SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
GIOVANNI SPADOLINI

due biografie del

PADRE DELLA PATRIA 
E GARANTE DELLE ISTITUZIONI 

di LUCA MOLINARI

Giovanni Spadolini nasce a Firenze il 21 giugno 1925 in una famiglia borghese, il padre è un apprezzato pittore macchiaiolo amico di Soffici. Nella biblioteca di famiglia a soli dodici anni il giovane Giovanni vede sbocciare il suo più grande amore della sua vita, quello per il libri e per la cultura. Non si può, infatti, concepire la biografia politica di Giovanni Spadolini separatamente dall’azione intellettuale e dalla formazione di un innovativo pensiero personale atto ad inserirsi ed a rilanciare l’ideologia (da lui ritenuta e definita “un fiume carsico che riemerge in determinati momenti della Storia d’Italia”) laica, liberaldemocratica e radicale del nostro Risorgimento. 

È in quest’ottica che fioriscono tutte le sue principali pubblicazioni storiche, a partire dal quel primo “Il Papato socialista” degli anni ’50 fino a giungere al recente “Gobetti: un’idea dell’Italia” dei primi anni ’90, passando attraverso la monumentale biografia “Gli uomini che fecero l’Italia”. !

Fu proprio Gobetti, apostolo della Rivoluzione liberale e martire del Fascismo, a diventare suo punto di riferimento in quella difficile opera di mediazione e di tentata convivenza tra laici, cattolici e marxisti che ha caratterizzato la sua vita politica diventando un programma politico mai scritto, ma sempre attuato. Uomo di veloci e rapidi successi a soli 25 anni è professore (senza mai essere stato assistente) di Storia Contemporanea all’Università degli studi di Firenze, incarico che manterrà fino al 1970, anche durante il periodo in cui sarà direttore (senza essere mai stato redattore) del quotidiano bolognese Il Resto del Carlino (1955-68) e de Il Corriere della Sera (1968-72). 

Nel 1972 inizia la seconda parte della vita di Giovanni Spadolini, quella più propriamente politica: viene eletto, nella circoscrizione di Milano, al Senato della Repubblica nelle liste del Partito Repubblicano Italiano (Pri) di Ugo La Malfa, suo grande amico ed acuto uomo politico che voleva far assumere al piccolo partito mazziniano un ruolo chiave, nella difficile situazione politica ed economica del momento, facendone il ponte per il dialogo tra i maggiori partiti di massa, i particolar modo tra la Democrazia Cristiana (Dc) ed il partito Comunista (Pci). 

Anche nella nuova veste di uomo politico Giovanni Spadolini non abbandona la sua naturale vocazione a bruciare le tappe: nel luglio del 1972 (due soli mesi dopo l’elezione alla carica di Senatore della Repubblica) è eletto Presidente della Commissione Pubblica Istruzione del Senato, nel 1974 diventa il primo Ministro dei Beni Culturali e Ambientali della Storia d’Italia (dicastero istituito per sua volontà attraverso un decreto legge) nel IV Governo presieduto da Aldo Moro (Dc) e nel 1979 è il primo Ministro della Pubblica Istruzione non democristiano nel V Governo Presieduto da Giulio Andreotti (Dc). 

Insieme all’impegno politico prosegue quello intellettuale e culturale: nel 1976 è Presidente del consiglio di amministrazione dell’Università degli Studi di Milano Bocconi e nel 1980 crea la “Fondazione nuova antologia”. Nel 1979 muove il leader repubblicano Ugo La Malfa e Spadolini, che si era iscritto al partito dell’Edera solo sette anni prima, ne diviene segretario dichiarandosi fautore del proseguimento lungo la linea “Moro-La Malfa”, ossia la linea della Solidarietà Nazionale e dell’incontro di tutte le forze democratiche con il Partito Comunista di Enrico Berlinguer. 

È proprio in qualità di segretario del PRI che il Senatore Giovanni Spadolini otterrà il suo massimo risultato politico: nel 1981, dopo la scandalo della P2 che aveva travolto il reticente Governo presieduto da Arnaldo Forlani (Dc), il Presidente della Repubblica Sandro Pertini (Psi) gli affida l’incarico di formare il nuovo governo: il primo guidato da un non democristiano nella storia dell’Italia repubblicana. 

