SCHEDA
BIOGRAFICA

PIO VI - GIOVANNI BRASCHI



Pio VI immortalato dal Canova

VARIE NOTIZIE DEL SUO PERIODO,
in "RIASSUNTI STORIA D'ITALIA"

 

GIOVANNI ANGELO BRASCHI nasce a Cesena il 25 dicembre 1717 dalla nobile famiglia del conte Marco Aurelio Tommaso Braschi e Anna Teresa Bandi. La sua formazione ha inizio presso i Gesuiti ed è perfezionata all’Università di Ferrara. Si addottorò in utroque iure nel 1735. Alla morte di papa Clemente XII seguì a Roma il cardinale Tommaso Ruffo, presso il quale era uditore suo zio materno, Giovanni Carlo Bandi. E quando il cardinale Ruffo fu nominato vescovo di Ostia e Velletri nel 1740, il giovane Giovanni Angelo ne divenne l'amministratore diocesano.
Nel 1755 fu nominato canonico della Basilica di San Pietro. Nel 1766, già cameriere segreto e aiutante di studio di Benedetto XIV, venne nominato Tesoriere della Camera Apostolica, prodigandosi per il risanamento dell'amministrazione e la situazione economica dello Stato Pontificio. Il 26 aprile 1773 fu creato Cardinale dell'Ordine dei preti (cardinale-presbitero).

Alla morte di Clemente XIV si aprì il conclave iniziato il 22 settembre 1774 e, dopo più di 4 mesi, il 15 febbraio 1775, il cardinale Braschi, con l'appoggio della Francia e la promessa di non ricostituire la Compagnia di Gesù, è eletto papa; sceglie il nome di PIO VI.
La Chiesa era animata dalla speranza che il Giubileo indetto l'anno prima (3 aprile 1774) da Clemente XIV e aperto e celebrato da Pio VI, avrebbe portato unità e pace al suo interno; ma il momento che si stava attraversando era molto delicato. Procediamo con ordine.

Pio VI fu un papa amante delle lettere e mecenate munifico; per questo favorì gli studi archeologici arricchendo Roma e ampliò i Musei Vaticani avviati dal suo predecessore (Museo Pio-Clementino); chiamò nella capitale artisti come A. Canova e L. David. Come sovrano temporale cercò anche di migliorare le strutture economiche e amministrative dello Stato Pontificio tentando una riforma finanziaria, catastale, legislativa e giudiziaria con la quale si propose di svecchiare strutture ormai anchilosate. Curò le comunicazioni migliorando il manto stradale di molti tratti fino ad allora appena agibili ed intraprese imponenti lavori di bonifica per il prosciugamento delle Paludi Pontine; quest'ultima opera però richiese enormi spese, oberò il bilancio e fece crescere spaventosamente il debito pubblico.

Ma Pio VI fu anche l'ultimo dei papi nepotisti. Difatti chiamò a Roma i due figli della sorella Luigia: al primo diede la porpora cardinalizia, al secondo il ducato di Nemi. Per quest'ultimo, infine, fece costruire il palazzo Braschi.
Più impegnativa e delicata è stata la politica estera, perchè da più parti i regnanti sono mossi da spinte giurisdizionaliste ed assolutistiche tipiche del dispotismo illuminato e avanzano pretese, non solo sulle proprietà ecclesiastiche, ma anche sul potere stesso dei pontefici: in Francia si sta affermando il razionalismo illuministico e in Olanda il giansenismo, i cui princìpi cominciano a trovare sostenitori anche in Germania. La diffusione di queste idee sta interessando, seppure in forma limitata, anche alcune città dell’Italia settentrionale e questo è motivo di grande preoccupazione per le diocesi.

