SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GLI SFORZA

FURONO IN DEBITO CON LA DEA BENDATA

Galeazzo Maria  -  Francesco -  Bianca Maria Visconti  -  Ludovico il Moro

GLI SFORZA
Dalle origini, fino al Ducato di Milano, e fine della dinastia

La saga degli Attendolo inizia con Giacomuzzo in un villaggio tra Imola e Cesena, Cotignola. 
Si deve ad Alberico da Barbiano l’attribuzione del nome di "Sforza" che sostituirà 
il vero cognome e si trasmetterà agli eredi. 

Suo figlio legittimato Francesco continuerà con molti suoi  fratelli l’avventura paterna riuscendo con fortuna a raggiungere il massimo traguardo per un condottiero: una signoria per sé e per i suoi eredi, diventando signore dello stato italiano più blasonato di allora, il ducato di Milano, continuando a mantenere l’unità territoriale creata e voluta 150 anni prima dai Visconti; dal 1277 al 1477.

MUZIO ATTENDOLO nasce il 28 maggio 1369 da Giovanni ed Elisa Petraccini.  Muzio è il diminutivo di Giacomuzzo divenuto poi Muzio. La scelta della sua vita militare è leggenda: un giorno mentre stava zappando un campo paterno sente il suono di un piffero e di tamburi, sono soldati della compagnia di Boldrino da Panicale condottiero del Papa che passano per le campagne per arruolare gente.

 Alcuni giovani del luogo si sono arruolati e invitano il loro compagno di tante fatiche a “gettare la zappa” e a seguirli. Muzio nel fare la sofferta scelta, scaglia prima l’attrezzo contro una quercia decidendo se la zappa cade a terra continuerà a lavorare nei campi, se la zappa rimarrà conficcata nell’albero seguirà la vita militare: l’arnese non cadde e il suo destino fu segnato.
Un "avventura"  molto simile (dalla zappa alle armi) sono le due storie di altri due condottieri, che invitiamo a leggere 
IL
CARMAGNOLA e il  COLLEONI
che però non ebbero quell'acume politico che occorrevano in questi tempi molto difficili, quando in tutta Europa stavano iniziando le "olimpiadi" della dominazione straniera in Italia.

Muzio decide di farsi le ossa al servizio di un valente capitano ed approda alla compagnia di S. Giorgio d’Alberico da Barbiano che lo raffina nell’uso delle armi e nella tecnica militare.
 Il termine “Sforza” che Muzio si porterà per tutta la vita e lo porteranno i suoi figli, deriva dalla sua forza veramente eccezionale; si afferma che riuscisse a raddrizzare un ferro di cavallo con le sole mani, e che  impugnasse una lancia di notevole dimensione con estrema facilità, come un fuscello (del resto era abituato a maneggiare la sua zappa) 
Al campo d’Alberico non ci andò da solo, ma lo seguirono i fratelli Bartolo, Bosio, Francesco e i cugini Lorenzo e Micheletto. Lì trovò Braccio da Montone e altra gente in gamba;  troppa per farsi strada, così quando pensò di aver appreso abbastanza l'"arte", lasciò la compagnia e se ne andò seguito dai fratelli e dai cugini.
 
Il primo ingaggio lo ottenne da Francesco Broglia che gli affidò il comando di duecento cavalli; ma la sua prima vera condotta l’ebbe nel 1398 dai perugini minacciati da Gian Galeazzo Visconti. Lo Sforza riuscì a mettersi in mostra perfino dal nemico,  tanto che il duca di Milano lo volle con sè raddoppiandogli la paga. 
Rimase poco alla corte del Visconti, i soliti intrighi e le solite gelosie, lo videro vittima e se ne andò, per passare al soldo dei fiorentini,  in guerra proprio con il Visconti.
Nel 1402 a Casalecchio lo Sforza si ritrova davanti il d'Alberico da Barbiano (il suo "maestro"); è una tragedia e a stento riuscì a salvarsi. 
Nel 1404 sconfisse Angelo della Pergola e si impadronì di Castiglione della Pescaia e di Pisa.
 
Lo assunse Niccolò d’Este, mandandolo contro Ottobuono Terzi che si era impadronito e proclamato signore di Parma. Lo Sforza adattò una tattica militare particolare con continui spostamenti e marce notturne disorientando l’avversario, tanto da arrivare alle sue spalle e sconfiggerlo a Modena per poi  incalzarlo fino a Reggio.
Il  marchese per riconoscenza, come allora si usava, concede a Muzio le terre di Montecchio 