Dal 10 giugno 1981 al 30 novembre 1981 Spadolini guiderà due successivi governi di pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli) che, nonostante le reticenze del partito di maggioranza relativa e le divisioni tra democristiani e socialisti (non può non tornare alla memoria lo scontro tra le “comari” Nino Andreatta, Ministro del Tesoro democristiano in carica, e Rino Formica, Ministro delle Finanze socialista in carica nel medesimo esecutivo) riesce a dare un’idea di novità nella vita politica del Paese (quella che Indro Montanelli definirà “Odore di pulizia”) soprattutto con l’onestà e la forza con cui Spadolini affronterà e risolverà il problema della P2 e delle sue infiltrazioni negli apparati dello Stato, servizi segreti e di sicurezza in primis. 

Ma il clima politico, nonostante il buon risultato del Pri ottenuto nelle elezioni del 1983, in cui i repubblicani, grazie al cosiddetto effetto Spadolini, riusciranno a capitalizzare gli ottimi risultati d’immagine e d’azione derivati dai mesi di presenza del loro segretario a Palazzo Chigi ed a superare per la prima volta nella loro storia la soglia del 5 % (5,1 % alla Camera e 4,7 % al Senato) e diventando il terzo partito cittadino (alle spalle di Dc e Pci e superando il Psi) in grandi città del nord come Milano e Torino.

Gli anni ’80 sono caratterizzati dalla diarchia democristiano-craxiana e dal CAF (l’asse Craxi-Andreotti-Forlani) e ogni iniziativa avanzata e sostenuta dal Pri viene cassata. Spadolini sarà Ministro della Difesa nei due Governi Presieduti da Bettino Craxi (4 agosto 1983 – 18 aprile 1987) e poi, nella X legislatura (1987-92) sarà eletto a grandissima maggioranza, coi voti contrari delle sole destre, Presidente del Senato della Repubblica, carica in cui verrà riconfermato nella XI legislatura repubblicana (1992-94) e sarà nominato a Senatore a vita dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel maggio del 1991, la più travagliata in cui si assisterà al dissolvimento dei tradizionali assetti politici e partitici sotto l’onda degli scandali delle inchieste per corruzione e per intrecci tra la politica e la criminalità organizzata. 

Spadolini, uomo irreprensibile e di alta e cristallina statura morale, non sarà nemmeno sfiorato dal sospetto di essere minimamente collegato a nessuna tipologia di reati e saprà svolgere un ruolo di guida in questa difficile fase della storia italiana da perfetto uomo delle istituzioni, insieme ad altri statisti del calibro di Oscar Luigi Scalfaro (Dc, Presidente della Repubblica nel 1992-99), Giorgio Napolitano (Pds ex Pci, Presidente della Camera 1992-94), Giuliano Amato (Psi, Presidente del Consiglio dei Ministri 1992-93) e Carlo Azeglio Ciampi (già Governatore della Banca d’Italia e poi successore di Amato a Palazzo Chigi dal 1993 al 1994) seppe evitare un’involuzione autoritaria e antidemocratica della crisi italiana. 

Già sul finire degli anni ’80 dalla privilegiata postazione della presidenza di Palazzo Madama aveva potuto assistere alla crisi del pentapartito e aveva invitato a porre rimedio a ciò attraverso le riforme istituzionali da farsi con un ampio consenso tra democristiani, comunisti e socialisti. Sfuggitogli il Quirinale (sarà eletto il democristiano Scalfaro) nel 1992 per l’offensiva del morente duopolio Dc-Psi, nel 1994, l’anno della vittoria di Berlusconi e della sua eterogenea alleanza e instabile (durerà solo nove mesi - 226 giorni di permanenza del Cavaliere a Palazzo Chigi) con la Lega Nord di Umberto Bossi (al Nord) e con il Movimento Sociale Italiano – Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini (al Sud), viene eletto alla Presidenza del Senato (al ballottaggio e per un solo voto di un senatore passato eletto nelle fila dell’opposizione, ma prontamente passato alla maggioranza) il berlusconiano Carlo Scognamiglio che, nell’ultima decisiva votazione, sconfigge proprio il Presidente uscente Giovanni Spadolini sul cui nome avevano fatto convergere il proprio voto i senatori del centro, della sinistra e delle minoranze linguistiche che, sconfitti nelle elezioni del 27-28 marzo 1994 a causa di una mancata reciproca alleanza elettorale, hanno potuto, con l’appoggio all’anziano senatore a vita, preannunciare quel comune accordo a dare vita a quella coalizione dei democratici e di centrosinistra che ha portato Romano Prodi alla vittoria elettorale del 1996. 

