SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
SAVOIA - da Vitt.Eman. I a Vitt.Eman. II

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LA GRANDE AVVENTURA
che portò un piccolo casato
feudale a regnare sull'Italia fino al 1946

C'ERA L'ITALIA
NEL LORO FUTURO

L'epopea risorgimentale ha avuto, in Carlo Alberto prima e in Vittorio Emanuele II poi, due tra i maggiori artefici dell'unità nazionale. Ma fu vero patriottismo il loro? O piuttosto si trattò di un desiderio di espansione tenuto assieme da un innato sentimento antiaustriaco?

di ALESSANDRO FRIGERIO


Vittorio Emanuele I di Savoia con la famiglia

Dove affondano le radici del patriottismo di casa Savoia? A ben guardare forse neanche in quei momenti epici del Risorgimento fissati a chiare lettere nelle pagine dei libri di scuola, dall'inutile esposizione del petto al fuoco austriaco di Carlo Alberto a Novara fino alla proclamazione di quel primo re d'Italia, Vittorio Emanuele, non a caso incoronato come "secondo".
Del resto, prima delle guerre d'indipendenza la storia di casa Savoia ebbe poco a che spartire con la storia d'Italia. Nonostante nel '700 lo stato sabaudo fosse ormai divenuto - dopo aver a lungo gravitato, territorialmente e politicamente, nell'ambito del versante franco-svizzero delle Alpi -, almeno nel suo nucleo essenziale spiccatamente piemontese, a corte e tra l'aristocrazia la lingua francese era ancora molto usata. Peccato veniale se vogliamo, dato che la moda dell'epoca vedeva la lingua di Voltaire diffusa anche alla corte prussiana e in quella, ben più lontana, di San Pietroburgo.

Ma il fatto è che già nel '700 lo stato sabaudo differiva dagli altri stati della penisola italica per le sue origini: non aveva alle spalle una vivace storia comunale, non era nemmeno sorto dalla progressiva espansione amministrativa di un importante comune a tutto il suo contado, bensì dall'accorpamento di più feudi anticamente appartenuti a casa Savoia e definitivamente costituiti in monarchia da Emanuele Filiberto dopo il 1559.
Intraprendenza e avventurismo, qualità che a prima vista potrebbero apparire essenziali a un casato che intenda ambire alla costruzione di un grande stato unitario, non appartenevano al DNA dell'aristocrazia savoiarda. Se negli aristocratici lombardi, veneti e toscani queste attitudini si erano sviluppate in età comunale e poi con le attività mercantili, nel XVIII secolo in casa Savoia la vocazione era ancora quella delle origini, placidamente feudale e terriera. L'aristocrazia veniva ancora legata al potere monarchico con uffici e ricompense nobiliari e militari. Ancora nella seconda metà del '700, mentre buona parte d'Europa risentiva degli influssi dell'Illuminismo, l'azione di governo della monarchia sabauda si caratterizzava per un forte assolutismo conservatore, sostanzialmente accentratore e assai parco in materia di riforme.

Il conte Dalmazzo Francesco Vasco, che nel 1791 azzardò la pubblicazione di un Essai sur une forme de gouvernement légitime et modéré par des lois fondamentales dove si propugnava una riforma costituzionale assolutamente moderata si buscò da Vittorio Amedeo III il carcere a vita. Non maggiore fortuna ebbe il movimento giacobino piemontese, i cui sentimenti rivoluzionari per un ordinamento nazionale e democratico valsero ai suoi principali esponenti la repressione del 1799.
Se in questi atteggiamenti non si riesce a ravvisare quella che poi sarà la vocazione patriottica e unitaria di casa Savoia, è invece nell'esercito e nella sua forza che si possono individuare i precedenti del Risorgimento. Sotto Vittorio Amedeo III (1773-1796) l'esercito fu irrobustito e potenziato fino a farne la spina dorsale di tutto lo stato.

