SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
MARIO SCELBA



L’ANTICOMUNISTA 

DI FERRO

 di LUCA MOLINARI

Mario Scelba nacque nel 1901 a Caltagirone, in Provincia di Catania e fu stretto collaboratore di una altro autorevole uomo politico siciliano, don Luigi Sturzo di cui fu segretario particolare nel primo dopoguerra.

Fin da quei tempi assunse posizioni politiche moderate di centro, antifasciste, ma anche fortemente avverse al comunismo. 
Quest’anticomunismo andò accentuandosi soprattutto nei primi anni dell’immediato secondo dopoguerra anche a seguito del clima internazionale di contrapposizione tra i due blocchi (Usa e Urss) e dal clima di “caccia alle streghe” che proveniva dagli Stati Uniti, all’epoca in preda al più becero maccartismo. 
Dopo il crollo del fascismo fu tra i protagonisti della rinascita e della rifondazione del partito cattolico che, sotto la guida di Alcide De Gasperi e di Giovanni Gronchi rifiorì mutando nome da Partito Popolare Italiano in Democrazia Cristiana di cui Mario Scelba fu uno dei leader della corrente centrista e stretto collaboratore di De Gasperi.

Dopo la liberazione della penisola dall’oppressione dei nazifascisti avvenuta il 25 aprile 1945 ad opera delle truppe alleate e dei combattenti partigiani italiani, si forma un nuovo governo di unità nazionale antifascista presieduto dal leader del Partito d’Azione e della Resistenza, Ferruccio Parri. Nell’esecutivo Parri, Scelba, ricopre l’incarico di Ministro delle Poste e Telecomunicazioni, incarico che mantiene anche nei successivi due governi presieduti dal leader democristiano Alcide De Gasperi (1945-’46).
Nel 1946 è eletto all’Assemblea Costituente nelle liste della Dc e poi Deputato alla Camera dal 1948 al 1968 e poi Senatore del 1968 al 1979 sempre per il partito dello Scudocrociato.

Nella primavera del 1947 De Gasperi (anche a seguito delle pressioni ricevute dalla diplomazia statunitense) decide di rompere l’unità antifascista e forma un governo di centro-destra moderato con i liberali di Einaudi e i repubblicani di Pacciardi sperando di riuscire ad imbarcare nella maggioranza di governo e nell’esecutivo anche il neonato partito socialdemocratico di Saragat. 

Inizia in quest’anno la lunga e (tristemente) famosa carriera di Ministro dell’Interno, dicastero che guiderà ininterrottamente dal 1947 al 1953 (III, IV, V, VI, VII governo De Gasperi). Si distinguerà per l’avversione alla piazza e alle manifestazioni dell’opposizione socialista e comunista (sia politica, sia sindacale) utilizzando anche e soprattutto le forze dell’ordine (la temuta “celere” i cui uomini, i celerini, erano stati soprannominati “scelbini”). 

Furono anni di discriminazioni verso i militanti della sinistra (Pci e Psi) ai cronisti dei cui giornali (come la comunista “l’Unità”) era vietato entrare alla sede del governo. Ma furono anche anni di tensioni che spesso sfociarono in scontri tra celere e manifestanti con spesso dei morti da entrambe le parti.

 Ma Scelba, oltre che anticomunista, era profondamente antifascista e si fece promotore della legge che porta il suo nome per impedire la costituzione di formazioni politiche neofasciste.

Nel 1953 è uno dei maggiori artefici della cosiddetta “Legge truffa”, ossia di quel tentativo di riforma elettorale che assegnava ai partiti apparentati (si badi bene apparentati e non coalizzati) che avessero superato il 50 % + 1dei voti il 65 % dei seggi.

L’opposizione della sinistra (Pci, Psi), della destra estrema (Msi, Pnm) e di molti e autorevoli esponenti del liberalismo democratico e del riformismo (Corbino, Calamandrei, Parri, Nitti) fecero si che la legge elettorale pseudo-maggioritaria non scattasse per pochissimi voti e ciò segnò la fine della carriera politica governativa di De Gasperi e l’appannamento di quella di Scelba che nei governi immediatamente successivi alle elezioni non fosse incluso nella compagine governativa dai Presidenti del Consiglio incaricati (De Gasperi VIII, 1953; Fanfani I 1953; Pella, 1953).
La Dc aveva voluto e imposto agli alleati centristi (Psdi, Pli e Pri) la “Legge truffa” perché era preoccupata dalla perdita a destra (che in effetti, ci fu alle politiche del 1953) di consensi a cui si era assistito nelle consultazioni elettorali del biennio 1951-’52 soprattutto nel centro-sud. 
Si possono fare almeno tre diverse interpretazioni della legge elettorale che Scelba e De Gasperi introdussero:

1) La prima interpretazione è quella “classica” sostenuta dal leader comunista Palmiro Togliatti e da tutti gli oppositori dell’epoca (Nenni, Parri, Calamandrei, Corbino, Nitti e le destre di Michelini e Covelli): in un Paese a democrazie “bloccata” come l’Italia in cui era esplicito che le sinistre non potevano ambire (e nel caso del Pci di Togliatti nemmeno lo volevano in maniera sola ed egemonica), soprattutto per ragioni di politica estera, al Governo diretto del Paese, era importante che il Parlamento fosse il più proporzionalmente rappresentativo delle forze in politiche esistenti in Italia. Era, in un certo senso, l’estensione e la esplicitazione del “complesso del tiranno” (“Mai più tutto il potere a un uomo solo!”) teorizzato dal Presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terraccini (Pci). Temevano, in sintesi, che la “Legge truffa” fosse propedeutica ad una svolta a destra autoritaria;

2) La seconda è favorevole alla legge Scelba-De Gasperi è fu teorizzata dal gruppo di intellettuali e politologi vicini alle posizioni di sinistra cattolica dossettiana che a Bologna si riconoscevano nell’Associzione Il Mulino: consideravano la legge come progressista in quanto avrebbe dato a De Gasperi un’ampia maggioranza e avrebbe permesso alle forze di centro riformista e di sinistra moderata presenti nella maggioranza di governo (degasperiani, sinistra dc, Pri e Psdi, liberali di tendenze radicali) di smarcarsi dall’ipoteca e dei ricatti delle componenti più reazionarie e conservatrici presenti nella Dc e nel Pli per poter così attuare politiche riformiste;

3) La terza e ultima interpretazione è di molto postuma rispetto agli anni ’50. Ne è artefice, fra gli altri, un noto politologo italiano di questi anni, il professor Gianfranco Pasquino. Per questi la legge era scorretta e inutile in quanto non realmente maggioritaria (si dava la maggioranza a chi già l’aveva e non, come le reali leggi maggioritarie – proporzionali o maggioritaria che siano – alle minoranze più forti) e soprattutto non obbligava i partiti apparentati (Dc, Psdi, Pli, Pri e PSd’A) a concordare programmi e a impegnarsi a governare insieme. Tra l’altro non era prevista nessuna sanzione in caso di rottura della coalizione centrista (né forme di sfiducia costruttiva, né, tantomeno, lo scioglimento automatico della Camera e del Senato).

 In sintesi si potrebbe dire che la legge servisse a De Gasperi e ai leader centristi per garantirsi dai franchi tiratori (sinistra dc vicina al Presidente della camera Giovanni Gronchi, alcuni repubblicani e i deputati della sinistra socialdemocratica,. Tutti questi soggetti avevano espresso differenze, soprattutto in tema di politica estera – erano neutralisti e terzaforzisti tiepidi verso la partecipazione italiana alla Nato, su posizioni più affini a quelle del duo Nenni-Togliatti che a quelle del trinomio De Gasperi-Sforza-Saragat) e dagli assenteisti (molti democristiani e liberali che, o latifondisti o liberi professionisti, preferivano frequentare i loro studi professionali o le proprie proprietà terriere piuttosto che il Parlamento). 

Nel 1954 Scelba diviene Presidente del Consiglio dei Ministri in un governo con Psdi e Pli in cui Giuseppe Saragat è Viocepresidente (da qui la definizione di “Governo S. S.” attribuito dal leader socialista Pietro Nenni al nuovo gabinetto!) che verrà prontamente sostituito dopo l’elezione al Quirinale di Giovanni Gronchi, avversato da Fanfani (segretario della Dc) e da Scelba e sostenuto dalle opposizioni di sinistra e di destra e dalla corrente antifanfaniana di Concentrazione formatasi in seno alla Dc. Dopo i fatti del luglio del 190 (governo Tambroni, scontri in piazza e morti di Genova) Scelba viene richiamato al governo. Torna Ministro degli Interni nel III governo Fanfani.

Fu questa la sua ultima esperienza di governo di Mario Scelba che ricoprì ancora un altro importante incarico internazionale: dal 1969 al 1971 fu Presidente del Parlamento Europeo (che non era ancora a elezione diretta).
È morto a Roma nel 1991 a 90 anni lasciando una cospicua opera autobiografica, molto utile per ricostruire e capire gli anni dell’immediato dopoguerra, anni tragici e duri di cui Mario Scelba fu, nel bene e nel male, uno dei più importanti protagonisti. 

 Luca Molinari


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