In Austria, GIUSEPPE II, in fatto di religione, si trova in contrasto con sua madre Maria Teresa e non è un mistero per nessuno la sua pretesa di rendere puramente onorifica la supremazia del Papa e separare la chiesa austriaca dall’egemonia romana.
La situazione nel napoletano non desta minore preoccupazione, perché FERDINANDO IV decide di sopprimere numerosi conventi e di non sottostare ai tradizionali obblighi di feudatario della Chiesa con il simbolico omaggio della Chinea (cavallo bianco che il re di Napoli offriva al Pontefice in segno di vassallaggio).
Il nuovo pontefice, afflitto dal vedere scaduta l'autorità ecclesiastica per opera delle riforme dei principi, tentò di arrestarle, recandosi alla corte di Giuseppe II, che era il più audace degli innovatori. Il suo viaggio a Vienna (dove dimorò, ricevendo grandi onori, dal 17 febbraio al 22 aprile 1782 e di cui tratta Vincenzo Monti ne 'Il Pellegrino Apostolico') si tradusse in un vero e proprio fallimento. La politica febroniana dell'Imperatore e dei suoi ministri aveva portato a drastiche scelte: obbligo del giuramento statale per i vescovi, intervento dello Stato nelle questioni liturgiche e nell'ordinamento dei seminari, secolarizzazione degli ordini religiosi contemplativi. Unica consolazione del Pontefice pare siano state l'accoglienza che Cesena, Rimini, Bologna e Ferrara gli tributarono, al suo viaggio di ritorno da Vienna.

Altri attriti si verificarono tra Pio VI e Caterina II di Russia per la decisione della zarina di non considerare sciolta la Compagnia di Gesù: la congregazione continuò ad esistere (dal 1783 in poi col consenso del Papa stesso). E tra Pio VI e gli arcivescovi elettori di Treviri, Magonza e Colonia in seguito all'istituzione nel 1785, da parte del Papa, di una nunziatura a Monaco. Infatti i tre arcivescovi temevano un possibile sconfinamento della giurisdizione del nunzio nella loro propria. Nell'estate del 1786 un congresso di delegati riunito a Bad Ems sotto la presidenza del vescovo suffraganeo di Magonza ed incoraggiati dall'Imperatore Giuseppe, deliberarono delle istanze da porre; come frutto di tali deliberazioni si ebbe la cosiddetta Puntazione di Ems, datata 25 agosto 1786. Essa sviluppa in 23 articoli il programma di una chiesa tedesca secondo il modello febroniano-giuseppino. L'impossibilità di attuare simili istanze si rese ben presto evidente. Quando gli arcivescovi renani procedettero di loro autorità a concedere certe dispense nei loro territori, il nunzio di Colonia Bartolomeo PACCA, abile difensore dei diritti papali, si oppose decisamente mediante una circolare inviata direttamente ai parroci. Istanze dirette degli arcivescovi a Roma per un accomodamento di tutta la questione, furono respinte completamente dal Papa in uno scritto del novembre 1789.

Ulteriori scaramucce si ebbero anche in Toscana, con il granduca LEOPOLDO II che si era abbandonato ad un eccessivo zelo di riforma ispirato ai principi del giuseppinismo e che portò, nel 1786, ad un "Regolamento" per il clero toscano, il quale, secondo il suo desiderio, doveva venir ratificato dai sinodi diocesani e, poi, dal sinodo nazionale. Ma dei 18 vescovi del granducato solo pochi vi aderirono. Fra questi, con maggior calore degli altri, il vescovo di Pistoia e Prato, SCIPIONE DE RICCI, nipote del generale dei Gesuiti, da molti posteri etichettato come giansenista e gallicano. Sotto la sua guida il sinodo diocesano di Pistoia emanò, nel settembre 1786, una serie di decreti di riforma da molti ritenuti intrisi di gallicanesimo (effettivamente questo regolamento conteneva gli articoli gallicani del 1682), ma da altri considerati semplicemente come troppo avanguardisti per l'epoca. Papa Pio condannò le 85 proposizioni del sinodo di Pistoia con la bolla 'Auctorem fidei' del 28 agosto 1794. Ricci, ritiratosi già da qualche tempo a vita privata, si sottomise all'autorità pontificia solo nelle mani di Pio VII.

Ma preoccupazioni ancora più gravi apportarono al Pontefice la Rivoluzione Francese e, di conseguenza, i rapporti con la Francia.

Paradossalmente però, allo scoppio della Rivoluzione il problema religioso si pose sotto ottica diversa da quella tradizionalmente considerata nei secoli passati. Infatti, pur non sminuendo l'importanza degli aspetti teologici, che taluni rivoluzionari da più parti misero in dubbio innalzando ed elogiando all' "Essere supremo" come qualcosa di completamente diverso dal Dio personale rivelatosi nel Cristianesimo, particolare importanza meritò la considerazione "politica" del problema Chiesa.
Il clero, una delle tre classi sociali nelle quali si suddivideva la Francia dell'Ancien Regime, era forse il ceto sociale nel quale maggiormente spiccava la diversità tra ricchi e poveri. Sin dal 4 agosto 1789, in seguito alla soppressione del sistema feudale e di tutti i privilegi di classe, fu abolita anche la decima ecclesiastica (tassa a favore del clero), e subito dopo, nella DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E DEL CITTADINO (26 agosto) - condannata dal Papa, davanti al Concistoro, il 29 marzo 1790 - fu proclamata l'illimitata libertà di coscienza e di culto.