Siamo nel 1409. E’ richiamato da Firenze. La città si deve difendere dalle scorrerie di Braccio da Montone che ha già occupato mezza Umbria. Durante questa campagna un’epidemia di peste gli toglie i tre fratelli. E' un periodo caotico con tre papi. In un primo tempo Muzio si mette al servizio di Giovanni XXIII e sconfigge Ladislao re di Napoli a Roccasecca. Il papa a ricompensa gli concede la signoria di Cotignola; poi Ladislao lo attira alla sua corte e lo nomina gran connestabile del regno. Lo Sforza  continua nella guerra contro il papa; nel 1413 la flotta napoletana risale il Tevere e Ladislao è a Roma mentre Muzio assedia a Rocca Contrada le milizie pontificie comandate da Paolo Orsini. Ristabilisce in ogni modo l’equilibrio Braccio da Montone con una sua vittoria sul fiume Canale anche se poi si deve rifugiare nel castello di Marsciano. L’anno dopo Ladislao è di nuovo a Roma e punta su Firenze, nulla lo potrebbe fermare, ma una la malattia lo fa rientrare a Napoli dove nell’agosto muore. 
Con l’avvento al trono della sorella Giovanna II,  iniziano per lo Sforza gli anni più intensi, convulsi e importanti della sua vita. La regina, lo conferma gran connestabile del regno ma la sua posizione è oggetto d’invidie, tanto che nei successivi dieci anni passò più tempo a destreggiarsi tra le beghe di corte e la prigione che non quello impiegato in azioni militari.

Nel 1414 Pandolfo Alopo detto Pandolfello gran connestabile e amante della regina, invidioso dello Sforza riesce a farlo arrestare, ma immediatamente avviene la reazione delle milizie fedeli a Muzio che marciano verso Napoli; Pandolfo capisce che gli conviene venire a patti, libera lo Sforza, gli fa avere una rendita di ottomila ducati e la signoria di Benevento e Manfredonia a condizione che sposi sua sorella Caterina, lo Sforza accetta. Caterina gli avrebbe dato due figli, non era la prima moglie; nel 1411 era morta Antonia Salimbeni di Siena dalla quale aveva avuto un maschio di nome Bosio; da una certa Lucia da Torsano o Tregali ne aveva avuti altri sette tra questi il preferito Francesco (futuro duca di Milano) altri due figli li ebbe da una certa Tamira di Cagli. 

Il matrimonio di Giovanna con Giacomo di Borbone peggiorò la situazione, lo Sforza venne di nuovo arrestato il giorno dopo le nozze regali, l’8 settembre 1415. Le milizie sforzesche a Napoli cominciarono ad agitarsi, mentre  il Borbone manda alcuni commissari a Tricarico paese della Lucania dove si trova il figlio Francesco e i cugini con la speranza che questi richiamino all’ordine le truppe di Napoli. In tutta risposta gli Attendolo arrestano i commissari e impongono le loro condizioni; a Lorenzo doveva essere affidato il controllo militare e Muzio rimesso in libertà.
 Il Borbone accetta, ma una rivolta dei baroni napoletani impongono a Giacomo di rinunciare alle prerogative regali, mentre Muzio ottiene l’assoluta libertà ed è reintegrato nella carica di gran connestabile e nei suoi possedimenti; ebbe inoltre altre terre in Calabria e nel Cilento. 

Giovanna nel frattempo trovò un altro amante nella persona di Giovanni Caracciolo, un nobile che mal sopportava anche lui lo Sforza e cercò in tutti i modi di allontanarlo da Napoli. L’occasione si presentò nell’estate del 1417 quando il legato pontificio chiese aiuti contro Braccio da Montone. Giovanna acconsentì e vi mandò lo Sforza, che riuscì a sconfiggere e catturare l’allievo prediletto di Braccio Niccolò Piccinino, però trattato con il rispetto dovuto ad un capitano “braccescho”, perchè clemenza e umanità con i vinti erano le regole della "sua" scuola “sforzesca”. 
Il nuovo papa Martino V gli fece pervenire da Costanza il gonfalone della chiesa, invitandolo ad assumere il comando delle milizie pontificie, e liberare lo Stato della Chiesa dalle forze di Braccio da Montone; ma lo scontro tra i due capitani non avvenne mai, teatro della guerra furono le terre del Lazio e dell’Umbria, dove lo raggiunse la notizia della morte della moglie Caterina.
 Muzio sposò poi una nobildonna Maria Marzana figlia del principe di Sessa, da lei avrebbe avuto due figli che sommati agli altri e ai legittimati per concessione speciale della regina Giovanna davano un totale di quattordici. 
Muzio Attendolo Sforza assume il comando delle forze pontificie e angioine; al suo seguito ci sono Jacopo Caldora, Bartolomeo Colleoni e il figlio Francesco. Da Benevento si porta verso l’Aquila per lo scontro finale tanto desiderato con Braccio, che lo attende con i fedeli Niccolò Piccinino ed Erasmo Gattamelata. 
A fine dicembre del 1423 Muzio è sulle rive del fiume Pescara in piena, lo guadano il 3 gennaio le schiere del figlio Francesco e del cugino Micheletto; il suo scudiero che si trovava a fianco di Muzio, mentre cerca un punto migliore per il guado  cade in acqua ed è travolto dalla corrente, istintivamente lo Sforza si butta nel fiume per cercare di portagli soccorso, ma l’impeto dell’acqua lo travolge e annega in pochi attimi, il suo cadavere non verrà più trovato. 

