SCHEDE
BIOGRAFICHE PERSONAGGI |
SALVEMINI
GAETANO (2) |
PRIMA
GUERRA MONDIALE - L'evoluzione del pensiero dello storico e analista
politico
nel quindicennio che precede l'entrata dell'Italia nel devastante conflitto
SALVEMINI
E L'IRREDENTISMO
di GIAN LUIGI FALABRINO
Salvemini fu uno dei pochissimi socialisti che, al principio del secolo, s’interessassero di politica estera. Per un quindicennio, dal 1900 alla grande guerra, il suo pensiero seguì due costanti: l’ostilità alla Triplice Alleanza, in conformità con le idee sostenute da Leonida Bissolati, e l’opposizione all’irredentismo. Erano due posizioni contraddittorie ma sostenibili insieme, fin che l’Italia stava dentro la Triplice e l’Europa era in pace: ma la crisi del 1914-15 dimostrò che era impossibile opporsi alla Triplice senza che il Paese assumesse come indirizzo della politica estera, l’accoglimento delle istanze irredentiste.
Salvemini vedeva lucidamente – nel ‘900 – che, a vent’anni dalla prima stipulazione della Triplice Alleanza, le condizioni europee erano cambiate: l’Inghilterra – terminato il conflitto coloniale con la Francia – si era avvicinata a quest’ultima, staccandosi dalla Germania che si era messa in concorrenza navale e commerciale con il Regno Unito; l’Austria minacciava la Serbia e quindi gli interessi russi; l’Italia non più isolata, come alla fine dell’Ottocento: ora avrebbe potuto scegliere fra l’Intesa anglo-franco-russa e l’alleanza degli Imperi centrali.
Per Salvemini non c’era dubbio: gli Imperi erano reazionari e militaristi, il posto dell’Italia doveva essere con i paesi liberali e democratici. (1)
Ma, come nota Carlo Pischedda nella prefazione alla raccolta salveminiana Dalla guerra mondiale alla dittatura, nella ripetuta avversione alla Triplice “risuona più forte la nota antigermanica che quella antiaustriaca. Non si avverte, nemmeno implicita, la speranza della dissoluzione territoriale della composita monarchia danubiana. Anzi affermazioni in senso opposto compaiono proprio in occasione della crisi bosniaca”. (2) Fu proprio nel 1908, quando l’Austria trasformò il regime di occupazione della Bosnia Erzegovina in annessione pura e semplice, che Salvemini riprese una vecchia idea di Bissolati: un accordo diretto fra l’Italia e Austria, lo scioglimento della Triplice, l’uscita delle due nazioni dalla protezione della Germania e la loro dichiarazione di neutralità; l’Italia avrebbe dovuto rinunciare a chiedere qualsiasi territorio irredento; l’Austria, in cambio, avrebbe dovuto concedere l’autonomia amministrativa nel Trentino, l’università italiana a Trieste e un miglior sistema amministrativo in Istria.
Erano utopie, soprattutto dopo la dimostrazione di espansionismo data in Bosnia; ma è interessante notare che in quelle speranze d’accordo Salvemini contasse sulla durata dell’Impero austro-ungarico: “Noi non dobbiamo volere mutamenti di frontiere. Noi dobbiamo volere con l’Austria una pace dignitosa e sicura” (3). Giusta appariva a Salvemini la politica anglo-franco-russa per il consolidamento dell’Austria “contro il pangermanesimo”; e su questa linea erano i socialisti, che volevano trasformare la Duplice Monarchia in uno stato democratico, al contrario degli irredentisti che sognavano la guerra per i confini naturali. (4) Salvemini entrava nella prima contraddizione della sua politica estera quando predicava contemporaneamente il consolidamento dell’Austria e l’opposizione alla sua espansione nei Balcani.