Il clero donò per il bene della patria l'argento non indispensabile delle chiese. Di lì a poco (2 novembre 1789), su proposta del deputato CHARLES MAURICE DE TALLEYRAND (1754-1838), mondano e ambizioso vescovo di Autun, uomo sulla quale è stato scritto tutto il bene e il male possibile, l'intero patrimonio ecclesiastico fu messo a disposizione della nazione, con l'onere, tuttavia, di sostenere le spese di culto, di mantenere i ministri della Chiesa e di assistere i poveri.
Però, nei primi mesi di questa instabile situazione politica, si sostenne la necessità di fare della Chiesa lo strumento principale di comunicazione dei principi rivoluzionari tra la popolazione. Molto preti della provincia si fecero infatti portatori delle nuove idee a tal punto che le parrocchie divennero, soprattutto nei centri minori, dei veri e propri centri di diffusione della fede rivoluzionaria, la quale spesso era confusa con la fede cristiana.

Ma, se da un lato buona parte del clero non vedeva male la neonata volontà rivoluzionaria, dall'altro però, l'abolizione delle decime e la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici allontanarono molti religiosi dalla causa rivoluzionaria. La Chiesa francese era divisa. Lo zoccolo duro a sostegno delle posizione rivoluzionarie risiedeva principalmente nel militante anticlericalismo parigino che da tempo spingeva per ottenere tali soluzioni radicali; d'altro canto però nelle province cominciarono a svilupparsi i primi segni di sfiducia verso la volontà rivoluzionaria che porteranno poi più tardi seppure con l'aggiunta di altre motivazioni, all'insorgere della famosa "Causa Vandeana" (1792-1797).

L'intento di Talleyrand e compagni era diretto a fare della Chiesa uno strumento della Rivoluzione servizio del nuovo Stato: sia attraverso le "voci" del pulpito che dovevano pubblicizzare i principi rivoluzionari, sia tramite le stesse istituzioni religiose che dovevano farsi fucine delle nuova cultura rivoluzionaria (basti pensare all'insegnamento e all'istruzione, monopolio della Chiesa da secoli), sia e soprattutto, grazie alla "nazionalizzazione" dei beni ecclesiastici che dovevano portare ossigeno nelle malandate casse dello Stato.

Di fronte però alla crescente consapevolezza che ormai non si sarebbe mai più formato quel fidato esercito di preti-cittadini che si pensò potesse svilupparsi, la volontà rivoluzionaria si spinse in due direzioni: nominare nuovi "lettori" dei decreti dell'Assemblea in sostituzione dei preti recalcitranti, nonché la realizzazione della COSTITUZIONE CIVILE DEL CLERO approvata il 22 luglio 1790.

La Costituzione Civile del Clero fu un atto fondamentale della Rivoluzione che privò gli ecclesiastici di ogni loro particolare privilegio o distinzione. Essa stabilisce la struttura gerarchica del clero cattolico nei seguenti termini: 10 grandi aree metropolitane dirette da arcivescovi eletti dai cittadini; 83 vescovi (uno per ogni dipartimento) eletti dai cittadini; i curati di ciascuna parrocchia dovranno anch'essi essere eletti. Viene altresì decretata: la completa indipendenza dell'organizzazione ecclesiale francese dal Papato romano; l'obbligo tassativo, per tutti i sacerdoti, di prestare giuramento di fedeltà alla nazione, al Re ed alla Costituzione. La contropartita che lo stato offrì fu, bisogna dirlo, molto appetitosa: una rendita da 20.000 a 50.000 lire annuali per i vescovi e gli arcivescovi e da 1.200 a 6.000 lire annuali per ciascun curato secondo l'importanza della parrocchia assegnata.