Le gagliarde armi sabaude tuttavia non riuscirono ad evitare le sconfitte contro le armate repubblicane francesi a partire dal 1792 e, successivamente, la poco gloriosa annessione del Piemonte alla Francia (1798). L'armistizio di Cherasco e l'occupazione militare francese fecero venire meno nei Savoia la fiducia nel proprio esercito, e nei patrioti giacobini quella nella liberalità di Napoleone. Il re fuggì a Parma, quindi a Firenze e poi in Sardegna, lasciando a società segrete di diversa tendenza (giacobine, aristocratiche e cattoliche) il compito di portare avanti in Piemonte l'attività antifrancese, ma non certo l'idea di una unità nazionale di tutta la penisola.

Il congresso di Vienna e la Restaurazione riportarono sul trono i sovrani legittimi. Nel regno sabaudo Vittorio Emanuele I abrogò i codici napoleonici, che in parte erano riusciti a rendere più fluida la confusa amministrazione precedente, per sostituirli con la vecchia legislazione e con l'uso ampio e discrezionale degli editti regi. La Restaurazione in Piemonte fu quindi intesa in tutto e per tutto come chiusura verso l'esterno e verso le nuove idee. Basti a dimostrarlo l'introduzione di barriere doganali interne tra la Liguria e il Piemonte e tra questi e la Savoia, per non parlare dei dazi proibitivi verso gli altri stati confinanti.

L'unico passo, compiuto del tutto inconsapevolmente, verso l'italianizzazione dello stato sabaudo, fu l'annessione di Genova. Al porto ligure facevano da tempo capo gli interessi economici e finanziari inglesi, nonché importanti flussi commerciali verso il Lombardo-Veneto. La permeabilità di Genova a nuovi correnti di pensiero, l'intraprendenza commerciale della sua borghesia, secolarmente collegata da flussi di scambi con la Toscana, Roma, Napoli e la Sicilia contribuì a suscitare nei Savoia le prime attenzioni verso il resto della penisola. Fu costituita una marina da guerra e a partire dal 1815 la politica sabauda prese a orientarsi con maggiori ambizioni nel gioco diplomatico europeo, guidata dal sincero atteggiamento antiaustriaco degli ambienti di corte e dello stesso Vittorio Emanuele I. Ma ancora una volta le ambizioni dei Savoia furono portate avanti senza tradire le proprie radici, che erano pur sempre quelle di un piccolo casato di origine feudale, incapace di intendere la politica di potenza se non come pura e semplice espansione dei propri domini.
Del resto, intellettuali sabaudi liberal-moderati come Santorre di Santarosa o Cesare Balbo, erano convinti che se di patriottismo italiano bisognava parlare non lo si poteva fare se non nei termini di una predominante fedeltà al Piemonte e alla dinastia sabauda. Lo stesso odio antiasburgico, che durante il Risorgimento diventerà un potente fattore di aggregazione e uno straordinario veicolo di diffusione del pensiero liberale e patriottico, era in realtà di discendenza sabauda. L'ostilità dei Savoia verso gli Asburgo rimontava infatti dal rancore per aver perso per mano austriaca i territori lombardi ottenuti nel '700 da Carlo Emanuele III, oltre che, naturalmente, dal pericolo rappresentato nel presente dall'egemonia asburgica in Italia.

Quando all'inizio del 1820-21 scoppiano i moti a Napoli e in Sicilia i liberali piemontesi guardarono con interesse alla possibilità di introdurre nel regno una costituzione ricalcata su quella spagnola e contemporaneamente iniziarono a fare pressioni al fine di dichiarare guerra all'Austria e costituire un regno dell'alta Italia sotto l'egida di casa Savoia. Il 1821 segnò quindi la nascita di un vero e proprio ideale liberale-nazionale marcatamente antiasburgico, ideale attorno al quale si radunarono intellettuali e borghesi piemontesi e lombardi ma non in modo diretto la dinastia sabauda. Come è noto, Vittorio Emanuele I preferì abdicare piuttosto che concedere la costituzione, lasciando al giovane reggente Carlo Alberto, che allora farà la sua comparsa sulla scena, lo scomodo e improprio ruolo di interprete del movimento antiaustriaco e costituzionale.

