SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
KONSTANTIN ROKOSSOVSKIJ

"IL MARTELLO DEGLI UNNI"

KOSTANTIN KOSTANTINONOVIC ROKOSSOVSKIJ, nasce il 9 luglio 1896, a Volinia (Polonia - nella zona soggetta allo Zar) in una modesta famiglia con il padre che fa il ferroviere.

Con le modeste condizioni della famiglia, con i modesti studi, le prospettive non potevano che essere modeste. Alto, robusto di costituzione, fin dalla giovane età fa lo scalpellino, poi il muratore; ma è molto intelligente, e mettendo passione nel suo lavoro, desideroso di imparare com'è, dimostrando di essere diverso dagli altri, tra una cazzuola e uno scalpello, si mette a studiare seriamente con impegno, riuscendo a diventare a 16 anni perito edile.

Ma il destino gli ha riservato un'altra splendida carriera, e lo accomuna ad un altro suo coetaneo, dalle stesse misere condizioni.
Entrambi i due trent'anni dopo sfileranno al comando delle truppe in parata sulla Piazza Rossa per celebrare la vittoria su Hitler e per essere loro stessi celebrati "Eroi dell'Unione Sovietica".

Ha la sua stessa età, e
come lui è intelligente, diverso dagli altri; come lui giovanissimo volontario nell'esercito riesce ad entrare in una prestigiosa scuola militare (la Sant'Andrea di Pietroburgo); come lui a 18 anni è chiamato dallo Zar per essere destinato al fronte della Prima guerra mondiale; come lui si fa onore e sale in fretta nella carriera; come lui alla Rivoluzione d'Ottobre (memore della sua povertà) ai tumulti che dovrebbe reprimere passa dall'altra parte; come lui alla guerra civile si arruola nell'Armata Rossa; come lui conosce Trotski e si politicizza; come lui ventitreenne entra nel partito comunista; come lui morto Lenin entra nei sospetti di Stalin soprattutto perchè è un polacco; come lui nonostante la bellissima carriera viene poi brutalmente messo da parte (addirittura finisce in un lagher di Varsavia) e, come lui, dopo essere stato dimenticato, quando Hitler invade la Russia, e quando le armate erano già quasi alle porte di Mosca e Stalin disperato aveva l'acqua alla gola, qualcuno si ricordò di lui, lo mandarono a chiamare e gli affidarono il compito di salvare la capitale.

Il personaggio "come lui", era il suo coetaneo
ZHUKOV
, con le sue stesse idee, con innate doti di stratega, sicuro di sé e capace di contraddire Stalin, imporre la sua idea. Coraggiosi, amati dai loro soldati, e soprattutto entrambi con le idee chiare, sanno cosa fare, come agire, come comandare, non come i tanti pupazzi che circondavano il dittatore. A Zhukov, Stalin gli affida il comando generale di tutte le operazioni, e non avrà nulla da ridire quando a Rokossovskij il suo collega gli affida la difesa di Mosca.
"Ma
è realmente convinto di poter "tenere" chiese Stalin a Zhukov;
lui gli rispose "Non ho il minimo dubbio, Terremo Mosca!".


Zukov passerà alla storia con il soprannome "L'Invincibile" perchè lui arrivava, vedeva e vinceva, ed era un maestro degli attacchi avvolgenti, ma era però Rokossovskij che colpiva duro, "martellando" di giorno, di notte, al lato destro, a quello sinistro, davanti, dietro, e in ogni ora del giorno i tedeschi; non per nulla che il suo soprannome era "Il martello degli unni".

Geniale com'era il suo capolavoro lo fece alle porte di Mosca, a Volokolamsk. Ma oltre che geniale, per rendere possibile la diabolica impresa occorreva molto coraggio. Lui e i suoi uomini invece di fare in qualche modo la classica solita difesa della città, organizzandosi fuori della città, portandosi all'esterno si offrono con grande sacrificio di fare da bersaglio. Lui e le sue truppe, con abili e velocissime manovre, sconcertano il nemico, lo distraggono, lo allontanano dall'obbiettivo principale, mentre Hitler è già convinto che "manca soltanto più una spallata" alle porte di Mosca per arrivare nella Piazza del Cremlino con i suoi panzer.