Dopo le guerre balcaniche prevedeva la trasformazione dell’Austria in senso federale, sottovalutando (o addirittura ignorando) il fatto che gli ungheresi – ancor più degli austro-tedeschi – erano ostilissimi all’idea stessa della trasformazione “trialista” o federalista della monarchia (come fu dimostrato durante la guerra mondiale, quando la minaccia del secessionismo ungherese fu la palla al piede che impedì a Carlo I di fare la vitale concessione del “trialismo” ai popoli slavi che combattevano per l’Austria-Ungheria: la “carta” del 30 ottobre 1918 era troppo tardiva, fu concessa quando l’esercito si stava già disfacendo a Vittorio Veneto). Ma ancora il 7 agosto 1914, Salvemini si augurava che la prevista sconfitta austro-germanica “non avesse per conseguenza un eccessivo indebolimento dell’Austria”. (5)
Salvemini non si avvedeva neppure delle altre contraddizioni: non si poteva essere contro la Germania e volere la pace leale ed amichevole con l’Austria, non si poteva essere contro l’Austria nei Balcani e ignorare l’irredentismo, come ribadiva anche nel 1909 quando scriveva “La questione balcanica è del tutto indipendente dalla questione dell’autonomia amministrativa del Trentino e dell’università a Trieste” (6). Opporsi all’espansione dell’Austria nei Balcani, e sostenere contro di essa la Serbia e il Montenegro, sembrava a Salvemini base “non solo possibile ma necessaria” di un’alleanza stabile e leale fra l’Austria e l’Italia (7).
In quegli anni, Salvemini – che aveva sempre mostrato di disprezzare le astratte considerazioni diplomatiche – si avventurava nell’intricato e delicato terreno degli equilibri, dei compensi, degli interessi nazionali. Avendo esplicitamente, e più volte, rinnegato il neutralismo, aveva di fatto abbandonato anche l’internazionalismo socialista, e si spingeva a sviluppare il concetto della solidarietà fra borghesia e proletariato nell’ambito di ciascun paese.
Anticipando “La grande Proletaria” di Pascoli e certi motivi del social-fascismo di Mussolini, in quell’articolo del 1909 Salvemini scriveva che “come nei confini di ciascun stato si è formato un insieme di classi dominanti e un sistema di classi dominate, così nei rapporti internazionali esistono stati più forti e stati più deboli: stati borghesi e stati proletari”.
I socialisti austriaci avevano taciuto dinanzi all’annessione della Bosnia-Erzegovina: bisognava rifiutare un’Internazionale in cui ci fossero operai oppressori ed oppressi (8). Si può intuire (da questi pochi cenni alle tumultuose contraddizioni che non erano del solo Salvemini, ma che la brutale esplosione imperialista imponeva agli spiriti pensanti di tutta l’Europa) che la conversione dell’antiirredentista del 1900 al programma di guerra del 1914-15 non fu così improvvisa e così strana, come potrebbe apparire ad una prima considerazione.
La conversione nacque dalle contraddizioni salveminiane e da una, fondamentale, che era alla radice di tutte, della quale Salvemini era cosciente fin dal 1909: “Certo, compiere il nostro dovere di socialisti e insieme di italiani non ci è facile: Noi camminiamo tra i carboni ardenti: dobbiamo protestare contro l’Austria, staccandoci dagli irredentisti; chiedere una politica più dignitosa al nostro Governo, reagendo contro i militaristi; assalire di fronte i nemici e difenderci alle spalle e ai fianchi dagli … amici” (9). Il primo segno visibile di quanto Salvemini fosse esposto al “ricatto” sentimentale dell’educazione risorgimentale alla Patria si vide in occasione della guerra di Libia: ostilissimo alla guerra e alle falsificazioni della propaganda nazionalista, fino al punto di uscire dal partito socialista perché non si era opposto risolutamente all’aggressione, Salvemini vide nell’impresa libica diversi valori positivi (10). La guerra europea vinse definitivamente sugli antichi legami: se nel 1911 aveva abbandonato i socialisti, oppositori troppo tiepidi alla guerra, ora che erano diventati neutralisti assoluti – nel 1914 – gli si mise contro.