Sulla figura indecisa, più che ambigua, di Carlo Alberto, molto è stato scritto. Figlio di Carlo Emanuele I di Savoia, sesto principe di Carignano, e di Maria Cristina di Sassonia-Curlandia, all'epoca della dominazione napoleonica in Piemonte Carlo Alberto aveva seguito i corsi di studio a Parigi ed a Ginevra. Nel 1814 Napoleone lo aveva nominato sottotenente del Reggimento Dragoni, ma, caduto l'Impero, fece ritorno a Torino e fu riammesso nella famiglia reale, benché guardato con un po' di sospetto a causa delle sue simpatie per la Francia. Queste presunte simpatie gli valsero la stima dei circoli liberali torinesi, anche se in realtà gli ideali della Rivoluzione non ebbero molta parte nella sua formazione. Di mentalità tradizionalista, fortemente legato alla chiesa e alla dinastia, permeato da un generico sentimento antiasburgico, Carlo Alberto appariva nonostante tutto assai più aperto rispetto al tradizionale e grigio ambiente di corte. Inviso all'aristocrazia reazionaria piemontese, incarnava per i giovani liberali la speranza di un vero patriottismo italiano. Ma in realtà il giovane principe di Carignano aveva ben poco del liberale, e la possibilità di una guerra contro l'Austria veniva interpretata da lui solo nei termini di una espansione dinastica.

Si spiega così il ruolo apparentemente poco chiaro avuto durante i moti del 1821 in Piemonte. Prese contatti con i rivoltosi, ma all'ultimo momento si fece da parte, mentre i congiurati continuarono a contare su di lui. Avvenuta l'abdicazione del re Vittorio Emanuele I divenne reggente ed accordò la Costituzione salva l'approvazione del Re, cioè di Carlo Felice, che in quei giorni si trovava al di fuori dei confini del Regno. Questi invece disapprovò l'operato, chiamò gli austriaci in Piemonte e ordinò a Carlo Alberto di abbandonare i rivoltosi e di fuggire a Novara, dove le truppe erano rimaste fedeli al Re. Accusato di doppiogiochismo dagli ambienti di corte ma anche dai liberali, Carlo Alberto si fece da allora fama di indeciso. Mazzini lo definirà "l'Amleto della monarchia", più tardi verrà sbertucciato come "re tentenna", fino a immortalarsi nella definizione carducciana di "italo Amleto".
Si recò quindi in esilio presso il suocero, Ferdinando III di Toscana, poi prese parte alla repressione della rivoluzione liberale spagnola combattendo al Trocadero, attirandosi in tal modo l'odio dei suoi antichi amici politici.

Quando dieci anni dopo i moti del 1821 Carlo Alberto salì al trono, uno dei primi a complimentarsi con lui fu Mazzini, che con una accorata lettera invitò il nuovo sovrano a mettersi alla guida del movimento per la libertà e l'unità d'Italia. In tutta risposta le autorità di Torino diramarono ai posti di frontiera l'ordine di impedire all'autore della inopportuna missiva l'ingresso negli Stati Sardi.

Nei primi anni di regno continuò nei suoi atteggiamenti ambivalenti. Dimostrò grande energia e rigore nel reprimere qualunque tentativo di rivoluzione liberale. Si dedicò con alacrità al riordinamento dello Stato, risanando le finanze, promuovendo lo sviluppo economico del Regno, riorganizzando l'esercito e dando impulso alle riforme amministrative di cui le più notevoli furono l'istituzione del Consiglio di Stato (organo giurisdizionale con il quale il sovrano veniva in certo senso ad autolimitare la propria autorità) e la promulgazione di un nuovo codice civile. In questa attività Carlo Alberto più che alle nuove idee del secolo guardò alla tradizione settecentesca ed in parte ripristinò la tradizione amministrativa napoleonica che Vittorio Emanuele I aveva improvvisamente abbandonato. In politica estera si distinse per il sostegno dato alla causa del legittimismo aiutando in Portogallo i miguelisti ed in Spagna i carlisti, parteggiando entrambe le volte per i reazionari contro i liberali. Pur nemico dell'Austria si alleò con essa nel 1831 per timore della Francia di Luigi Filippo.

