SCHEDA
  BIOGRAFICA 

CARMINE SENISE 


Occupò l'incarico dal 1940 al 1943, nel momento più difficile e duro del periodo fascista. 

 

UN CAPO 
DELLA POLIZIA
CHE ARRESTAVA
TROPPE 
CAMICIE NERE

 

Carmine Senise fu capo della polizia sotto il regime fascista, dal 1940  fino al 1943, anno in cui venne arrestato dai tedeschi. Durante la prigionia, scrisse un diario di memorie, distruggendolo però dopo poco, perchè non  finisse in mano nemica. In seguito lo riscrisse e nel 1946 lo pubblicò, con il titolo: "Quando ero Capo della Polizia" (Ruffolo Editore, Roma).
Il testo, che vogliamo ripercorrere con questo articolo, è un resoconto  interessante sugli anni più intensi del regime, visti dagli occhi di una personalità di rilievo che non si piegò mai all'autoritarismo fascista.


di DILETTA GRELLA

"La sorte - esordisce Senise - ha voluto che io assistessi da vicino agli avvenimenti più notevoli della vita politica italiana, nella prima metà del nostro secolo. Infatti, sin dal 1908, molti anni prima che fossi vice Capo e poi Capo della Polizia e partecipassi infine al colpo di stato del 25 luglio 1943, mi fu dato seguire da un osservatorio eccellente la guerra libica, fino alla pace di Ouchy, la guerra europea, dallo scoppio alla pace di Versailles, e quasi tutti gli eventi del torbido periodo dalla nascita del fascismo alla Marcia su Roma". 

Senise non osservò questi avvenimenti da semplice cittadino, ma rivestendo incarichi professionali di alto livello: nell'Amministrazione dell'Interno entrò per concorso nel 1908; nel 1911 fu destinato da Giolitti all'Ufficio Stampa, dove rimase per ben undici anni, inizialmente come segretario e poi, sotto Nitti e Bonomi, come capo responsabile. Lavorò nella Sanità fino al 1930, quando passò alla direzione generale della Polizia di Stato. 
Nel 1932 fu promosso prefetto e cominciò ad operare in qualità di Vice Capo della Polizia. Assistette dunque all'evolversi dal fascismo, dalle fasi iniziali fino alla caduta. A parere di Senise, il nuovo regime non avrebbe potuto prendere piede se Nitti o Giolitti fossero rimasti al potere. Invece, per un dissidio sorto fra di loro, "l'epilogo della tragedia dolorosa per l'Italia si verificò sotto il Ministero presieduto dall'On. Facta a cui mancarono le qualità occorrenti in quel momento". Senise, affinché tutto il Gabinetto cadesse e ritornasse Giolitti, arrivò perfino a chiedere al Ministro degli interni Taddei di dimettersi, ma questi non ascoltò il suo consiglio. Una volta al potere, conferma Senise, Mussolini si attivò subito per dare risalto al suo ruolo: cambiò la dicitura "Presidente del Consiglio" in "Capo del Governo", ben più pomposa ed universale.

Inviò anche un telegramma
a tutti i prefetti, per orientarli verso valori quali "il disprezzo del passato, l'esaltazione dell'ordine nuovo, e soprattutto l'esaltazione della disciplina". Alcuni prefetti furono offesi da questo provvedimento: prima non era esistita la disciplina? Qualcuno, come Riccardo Zoccoletti, prefetto di Roma, scrisse a Mussolini che non avrebbe cominciato certo ora a compiere il suo dovere, visto che da sempre si era impegnato in questo senso. Il risultato della sua reazione? Zoccoletti fu immediatamente trasferito da Roma a Napoli. Senise lavorava all'Ufficio Stampa quando, nel 1940, morì Arturo Bocchini, Capo della Polizia. L'on. Buffarini Guidi, allora Sottosegretario di Stato, propose la carica vacante a Senise che, in un primo momento, la rifiutò. Senise non si sentiva un fascista e considerava assurdo ricoprire quel ruolo in quel particolare momento storico.