La Blitzkrieg, non è più "lampo", la spaventosa macchina bellica nazista così perfetta, con Rokossovskij sempre in azione perde tempo prezioso, quel tanto sufficiente poi a dare una mano al generale Rokossovskij e al generale Zukov, arriva il generale l'inverno, che porta la neve e il gelo in anticipo. Porta lo sconcerto, l'angoscia, la fine di un'illusione dei tanti Sigfrido e del loro Fuhrer che nella sua folle avventura ne ha trascinati in Russia cinque milioni di Sigfrido.
Entrati in stallo, lontanissimi da casa, gli uomini delle sue armate provano per la prima volta le prime delusioni e si rendono conto che non sono invulnerabili e invincibili, come gli è stato detto e ripetuto. I sacrifici, la lontananza e l'ostile ambiente (20-40 gradi sottozero) suscitano i primi avvilimenti; si sentono tutti spogliati da quell'immagine invincibile nibelungica che mezza Europa ha già conosciuto dalla Polonia alla Francia, dalla Grecia al Belgio.

Gli ufficiali tedeschi quasi davanti alle porte di una Mosca abbandonata e in fiamme, impantanati prima dalla
rasputina (il fango micidiale delle pianure russe) poi dal gelo, vanno ai ricordi di scuola. La terribile disfatta di Napoleone si aggira in mezzo a loro come un lugubre fantasma.
Non servono più le note della wagneriana "Valchiria" per farsi coraggio, né quelle note languide di Lilì Marlèn per allontanare la malinconia.

Fango, neve e gelo e... Rokossovskij, bloccano i germanici alle porte di Mosca. Invece di attaccare si ritirano. Ma il paradosso è che non si ritirano per un attacco dei russi, ma -cadendo nel più diabolico tranello- si ritirano per una ritirata dei russi. Non per niente, in futuro Rokossovskij dirà
"La mia più grande vittoria è stata una ritirata, la ritirata di Volokolamsk".
Non fu facile, fu conseguita questa vittoria con grande sacrificio e con grande spargimento di sangue, lo stesso Volokolamsk rimase ferito in'azione, ma Mosca fu salva.
Lui esponendosi sempre "giocava" a fare il topo, correva a destra poi a sinistra, si rintanava in un posto e spuntava poi fuori in un altro, era davanti a loro ma appena si organizzavano i tedeschi, lui era già dietro a loro; i tedeschi come gatti gli davano la caccia credendolo un topo e invece lui era una volpe.

Rokossovskij, come già accennato, non era uno dei tanti generali pupazzi di Stalin, con i suoi soldati era amabile, ma con i pupazzi era sprezzante; un caratteraccio così, in tempi diversi Stalin lo avrebbe subito "purgato" e spedito in Siberia. Ma dopo la liberazione di Mosca, lo sopporta e lo stima molto. Come stima (ora!) Zhukov.
Ma per Stalin questa duplice stima è anche opportunismo, anzi è una necessità. Che diventa subito urgente. Perchè Stalingrado dopo pochi mesi sta diventando un problema grande quanto lo era quello di Mosca.

Il buon senso - dopo il fallito attacco sulla capitale- avrebbe dovuto consigliare Hitler di cambiare strategia fin che era in tempo, o almeno adottare quelle strategie proposte dai suoi generali. Invece, convinto che l'attacco a Stalingrado serviva a distrarre una buona fetta dell'esercito sovietico da altri fronti, si ostinò a riversare le migliori armate sulla grande città che portava l'odioso nome del suo nemico.

