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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI 255 a.C.

BATTAGLIE IN MARE NELL'ANTICHITA'
(vedi anche "STORIA DELLA MARINERIA")

Il tramonto della
Marineria della "Grande Cossyra"
(Pantelleria)
(vedi anche "l'antico scalo verso Occidente" )

di Orazio Ferrara

Dei fasti di quel che fu, nel Mediterraneo antico, la splendida marineria da guerra di Pantelleria, o più esattamente di Cossyra (dal nome dato all'isola nel momento del suo massimo fulgore), un pallido riflesso resta nell'attuale stemma araldico del Comune: una nave da guerra di tipo punico. Il medesimo simbolismo è riportato anche nel gonfalone municipale.

Uno storico del passato quale l'Arpagaus, citato più volte dallo studioso locale del primo Novecento Brignone Boccanera, ci tramanda notizie di una potente flotta con centinaia di navi. Al di là di queste indubbie esagerazioni, una prova dell'esistenza di quel formidabile strumento marinaro, ci viene dalle arcaiche iscrizioni di un Triumphus navalis da parte di due consoli romani.

I due consoli, comandanti in capo dell'armata navale romana, sono Servio Fulvio Nobiliore e Marco Emilio Paolo, i quali celebrano, ognuno per proprio conto e quindi in giorni separati, 20 e 21 gennaio dell'anno 254 avanti Cristo, la vittoria riportata l'anno precedente, il 255, contro una flotta collegata cossyro-cartaginese. Ambedue le iscrizioni (V. Zonara VIII, 14) recitano De Cossurensibus et Poeneis - navalem egit, la cui libera traduzione è "Riportò una vittoria navale sui Cossyresi e sui Cartaginesi". Conoscendo l'usuale ed affidabile pignoleria con cui i Romani elencano, nei trionfi, i nomi dei popoli da loro vinti, è facile dedurre che le navi cossyresi, e quindi con equipaggi isolani, devono essere state in numero cospicuo nella flotta sconfitta.

Del come si sia giunti a questa battaglia navale, è presto detto. Siamo al tempo della prima guerra punica, nella primavera del 255 avanti cristo, dopo che 15.000 legionari romani, al comando del console Attilio Regolo, vengono fatti a pezzi dall'esercito cartaginese nella piana presso l'odierna Tunisi.
Quel che resta del corpo di spedizione romano si rifugia nella città fortificata di Aspida, detta dai Latini Clupea ed attualmente Kelibia. I Cartaginesi pongono quindi la città sotto stretto assedio.
Come sempre Roma non abbandona i suoi, malgrado l'umiliante sconfitta. Si dà pertanto ordine alla flotta, forte di ben 350 legni, di far vela immediatamente verso l'Africa. La guidano appunto i consoli Servio Fulvio Nobiliore e Marco Emilio Paolo.

Appena a conoscenza della notizia, i Punici allertano la loro flotta. Quest'ultima però risulta ancora falcidiata dalla tremenda batosta, subita l'estate precedente (256 a. C.), sempre ad opera dei Romani nei pressi di Capo Ecnomo in Sicilia. E' giocoforza cercare l'aiuto della piccola, ma potente isola di Pantelleria, posta a solo 78 miglia marine dalla città di Cartagine. E' ipotizzabile, per quel tempo, una flotta cossyrese di circa 50 navi da guerra, dato quest'ultimo congruente con il numero di combattenti (comprensivo anche dei marinai degli equipaggi) tramandatoci dall'Arpagaus.

Alla fine una flotta collegata di Cossyresi e Cartaginesi, forte di 200 unità navali, incrocia, per giorni, nel Canale di Pantelleria le acque antistanti le coste africane. Il contatto tra le due flotte nemiche avviene quasi certamente nel mese di giugno del 255. Quella romana, dopo aver costeggiato il litorale siculo, scende puntando direttamente su Aspida (Clupea); all'altezza del promontorio Ermeo, che si protende nel mare in direzione della Sicilia e delimita l'estremità orientale della baia di Cartagine (all'altezza dunque dell'attuale Capo Bon), incontra l'armata navale cartaginese, che sbarra il passaggio.

Sono di fronte non meno di 110.000 romani con 350 navi e 60.000 cossyro-cartaginesi con 200 navi. Lo scontro violentissimo è però di breve durata. Il rapporto di forze è troppo sbilanciato a sfavore dei Cartaginesi in un rapporto di quasi uno a due. In breve il mare nereggia di relitti di navi puniche. La vittoria arride ai Romani; per Cartagine è un'ulteriore dura sconfitta, ma per la sua alleata, la fedele Cossyra, è la fine di un sogno.