Contro l’irredentismo Se, nel quindicennio 1900-1914, la prima costante del pensiero salveminiano nella politica estera fu l'avversione alla Triplice Alleanza (col corollario dell’accordo con l’Austria, intorno all’Inghilterra, garante dell’equilibrio europeo), la seconda costante di quel periodo fu l’opposizione all’irredentismo. Salvemini era ben conscio che, se l’Austria fosse divenuta il perno della nostra politica estera, la guerra sarebbe divenuta inevitabile e, con essa, il consolidamento della monarchia militarista, a spese dell’ancora insicura e incerta democrazia.
E’ celebre la sua dichiarazione programmatica del 1° gennaio 1900, quando aveva pubblicato su “Critica Sociale” un articolo (11), nel quale l’irredentismo gli appariva “una pericolosa arma di combattimento, non solo contro il partito socialista, ma anche contro tutti gli altri partiti democratici”.
Era un vero “trabocchetto”: “Per rivendicare i confini naturali ci vuole la guerra; per far la guerra bisogna andar d’accordo con la casta militare, accarezzarla, rinforzarla; per fare l’irredentismo bisogna rinunziare alla democrazia e all’antimilitarismo”. Con spirito profetico, e con quindici anni d’anticipo su ciò che avrebbe fatto egli stesso, aggiungeva: “Qualora dunque il Governo accettasse il programma irredentista, noi vedremmo tutti i repubblicani e i democratici irredentisti correre, come un gregge di montoni dietro ai nostri generali; tutte le questioni interne verrebbero messe in silenzio; unico obiettivo della politica democratico-governativa-militarista la conquista delle frontiere naturali”.
Era lo stesso trabocchetto nel quale la democrazia italiana era caduta nel 1848-49, quando rinunciò alla repubblica per far la guerra all’Austria e, di fatto, favorire Carlo Alberto e i moderati.
Proprio l’anno prima, Salvemini aveva sviluppato questo concetto nel saggio sui partiti democratici in Lombardia (12), del quale ora riprendeva gli argomenti nell’articolo sull’irredentismo democratico “che ci presenta un insieme di contraddizioni e di equivoci, spesso ridicoli, sempre pericolosi”. L’irredentismo e la democrazia sono dunque in contraddizione: questo concetto conclusivo del primo saggio sull’irredentismo sarà ripreso e sviluppato nella polemica che seguì con Emanuele Sella e con il repubblicano on. Salvatore Barzilai, emigrato a Trieste. Richiamandosi al “maestro e amico Bissolati”, Salvemini dichiarava di accettare l’irredentismo solo come difesa della lingua e della nazionalità italiana, “ma a patto che la borghesia irredentista non pretenda di servirsi dell’irredentismo per aggiogare gli operai al carro reazionario” (13).
Dal 1900 in avanti, si ripetono le dichiarazioni di fedeltà alla politica bissolatiana, le condanne dell’irredentismo e delle sue conseguenze militariste e antidemocratiche, la contrapposizione fra socialismo e irredentismo borghese. Nel già citato articolo del 1908 (14), Salvemini afferma che il vero problema dell'Italia sta nell'espansione austriaca nei Balcani e che i lavoratori e i socialisti italiani commetterebbero un grave errore se si disinteressassero dei nuovi ostacoli frapposti alla penetrazione commerciale italiana nella penisola balcanica. L’irredentismo è un falso problema, agitato dai ”democratico-massonico-irredentisti … i quali oggi urlano contro i Bissolati e contro l’autonomia del Trentino e l’università di Trieste, perché, secondo essi, ogni concessione che l’Austria facesse agli italiani sarebbe un inciampo alla conquista dei famosi confini naturali. Da veri sindacalisti della politica, essi non capiscono che assicurare agli italiani d’Austria buone condizioni di sviluppo significa difendere la nazionalità, meglio che sbraitando di confini naturali”. In questa difesa della nazionalità, un grande merito è attribuito dal Salvemini ai lavoratori socialisti italiani che, nei paesi austriaci, “lavorando coi socialisti delle altre nazionalità a fare dell’Austria uno stato democratico… non solo provvedono ottimamente agli interessi della nazionalità italiana nei loro paesi, eliminando il principale motivo della ostilità nutrita dal Governo di Vienna contro gli italiani – ostilità di cui profittano i tedeschi del Tirolo e gli slavi adriatici -; ma provvedono anche ottimamente agli interessi dell’Italia, in quanto consolidano lo stato austriaco, dalla cui rovina, ora e per moltissimo tempo ancora e forse per sempre, noi avremmo tutto da perdere e nulla da guadagnare” (15).