Francesco Sforza nato il 23 luglio 1401 a San Miniato era uno dei sette figli illegittimi che Muzio aveva avuto da Lucia da Torsano riconosciuti poi come legittimi per una concessione speciale della regina Giovanna; aveva trascorso l’infanzia a Tricario in Lucania, il padre lo fece sposare nel 1418 con Polissena Ruffo principessa di Calabria; Muzio già progettava per il figlio un futuro da nobile, ma lo avrebbe avuto più tardi e non con questo matrimonio poiché la moglie gli morì due anni dopo.
Fece il suo apprendistato militare nella milizia paterna, e si rese utile per la prima volta nel 1419 quando liberò il padre rimasto bloccato a Viterbo dalle truppe “braccesche”; da allora fu sempre in prima linea al suo fianco. L’anno successivo occupava Acerra insieme a Micheletto Attendolo; nel 1421 si stabiliva a Cosenza per organizzare un esercito da schierare in difesa di Luigi III d’Angiò. Dopo la vittoria dell’Aquila fu chiamato da Martino V che lo prese al suo servizio e gli affidò l’incarico di ridurre all’obbedienza il signore di Foligno, Corrado Trinci.
Nell’estate del 1425 il duca di Milano gli propone una condotta come capitano, lo Sforza accetta e si trovò con Niccolò Piccinino in una serie di battaglie spesso contro il Carmagnola. Fu mandato a presidiare Genova ma cadde in una imboscata e riuscì a salvarsi grazie ad Eliana Spinola signora di Ronco. Questa sconfitta lo fece cadere momentaneamente in disgrazia agli occhi del duca, che lo spedì a Mortara con l’ordine di riorganizzare le truppe, ma in realtà era in stato di prigionia nel castello di quella città con la paga ridotta. 

Dopo una breve parentesi al servizio di Martino V lo ritroviamo di nuovo con il Visconti nel 1431 insieme a Niccolò Piccinino contro Venezia. Ora il duca stravede per Francesco e gli prospetta il matrimonio con la figlia legittimata con privilegio imperiale, Bianca Maria (con lei si estingueva il ramo principale dei Visconti) avuta dall’amata Agnese del Maino (che ebbe una seconda figlia Caterina che sopravvisse però solo pochi giorni).
Lo Sforza inizia a darsi da fare per farsi annullare dal papa il matrimonio che lo univa alla figlia di Jacopo Caldora, e con il Visconti il 23 febbraio 1432 fu stipula un contratto-promessa nuziale; quindi non un matrimonio immediato. 
Seguirono gli anni dell’attacco allo stato pontificio tra il 1433 e il 1435 in un alternarsi d’alleanze che vedono lo Sforza prima occupare la marca di Ancona in nome del Visconti, poi divenire vicario su incarico d’Eugenio IV che lo nomina gonfaloniere della chiesa, nel frattempo il re Alfonso d’Aragona gli occupa tutti i suoi possedimenti all’interno del regno di Napoli; che è una evidente azione diversiva per allontanare lo Sforza dal nord Italia, ma lui non ci casca, lui vuole concludere con il Visconti; e qui la fortuna gli dà una mano.

Nel febbraio del 1441 il Piccinino chiede sfacciatamente al Visconti la signoria di Piacenza, ma il duca non era il tipo da ricevere ordini da nessuno, prontamente chiama lo Sforza e finalmente decide la data delle nozze, che avvengono nella chiesetta di S. Sigismondo a Cremona il 25 ottobre 1441. 
A questo punto lo Sforza volendo recuperare i suoi territori nel regno di Napoli accetta l’invito di Renato d’Angiò e marcia contro l’Aragonese, ma la situazione peggiora poiché il Piccinino è nominato gonfaloniere della Chiesa mentre lui viene scomunicato; comunque resiste contro gli aragonesi mantenendosi sulla difensiva, mentre il fratello Alessandro con Antonio Caldora e Renato d’Angiò sono sconfitti da Alfonso che avanza nella marca d’Ancona. Lo Sforza lo salvano Firenze e Venezia che corrono in suo aiuto, perchè timorosi di un ingrandimento dello stato Aragonese.
I veneziani gli mandano Sigismondo Malatesta e l’8 novembre 1443 il Piccinino è sconfitto.

 Nella nuova guerra tra Venezia e il ducato, le milizie venete al comando di Micheletto Attendolo sconfiggono Francesco Piccinino (figlio di Niccolò) sul Po e superano l’Adda. Il duca richiama il genero che si trova ancora nelle Marche e lo nomina capitano generale del ducato, ma mentre lui procede verso la Lombardia gli giunge la notizia della morte del Visconti avvenuta il 13 agosto 1447.
Iniziano così a svolgersi le fasi preliminari "locali" delle "olimpiadi" delle dominazioni che in breve tempo coinvolgeranno altri "partecipanti" più blasonati ai "giochi finali".