Con lo scontro navale di Capo Ermeo inizia la decadenza inarrestabile della marineria cossyrese.
Polibio, storico che scrive in tempi abbastanza vicini agli avvenimenti (cioè circa 70 - 80 anni dopo), quantifica la batosta in ben 114 navi perdute per i cossyro-cartaginesi. Praticamente oltre la metà della flotta. Concorda grosso modo Diodoro Siculo (XXIII, 18), che fa ascendere le perdite a 130 unità. Ambedue tacciono delle perdite romane, che furono probabilmente minime, come c'illumina un passo di Orosio (IV) in cui si accenna all'affondamento di 9 navi soltanto.
Dopo lo scontro i Romani procedono nella loro missione. Imbarcati i legionari restati imbottigliati in Aspida, fanno poi vela nuovamente per la Sicilia. Ma, invece di rifare la rotta d'andata, questa volta puntano al largo, direttamente verso le coste della Sicilia meridionale. Ciò a seguito espresso ordine dei due consoli, malgrado il parere decisamente contrario dei nocchieri. Giunti però in vista delle coste di Camarina, nei pressi dell'estrema punta meridionale della Sicilia, incocciano in una tremenda burrasca. Decisamente, l'aver sconfitto i Cossyresi non porta per niente bene!

Lasciamo la descrizione di quest'episodio a Polibio (I, 37), storico affidabile ed alieno da esagerazioni. "…Avevano attraversato il mare senza danno alcuno ed erano ormai vicini al territorio di Camarina quando, colti da una tempesta di eccezionale violenza, i Romani incorsero in tale disastro che - tale è la gravità dell'accaduto - non si può neppure adeguatamente descriverlo. Delle loro 364 navi, solo 80 si salvarono…".

E' a metà luglio del 255 avanti Cristo che avviene l'immane tragedia. Come sovente accade in mare, in poche ore un'orgogliosa e potente flotta cessa praticamente d'esistere. Oltre tre quarti del naviglio romano sono inghiottiti dagli abissi marini, con essi decine e decine di migliaia di uomini. Annotiamo che non vi è contrasto tra il numero di 364 navi romane, citato in questo passo da Polibio, e quello di 350 navi, formanti inizialmente la flotta e citati in un precedente passo sempre da Polibio, in quanto a quest'ultimo numero occorre togliere circa una decina di navi perdute nello scontro di Capo Ermeo ed aggiungere quelle catturate ai Punici, che Diodoro (XXIII, 18) fa ascendere a 24 - 30 unità.

Nel tragico evento, oltre alla fatalità, ha giocato un ruolo importante la testardaggine dei capi romani, che hanno ignorato le ripetute ed accorate raccomandazioni dei nocchieri "… di non navigare lungo il lato esterno della Sicilia rivolto verso il mare Libico …perché una delle costellazioni pericolose ai naviganti non era ancora tramontata, l'altra era prossima a sorgere - la navigazione aveva luogo infatti fra il sorgere della costellazione di Orione e di quella del Cane…". Così Polibio (I, 37).
Infatti siamo alla metà di luglio, allorché cade il solstizio e le perturbazioni atmosferiche sono particolarmente frequenti in quel tratto di mar Mediterraneo, che può repentinamente diventare burrascoso.
Ed è ciò che accade, per la malasorte dei Romani, in quella tragica giornata di mezzoluglio del 255 avanti Cristo.

Sul tipo di nave utilizzato dalla flotta da guerra della Grande Cossyra, fino a qualche decennio fa non si sapeva niente di niente. Si brancolava nel buio più completo. Poi, illuminante al riguardo, la straordinaria scoperta presso l'isola Lunga di fronte a Marsala, nell'anno 1969, di un relitto subacqueo di una nave del tempo delle guerre puniche, che autorevoli studiosi, confortati da prove di laboratorio, attribuiscono alla cantieristica dell'isola di Pantelleria.
Gli studi più approfonditi su questo relitto, conosciuto nel mondo dell'archeologia col nome di Nave punica di Marsala e che, una volta ripescato, è stato sottoposto ad idonei processi di conservazione e di consolidamento, si devono alla studiosa Honor Frost della British School di Roma.
Attualmente i resti dello scafo sono esposti al pubblico nel Museo Regionale di Capo Lilibeo (Boeo) presso Marsala.