"Ecco - spiegò Senise a Buffarini - il posto di Capo della Polizia è desiderato da tutti per due ragioni: perché ha molta importanza e perché vi si amministrano fondi assai rilevanti, senza che se ne debba rendere conto a nessuno. La prima cosa mi lascia completamente indifferente, perché io non ho mai avuto ambizioni personali né mi solletica la prospettiva di finire un giorno senatore del Regno. Se avessi figliuoli, potrei avere, per loro non per me, vanità di questo genere; non avendone ed avviandomi alla vecchiaia, la prospettiva di morire da senatore è perfettamente identica a quella di morire senza esserlo. Quanto poi ai fondi di cui disporrei, è noto che non mi sono mai approfittato di un centesimo che non mi spettasse". Buffarini, però, non volle sentire ragioni e Senise, alla fine, accettò la carica. In realtà, Buffarini era molto contento che il capo della Polizia non fosse fascista: "I sottosegretari non potevano mai desiderare un Capo della Polizia che avesse fatto causa comune col partito, perché questo avrebbe costituito un grave pericolo per la loro personale stabilità". Senise espresse sin da subito delle condizioni: una volta divenuto Capo della Polizia, non avrebbe tollerato ingerenze di alcun genere da parte del Partito negli affari della polizia.

Buffarini sembrò d'accordo,
ma bastò poco tempo a Senise, per accorgersi che l'intenzione del sottosegretario era di togliere smalto e risalto al Corpo della polizia. Buffarini pretese subito di cambiare il titolo di "Capo della Polizia" nel più generico "Direttore Generale della P.S.", una modifica che Senise proprio non poteva accettare: "Non si tratta dunque della mia dignità personale; ma di quello dell'intero Corpo". I due arrivarono ad un sudato accordo e si scelse di utilizzare il titolo "Direttore Generale Capo della Polizia". Poco dopo l'assunzione della carica, Senise fu ricevuto da Mussolini e anche con lui volle essere subito molto chiaro: "Gli dissi che come funzionario dello Stato non ero né fascista né antifascista, ma soltanto un esecutore della legge; che come funzionario dovevo obbedienza a lui Capo del Governo; ma non mi sentivo disposto ad alcun'altra soggezione, in specie a quella del partito; infine che avrei fatto sempre il mio dovere e gli avrei detto sempre la verità, anche se sgradita". Mussolini apprezzò molto questa schiettezza e dimostrò di stimare Senise, almeno per un certo periodo. "Che il Capo della Polizia - commenta Senise - non fosse fascista gli poteva dispiacere per l'apparenza; ma intimamente preferiva che fosse così; non gradiva affatto un Capo della Polizia che fosse espressione del partito e avrebbe potuto, anche con la forza a propria disposizione, prendere posizione pel partito quando fosse sorto un dissidio tra duce e partito. Perciò non aveva mai preso un capo della Polizia proveniente dal fascismo". Senise incontrò diverse volte Mussolini durante gli anni del suo importante incarico.

Significativo dunque
è il ritratto del Duce che emerge dalle pagine del diario, ricco di spunti e aneddoti curiosi. Tanto per cominciare, Mussolini non poteva soffrire chi fosse più alto o avesse più capelli di lui: la paura di essere messo in ombra da una persona esteticamente più attraente lo preoccupava. Avrà anche, come in questo caso, dato prova di essere un po' infantile, ma aveva un intuito davvero unico. Capì, ad esempio, quando fu il momento più giusto per la marcia su Roma, sfruttando un sentimento patriottico italiano non del tutto sopito. Sapeva esercitare un fascino notevole su chiunque lo ascoltasse ma, anche se può sembrare contraddittorio, subiva spesso quello di chi lo circondava, tanto da dar "sempre ragione - lo riconoscevano tutti - all'ultimo che parlava". Addirittura "era indotto immancabilmente a fare suo il parere dell'interlocutore". "Questa disposizione a lasciarsi influenzare da quanti lo avvicinavano arrivava a estremi incredibili: se di una stessa questione gli parlavano nella stessa giornata due persone differenti e gli sottoponevano due opposte proposte, non era raro che egli rispondesse di sì a tutti e due o che, dopo avere dato una disposizione, ne desse dopo poco alla stessa persona un'altra, perfettamente in antitesi con la prima". Tanto per dire come la coerenza non fosse il suo forte.

"A sentirlo a solo a solo, quando era in vena di aprire il suo animo, faceva le osservazioni più sensate, deprecando cose che sotto di lui avvenivano senza mai riflettere che la responsabilità risaliva spesso proprio a lui. Il più bello era che non si curava affatto di eliminare la causa degli errori rilevati". Altro esempio della sua contraddizione? Non sopportava i tedeschi e accettò di allearsi proprio con loro. Ammirava invece molto Churchill, Stalin e Roosevelt, contro i quali fece la guerra. Anche il suo atteggiamento nei confronti del clero non era proprio trasparente: poco dopo l'arresto, scrivendo alla sorella Edvige, si proclamò cattolico, ma non perdeva occasione per esprimere la sua antipatia nei confronti del clero. Pure la sua generosità era un po' ambigua: faceva spesso arrestare una persona e offriva poi del danaro per il mantenimento della sua famiglia trovatasi all'improvviso sul lastrico. Si sarebbe dovuto occupare dei principali problemi dello stato: spesso, invece, si perdeva in piccolezze che avrebbe potuto portare a termine qualunque semplice funzionario. 