Ancora il 15 maggio 1914, la notizia, arrivata da Trieste, di incidenti fra italiani e sloveni, e delle parzialità austriache a favore degli slavi, provocava le ironie di Salvemini contro gli scioperi scolastici, i discorsi guerrafondai e i disordini di piazza (16).
La conversione - Nel 1908 Salvemini, che era sempre stato contro il pacifismo assoluto, veniva indotto – dall’atteggiamento passivo dei socialisti austriaci di fronte all’annessione della Bosnia-Eerzegovina – a rifiutare l’Internazionale socialista di marca germanica, e a teorizzare tanto la confluenza degli interessi della borghesia e del proletariato nell’ambito di ogni singola nazione, quanto l’esistenza di “stati borghesi” e “stati proletari”.
Nel 1911, alla fine di un lungo travaglio che aveva avuto per campo di battaglia la questione meridionale e per causa occasionale la guerra di Libia, aveva lasciato il partito socialista; alla fine dell’anno aveva fondato “L’Unità”: il nome della rivista sembrava segnare una conversione dai primitivi entusiasmi per il federalismo di Cattaneo al mito patriottico mazziniano (al quale del resto, già nel 1905, Salvemini aveva dedicato un libro eccezionale, acutissimo e perfino negativo nelle critiche particolari, evidentemente influenzato dal patriottismo risorgimentale nel giudizio generale); e i due altri promotori, Benedetto Croce e Giustino Fortunato (alla pari di collaboratori come Einaudi e De Viti De Marco) sembravano accentuarne l’evoluzione “a destra”, radicaleggiante, paretiana e non priva di animosità anti-parlamentare.
Nel 1912, l’opposizione, durissima ma tardiva, alla guerra di Libia, si stemperava nell’ammirazione per l’esercito e nel riconoscimento dei valori morali della guerra. Le condizioni per la “conversione” di Salvemini al programma irredentista erano già molto avanzate: e si potevano compendiare nel “risorgimentalismo” che, iniziato dai tempi della stessa educazione familiare, stava prendendo il sopravvento sui suoi acri umori meridionalisti che talvolta, almeno nelle lettere private, si erano spinti fino al separatismo dagli odiati settentrionali. L’aggressione dell’Austria alla Serbia e della Germania al Belgio gli fece scattare l’ultima condizione, l’ultima molla risorgimentale e mazziniana: il mito della nazionalità.
Già nel 1912, aveva visto una "profonda analogia" fra la guerra che la Bulgaria, la Grecia, la Serbia e il Montenegro avevano mosso alla Turchia e le guerre del Piemonte contro l’Austria: “Ma nella patria di Mazzini e di Garibaldi e di Cavour c’è, vivaddio! posto anche per noi, vecchi e arretrati credenti in un diritto eguale per tutte le genti umane …… E dinanzi a questo sforzo di un popolo che vuol vivere come viviamo noi, non ci è lecito rimanere indifferenti e cinici” (17).
