. In questo caso però la maschera sembra voler proteggere l’autore da considerazioni “forti” riguardo un popolo artefatto, di un artificio coltivato nei secoli in nome dell’estetica: “Il grande poeta giapponese Saito Ryokuu aveva detto che ‘l’eleganza è frigida’ e mai in così grande brevità a Marco pareva riassunto tutto il Giappone. In questo senso gli abitanti di quel paese si mostravano appartenenti quasi ad un’altra specie forse ovipara, perché nulla mai introduceva Marco a un tale genere di pensieri, così diffusi in Occidente non si sa perché. Molta letteratura, pittura e perfino cinema giapponese si presentavano al gioco della sessualità ma c’era in giro e nell’aria troppa forma ed eleganza, dunque troppo artificio, perché la sessualità e la sensualità prendessero molto spazio”[22]. 

Per Marco-Parise il popolo giapponese, che a molti occhi potrebbe apparire contaminato da abitudini di vita occidentale, in realtà si trasforma e deforma attraverso la “giapponesizzazione” con effetti che sfumano tra il desolante e la vertigine. Questo è particolarmente evidente nelle hostess che lo accolgono all’aeroporto: “Anche in questo caso scattava il fenomeno dell’illusione ottica in quanto il volto delle donne e il trucco di cui era ricoperto presupponevano vesti adatte, cioè il tradizionale chimono e gli zoccoletti, invece le minute e fragili signorine indossavano modelli uguali di Yves Saint-Laurent o di Dior, simili a divise e adatte a taglie di donne molto diverse. Si capiva che l’ideale estetico di quelle ragazze e in generale dei giapponesi era quello americano ma le due cose non potevano assolutamente andare d’accordo”[23].

Marco ricerca la passionalità e sensualità nei “quartieri dl piacere” ma ne rimane deluso: pedante ed eccessiva è la ritualità, tutto diventa moneta sonante spillata al visitatore, tutto è “aziendalizzato” in particolare i piaceri che esigerebbero abbandono e trasporto. L’eccessiva timidezza dei giapponesi quando non irrita quantomeno turba il viaggiatore che vede i giapponesi in fila sopra un palco per un attimo d’amore.

Il Marco-Parise cerca nell’incontro con la letteratura ciò che non trova nella realtà dove tutto è esasperata e artificiosa ricerca di forma e perfezione: dall’alberello per strada, al bonsai, al lottatore di Sumo. Si reca in visita alla casa del Nobel Kawabata e trova la moglie elegante e cordiale ma completamente all’oscuro delle opere del marito che però conserva gelosamente in una stanza-museo. La casa che visita, le atmosfere che respira, sono però quelle descritte in tante opere del poeta detentore del Nobel e questo sconvolge ulteriormente: il mare, i tramonti, le stanzette separate dal fogli di carta di riso, l’arredamento essenziale.

La moglie di Kawabata ricorda molto la protagonista del romanzo Il disegno del piviere, storia di un matrimonio mai consumato a causa del rimorso del marito per precedenti amori illegittimi. Il romanzo ruota attorno ad un’antica tazza da te, da cui il titolo, che racchiude in sé l’erotismo del possessore e che, una volta rotta, sembra togliere ogni speranza al futuro degli sposi.

Di fronte ai numerosi oggetti-simbolo il protagonista è stordito; più edificanti i paesaggi dai giardini Zen di ghiaia perfettamente pettinata, i laghetti di ninfee, i silenzi rotti da tonfo di una canna appesantita dall’acqua di una fontanella, momenti magici vengono inoltre dalla lettura delle poesie di “Haiku”: “per Marco fu uno dei momenti più stralunati e alti della sua via, momenti che solo il Giappone creava”. La felicità viene però da un approccio fatto di disponibilità e apertura mentale spirituale: “Accanto a lui stava un tracciato di ideogrammi che egli avrebbe dovuto imitare in qualche modo come poteva. Marco cominciò il suo lavoro come uno scolaro all’aperto e finì i duecento ideogrammi invaso o per meglio dire invasato di felicità. Felicità della vita, della perfezione di tutto, dal profumo che saliva dal tatami alla morbidezza del pennellino con cui egli tracciava felicemente gli ideogrammi di cui non capiva nulla”.[24]

Il romanzo si chiude con il ricordo della signorina Momoko Tokugawa “quasi a riassumere quelle ultime emozioni e per la prima volta mostrò i denti in un sorriso di invito”. Rappresenta quanto di autentico c’è ancora nel Giappone: un’eleganza naturale, donna dai silenzi eloquenti e istruttivi che sa spiegare all’europeo l’essenza di una cultura. 

Bertolini Martina


[1] Cfr Conclusione, p. 145
[2] Ibidem, p 10
[3] Ibibem
[4] Ibidem , p.14
[5] cfr Stipendi e spese, p. 39
[6] cfr Nuova generazione, p 62
[7] Ibidem, p. 38
[8] cfr Viaggiare con noia e con pazienza, p. 86
[9] cfr Buona volontà e fanatismo, p. 98
[10] cfrDonne ebugie, p. 128
[11] Ibidem, p . 40
[12] cfr Spettacoli, p. 50
[13] cfr Pechino, p. 16
[14] cfr Arrivo p. 9
[15] cfr Teologia politica, p.23-24
[16] cfr cattolici cinesi , p. 30-31
[17] cfr Campagna e contadini, p. 90
[18] Ibidem, p. 92
[19] Ibidem, p. 93
[20] Ibidem, p. 82
[21] cfr L’amore, p. 139
[22] cfr Capitolo nove, p. 77
[23] cfr Capitolo Terzo
[24] cfr Capitolo Sedicesimo

 


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