Dopo la morte le Visconti con la "folla" di "corvi" giunti da tutte le parti attorno al catafalco per succedergli ognuno vantando pretese, sono i "Milanesi" a prendersi l'eredità, sbarazzandosi di tutti i potenziali successori. Nasce la Repubblica Ambrosiana i cui maggiorenti offrono proprio allo Sforza il comando generale; anche alcune città  del ducato (Como, Alessandria, Novara) iniziano a riconoscere tale qualifica allo Sforza. Pavia e Parma rivendicano la loro libertà. Mentre Lodi e Piacenza si danno ai Veneziani.

Francesco Sforza del resto si è fatto un nome, e si farà ancora onore: sconfigge le milizie venete a Caravaggio il 14 settembre 1448, mentre già in luglio era avvenuta una vittoriosa battaglia fluviale presso Casalmaggiore; qui la marina della serenissima subì una cocente sconfitta da parte della flotta ducale comandata da Pasino degli Eustachi nobile pavese. La flotta vittoriosa rientrò a Pavia con decine di navi catturate e diverse centinaia di prigionieri. 
Questa non era la prima battaglia navale combattuta tra le due flotte, c'era anche quella ottenuta il 23 giugno 1431. Quel giorno 70 navi della serenissima carichi di soldati risalivano il Po per portarsi a Pavia per assediarla, la flotta ducale sempre al comando di Pasino degli Eustachi la affrontò e la sconfisse presso Cremona. Furono catturate numerose navi e circa 8.000 prigionieri. Rientrando a Pavia, i vincitori in segno di giubilo e di festa imbandierarono le navi con tutto quello di più impensato e colorato disponessero compresi i vestiti degli ufficiali catturati. Da questo fatto deriva il nome di “Gran Pavese” ancora oggi in uso, quando si dice “Pavesare”, o una nave "pavesata" nei giorni di festa. 

Francesco Sforza dopo Casalmaggiore, ha fretta di concludere con Venezia  per potersi dedicare alla ricucitura del ducato e dopo la pace di ottobre, firma un patto con la Serenissima, chiedendo che gli fosse riconosciuta ufficialmente la signoria su Milano e sul ducato (ora repubblica) cedendo in cambio Crema,  il bresciano e il territorio della (Giara d’Adda) odierna Gera d’Adda che era costituita dalla pianeggiante regione delimitata ad ovest e a sud dal fiume Adda ad est dal fiume Serio e a nord dalla roggia detta “fosso bergamasco”.

 Lodi (non più veneta) accetterebbe di riconoscere signore lo Sforza, ma non la Repubblica Milanese che si è costituita con una fazione cittadina di benestanti che non vogliono un altro "signore" autocratico, ma vogliono gestirsi da soli il loro il territorio. Sono famiglie aristocratiche milanesi  (i Trivulzio, i Cotta, i Lampugnani - ma considerevole anche l'appoggio dei piccoli mercanti, degli artigiani e della stessa popolazione) che intendono dar vita a un'utopistica  Aurea Repubblica Ambrosiana Autonoma! Non senza contrasti anche tra di loro. Alcuni non sono ora solo nemici dello Sforza, ma pongono sulla sua testa perfino una taglia di 200.000 ducati (per chi ferirà mortalmente o ucciderà il perfido conte Francesco Sforza).
Lo Sforza inizia nel 1449 l'azione contro Milano; occupa il territorio fra l'Adda e il Ticino e inizia il blocco contro Milano. Venezia non sta ai patti e cambia atteggiamento alleandosi con la repubblica

Ma l'assedio dello Sforza su Milano continua indisturbato e implacabile per otto mesi. Ed è dura per Milano.  Ha bloccato tutte le strade ed i canali d'acqua; vie di comunicazioni estremamente vitali per i rifornimenti quotidiani della città, che all'interno delle mura non ha nessuna risorsa alimentare. Sforza vuole farla cadere per fame, sgretolare in questo modo il fronte repubblicano. I notabili hanno le dispense piene e possono resistere, ma il popolo (100.000 persone) prima o poi - pensa lo Sforza - la fame si farà sentire. Ed infatti dopo otto mesi,  il popolo decise di voltare le spalle all'aristocrazia -che in un primo momento aveva appoggiato- e aprì le porte della città a Francesco. 
Per oltre un cinquantennio non ebbero modo di pentirsene i milanesi di averlo fatto. Mai Milano conobbe periodo più prosperoso.