Senise apprezzò invece molto l'eccezionale apertura mentale di Mussolini, che parlava e si interessava di qualsiasi argomento: "Fornito di intelligenza non comune, di rara facoltà di percezione e di assorbimento, di qualsiasi questione di cui gli si parlasse, anche se per lui perfettamente nuova, discuteva subito come di argomento a lui familiare". Il Duce, a detta di Senise, non dava importanza al sentimento dell'amicizia, anzi, lo disprezzava: "Soleva dire di non avere mai avuto amici nella sua vita".

Disprezzava anche
"quelli che più gli erano vicini nella gerarchia politica". Del resto, gli stessi gerarchi fascisti non gli volevano affatto bene: lo assecondavano solo nella speranza di ottenere promozioni, dando spesso prova del più ridicolo servilismo. Una cosa suscitava l'ironia di Senise: la corsa dei gerarchi dalla porta dell'ufficio del Duce alla sua scrivania, con i pugni sotto le ascelle, per timore di fargli perdere tempo. Altra singolare particolarità di Mussolini era la superstizione: non voleva vedere soldati la mattina in giro per Roma; osservava dalla finestra che i militari facessero rispettare ai pedoni l'ordine di mantenere la sinistra; voleva provare ogni nuovo indumento di vestiario delle Forze Armate, specialmente se si trattava di un copricapo. Una caratteristica poi lo rendeva particolarmente antipatico: la convinzione di essere infallibile. "E' inutile - soleva ripetere - bisogna persuadersi che io ho sempre ragione".

Una volta al potere, Senise si attivò subito per preparare la Polizia all'evento, ritenuto ineluttabile, della liberazione dell'Italia dal fascismo. Cercò di rafforzare il Corpo, per renderlo un organismo saldo e indipendente dal partito. Volle anche, in tutti i modi, stabilire una fratellanza fra la Polizia e i Carabinieri, così "che le due forze, solidali nel sentimento, costituissero un blocco compatto quando il Sovrano avesse ritenuto giunta l'ora di liberare il Paese dal regime che lo stava conducendo alla rovina". Lo scopo del suo lavoro fu di adoperarsi in tutti i modi per sfascistizzare la Polizia: abolì le parate e le adunate dei Questori, rafforzò l'ordine e la disciplina, aumentò il numero degli uomini. Anche le divise volle modificare, così che finalmente potessero scomparire gli emblemi del fascio littorio. Armò tutti i reparti perché non fossero impreparati alla caduta di Mussolini. Senise, dunque, come con grande onestà aveva già anticipato a Mussolini nella prima udienza da Capo della Polizia, non si piegò mai alle leggi del regime.

Cercò sempre di compiere
il suo dovere, a favore dell'ordine e della stabilità politica. Quando doveva arrestare qualcuno non si preoccupava se fosse fascista o no. Anzi, racconta lui, arrivò ad arrestare più fascisti che antifascisti, venendo in aiuto di tutti quelli che subivano pene e ordini spietati da parte del regime. Senise si descrive come un funzionario ligio e attento, che mise in cima ad ogni valore il bene dello stato. Ovviamente, sotto una dittatura, questa qualità non poteva essere ben accetta e la stima di Mussolini nei confronti di Senise non tardò a spegnersi. Al Duce, che una volta l'aveva accusato di eccessiva clemenza, Senise rispose: "Ma la generosità è la dote degli uomini superiori: per fare il feroce basta un appuntato dei carabinieri". 

Nel 1942 Senise incominciò a perdere terreno agli occhi di Mussolini, finché il 14 aprile 1943 fu esonerato dalla carica. "Fino a tre o quattro mesi addietro io ero contento della Polizia; da qualche tempo però ho dovuto rilevare delle gravi deficienze" gli disse Mussolini durante una convocazione. Le deficienze a cui il Duce si riferiva riguardavano soprattutto i recenti scioperi di Torino e Milano e la situazione alimentare che stava diventando incontrollabile. Senise cercò di difendersi, ma Mussolini non ascoltò ragioni e lo allontanò. 