Nel 1845 concesse un colloquio a Massimo d'Azeglio, allora impegnato a tessere una tela di rapporti cospiratori in tutta Italia. Al d'Azeglio rivolse un invito a temporeggiare: "Faccia sapere a que' signori - gli disse - che stiano in quiete e non si muovano, non essendovi per ora nulla da fare; ma che siano certi, che, presentandosi l'occasione, la mia vita, la vita de' miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito, tutto sarà speso per la causa italiana". D'Azeglio, riportando le dichiarazioni del sovrano poco tempo dopo, aggiungerà sibillino: "Queste le parole: il cuore lo vede Iddio". Le intenzioni di Carlo Alberto continuavano ad apparire insondabili ai più.

Ha scritto lo storico Giorgio Candeloro, nella sua monumentale Storia dell'Italia moderna, che il re sabaudo era certamente favorevole all'idea di una confederazione italiana da attuarsi dopo eliminata l'Austria ed assicurata al Regno di Sardegna l'egemonia; ma è certo anche che su due punti Carlo Alberto restava intransigente: sulla conservazione del sistema assolutistico con esclusione di qualsiasi concessione costituzionale e sulla continuazione di una politica religiosa rigidamente cattolica secondo una linea assai più vicina al gesuitismo che al cattolicesimo liberale.

L'elezione di Pio IX, che sembrò dar corpo alla concezione giobertiana di un papato conscio di una missione italiana, indusse Carlo Alberto a rompere gli indugi. Chiesa e trono potevano porsi alla guida del movimento unitario, togliendo a repubblicani e rivoluzionari qualsiasi velleità di comando. Per conquistare alla casa Savoia l'egemonia sul resto dell'Italia Carlo Alberto scelse quindi di rinfocolare il suo tradizionale sentimento antiaustriaco e di fare affidamento, in modo del tutto strumentale, sull'ala liberale più moderata del movimento nazionale. Che tuttavia non si lasciò abbindolare così facilmente. In una lettera a Minghetti dell'ottobre 1847 Massimo d'Azeglio, che aveva fondato il suo patriottismo a partire dalle opere dell'Alfieri, scriveva a proposito dell'equivoco concetto di nazionalità interpretato da Carlo Alberto: "Il re […] è un misto di terrore di perdere una particella d'assolutismo, di paura di cospirazioni e di frodi e slealtà, per mantenersi allo status quo. Figuratevi che a Balbi e Doria chiamati a Torino, disse che […] dovevasi intendere nazionalità Piemontese! Eccovi che uomo è. […] Se non muta strada anderà male per lui, pel Piemonte, ove qualche cosa succederà e porterà forse male complicazioni per tutta Italia".

Spinto dagli eventi, nel 1848 Carlo Alberto accordò alcune riforme che l'opinione pubblica richiedeva, ma solo dopo un analogo passo compiuto da Ferdinando II di Napoli. La promessa fu adempiuta il 4 marz, non senza crisi di coscienza ed ondeggiamenti. La Costituzione, lo Statuto Albertino, era ricalcata sulla carta francese del 1830 e non instaurava il governo parlamentare ma quello costituzionale (quindi senza responsabilità dei ministri dinanzi alle Camere). Due giorni dopo la creazione del ministero "costituzionale", affidato a Balbo, scoppiavano a Milano le Cinque Giornate.

Le motivazioni dell'intervento del re sabaudo in quella che passerà alla storia come la prima guerra d'Indipendenza sono state variamente interpretate. Lo storico Giorgio Candeloro, studioso di formazione gramsciana, scrive a proposito dei timori che indussero Carlo Alberto a prendervi parte: "Che sarebbe avvenuto della monarchia sabauda se a Milano fossero prevalsi i repubblicani? Certamente una nuova Cisalpina sarebbe divenuta il centro di raccolta e di propulsione del movimento nazionale italiano ed avrebbe forse potuto travolgere anche il trono sabaudo. Era logico che Carlo Alberto e i suoi ministri giudicassero questa ipotesi peggiore di una vittoria austriaca e che pertanto fossero propensi ad intervenire in Lombardia per appoggiare i moderati ed ottenere così che la Lombardia stessa, e possibilmente tutto il Lombardo-Veneto, si unisse al Piemonte in un solo regno".