Due anni dopo, appena scoppiata la prima guerra mondiale, il 7 agosto 1914, Salvemini, molto più pronto e acuto degli uomini politici “ufficiali”(a cominciare da chi aveva firmato il trattato di Londra sulla pelle dei popoli slavi meridionali, oltre che dei turchi di Smirne) giudicava positiva per l’Italia l’ipotesi di una Grande Serbia, mentre l’assorbimento della Serbia e del Montenegro nell’Austria sarebbe stata una vera disgrazia per il nostro paese. Ma non si trattava solo d’interessi nazionali: “Noi crediamo al principio di nazionalità per noi come per tutti. Noi non possiamo dimenticare l’evidente analogia che esiste fra l’attuale Serbia e il Piemonte del 1859. Noi non possiamo desiderare la sconfitta del principio nazionale nella penisola balcanica, dopo averne glorificato il trionfo nella penisola italiana” (18).
Così, Salvemini poneva a se stesso le premesse per le motivazioni che, di lì a poco, avrebbe addotto per l’intervento: difesa del principio di nazionalità, difesa dei paesi democratici dai paesi imperialisti, punizione degli stati responsabili dell’aggressione, trasformazione dell’Austria in una federazione di nazionalità autonome. Ma, contemporaneamente, rivalutava l’irredentismo italiano: in quello scritto del 1914 è implicita la logica del riconoscimento di tutte le nazionalità: come bisogna difendere gli slavi dall’aggressione austriaca, così la guerra è il momento per risolvere i problemi degli irredenti. Ciò non è detto così chiaramente: ma non è certamente un caso che, in quello stesso articolo, la difesa del principio nazionale serbo si accompagni alle seguenti dichiarazioni:l’Italia deve rifiutare gli eventuali compensi che l’Austria le garantisce in Africa, e a spese della Turchia o della Francia;“E se per compensi s’intendono il Trentino e una maggior influenza in Albania”, Salvemini pensava che l’unico modo per esserne certi è di conquistarseli con l’intervento, dal momento che l’Austria vittoriosa probabilmente si sarebbe rimangiata tutte le promesse; Benché non dica come ciò potrebbe avverarsi, Salvemini non aveva dubbi che la formazione della Grande Serbia “avrebbe effetti utilissimi per la difesa dell’italianità a Trieste e nell’Istria” purché fra la Serbia e l’Istria gli ungheresi continuassero a tenere Fiume; Invece, è chiarissimo il pensiero di Salvemini sul rapporto Serbia-Dalmazia: la formazione della Grande Serbia “accelererà il processo di completa slavizzazione della Dalmazia…. Ma sarebbe ora di affermare chiaro e forte che la causa dell’Italianità in Dalmazia è irreparabilmente perduta già da un pezzo, e che è assurdo subordinare la nostra politica estera alla vana pretesa di contrastare l’inevitabile” (ma né Salvemini né altri potevano conoscere, nell’agosto 1914, il testo del trattato di Londra e la parte che in esso vi aveva la Dalmazia (19).
Erano appunti brevissimi, poco approfonditi, scritti probabilmente sotto l’incalzare degli avvenimenti e delle emozioni: contrastanti con le posizioni anti-irredentiste del 1900-1909, ma coerenti con l’educazione risorgimentale, col mito mazziniano, con il principio di nazionalità rivendicato per gli slavi del sud e come principio valido in assoluto, per tutti i popoli.
La crisi europea dell’estate 1914 impose una “pausa di riflessione” al gruppo dell’”Unità” che sospese le pubblicazioni ai primi di settembre: era necessario meditare di fronte ai nuovi problemi, confrontare i vecchi orientamenti alle nuove necessità, ideare eventuali nuove soluzioni. La rivista uscì nuovamente tre mesi dopo, ma senza uno dei principali ispiratori, De Viti De Marco, neutralista (Benedetto Croce, che era stato fra i patrocinatori dell’iniziativa, alla fine del 1911, e che aveva pubblicato sull’”Unità” il celebre saggio sul partito come giudizio e pregiudizio, se ne era allontanato quasi subito).