Il 25 luglio 1943 il re, timoroso che la guerra potesse travolgere anche la monarchia, si decise a licenziare Mussolini e a sostituirlo con il vecchio generale Badoglio che divenne quindi capo del Governo.
Senise fu reintegrato nell'incarico. Nel frattempo Mussolini venne arrestato e imprigionato sul Gran Sasso. L'8 settembre il re fuggì nel sud d'Italia (dove gli angloamericani erano sbarcati tra il 9 e il 10 luglio del 1943), proclamando la rottura del patto con i tedeschi. Questi ultimi, come è noto, liberarono Mussolini e lo rimisero al potere. L'Italia si trovò così divisa in due: gli angloamericani al sud e il resto della penisola controllato dai tedeschi. 
Senise venne arrestato, perché non aveva mai onorato gli alleati del "dovuto" rispetto: "Non feci in tempo a prendere l'ascensore, che fui fermato da militari delle S.S. e da paracadutisti armati. Il capitano Priebke delle S.S. mi disse: "Eccellenza, voi dovete venire con noi". Fui condotto in un'automobile che attendeva presso il portone, tutta circondata anch'essa da paracadutisti armati. Se la scena non fosse stata tragica per me, ignaro della sorte che mi attendeva, avrei potuto ridere, tanto l'apparato di forze con cui fu eseguito il mio arresto sarebbe stato sufficiente per espugnare una fortezza.

Sbarrate le strade di accesso al Viminale, fermata la circolazione, il palazzo circondato da carri armati, mitragliatrici automontate, soldati muniti di mitra e persino, come poi mi hanno detto, qualche cannone e due aeroplani che volavano basso sul Viminale. Solo la mentalità tedesca poteva pensare che io fossi così idiota da far tentare una resistenza da parte delle mie guardie". Mentre veniva portato via, Senise vide passare una lussuosa macchina con Buffarini a bordo, che andava a prendere possesso del Ministero. Nel pomeriggio Senise e i prigionieri furono caricati su un treno. Poi vennero imbarcati su un aereo militare e condotti a Verona. Da lì raggiunsero Vicenza, Vienna, Monaco e poi Dachau, il terribile campo di concentramento.

Dopo qualche mese,
Senise venne trasferito da Dachau e Hirschegg, in Baviera. L'arresto e la prigionia (su cui l'autore del diario non si sofferma più di tanto) furono momenti duri e dolorosi, ma non mancarono episodi di umanità. Alcuni operai italiani, ad esempio, offrirono a Senise e ad altri arrestati del pane e dei libri che avevano acquistato coi loro soldi, perché trascorressero in modo più "piacevole" il viaggio verso i campi di concentramento: "Quest'atto di fraterna solidarietà ci fu di grande conforto: ci parve che, attraverso quei bravi lavoratori, la Patria stessa si ricordasse di noi". Senise ricorda anche la presenza ad Hirschegg di Nitti, uomo dalla vasta ed enciclopedica cultura, con cui era piacevole parlare. Si rammenta delle "Duchesse d'Aosta, Anna di Francia con le giovanissime Principesse Margherita e Maria Cristina, e Irene di Grecia, con un amore di bimbo di otto mesi, il Principino Amedeo". La Duchessa Anna, in particolar modo, si dimostrò molto attenta e premurosa con Senise, quando erano ormai tutti convinti (e si sbagliavano) che fosse giunta la sua ora. 

Nel 1945, in aprile, finalmente le cose precipitarono: era la liberazione. I prigionieri potevano rientrare in Italia. Ma anche il ritorno in Patria fu reso doloroso, a causa della fredda accoglienza degli italiani: "Prendemmo il primo treno per l'Italia e il giorno successivo giungemmo a Ponte Chiasso. La nostra commozione fu indicibile: finalmente dopo tante sofferenze eravamo in terra italiana! Finalmente tra pochi giorni saremmo stati nelle braccia dei nostri cari, che per due anni avevamo temuto di non più rivedere! Perché narrare le vicende del nostro viaggio? Dirò solo che, avanzando, noi provavamo un'amara delusione, a mano a mano sempre crescente. Non che ci aspettassimo manifestazioni di riconoscenza e di lode; ma eravamo sicuri di udire da voci italiane qualche parola di solidarietà o di conforto. Invece…". Al rientro in Italia, Senise ("Io! Io!" ribadisce lui), fu accusato di favoreggiamento del fascismo. Accuse pazzesche da cui poi venne prosciolto: "Il 23 novembre il Pubblico Ministero presso la Corte Speciale di Assise di Roma, Avvocato Generale Spagnuolo, revocava il mandato di arresto e chiedeva, poi, il mio proscioglimento nella forma più ampia e più lusinghiera e, successivamente, la Commissione Istruttoria della stessa Corte accolse in pieno le conclusioni del Pubblico Ministero".

di DILETTA GRELLA

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di


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