La guerra, condotta personalmente dal re, dopo alcuni successi iniziali, finì con la grave rotta di Custoza cui seguì la battaglia di Milano ed il rientro dei piemontesi nelle terre del regno sardo. La sconfitta, originata da varie cause, tra cui l'incapacità del re come comandante supremo, originò gravi ma infondati dubbi sulla sua lealtà. Alcuni, memori del 1821, arrivarono addirittura ad insinuare che Carlo Alberto si fosse fatto battere apposta dagli austriaci (per essere "costretto" a ritirare lo Statuto). In realtà il re non solo lasciò che fino al luglio del 1848 il governo restasse parlamentare, ma tollerò che venissero revocati dal loro impiego pubblico militari e civili che l'opinione pubblica giudicava avversi al nuovo regime ed alla fine dell'anno chiamò al governo i democratici con Gioberti alla testa. Addirittura si oppose al piano di questi di intervenire in Toscana per abbattervi il governo democratico di Guerrazzi e restaurare quello del granduca Leopoldo II preferendo licenziare il ministro e riprendere, come voleva l'opinione pubblica, la guerra contro l'Austria benché fosse convinto dell'enorme difficoltà dell'impresa e dovesse rinunciare ad essere il comandante supremo dell'esercito, carica alla quale fu chiamato un esule polacco, Wojciech Chrzanowski. La breve campagna si risolse in tre giorni con la disastrosa battaglia di Novara (23 marzo 1849): Carlo Alberto abdicò il giorno stesso in favore del figlio Vittorio Emanuele II, ritirandosi in Portogallo, a Oporto, ove morì pochi mesi dopo (28 luglio).

La rapida fine suscitò attorno a Carlo Alberto un alone di benevola simpatia di cui non aveva mai goduto quand'era in vita. Figura complessa, non può certo definirsi il vero anticipatore dell'Unità d'Italia. Titubante, indeciso, pervaso da un generico odio contro l'Austria, rispettoso della Chiesa e desideroso di ampliare i confini del suo regno, ma senza dare spazio a rivoluzionari e repubblicani, si trovò a interpretare un ruolo difficile senza avere programmi ben precisi. Eppure, rispetto alla tradizione rigidamente assolutista del passato di casa Savoia rappresentò un poderoso balzo in avanti. Fu lui, insomma, ad aprire la strada alla fase finale del Risorgimento italiano.

(1 - continua)

 

VITTORIO EMANUELE II
UN UOMO COMUNE
DI MOLTO BUON SENSO

 

Fu, con Cavour e Garibaldi, l'artefice dell'Unità d'Italia. Sovrano un po' rozzo, esuberante e gran "cacciatore" di donne, è passato alla storia come il "re galantuomo". Seppe capire l'importanza di coniugare l'espansionismo dinastico con l'ideale nazionale.

Con l'abdicazione di Carlo Alberto il Risorgimento italiano entra nella fase più calda. A Vignale, il 24 marzo 1849, è il nuovo re Vittorio Emanuele II a firmare l'armistizio con Radetzky, il quale ottiene dal giovane sovrano, in cambio di migliori condizioni di pace, l'impegno a non dare appoggio ai rivoluzionari italiani. Scriverà il vecchio maresciallo austriaco: "Il re […] dichiarò apertamente la sua ferma volontà di voler, da parte sua, dominare il partito democratico rivoluzionario, al quale suo padre aveva lasciato briglia sciolta, così che aveva minacciato lui stesso e il suo trono; e che per far questo gli occorreva soltanto un po' di tempo, e specialmente di non venire screditato all'inizio del suo regno, altrimenti non avrebbe potuto trovare nuovi ministri dabbene".