La divisione e la confusione che afflisse la Chiesa di Francia fu tremenda. Quasi la metà dei parroci e un terzo del clero complessivo (circa 25.000-30.000 ecclesiastici) prestarono il giuramento richiesto (assermentés), primo fra tutti il Talleyrand. La grande maggioranza del clero francese (réfractaires), circa 60.000-70.000 sacerdoti e tutti i vescovi diocesani tranne 4, rifiutarono di giurare e la maggior parte del popolo si pose dalla loro parte. Questi vescovi rimasti fedeli a Roma, presentarono all'Assemblea un memoriale nel quale di chiedeva l'approvazione della Santa Sede prima di dover applicare tale Costituzione.

Il 24 febbraio 1791 a Parigi ebbe luogo la consacrazione dei primi vescovi costituzionali da parte del Talleyrand. Si dice che prima di morire, questi si sia riconciliato con la chiesa che aveva contribuito a fare a pezzi; molti però ritengono fosse troppo intelligente per fare una cosa simile.
Pio VI rigettò, dopo troppo lunga esitazione, in un Breve del 13 aprile 1791 (Cum populi) la Costituzione Civile come fondata su principi eretici, dichiarò sospesi i sacerdoti giurati (ai quali fu dato solo 40 giorni per poter ritrattare: e molti lo fecero), invalidò le elezioni ecclesiastiche compiute secondo le nuove norme.
Egli pagò questo provvedimento con la perdita delle contee francesi di Avignone e Venassino, che non furono più recuperato dallo Stato Pontificio (settembre 1791). Ma i rapporti diplomatici era definitivamente interrotti (bisognerà attendere il Concordato Consalvi del 1801 per vederli ripresi).

Con l'esasperazione si arrivò, addirittura, a bruciare l'effigie di Pio VI a Palais Royal (3 maggio 1791), da parte di un gruppo di dimostranti. Non avendo ottenuto delle scuse ufficiali per questo episodio, il nunzio apostolico Dugnani lasciò la Francia in gran fretta.
L'assemblea nazionale legislativa, che il 1° ottobre 1791 subentrò all'Assemblea Costituente, tentò di infrangere con la violenza l'opposizione del clero. I sacerdoti che avevano rifiutato il giuramento vennero perseguitati, gettati in carcere e deportati; le congregazioni religiose ancora rimaste furono soppresse, fu proibito l'uso dell'abito ecclesiastico. Al principio di settembre del 1792 si giunse, nelle carceri di Parigi, ad una terribile carneficina di detenuti: circa 1400 vittime; 191 degli uccisi sono stati beatificati come martiri nel 1926.

Finalmente la Convenzione Nazionale (settembre 1792 - ottobre 1797), diretta dagli elementi più radicali ('la Montagne') portò al vertice l'opera rivoluzionaria. Fin dal primo giorno del suo governo (21 settembre 1792) fu abolita la Monarchia e proclamata la Repubblica. Luigi XVI, che dall'agosto 1792 era tenuto imprigionato con la sua famiglia nel Temple di Parigi, fu giustiziato come traditore dello stato e della nazione (21 gennaio 1793); 9 mesi dopo seguì la stessa sorte la regina, la frivola, ma non ignobile Maria Antonietta d'Austria.
Il 22 settembre 1792 ebbe ufficialmente inizio il calendario repubblicano che aboliva l'era cristiana; la domenica fu sostituita dalle decadi e le feste cristiane da quelle repubblicane (3 ottobre 1793).

Alla fine, con il decreto del 23 novembre 1793, la convenzione abolì ufficialmente il cristianesimo e con cerimonie piuttosto meschine proclamò il 'Culto alla Ragione'. L'arcivescovo costituzionale di Parigi JEAN-BAPTISTE J. GOBEL (1727 - 1794. Gesuita, appassionato collezionista d'arte sino quasi a rovinarsi finanziariamente, riesce a rimettersi in sesto mediante incarichi ben remunerati, in alcune diocesi; viene eletto vescovo costituzionale con ben 500 voti contro le poche decine raccolti da altri che concorrevano all'incarico. Si battè a favore del matrimonio dei preti cattolici; finito sotto processo per l'accusa di cospirazione contro la Repubblica e di 'ateismo' morì ghigliottinato) e altri ecclesiastici deposero il loro ufficio e si professarono seguaci del culto nazionale della 'libertè' e della 'egalitè'. Celebrazioni sacrileghe profanarono la cattedrale di Notre-Dame ed altre chiese di Parigi e del resto della Francia.