Umiliato dall’arroganza della nuova classe dirigente che pur professandosi liberale, non lo ha lasciato, lui che liberale era davvero e da più tempo, come ha scritto Indro Montanelli, “morire sulla poltrona più alta di Palazzo Madama “, perché pochi mesi dopo quello sgradevole evento il male che da mesi lo tormentava lo ha privato all’affetto dei suoi cari giovedì 4 agosto 1994.

Nel momento suprema della dipartita, triste e dolorosa, ci piace ricordarlo come fece il suo amico Indro Montanelli sulla prima pagina de La Voce: uno Spadolini istituzionale, monumentale e monumento vivente a se stesso, ma con quel piglio da ragazzo timido che lo ha sempre contraddistinto (e contribuito a rendere popolare), che sale una lunga scala fatta di libri che scompare fra le nuvole sormontata dal seguente titolo “Buon viaggio professore”. 

Luca Molinari



altra biografia

Giovanni Spadolini

(il professore della politica)


Di Giacomo Franciosi
Nasce a Firenze nel 1925. Giovanissimo, diviene docente di Storia contemporanea presso la facoltà di Scienze politiche dell'Università del capoluogo toscano. Collabora, fin dal primo numero, al Mondo di Pannunzio, divenendo nel 1955 direttore de Il Resto del Carlino. Più tardi, nel 1969, assume la direzione de Il Corriere della Sera, che regge durante gli anni difficili della contestazione e della strategia della tensione.

Giovanni Spadolini non fu mai amato fino in fondo da alcuni repubblicani, che lo consideravano un "usurpatore". D'altra parte la stessa sorte era toccata a Ugo La Malfa all'inizio degli anni ‘50. I cosiddetti "repubblicani storici" hanno sempre considerato "estranei" quelli che avevano avuto radici diverse nella loro formazione politica.

Quando il PRI era ridotto all'1,2%, Ugo La Malfa, assunta la segreteria nel ‘65, pensò di partire dal Mezzogiorno per creare un terreno di forza elettorale al Partito Repubblicano Italiano. Dopo il successo del ‘68 Ugo La Malfa spostò il suo raggio d'azione nel Settentrione e nel ‘72 compì un duplice "miracolo": rafforzò ancor più il Pri e consacrò il ricambio della classe dirigente. E proprio nel ‘72 al direttore del Corriere della Sera Giovanni Spadolini fu rivolto l'invito di entrare nelle file del Pri.
Giovanni Spadolini fu eletto al Senato a Milano. Entrò al Governo dapprima come primo Ministro dei Beni Culturali della Repubblica (fino ad allora i Beni Culturali erano stati gestiti da una Direzione Generale del Ministero degli Interni). In seguito fu più volte ministro e primo Presidente laico del Consiglio dei Ministri. E' stato anche Presidente del Senato. Fu eletto Segretario del PRI, nel settembre del 1979, subito dopo la morte di Ugo La Malfa, e ne fu consacrato leader al Congresso di Roma del 1981.

Spadolini non solo portò avanti con grande dignità la sua carica di successore di Ugo La Malfa alla segreteria del Partito Repubblicano, ma raggiunse traguardi memorabili, rivitalizzando letteralmente il partito, guidò 2 esecutivi dal giugno 1981 al novembre 1982, rompendo lo strapotere della balena bianca a palazzo chigi, nelle elezione del 1983 il partito repubblicano toccò il suo massimo 5,1% e all’insediamento di un altro governo laico (quello di Bettino Craxi) Giovanni Spadolini partecipò in qualità di Ministro della Difesa.

A Ugo La Malfa Spadolini era accomunato soprattutto da un enorme senso dello Stato, e alla continuità con il suo atteggiamento di profondo rispetto delle istituzioni improntò la sua azione politica. Ricordo che durante la sua Presidenza del Consiglio, quando gli chiesi di venire in Calabria per una manifestazione elettorale, mi rispose: "Io sono il Presidente degli italiani, per le manifestazioni elettorali devi chiamare il presidente del Pri".

"Continuità" è forse una delle parole che più possono aiutare a definire la personalità di Giovanni Spadolini, una personalità mai improvvisata, bensì costruita nella costanza della sua attività universitaria, giornalistica e politica e di una tensione etica sempre accesa e coerente.
Spadolini portò avanti il suo pensiero su vari fronti, e ci appare ora inscindibile l'intreccio delle molteplici attività che fecero di lui un "unicum" nella storia della politica italiana. Storico, giornalista, uomo di cultura, politico: Spadolini era tutto questo e molto di più. Era un maestro della comunicazione e la sua lunga esperienza di giornalista, direttore de La Nazione, Il Resto del Carlino, il Corriere della Sera e La Voce Repubblicana, integrava la sua innata inclinazione verso un approccio "critico" e allo stesso tempo fondato con estremo rigore su basi storiche.