Dunque alla fine di febbraio dopo alcuni tumulti popolani la città cede per fame e si consegna al nuovo signore che vi entra il 22 marzo 1450 con la moglie e il figlio Gian Galeazzo. Si ebbe la presentazione ufficiale del nuovo Duca Francesco I Sforza, con la consegna dello scettro, dello stendardo con la biscia viscontea e l’aquila imperiale; del sigillo, della spada e delle chiavi della città. 
Quel giorno 22 marzo, terminava la carriera di un condottiero e iniziava quella di un principe che si sarebbe protratta per 16 anni. I milanesi che prima non lo volevano, furono proprio loro poi a rimpiangerlo.

Il nuovo duca si dedicò subito alle cose più urgenti, furono nominati nuovi giudici e nuovi magistrati, l’autorità di emanare tasse fu affidata a quindici tra i più onesti magistrati, mentre il duca si tenne il diritto di guerra e di pace. Mancava più solo l’investitura imperiale che arrivò nel gennaio 1452.
Il duca ora poteva vedersela alla pari con i sovrani italiani. Strinse alleanza con Cosimo di Medici, invitò Renato d’Angiò ad intervenire contro gli Aragonesi nel regno di Napoli, riprese le ostilità con i veneziani che lo avevano tradito durante l'assedio.

Lo Sforza aveva con sè un formidabile condottiero BARTOLOMEO COLLEONI...  
(VEDI QUI LA SUA BIOGRAFIA)
... per respingere l’assalto dal Monferrato, affrontare Luigi Gonzaga che sfondava nel bergamasco e nel bresciano, o per andare a punire Venezsia. Fu determinante per la conclusione delle ostilità il 29 maggio 1453 quando arrivò la notizia della caduta di Costantinopoli  da parte dei turchi. Il Papa si fece subito promotore di una crociata (Santissima Lega) che trovò disponibili Milano, Firenze ma soprattutto Venezia che vedeva una minaccia per i propri interessi in oriente.
Mentre già le truppe sforzesche erano entrate in territorio veneto, fu conclusa una pace il 9 aprile 1454 a Lodi. In un altro trattato segreto con la Serenissima fu concesso allo Sforza  di rioccupare i castelli conquistati dal duca di Savoia e dal marchese di Monferrato; una campagna che fu velocemente portata a termine.
Poi fu la volta di Genova nel '61, che aiutati dagli Sforza si liberano del dominio francese

 Le vicende italiche continuarono con l’ennesimo scontro per il regno di Napoli tra gli Aragonesi e gli Angioini. Nel 1462 Ferdinando d’Aragona mise fine alla guerra con una vittoria in Puglia a Sarno. 
Mentre il nuovo re di Francia Luigi XI concesse in feudo allo Sforza le città di Genova e di Savona che il duca occupò nel 1464. 
In Lombardia Francesco Sforza iniziò  ad occuparsi di opere urbanistiche: quali il naviglio della Martesana che portava le acque dell’Adda da Trezzo a Milano, restaurò il palazzo dell’Arego e la fabbrica dell’Ospedale Maggiore, oltre a ricostruire il castello di Porta Giovia (poi Sforzesco) fondamentale per la difesa della cinta muraria cittadina.
Nei suoi ultimi anni di vita divenne un grande mecenate. Morì l’8 marzo 1466. 

Gli succede il figlio GALEAZZO MARIA, personaggio molto diverso dal padre; i cronisti dell’epoca lo rappresentano come uomo scaltro, intelligente ma crudele e avido, relegò la madre in Cremona per agire senza vincoli e scrupoli. Il 3 luglio del 1468 sposò Bona, figlia di Ludovico duca di Savoia, sorella di AMEDEO morto poi nel '72, dopo aver tentato di farsi eleggere papa. Un matrimonio combinato per ottenere l’alleanza del nuovo emergente ducato. Nell’anno seguente nacque il figlio Gian Galeazzo II. Il 10 maggio 1470 mentre si trovava a Pavia, Bona di Savoia diede alla luce un altro maschio che fu chiamato Ermes. 
Sempre nella stessa Pavia, due anni dopo le spoglie mortali di Gian Galeazzo Visconti furono traslate in corteo dalla Basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro alla Certosa passando attraverso il grande parco del castello. 

Un nuovo personaggio cominciò a primeggiare alla corte sforzesca si trattava di Francesco Simonetta detto Cicco già segretario di Francesco, e molto stimato dal giovane Galeazzo Maria il quale gli andò demandando sempre più quelle decisioni che invece gli competevano per sua autorità. Questo portò il Simonetta a godere di un potere inaspettato tanto da fare ingelosire Ludovico conte di Mortara e fratello dello stesso duca, che iniziò a tramare contro il fratello e il suo consigliere. 
Il 26 dicembre del 1476 nella chiesa di S. Stefano a Milano mentre è raccolto in preghiera il duca viene assassinato, suo erede è il figlio Gian Galeazzo che però ha solo sette anni per cui la successione fu presa dalla madre Bona di Savoia che si fece affiancare ovviamente da Cicco Simonetta.
Ludovico riuscì a convincere la cognata a farsi ammettere nel “Consiglio di Reggenza” giurando fedeltà al piccolo Gian Galeazzo. Entrato nelle grazie della duchessa - con delle oscure accuse-  riesce a farle firmare l’ordine di arrestare il Simonetta e lo rinchiude nelle segrete del castello di Pavia il 10 settembre 1479. L’anno dopo avviene la sua condanna a morte per decapitazione e il suo corpo seppellito fuori le mura della città nella chiesa di S. Apollinare. 