Ma il dominio dell'ateismo era troppo squallido e irragionevole perchè potesse resistere a lungo. Su proposta di ROBESPIERRE, la convenzione decretò il riconoscimento di un Essere supremo e dell'immortalità dell'anima (8 maggio 1794). Ma il Terrore sanguinario continuò, anche se più limitatamente, durante il periodo del Direttorio (di 5 membri; 1795 - 1799).
L'ostilità contro il Cristianesimo andò gradualmente cessando solo quando Napoleone, vittorioso in Italia, con il colpo di stato del 9 novembre 1799, rovesciò il debole e ormai malvisto governo direttoriale e si fece nominare Primo Console per 10 anni.
Il rovesciamento della situazione aveva investito in pieno anche l'Italia da quando il giovane generale era entrato, occupandola, in Romagna, regione facente parte dello Stato Pontificio. Mentre il Bonaparte si trovava a Bologna, la Curia Romana, atterrita dai suoi progressi, gli inviò il D'AZARA e il marchese GRANDI perché trattassero con il Generalissimo un amichevole componimento. Il Bonaparte chiese 40.000.000 di franchi, il tesoro della Santa Casa di Loreto, 2.000 codici vaticani e 200 opere d'arte; inoltre che fossero cacciati gli emigrati francesi dallo Stato Pontificio.

Il 23 giugno 1796 fu pattuita una tregua. Il Bonaparte sgomberava Faenza e restituiva Ravenna, ma rimaneva in possesso delle legazioni di Ferrara e di Bologna e si riservava il diritto di presidiare Ancona. La Curia Romana doveva pagare un indennizzo alla famiglia di Ugo Bassville (emissario francese ucciso a Roma per le sue spavalderie in un tumulto popolare nel gennaio 1793), scarcerare i prigionieri politici, consegnare 500 codici e 100 opere d'arte e pagare, infine, 21.000.000 di lire.
Il Papa allora il 5 di luglio indirizzò un Breve ai cattolici francesi esortandoli ad ubbidire alle autorità e affermando che la Chiesa non avversava l'osservanza delle leggi civili. E perché si giungesse alla pace, furono mandati a Parigi il conte CRISTOFORO PIERACCHI, il segretario EVANGELISTI e il padre domenicano GRANDI.

Inoltre Napoleone costrinse alla pace il re del Piemonte, occupò la Lombardia respingendo gli eserciti austriaci fin dentro le Alpi, sviluppando più largamente le operazioni occupando la Repubblica Veneta che vide così il suo tramonto. Altre repubbliche democratiche vennero instaurate nel resto della penisola, come la Repubblica Ligure (1797), la Repubblica Lucchese e la Partenopea (1799). Nella loro breve esperienza costituzionale alcune delle repubbliche italiane, a differenza della loro sorella maggiore francese, assunsero verso la Chiesa Cattolica un atteggiamento più moderato.
L'urto fu particolarmente duro per lo Stato Pontificio e il Papa anche perchè i francesi si avvicinavano sempre più a Roma. Il 9 febbraio 1797 il Bonaparte fa occupare Ancona per costringere il Papa ad un ulteriore negoziato sulla cessione di determinati territori pontifici alla Francia.
Il 12 febbraio iniziarono le trattative e il 19 febbraio Napoleone e Pio VI firmarono la PACE DI TOLENTINO.

Lo Stato Pontificio fu decurtato della Romagna, mentre l'imposizione veniva aggravata di altri 15.000.000. Le Marche, col porto di Ancona, e parte dell'Umbria, pur facendo ancor parte dello Stato Pontificio, rimasero occupate dalle truppe napoleoniche.
Nonostante la pace di Tolentino la Repubblica non tralasciava mai l'occasione di mostrare la sua ostilità. Desiderosa com'era di abbattere il potere temporale, aveva mandato a Roma emissari con l'incarico di stimolare i novatori, aveva, per mezzo del suo ambasciatore GIUSEPPE BONAPARTE fratello di Napoleone, ottenuto che parecchi arrestati per tentativi rivoltosi, fossero graziati, e che il generale austriaco PROVERA, cui era stato affidato il comando dell'esercito pontificio, fosse licenziato; aveva inoltre mandato un suo delegato, il generale DOMBROWSKI, nel ducato d'Urbino ed ordinato a due colonne di Cisalpini di sollevare a ribellione le province di Pesaro e Senigallia.