Quanto a Salvemini, nell’articolo Ripresa, da una parte si opponeva alla campagna nazionalista per una guerra di sopraffazione e di rapina, e si opponeva quindi alle pretese sull’Africa settentrionale, la Corsica e la Turchia; dall’altra, confermava la sua recente “conversione” all’irredentismo e ammetteva che “Ad oriente c’è il problema degli italiani del Trentino e dell’Istria: problema penoso”, che va risolto come “opera di giustizia, dunque, ed opera di difesa nazionale”: Ma disapprovava energicamente le pretese nazionaliste sul Brennero e la Dalmazia, che avrebbero portato all’Italia gli irredentismi tedesco e slavo. Infine, condannava il neutralismo assoluto del partito socialista ufficiale, che in parte era cecità per tutti i problemi “che travalicano interessi immediati della lega, della cooperativa, del collegio” e in parte era “il prodotto di una falsa interpretazione della teoria della lotta di classe e di un infantile confusione fra socialismo e pacifismo”.
Il distacco di Salvemini dai socialisti non poteva essere più completo, nonostante che egli ammettesse ancora – a vantaggio del partito socialista – un sospetto “non del tutto ingiustificato” dei pericoli insiti nell’alleanza innaturale fra socialismo e nazionalismo. (20)
Pochi giorni dopo, il 18 dicembre, rincarava la dose: “Ma sarebbe inaudita stoltezza la nostra, se non approfittassimo di questa occasione per risolvere il problema degli italiani dell’Austria e per assicurarci per terra e nell’Adriatico una situazione militare meno sciagurata di quella che sortimmo dalla guerra del ’66”.
A differenza che nel passato, gli italiani del Trentino gli apparivano vessati sul piano tributario, economico e poliziesco, sfruttati nel desiderio di autonomia; nel Goriziano, a Trieste e nell’Istria “la situazione etnica non è così chiara come nel Trentino”, ma la lotta fra slavi e italiani è stata esasperata “dalla burocrazia austriaca in un cieco furore antiitaliano” (21).
Ma questi erano gli argomenti dell’irredentismo ai quali si era opposto per tanti anni, e li ripeteva – quasi con le stesse parole – nel saggio Problemi italiani, del 2 gennaio 1915.
Dopo aver ripetuto le sue tesi sulla nostra eventuale stoltezza, sulla minaccia austriaca, sulle persecuzioni agli italiani d’Austria, ricordava di non essere stato mai irredentista e di avere spesso polemizzato con gli irredentisti: “Ma il delitto oramai è stato commesso da altri. L’accesso di follia è venuto da altri… Noi dobbiamo volere che l’attuale crisi europea non si chiuda senza che l’Italia si annetta il Trentino e la Venezia Giulia”.
Gli si sarebbe potuto opporre che l’Italia era ancora fuori del “delitto” e che sarebbe stato delittuoso entrare in guerra benché non costretti. Ma Salvemini ormai voleva tanto la guerra, che proponeva di rifiutare le eventuali offerte del principe di Bülow, venuto in Italia per tentare di tenerci lontano dal conflitto: per Salvemini era necessario che il governo italiano rifiutasse l’offerta, anche se essa non si fosse limitata al solo Trentino, ma se si fosse estesa all’Istria o ad altro. Il problema dell’Italia, “centrale e preminente”, “E’ quello di assicurare la sua indipendenza nazionale minacciata – come quella di tutte le altre nazioni d’Europa – dalla vittoria austro-germanica… Se nell’atto di assicurarci il 98% che già possediamo (l’indipendenza nazionale), ci è possibile arrotondarlo fino al cento per cento col completamento dell’unità nazionale (Trentino e Istria) – e per nostra fortuna è possibile – saremmo stolti e colpevoli a non risolvere questo problema speciale e secondario, approfittando della soluzione del problema generale e principale” (22).