Del resto il vecchio maresciallo asburgico sfondava una porta aperta chiedendo al re di non dare credito ai democratici. Le convinzioni conservatrici del primogenito di Carlo Alberto e di Maria Teresa d'Asburgo-Lorena erano, infatti, ormai piuttosto note. Come militare aveva dimostrato vigore e sprezzo del pericolo. Allo scoppio della prima guerra d'indipendenza Vittorio Emanuele aveva seguito l'esercito, al comando di una divisione di riserva. Si distinse nelle battaglie di Pastrengo, S. Lucia e Custoza. Alla battaglia di Goito (30 maggio 1848) guidò personalmente all'assalto la brigata Guardia, rimanendo ferito. Ma sul piano schiettamente politico considerava una debolezza la concessione dello Statuto fatta dal padre. Nonostante i suoi sentimenti antidemocratici, tuttavia, dopo l'armistizio di Vignale sentì la necessità di seguire la strada paterna e mantenne lo Statuto, acquistandosi così l'appellativo di "re galantuomo".

Ha scritto lo storico Gianni Oliva che: "A dispetto dell'importanza del suo ruolo storico e della compiacenza dei biografi ufficiali, Vittorio Emanuele è stato in realtà un uomo 'normale' per intelligenza e per carattere, nel quale vizi, debolezze e abitudini si sono mescolati senza che un aspetto prevalesse sull'altro: un uomo 'comune' nel senso positivo del termine, privo di intuizioni geniali ma dotato di molto buon senso, consapevole delle proprie funzioni e dei propri poteri, ma anche dei propri limiti".

Uomo onesto e dabbene, Vittorio Emanuele II non fu quindi l'eroe risorgimentale tramandato dall'agiografia degli anni successivi all'Unità. Un po' rozzo, di complessione robusta, appassionato cacciatore di selvaggina e di donne (a proposito delle numerose amanti e della ricca messe di figli illegittimi, Massimo D'Azeglio dirà che meritava più che il titolo di "Padre dell'Italia" quello di "Padre degli italiani"), si trovava a suo agio più con il dialetto piemontese che con la lingua italiana, e preferiva una zuppa di fagioli ai ricchi pranzi di corte. Neanche lo slancio patriottico fece mai presa su di lui. Quando arrivò a Roma, dopo Porta Pia, pare che la fatidica frase "Ci siamo e ci resteremo", sia stata costruita ad arte da qualche "portavoce" della corona perché la vera esclamazione del re, "I suma", cioè "finalmente siamo arrivati", trasudava ben poco orgoglio risorgimentale.

Difficile quindi chiedersi oggi cosa per Vittorio Emanuele II rappresentasse allora il concetto di nazione italiana. Non era certo quella profondamente descritta da Pasquale Stanislao Mancini come "una società naturale di uomini, da unità di territorio, di origine, di costumi e di lingua conformati a comunanza di vita e di coscienza sociale", né tantomeno quella cantata dal Manzoni in Marzo 1821, "una d'arme, di lingua, d'altare, / di memorie, di sangue e di cor". Cresciuto nel Piemonte della Restaurazione, il re era stato educato alla lettura dei testi religiosi, della storia della propria dinastia, e sottoposto con metodo allo studio di latino, francese e matematica (ma i precettori si lamentavano per la scarsa applicazione). E una volta prese in mano le redini del Regno sabaudo continuerà a lungo, perlomeno fino al 1859, a coltivare l'idea del padre di un accrescimento territoriale dello stato sabaudo.