Erano queste le prime avvisaglie di un'azione francese contro Roma, per iniziar la quale non si aspettava che un'occasione propizia. L'occasione si presentò alcuni giorni dopo. I novatori romani, nella notte dal 27 al 28 dicembre, guidati dallo scultore CERACCHI e dal notaro AGRETTI, si radunarono sul Pincio col proposito di andare a piantare l'albero della libertà nelle principali piazze della città. Dispersi dalle truppe pontificie, tornarono a radunarsi il giorno dopo a Trastevere, presso il Palazzo Corsini, dove abitava GIUSEPPE BONAPARTE, il quale scese in strada per persuadere, insieme con EUGENIO BEAUHARNAIS e i generali ARRIGHI, CARNOT e DUPHOT, i tumultuanti ad allontanarsi. Disgrazia volle che in quel momento giungesse un plotone di fanteria pontificia, che, con un assalto, stese il Duphot al suolo con una serie di colpi dei fucilieri.
Questo doloroso incidente non poteva non essere sfruttato dalla Francia. Sebbene il governo pontificio si fosse dichiarato pronto a dare qualsiasi soddisfazione alla Francia, Giuseppe Bonaparte chiese il passaporto e partì per Firenze. Una quindicina di giorni dopo, il generale BERTHIER riceveva dal Direttorio l'ordine di marciare rapidamente su Roma, di tentare di occuparla, di indurre il Pontefice alla fuga, infine di costituire un governo repubblicano.

Il Berthier, radunati ad Ancona circa diecimila soldati, nell'ultima decade del gennaio del 1778, si mosse verso Roma e il 10 febbraio si accampò a Monte Mario, da qui inviò nella metropoli un ufficiale e un messo ad ordinare che nel termine di tre ore gli consegnassero Castel Sant'Angelo, di togliere dalla Congregazione di Stato alcuni Cardinali, che gli fossero dati in ostaggio alcuni dignitari, liberati i carcerati politici, disarmati gli abitanti e licenziato l'esercito. Inoltre entro un mese dovevano essergli pagati 4.000.000 scudi, entro dieci giorni gli si dovevano dare 3.000 cavalli e consegnare tutti quei libri, manoscritti ed oggetti d'arte che voleva; la Santa Sede doveva infine rinunziare ai diritti riservatigli dal trattato di Tolentino sui possessi della Mesola e di Santa Martina, sequestrare i beni dei nemici della repubblica, erigere due monumenti espiatori sui luoghi dove erano stati uccisi il Bassville e il Duphot e inviare a Parigi una deputazione ad esprimere a quel Direttorio il rammarico del governo papale per i fatti accaduti. Accettate queste condizioni e dati alcuni ostaggi, sarebbero stati dai Francesi rispettati il culto, le persone e le proprietà dei cittadini.

Pio VI accettò i patti che gli furono imposti: il 10 febbraio ordinò che Castel Sant'Angelo fosse consegnato al Berthier e che gli ostaggi si recassero al Quirinale; il 13 pagò 200.000 scudi; il 14 sequestrò i beni degli Inglesi, dei Russi e dei Portoghesi; quindi consegnò nelle mani dei Francesi quei suoi ministri che non erano riusciti a fuggire (tra cui monsignor CONSALVI), i quali, dopo un breve periodo di detenzione, furono banditi dallo Stato.
Il generale Berthier aveva avuto ordine dal Direttorio di costituire in Roma un governo democratico, senza però mostrare di averci lui messo mano. Non era cosa facile, essendo pochi i patrioti nella città, tuttavia i suoi incaricati riuscirono il 15 febbraio a radunar circa 300 persone, le quali, alla presenza del generale CERVONI, protetti da un drappello francese comandato dal MURAT dichiararono con atto rogatorio di tre notai, che il popolo romano, stanco dell'oppressione, deplorava gli assassini commessi dal governo papale, "rivendicava i primitivi diritti della sua sovranità" e prendeva nelle sue mani il potere per esercitarlo secondo "i principi di verità, di giustizia, di libertà, d'uguaglianza".