L'analisi al radio-carbonio (C14) ha indicato quale presumibile data del naufragio circa la metà del III secolo a. C., ricadente quindi in un arco temporale coincidente con le fasi della prima guerra punica. Sulla nazionalità dell'imbarcazione sembra non esservi dubbio alcuno. Le lettere dell'alfabeto fenicio-punico, dipinte di nero sul fasciame in legno di pino, parlano chiaro. Essa appartiene al mondo punico. La stessa indicazione danno i triangoli neri disegnati sul medesimo fasciame, che rimandano a talismani punici, tra cui il segno di Tanit. In quest'ultimo caso dovremmo essere in presenza di un'ulteriore prova che la nave sia opera dei cantieri cossyresi, infatti nell'isola è assai diffuso, quale talismano, l'uso del segno magico di Tanit, tanto da imprimerlo perfino sulle monete e quindi, perché no, sulle navi.

La prova principe però che effettivamente la nave appartenga alla marineria di Cossyra e pertanto varata dai suoi cantieri, ci è data dalle pietre di zavorra ritrovate sul fondo della chiglia, quest'ultima realizzata in legno di acero. Sono pietre di origine vulcanica caratteristiche dell'isola di Pantelleria, come hanno dimostrato apposite analisi condotte al riguardo dal professor Georges Mascle di Grenoble. Interposta, tra la chiglia e le pietre di zavorra, è stata ritrovata, con funzioni di protezione, della ramaglia ancora verde di mirto, pistacchio, mandorlo; tutte piante che si ritrovano in Pantelleria e che, inoltre, daterebbero la costruzione dello scafo al periodo invernale.
Che le pietre di zavorra siano state deposte al momento del varo e non successivamente, ci viene rivelato dal fatto che alcune parti di queste pietre sono state ritrovate ancora inglobate in una specie di mastice resinoso bianco, usato per calafatare lo scafo. Tutto ciò indicherebbe una certa fretta nel lavoro delle maestranze cossyresi. Fretta evidenziata anche dal ritrovamento di trucioli e schegge di legno nel medesimo materiale resinoso, segno che nel momento in cui si calafatava e si zavorrava la nave, altri carpentieri ancora lavoravano alle sue sovrastrutture. Una fretta simile è indice sicuro di urgenti esigenze militari.

La rapidità di costruzione, favorita peraltro dal veloce assemblaggio del fasciame per via di lettere e segni dipinti sulle tavole da collegare, farebbe escludere di essere in presenza di una trireme, ma bensì di una nave da guerra del tipo Liburna. Una fondata ipotesi di ricostruzione mostra, infatti, un naviglio a remi dalla linea fortemente slanciato, di una lunghezza di circa 35 metri.
Questo tipo di nave, veloce e manovriero, imbarca non più di 100 uomini: 70 rematori (35 per lato), 25 soldati, 5 membri di equipaggio. Sembra che sia i rematori che i soldati imbarcati, nel momento dello scontro con il nemico, facessero abitualmente uso di droga, come si evincerebbe dai canestri con pani di hashish ritrovati sul relitto. Gli uni per non sentire la fatica della voga accelerata, gli altri per infondersi coraggio nell'assalto.
Sempre sul luogo del relitto sono stati ritrovati cordami, ancore, armi, diversi tipi di anfore per alimenti, piccole coppe e scodelle per porzioni singole, nonché resti di cibo (olive ed ossa, con evidenti segni di macellazione, di bue, maiale, agnello).

E' concorde opinione degli archeologi, che l'affondamento della nave debba risalire alla primavera del 241 avanti Cristo e sia una conseguenza della grande battaglia navale, svoltasi nelle acque antistanti le isole Egadi tra la flotta romana e quella cartaginese. Di quest'ultima, ancora una volta, fanno parte navi di Cossyra. L'isola è probabilmente in fase di ripresa, vista l'alacrità con cui lavorano i suoi cantieri navali, e cerca la rivincita alla cocente sconfitta subita, circa quindici anni prima, nelle acque di Capo Ermeo. Ma il fato, anche questa volta, non è benigno con i cossyro-cartaginesi. Le quinquiremi romane fanno a pezzi l'armata navale nemica, affondando un centinaio di navi.
Una liburna cossyrese, malridotta nello scontro, cerca scampo puntando la prora in direzione della vicina Lilybeo, ancora in mani puniche e posta soltanto ad una ventina di minuti di navigazione. Sembra quasi farcela, quando improvvisamente affonda a pochissima distanza dalla costa amica.

Devono poi passare oltre due millenni, prima che il mare ci restituisca
questa testimonianza della marineria della Grande Cossyra.

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