Lacunoso sul piano dottrinario, al re non mancò mai invece l'"immagine". Una vera e propria operazione promozionale venne attuata sulla sua figura dai mass media dell'epoca. Ha scritto Alberto Banti, in un recente saggio sulle origine dell'identità nazionale, che "fin dall'episodio dell'incontro di Vignale, del 24 marzo 1849, la proiezione dell'immagine del re guerriero, giusto e coraggioso, si spostò [da Carlo Alberto] sul figlio, Vittorio Emanuele, di cui una ricca pubblicistica cominciò a celebrare magnanimità, fermezza e vigore virile. La lealtà nei confronti dello Statuto, i buoni successi politici e militari di cui fu se non artefice, certamente simbolo riassuntivo (dalla guerra di Crimea, alla campagna del 1859, all'occupazione dell'Italia centrale nel 1860, alla patriottica deferenza nei confronti di Garibaldi) ne fecero un re estremamente popolare. Le sue qualità più apprezzate furono il coraggio personale, l'indole affabile e comunicativa, non disgiunta dal senso della dignità reale, i comportamenti gioviali, irruenti, spavaldi, una schietta, istintiva adesione a modi di essere pragmatici, ispirati al buon senso comune e lontani dalle sottigliezze della politica".

Ma torniamo agli avvenimenti del 1849. Se l'esercito era stato duramente provato dalla sconfitta non migliore era la situazione interna del regno, scosso anche da una sommossa repubblicana a Genova (aprile '49) repressa nel sangue. La maggior difficoltà politica era costituita dall'ostilità della Camera dei Deputati, a maggioranza democratica, a ratificare il trattato di pace con l'Austria. Vittorio Emanuele II, per superare l'opposizione della Camera emanò il proclama di Moncalieri (20 novembre '49) con il quale scioglieva la Camera ed indiceva nuove elezioni. L'appello reale conseguì il suo effetto e il Piemonte, firmata la pace con l'Austria, poté dedicarsi alla soluzione dei grandi problemi interni, primo fra tutti il consolidamento del regime costituzionale.
Propenso ad esercitare l'autorità regia fuori dai limiti dello Statuto, Vittorio Emanuele II diede tuttavia prova di lealtà costituzionale promulgando, nonostante fosse contrario, le leggi Siccardi contro i privilegi del clero. A ciò, tuttavia il monarca fu indotto anche dal fermo contegno del governo, presieduto da Massimo D'Azeglio.

Nel novembre 1852 al D'Azeglio successe Camillo Benso conte di Cavour. I rapporti di Vittorio Emanuele II con Cavour non furono facili, poiché il grande ministro, pur devoto alla monarchia, non esitava ad esporre i suoi punti di vista, non sempre concordi con quelli del sovrano. Cavour gli rimproverò sempre l'eccessiva disinvoltura sentimentale e la relazione con la "bella Rosina", che potevano provocare un danno di immagine a livello internazionale. Ma tra i due i contrasti erano anche politici e caratteriali. Ammiratore del modello parlamentare inglese il Cavour, deciso a rivendicare un ruolo attivo nelle faccende politiche il re, la loro convivenza fu dettata dalle necessità contingenti. Valga per tutte una lettera di Cavour a Lamarmora scritta negli ultimi mesi del 1860, quando ormai il più era fatto: "Il re non mi ama, ed è di me geloso; mi sopporta come ministro, ma è lieto quando non mi ha al fianco. Dal canto mio mentirei se vi dicessi di aver dimenticato che il giorno in cui il re entrava a Firenze a Palazzo Pitti, esso, lungi dal rivolgermi una sola parola di ringraziamento, mi disse cose villane e dure, che dette da altri che da un re ci avrebbero condotto sul terreno. Come rappresentante del principio monarchico, come simbolo dell'Unità, sono pronto a sacrificare la re la vita, le sostanze, ogni cosa infine; come uomo desidero da lui un solo favore, il rimanermene il più lontano possibile".