Dichiararono inoltre di voler salva la religione e l'autorità spirituale del Pontefice ed affidarono in via provvisoria il governo a sette consoli; ad assistere i consoli furono nominati due ministri. Al Campidoglio fu infine piantato l'albero della libertà e inaugurato lo stendardo della nuova repubblica, bianco, rosso e nero.
Lo stesso giorno dell'entrata del Berthier a Roma, il generale CERVONI si recò in Vaticano ad annunziar al Papa che era stato proclamato il governo repubblicano e ad intimargli di riconoscerlo; ma Pio VI rispose che non poteva rinunciare ad una sovranità che gli veniva da Dio e non dagli uomini e che alla sua età di ottant'anni nulla aveva da temere ed era preparato a sopportare con fermezza qualsiasi sofferenza.

La dignitosa risposta del Pontefice non fece arrestare o mutare il corso degli avvenimenti né ebbe riscontro nel contegno del Sacro Collegio. Il Vaticano fu invaso, furono disarmate le guardie e i mobili e la maggior parte delle stanze furono suggellati. I principi della Chiesa, costernati, non levarono alcuna protesta, anzi il 18 febbraio quattordici di loro intervennero al solenne Te Deum con cui si volle consacrare il nuovo governo.

Quel medesimo giorno, il commissario francese Haller intimò al Papa di lasciare la metropoli entro 48 ore, e la mattina del 20 febbraio 1798, dopo averlo fatto entrare in una carrozza con alcuni familiari, lo fece accompagnare fino ai confini della Toscana, dove il venerando vegliardo ricevette ospitalità in un convento d'Agostiniani di Siena. Non contenti di avere cacciato il Vicario di Cristo, i Francesi, nei primi di Marzo, espulsero tutti gli ecclesiastici forestieri e, confiscati loro i beni, deportarono fuori dello Stato i membri del Sacro Collegio che erano rimasti, eccettuati due, l'Altieri e l'Antici che rinunciarono alla porpora.
A queste violenze dei Francesi, altre se n'aggiunsero. I liberatori, nel nome della libertà, sotto il pretesto di confiscare i beni ai nemici, commisero, com'erano soliti in ogni luogo da loro "liberato", numerose rapine e saccheggi.
Ma le reazioni del popolo romano non tardarono a manifestarsi. Il 25 febbraio, i Trasteverini brandirono le armi e si diedero a percorrere le strade gridando "Viva Maria! Viva il Papa!"; poi fu la volta degli abitanti d'Albano, di Marino, di Velletri e d'altri paesi vicini. Ma la rivolta era destinata ad esser facilmente domata. Difatti il DELLAMAGNE con due compagnie di granatieri ed altre truppe e il colonnello SANTACROCE con una schiera di guardie nazionali presto ebbero ragione dei ribelli: duecento caddero prigionieri e ventidue deferiti ad un consiglio di guerra, furono fucilati.
Ma più che nei popolani male armati e mal guidati, il pericolo stava negli stessi francesi ammutinati, non sempre riconoscenti dell'autorità degli inviati del Direttorio (come accadde con il Massena, il Saint-Cyr,il Mcdonald). Ciò portò anche a dissesti economici, in particolare al rincaro delle merci e, di conseguenza, alla fame. Altra conseguenza delle tristi condizioni furono le rivolte che si ebbero anche nelle province (Ferentino, Terracina, Frosinone, Orvieto, Campagna, Marittima, Perugia, Città di Castello, Sant'Angelo in Vado, Urbania, Urbino).

L'ottantenne Pio VI non potè che restare a guardare. Il 10 aprile 1799 venne trasferito alla Certosa di San Cassiano nei pressi di Firenze; poi, per ordine del Direttorio, facendo tappa a Parma e Torino, in Francia: a Briançon e a Valence-Drome, dove giunse in pessime condizioni di salute e dove fu dichiarato prigioniero di stato.

 

Qui, il 29 agosto 1799, logorato dai patimenti fisici e morali, la morte lo liberò dalle sue lunghe sofferenze. La salma fu trasferita a Roma per ordine di Napoleone nel 1802. Una statua in suo onore fu innalzata sulla confessione di San Pietro nel 1822 dal Canova.
Suggestive le sue parole (Quoties animo) scritte pochi giorni prima della morte: "Le tante tribolazioni che troppo Ci hanno colpito, Ci avrebbero sopraffatto se la grazia di Gesù Cristo non Ci avesse aiutato".

 

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