Ludovico non ebbe più ostacoli né rivali per la sua ascesa al potere Diventa tutore del duca e governatore di Milano, eliminando la reggente duchessa madre, che abbandona la reggia milanese.
 Combinò  lui stesso il matrimonio del nipote Gian Galeazzo, che nel 1489 a Pavia sposò Isabella D’Aragona nipote del re di Napoli Ferdinando I, figlia del duca di Calabria Alfonso.
 Due anni dopo, nel '91, lo stesso Moro si unisce in matrimonio, sposando la sedicenne principessa Beatrice d’Este. Si racconta che quell’inverno fu molto freddo, una abbondante neve ricopriva la pianura e anche il Po ghiacciò. La giovane principessa dovette affrontare un viaggio avventuroso: con una slitta trainata da cavalli raggiunse Brescello, quindi con navi appositamente inviate da Pavia risalendo il Ticino raggiunse la città e si diresse con il suo corteo verso il castello per celebrare il fastoso matrimonio.
Il 25 Gennaio 1493 Beatrice d’Este diede alla luce un figlio che fu chiamato Massimiliano Ercole.
Nel frattempo nel '92, nel tentativo di togliere definitivamente al piccolo nipote Gian Galeazzo la signoria di Milano e nel timore di un intervento degli Aragonesi di Napoli, Ludovico il Moro si era alleato con il re di Francia Carlo VIII (il 13 enne successore di Luigi XI, sotto la reggenza di sua sorella Anna Beaujeu). Un fatale errore che poi aprì la strada della futura espansione francese (in seguito non solo francese) in Italia.

Nella notte del 21 ottobre 1494 Gian Galeazzo  morì, e due giorni dopo il 23 ottobre squilli di tromba provenienti dal castello annunciarono la proclamazione di Ludovico il Moto duca di Milano e conte di Pavia, nomina che fu riconosciuta ufficialmente  da parte di Massimiliano I, divenuto Imperatore del Sacro R. Impero nello stesso ottobre '94 alla morte del padre Federico III d'Asburgo (che nel tentativo di trovare appoggi in Italia, il giovane imperatore sposa Bianca Sforza, nipote di Ludovico il Moro, assicurando così il suo appoggio al duca milanese).
Nello stesso periodo, il 25 gennaio del '94, a Napoli era morto Ferdinando I, ed è salito sul trono proprio Alfonso che ha sposato sua figlia Isabella al defunto Gian Galeazzo (che quindi ha pretese sul ducato)

Ma non era d'accordo il re di Francia Carlo VIII (che oltre averlo Ludovico in precedenza chiamato per farsi appoggiare, una componente della famiglia d’Orleans, Valentina Visconti, era anch'essa una erede del ducato milanese). Carlo si proclama re di Napoli e duca di Milano. In settembre scende in Italia alla testa di un potente esercito. Giunto in Piemonte è bene accolto dai Savoia di Monferrato. Si abbocca intanto, ed è piuttosto accomodante, con Ludovico tollerandolo come duca, ma intanto trama mentre scende in Toscana (sconvolgendo la signoria medicea di Piero - sorge infatti un regime repubblicano sotto l'influenza del frate Savonarola), prosegue poi per Roma occupandola il 31 dicembre  sempre del '94 (il Papa si rifugia a Castel Sant'Angelo), infine conquista anche la Napoli aragonese nel '95 spodestando Ferdinando che ripara in Sicilia in attesa di tempi migliori.

Stanno iniziando le guerre di conquista delle grandi potenze europee nella penisola. 