Dunque, così Salvemini aveva risolto la contraddizione col lungo periodo di rifiuto dell’irredentismo: non voleva la guerra per Trento e Trieste, per un problema “secondario” o, come lo definiva poco più avanti, per “uno stato di disagio sentimentale, che da mezzo secolo ci turba e ci umilia”, ma per combattere l’imperialismo germanico: tanto meglio se, insieme, si poteva ottenere un altro obiettivo. Questo ragionamento era coerente con la quindicennale polemica contro la Triplice Alleanza, ma aveva il torto di vedere l’imperialismo da una parte sola, e di mettere anzi le ragioni ideali e democratiche della guerra (“Bisogna che questa guerra uccida la guerra” (23) al servizio dell’imperialismo salandrino e nazionalista.
Del resto, nel giro di pochi mesi la guerra finì per bruciare tutte le antiche certezze. Salvemini abbandonò Cattaneo per Mazzini, la speranza della trasformazione federalista dell’Austria per la tesi dell’indipendenza di tutte le nazionalità; e come Mazzini nel 1848 (lo stesso Salvemini lo aveva dimostrato nel saggio sui partiti politici in Lombardia), l’interventismo democratico restò prigioniero del mito della concordia nazionale, dell’unità d’intenti, e subordinato a Salandra e a Cadorna. Nel marzo del 1915, Salvemini avanzava l’ipotesi della Finis Austriae (24).
Nel 1916 l’ipotesi si faceva proposta: smembrare l’Austria-Ungheria come garanzia contro la Germania (25). La guerra democratica all’Austria deve portare allo smembramento dell’Impero e all’intesa con i popoli Jugoslavi: è una costante del pensiero salveminiano, durante gli anni di guerra, che troverà la più compiuta espressione nel 1918 con l’articolo “Austria delenda” o “Austria servanda” (26): la risposta, ancora una volta mazziniana, non poteva essere dubbia.
Note
bibliografiche
(1) Fra i tanti articoli dedicati dal Salvemini al problema della alleanze,
si vedano: La Triplice Alleanza e gl'interessi politici dell'Italia, "Critica
Sociale" del 1 maggio 1900, ripubblicato in G.S., Come siamo andati in Libia
e altri scritti, Feltrinelli,1963, pag. 17 e segg.; - La conferenza d'Algesiras,
"Il Tempo", 13 febbraio 1906, nello stesso volume, pag. 25 e segg.; - Verso
l'aggiornamento della conferenza d'Algesiras, "Il Tempo, 27 febbraio 1906, idem,
pag. 30 e segg.; - La politica estera dell'Italia, "Il Tempo", 3 marzo 1906,
idem, pag. 33 e segg.; - La politica estera dell'Italia, "Critica Sociale",
16 ottobre 1908, idem pag. 36 e segg.; - Alleanza tedesca e alleanze inglese,
"L'Unità", 3 febbraio 1912, idem, pag. 157 e segg., - Il problema delle alleanze,
"L'Unità",14 settembre 1912, idem, pag. 228 e segg.
(2) CARLO PISCHEDDA, Prefazione a G. SALVEMINI, Dalla Guerra mondiale alla dittatura,
Feltrinelli, 1964, pag. 8.
(3) Si veda G. SALVEMINI, La politica estera dell'Italia, "Critica Sociale",
16 ottobre 1908, in Come siamo andati in Libia, particolarmente alle pagg. 45
e 47.
(4) G. SALVEMINI, La politica estera dell'Italia, "Critica Sociale", 16 novembre
- 1 dicembre 1908, in Come siamo andati in Libia, particolarmente alla pag.
59. - Secondo Salvemini l'accordo "sincero e stabile" fra l'Austria e l'Italia
era possibile se la prima avesse concesso l'autonomia amministrativa al Trentino
e l'università a Trieste e se avesse rinunciato "alla pretesa di assicurarsi
il monopolio commerciale della penisola balcanica orientale mediante una penetrazione
politica e militare": secondo Salvemini, la recente annessione della Bosnia
e dell'Erzegovina (che annullava appunto una delle due condizioni da lui poste)
rendeva più difficile l'accordo, ma non "assolutamente impossibile", - Poco
dopo, nella sua polemica col triestino Angelo Vivante scriveva che tutti gli
sforzi italiani "devono essere volti a trascinare insieme a noi verso Londra
l'Austria (G.S. Irredentismo, questione balcanica e internazionalismo, "Critico
Sociale", 1 gennaio, 16 gennaio - 1 febbraio 1909, in Come siamo andati in Libia,
particolarmente alla pag. 69).