Stalingrado si stava già difendendo egregiamente con il (leggendario) generale KUJKOV e il comandante Eremenko; ma quando Hitler aumentò la pressione dell'assedio scatendo l'armata di von Paulus, Stalin iniziò seriamente a preoccuparsi. Chiamò così il "salvatore delle città" e il "martello degli Unni" (il figlio dell'ex ciabattino e il figlio dell'ex ferroviere) per risolvere la drammatica situazione che secondo lui stava andando troppo per le lunghe con il rischio di diventare anche pericolosa.
Piombati sul posto, ZHUCOV va a preparare la "grande controffensiva del Don", e Rokossovskij la difesa interna di Stalingrado a oltranza.
L'esito della vasta operazione la conosciamo, il primo, senza che il nemico ne avesse il minimo sentore riuscì nella sua colossale impresa: quella di avvolgere il nemico nella grande sacca; mentre Rokossovskij non smentì la sua nomina, iniziò a "martellare" il nemico, e a chiudere i rifornimenti ai 250.000 tedeschi; poi con tanto ardire, mandò a Von Paulus una intimazione di resa, e nello stesso tempo, con un lancio di manifestini rese nota a tutta l'armata tedesca -che stava morendo di fame, di freddo e di disperazione- le modalità dell'ultimatum.

Von Paulus, dopo che si era lasciato catturare in uno scantinato di Stalingrado con il suo stato maggiore, toccò proprio a Rokossovskij riceverlo; ma senza umiliarlo, da vero soldato professionista, ricevendo il collega, lo mise a suo agio, offrendogli té e sigarette, ma anche l'invito a firmare la resa per evitare un inutile spargimento di sangue. Von Paulus che aveva ricevuto appena il giorno prima la nomina da Hitler a Feldmaresciallo, e l'ordine categorico di né ritirarsi, né arrendersi, ma di immolarsi a Stalingrado lui e la sua armata, schivò abilmente lo sgradito compito, rispondendogli che essendo suo prigioniero non poteva di certo in tali condizioni dare ordini alla sua armata.
Il che equivaleva, nel modo più diplomatico possibile, il cessate il fuoco e una implicita resa.

Messo fine - dopo Mosca- anche al dramma di Stalingrado, quando pochi mesi dopo ormai in Russia le armate tedesche non preoccupavano più Stalin, il dittatore iniziò a pensare all'ultima sua mossa, quella di avanzare a ovest e occupare Berlino prima che vi giungessero gli anglo-americani. Contemporaneamente vuole sfondare il fronte in Bielorussia (Russia Bianca) - e "liberare" la Polonia. Negli ultimi giorni del conflitto, Stalin prende personalmente il Comando Supremo (perché ormai teme troppo la popolarità dei due a fine conflitto), tuttavia affida le due ultime grandi imprese alla coppia sempre vincente: a Berlino destina Zhukov (e sarà lui a piombare nella capitale tedesca poche ore prima che Hitler si suicidasse, e a far firmare la capitolazione della Germania) e in Bielorussia e in Polonia destina l'uomo "secondo soltanto a Zhukov", cioè a Rokossovskij, che assolse bene ma in un certo modo anche quest'altro compito. Rimarrà infatti, sempre un punto nero sul suo comportamento davanti a Varsavia insorta contro i tedeschi. Rokossovskij che con la sua armata poteva dare un grosso contributo ai polacchi per cacciarli, si fermò prima, lasciando che i patrioti fossero trucidati dai nazisti in ritirata.