Con Carlo VIII che sta spadroneggiando, si forma una lega antifrancese composta da Papa Alessandro VI, gli Asburgo, la Spagna, Venezia e Milano per cacciare gli invasori dall'Italia. E' il primo tentativo per fermare l'egemonia francese.
Carlo VIII nel timore di rimanere intrappolato in meridione, abbandona Napoli lasciandovi solo un presidio. Ritornato nella pianura Padana, a Vercelli convince nuovamente Ludovico di rimanere con lui, che infatti molto ingenuo abbandona la lega antifrancese e sottoscrive il patto con la Francia.
Nel '98 in aprile muore Carlo VIII, gli succede il cugino Luigi d'Orleans (Luigi XII), che subito rivendica l'eredità di Valentina Visconti e quindi riprende la politica di intervento abbandonata da Carlo VIII in Italia, e riprende la trama delle ostilità contro Lodovico.
Nel 1499 Luigi XII fa due ambigui trattati. Uno, (trattato di Marcoussins) con gli Aragona di Castiglia (Ferdinando il Cattolico)  per spartirsi il regno dei loro parenti a Napoli (gli spagnoli non hanno infatti mai creato una unità di dinastia- sempre isolati!). L'altro, (trattato di Blois del 15-IV-99) con Venezia che prevede (dopo il loro intervento militare in Italia) la spartizione del ducato di Milano con l'assegnazione a Venezia di Cremona  e della Ghiara d'Adda. Inoltre inaspettatamente  c'è un voltafaccia del papa (Alessandro VI - Borgia - Spagnolo) che si allea anche lui con i francesi e gli Aragona di Castiglia (nel 1503 il suo successore Giulio II farà l'incontrario -lui italiano)
In agosto le truppe francesi entrano in Italia a ovest, e da Genova a Milano dominano. Ludovico fugge in Germania. Mentre i veneziani da est avanzano fino a Lodi e occupano Cremona.
L’esercito francese entrò a Pavia saccheggiandola, quindi si rivolsero al castello che depredarono di tutto compresa la ricca libreria viscontea che comprendeva 956 rarissime opere letterarie che presero la strada per la Francia.

L'anno dopo (1500)  approfittando del malcontento dei milanesi sotto il tallone francese, Ludovico il Moro rientra a Milano con un piccolo esercito svizzero, respingendo i francesi fin oltre il Ticino, ma poi con un tradimento viene catturato. Inviato prigioniero in Francia, vi morirà otto anni dopo.
Intanto Luigi XII  e Ferdinando il Cattolico, stipulano un trattato (di Granada, 2 nov. 1500) che prevede la spartizione dell'Italia tra francesi e spagnoli.

Iniziano così sulle terre lombarde (ma anche su tutta la penisola) anni di guerra per il dominio del territorio fino al 1525, anno in cui con un'altra  famosa battaglia di Pavia (24 febbraio), cacciati i francesi di Francesco I, iniziano gli alternanti dominii dei Borbone spagnoli e degli Asburgo (diventati con varie unioni spagnoli) fino a quando con Carlo V (con lui imperatore e re incoronato a Bologna il 24 febbraio 1530) l'Italia è tutta sotto il suo dominio. 

I successori degli Sforza mantennero solo il titolo, di fatto il ducato fu poi comandato dai vari reggenti stranieri. Massimiliano, figlio di Ludovico aveva riconquistato con gli svizzeri il ducato nel 1512, ma fu costretto a cederlo a Francesco I re di Francia dopo la definitiva sconfitta a Marignano (13 sett. 1515). 
Ma ci guadagnò la Svizzera che ritirandosi sottrasse al ducato milanese il territorio dell'attuale Canton Ticino dopo la batosta che aveva già dato ai francesi a Novara il 23 marzo del 1513; quel giorno gli svizzeri li inseguirono fino a Digione. La Francia per non perdere questo suo territorio, con la nuova pace con Francesco I, cedette  il Canton Ticino il 7 novembre 1515 a Ginevra, che così entrò a far parte della Confederazione Elvetica. 

 Con Francesco II, fratello di Massimiliano, terminò (1535) la linea maschile legittima dei duchi di Milano, anche se non contavano più nulla.

Di tutti i personaggi succeduti ai primi due Sforza, certamente Ludovico fu quello più carismatico. In politica riuscì a mantenere il ducato indipendente nonostante le pretese delle nuove potenze emergenti in Europa, Francia e Spagna, lasciandoci inoltre numerose testimonianze della magnificenza della sua corte, prima fra tutte la stupenda piazza ducale di Vigevano città molto amata dal Moro.

Vigevano aveva già acquistato particolare importanza militare sotto Luchino Visconti il quale procedette ad una riforma radicale dell’esistente castello dal 1345 al 1350. Fece edificare il “Maschio” (la parte principale del castello) con la classica pianta quadrata viscontea e quattro torri angolari; la rocca vecchia aveva funzioni difensive e sorgeva a cavallo delle mura, il “Maschio” invece era un castello-palazzo, residenza di lusso per il signore e la sua famiglia. Per unire i due complessi nel 1347 fu realizzata una grandiosa strada coperta che collegava il maschio alla rocca vecchia, in pratica un ponte fortificato lungo 167 metri, largo sette, protetto da mura merlate, il tutto cintato da  un nuovo fossato. 