(5) G.S., Fra la grande Serbia ed una più grande Austria, "L'Unità", 7 agosto
1914, op. cit. pagg. 344-50.
(6) G.S., Irredentismo, questione balcanica e internazionalismo, op. cit,nota
alla pag. 85
(7) G.S., Idem pagg. 84-85.
(8) G.S. Idem pagg. 89-90
(9) G.S. Idem pag. 83
(10) Si veda, a titolo d'esempio, G.S., I valori morali della guerra, "L'Unità",
5 ottobre 1912, idem, pagg. 239-41
(11) G. SALVEMINI, L'irredentismo, in "Critica Sociale", 1 gennaio 1900, idem,
pagg. 3-10
(12) G. SALVEMINI, I partiti politici milanesi nel secolo XIX, Biblioteca dell'Educazione
politica, 1899; ripubblicato in G.S., Scritti sul Risorgimento, Feltrinelli
1961, pagg. 27-123.
(13) G.S., A proposito d'irredentismo, "Critica Sociale", 16 gennaio 1900, in
Come siamo andati in Libia pagg. 10-16. In questa postilla alle risposte polemiche
di Sella e Barzilai all'articolo di quindici giorni prima, Salvemini riconosce
esplicitamente la propria "dipendenza" ideologica da Bissolati anche in tema
d'irredentismo: "Ora, le mie idee coincidono perfettamente con le idee del Bissolati;
anzi l'idea di scrivere il mio articolo sull'irredentismo mi venne appunto leggendo
gli articoli di Bissolati (pag, 15).
(14) G.S., La politica estera dell'Italia, in "Critica Sociale", 16 ottobre
1908, op. cit., particolarmente alle pagg. 38-39 e 47-48.
(15) G.S., Irredentismo, questione balcanica e internazionalismo, "Critica Sociale"
del 1 gennaio e del 16 gennaio - 1 febbraio 1909, op. cit., pagg. 62-63.
(16) G.S., Italia e Austria, "L'Unità", 15 maggio 1914, op. cit., pagg. 324-26
(17) G.S., Italia e questione balcanica, "l'Unità", 2 novembre 1912, op. cit.,
pag. 257-58.
(18) G.S., Fra la grande Serbia ed una più grande Austria, "L'Unità", 7 agosto
1914, op. cit. pagg. 348-49.
(19) G.S., idem pagg. 347-48
(20) G.S., Ripresa, "L'Unità", 4 dicembre 1914, op. cit. pagg. 394-97.
(21) G.S., Austria, Italia e Serbia, "L'Unità", 18 dicembre 1914, op. cit.,
pagg. 4141-20.
(22) G.S., Guerra o neutralità?, primo numero della collezione "Problemi italiani",
2 gennaio 1915, op. cit., pagg. 466-67.
(23) G.S., La guerra per la pace, "L'Unità", 28 agosto 1914, op. cit., pagg.
359-61.
(24) G.S. Finis Austriae?, "L'Unità", 12 marzo 1915, op. cit., pagg. 491.94.
(25) G.S. La guerra per la successione d'Austria, "L'Unità", 8 dicembre 1916,
in G.S., Dalla guerra mondiale alla dittatura, Feltrinelli, 1964, pagg. 17-21.
G.S., "Austria delenda" o "Austria servanda", "L'Unità", 7 settembre 1918, op.
cit., pagg. 217-25.
GIAN LUIGI FALABRINO
Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente)
il direttore di
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di Salvemini vedi anche IL PRIMO MANIFESTO DEL LIBERAL SOCIALISMO