Tuttavia Vittorio Emanuele II, spirito bellicoso ed esuberante, accettò pur tra molti contrasti la politica cavouriana, sia nel desiderio di restaurare la fama del suo esercito e del suo Regno, sia nel caso dell'intervento in Crimea. Per aumentare il prestigio ed i domini della sua casata approvò l'alleanza con Napoleone III, con il quale il re sabaudo condivideva un certo gusto per la politica segreta, e manovrò per tenere a bada gli elementi più rivoluzionari e i fautori della democrazia come Mazzini.
In fondo la grande intuizione che portò Vittorio Emanuele a farsi paladino dell'Unità d'Italia consiste nell'aver capito che la tendenza dei ceti emergenti borghesi a creare uno stato nazionale era ormai irreversibile e che la monarchia doveva adeguarvisi mettendosene alla testa con la sua autorità, e cercando di ritagliarsi più margine di controllo possibile. Si spiegano così anche i cosiddetti tentennamenti attribuitigli dai democratici nel decennio precedente l'Unità. Lo capì benissimo, ad esempio, il patriota Daniele Manin che, in una lettera del 1856, scrisse: "Finché l'idea nazionale non è generalmente e notoriamente accettata, l'esitazione del governo piemontese è naturale. Siamo giusti, e mettiamoci ne' suoi panni. La monarchia piemontese non può tirar la spada e gittarne il fodero finché non è tolto intieramente il dubbio che dopo la vittoria i mazziniani non solo le negheranno la debita ricompensa, ma tenteranno cacciarla dal trono de' suoi padri".

Gli anni più favorevoli a Vittorio Emanuele furono quelli dal '59 al '61. In quei due anni fatidici riuscì, sfruttando abilmente la congiuntura politica, a coniugare espansionismo dinastico con ideologia nazionale. Partito in guerra contro l'Austria nell'aprile del '59, meno di due anni dopo era acclamato re d'Italia da un Parlamento italiano. Certo, alla rapida ascesa del monarca contribuì l'opera di Cavour e di Giuseppe Garibaldi che, con la spedizione dei Mille, gli donò il grande regno meridionale. Ma si deve riconoscere che in quegli ultimi anni decisivi Vittorio Emanuele II fu decisamente per la causa dell'unità nazionale.

La firma dell'armistizio di Villafranca nel luglio del 1859, che assegnava al Piemonte la sola Lombardia, firma osteggiata da Cavour che temeva così di vedere sfumare l'idea unitaria, fu voluta da Napoleone III e accettata di buon grado dal re. Tale atteggiamento di Vittorio Emanuele ha fatto sospettare una sua scarsa passione patriottica, a vantaggio invece di un utilitarismo dinastico del tutto contingente. Ma i sospetti verranno fugati dall'atteggiamento tenuto nei confronti di Garibaldi e dei Mille. Cavour si opporrà per paura di eccessivi sviluppi democratici, il re, invece, appoggerà la spedizione, anche se con parole velate: "Caro Generale - scrisse a Garibaldi il 22 luglio 1860 - Lei sa che allorquando Ella partì per la Spedizione di Sicilia non ebbe la mia approvazione: ora mi risolvo a darle un suggerimento nei gravi momenti attuali, conoscendo la sincerità dei suoi sentimenti verso di me. Per cessare la guerra fra Italiani e Italiani io la consiglio a rinunziare all'idea di passare colla sua valorosa truppa sul continente Napoletano". Curiose parole quelle di un re, che come capo supremo dell'esercito, invece di intimare a Garibaldi un dietrofront, si limita a "suggerire" e "consigliare", nella speranza, neanche troppo nascosta, che l'eroe faccia poi di testa sua e metta tutti di fronte al fatto compiuto!

Proclamato il Regno d'Italia nel marzo del 1861, al compimento dell'unità italiana mancavano ancora il Veneto e Roma, ma la trasformazione di Casa Savoia - avvenuta tra contrasti, indecisioni e con il concorso determinante di casualità e necessità - da piccolo potentato di origine alpina a dinastia regnante italiana era ormai compiuto.

ALESSANDRO FRIGERIO

Bibliografia
Il re che tentò di fare l'Italia, di S. Bertoldi, Rizzoli, 2000
I Savoia, di F. Cognasso, Corbaccio, 1999
I Savoia. Novecento anni di una dinastia, di G. Oliva, Mondadori, 2000
I Savoia re d'Italia, di D. Mack Smith, Rizzoli, 1998
La nazione del Risorgimento, di A. M. Banti - Ed. Einaudi, 2000

Questa pagina (e solo per Cronologia)
è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net

( VITTORIO EMANUELE II, vedi anche   CRONOLOGIA DI UN RE > > >

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