Francesco e Bianca Maria Visconti operarono molte trasformazioni anche su Milano dando l’avvio alla realizzazione di quello che più tardi sarà una sfarzosa residenza ducale sotto il dominio di Ludovico; il castello (Sforzesco) passò da opera militare a vera reggia, una delle più splendide d'Europa.. Sotto la direzione del Bergognone, Bramante e di Leonardo da Vinci, la piazza del castello prese una configurazione stupendamente artistica. Il castello fu dotato di cinta merlate, di un vasto parco, di giardini pensili e giochi d’acqua. 
In due anni dal 1492 al 1494, viene completata la costruzione delle scuderie, con una capienza di quasi mille cavalli, si costruisce anche la “falconiera” con il contributo del Bramante, e una nuova ala residenziale annessa al maschio, riservata a alla sposa di Ludovico, Beatrice d’Este con la “loggia delle Dame”.

Non dimentichiamo di citare anche le grandi riforme agricole introdotte dagli Sforza che hanno fatto della Lomellina un mosaico di ricchissimi campi di cereali; come  la coltura del riso che ebbe origine verso la fine del 1400 proprio grazie a Ludovico, infatti la prima semina avvenne nel 1482 a Villanova di Cassolnovo. In seguito la coltivazione del riso fu diffusa in tutte le "fattorie" degli Sforza destinata a diventare con il passare dei secoli una delle principali attività della zona. Dall’Ottocento con la costruzione del canale “Cavour”, la coltivazione si è andata sempre più affermando ed oggi copre buona parte del territorio coltivato con una produzione di circa 60 quintali per ettaro, grazie a ciò la provincia di Pavia è la prima produttrice risicola italiana. Appena fuori Vigevano si trova la “Sforzesca”;  era la migliore delle tenute “agricole” di Ludovico, tutto intorno campagne coltivate, canali d’irrigazione e mulini ad acqua progettati da Leonardo da Vinci, ospite di questa tenuta fino alla cattura di Ludovico. Di Leonardo sono anche le opere idrauliche per la regolazione dei Navigli, allora importantissimi per i trasporti
Straordinario fu il grande progetto urbanistico di Filarete. Una città a forma di stella di 8 punte; al centro una grande piazza con il Duomo e i palazzi pubblici; di qui come raggi dovevano partire 16 strade. Molto simile all'attuale citta' di Palmanova anche se questa è a stella a 9 punte. Non fu realizzato totalmente il progetto, ma molto rimane di quest'idea originale di Filarete. Le Porte di Milano infatti si aprono su una città a stella ottogonale.

Ancora degli Sforza la prima organizzazione corporativa dei lavoratori della seta. O la protezione dei letterati, che coincise con l'introduzione della stampa,  incoraggiando le prime pubblicazioni. Lo stesso Galeazzo Maria si dilettò di poesia e di musica. Ma il più munifico fu Ludovico il Moro che fece della corte milanese il centro di ogni moda e mondanità.
La corte di Lodovico e di Beatrice d'Este si guadagnò la fama di essere la più smagliante e ricca d'Italia, una delle più splendide e illuminate d'Europa. Un cronista del tempo ne dà una testimonianza scrivendo:  "pareva che tutto fosse accomodato per la pace, e non ad altro si attendeva che ad accumulare ricchezze, per le quali ad ogni singolo cittadino era aperta ogni via". 

Cinquant'anni di benessere. Un periodo prospero e felice. Poi nel 1499 arrivarono i Francesi; poi gli Spagnoli; e come a Napoli, dopo il 1535 per oltre un secolo e mezzo Milano fu lasciata al declino e perse la sua centralità politica oltre che economica del centro Europa. Nel 1620 il declino precipitò: poi ci si mise anche la peste; l'ultimo dei colpi assai dolorosi per Milano, con una popolazione che scese a meno di 50.000 abitanti.

La dominazione spagnola, durata fino al 1706, legò politicamente, economicamente e militarmente Milano alla Spagna provocandone una lenta decadenza, fino a quando succedette quella austriaca, che riportò nella città e nel territorio un'amministrazione e uno sviluppo culturale esemplare, anche se sotto molto aspetti fu in funzione degli interessi imperiali austriaci, spesso in contrasto con quelli locali, che con Vienna non avevano nulla da spartire e nulla da imparare.

Milano in pochi anni diventò uno dei maggiori centri dell'illuminismo europeo. I migliori ingegni si radunavano a Milano, creandovi il centro d'arte, il centro musicale, il centro economico, il centro industriale; e in quello amministrativo Milano diventò perfino un modello per tutta l'Europa. Ma le troppe intelligenze che si radunavano davano fastidio a una certa categoria. L' insofferenza trasformate poi in ostilità verso il cosiddetto "despotismo illuminato" trascinò ancora una volta Milano a vivere altre drammaiche avventure: quella napoleonica, nuovamente quella austriaca, seguita da quella vanitosa di Carlo Alberto; finita poi con il ritorno degli Asburgo ancora più diffidenti e repressivi, ma che per fortuna durò poco, più di un decennio.


Mario Veronesi
& Francomputer

Bibliografia 
I Capitani di Ventura
(storia e segreti) di Claudio Rendina
Newton Compton editori.
Dizionario Enciclopedico Utet.
Historia di Cambridge, Garzanti


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