Eppure lui era polacco e nella sua gioventà non aveva mai avuto simpatia per i Russi; e anche se quelli erano allora zaristi. Però nel 1920 alla guerra civile, quando giunsero i Russi di Lenin e Trotsk, i polacchi nazionalisti che vedevano in loro solo i successori dei zaristi, quindi i soliti conquistatori del passato che non avrebbero di certo dato l'indipendenza alla Polonia, passarono al contrattacco e respinsero in malo modo l'esercito rosso. Ma dentro questo esercito in ritirata militava già il giovanissimo ex polacco, ufficiale dell'esercito rosso, Rokossovskij. Sconfitto e cacciato dai comunisti e anticomunisti polacchi dalla sua città natale.
Per il suo comportamento di allora i patrioti lo accusarono di essere un "traditore", e quelli dell'insurrezione di Varsavia contro i tedeschi "un venduto a Stalin". Lui non ascoltando gli uni e gli altri, rispettò gli ordini del dittatore che chiedeva di assicurare l'incondizionata obbedienza dei comunisti locali, e quindi (non indipendenza ma ) dipendenza assoluta della Polonia all'Urss.
Rokossovskij fu insomma un ligio oltre che zelante, esecutore di ordini, con l'ingrato ruolo di longa manus. Colpevoli i patrioti di essere legati più agli inglesi che ai russi, Stalin avrebbe dato ordine a Rokossovskij di non intervenire. Oltre 40.000 patrioti polacchi insorti finirono massacrati dai tedeschi.

Ma c'è da dire anche, che proprio perchè temevano una "liberazione" dei russi, spinti dall'estremo nazionalismo indipendentistico, i polacchi -comunisti e anticomunisti- sollevatisi contro i tedeschi, credettero di poterli sconfiggere da soli senza l'aiuto sovietico per non dover poi firmare una cambiale in bianco con Mosca. Solo quando si accorsero che stavano per essere sopraffatti, si rivolsero ai sovietici.
Stalin ci mandò Rokossovskij, ma non è che l'ex polacco si precipitò a correre in aiuto della sua città natale assediata dai tedeschi, ma rimase poco distante a guardare la sua agonia. Per ciò che aveva fatto fino a quel momento, e perchè lui era Rokossovskij, la liberazione di Varsavia non sabbe stato un grosso ploblema; ma non si mosse.
Le interpretazioni poi di questo suo comportamento, fra accuse e difese furono tante, da una parte come dall'altra.
Ma a noi ci sembra che la più plausibile sia quella che non voleva ripetere la brutta esperienza giovanile che indubbiamente lo aveva segnato.


Abbiamo iniziato questa breve biografia di Rokossovskij, indicando le sue origini, la sua carriera e il suo destino, "
come" quello di Zhukov.
"
Come" lui, Rokossovskij era divenuto popolare il tutta la Russia; e "come" lui, all'indomani della fine del conflitto, dopo aver comandato le truppe nella grande parata sulla Piazza Rossa per celebrare la vittoria dell'Armata Rossa sul nazi-fascismo, Rokossovskij subì la medesima sorte di Zhukov: questi fu spedito a Odessa, l'altro venne destinato a rimanere a Varsavia, in modo che non potessero complottare né dare ombra alla gelosa personalità dell'autocrate e del dittatore. Solo Stalin doveva brillare con la Stella Rossa.

E "
come" il suo collega, solo dopo la morte del dittatore (1953), Rokossovskij tornò a Mosca richiamato da Kruscev a fare il viceministro della difesa; ma "come" Zhukov, quando suonerà l'ora anche per Kruscev (1966) i nuovi uomini del Cremlino non avranno più nulla da chiedere all'eroe di Mosca e Stalingrado. Rokossovskij lentamente verrà messo nell'ombra con piccole cariche.

Rokossovskij vivrà altre due anni.
Il 3 agosto 1968 moriva a Mosca.

Ha lasciato scritto un libro di memorie "Dovere di soldato".

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Di lui ha detto lo storico militare Paul Carrel:
"Rokossovskij, decorato due volte "Eroe dell'Unione Sovietica", ex scalpellino, poi brigadiere dei dragoni dell'esercito zarista è il rappresentante più tipivo dei generali della rivoluzione. Coraggioso e dotato di sangue freddo, possedeva naturali e innate doti di stratega, arricchite dallo spirito di corpo dei dragoni. D'altra parte era estremamente socievole e quasi affasscinante, come molti personaggi di origine polacca".


Bibliografia
La seconda guerra mondiale di A. Petacco - 8 volume
I generali alleati, Ist. Geog. De Agostini


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