Oltre che giornalista, Spadolini era infatti uno storico di grande valore, e le sue considerazioni politiche muovevano da una profonda conoscenza dei meccanismi della Storia. Il suo orientamento era tutto rivolto a quella che egli chiamava "l'Italia della ragione", ovvero l'Italia delle minoranze, del dissenso, del dubbio e della protesta, contrapposta all'Italia delle compiute maggioranze, delle soluzioni facili e definitive, del compromesso e della rinuncia. La sua era l'Italia del dubbio laico, dei legittimi interrogativi, come quello ad esempio che esprimeva nel ‘78 in uno dei suoi scritti: "La sinistra marxista, o ex marxista, sarebbe giunta alle correzioni decisive di oggi senza l'elaborazione intellettuale della scuola democratica, in tutte le sue forme?"

La forza delle idee doveva essere per Spadolini la necessaria fonte di alimentazione della politica, affinché quest'ultima non risultasse un mero esercizio del potere. La sua figura è stata spesso accostata a quella di Sandro Pertini, che lo scelse come Presidente del Consiglio nel 1981 (e a Spadolini piaceva ricordare con orgoglio di essere il primo Presidente del Consiglio laico nella storia della Repubblica italiana), in virtù di una comune visione ampia e illuminata della politica, che prevedeva un tacito progetto di apertura alle istanze profonde della società civile, alle esigenze dei cittadini che dalla politica italiana erano rappresentati. A questo proposito risultano di straordinaria attualità le sue parole al Congresso del 1981, quando riprese un estratto dal documento programmatico del Pri lanciato per le elezioni del giugno ‘79: "I grandi partiti di massa, Dc e Pci, credevano orgogliosamente di rappresentare tutto il paese perché avevano inseguito e fatto proprie tutte le più contraddittorie richieste di categorie. Ora si accorgono che hanno preso quasi tutti i voti ma non hanno costruito una maniera di governare. Hanno occupato lo Stato, ma non l'hanno diretto (…) La scelta, la decisione significa sacrificare una parte degli interessi in campo, farsi ‘nemica' questa o quella parte della propria clientela, avere un'idea dell'interesse generale".

A Giovanni Spadolini va riconosciuto, e non certo in ultima istanza, il merito di aver fatto tornare in edicola La Voce Repubblicana, dopo qualche anno di chiusura e dopo la fase "embrionale" de L'Informatore repubblicano. Non solo Spadolini riuscì a ridare vita alla testata storica del Pri, ma trasformò la sua redazione in una sorta di "scuola" di giornalismo, in un laboratorio di idee che per molti è stato anche un trampolino di lancio. È in quel periodo che collaborano con La Voce due tra i più prestigiosi giornalisti di oggi, attualmente direttori delle due testate italiane più importanti, rispettivamente per l'opinione pubblica e per l'economia: Stefano Folli al Corriere della Sera e Guido Gentili al Sole 24 ore. E potremmo citare molti altri giornalisti - adesso pienamente affermati non solo nel mondo della carta stampata, ma anche in quello della televisione - che mossero i loro "primi passi" alla Voce, e che ricordano con orgoglio e affetto la loro "gavetta".

Spadolini contribuì a rendere la Voce qualcosa di molto più complesso e articolato di un organo di partito, raggiungendo un livello di qualità giornalistica che sarà sempre un patrimonio per il nostro giornale, apportando la sua esperienza nel mondo giornalistico, ma anche perpetuando una concezione "artigianale" della gestione interna che, a suo parere, era uno dei punti di forza della Voce Repubblicana. "La nuova Voce Repubblicana dovrà essere e restare povera, come i giornali di Dario Papa, di Arcangelo Ghisleri o di Giovanni Conti", diceva nel 1981.

La salda coerenza tra la tradizione del pensiero repubblicano e la concretezza dell'agire politico era un punto fermo di Spadolini. Ancora una volta, il suo intervento al Congresso del 1981 risulta illuminante: "Quello che il paese si aspetta da noi è una linea di conformità, anche nella guida del partito, a quello che diciamo. E se noi raccomandiamo un senso superiore di solidarietà sociale e nazionale, come abbiamo sempre raccomandato - perché siamo il partito del solidarismo - in un periodo di corporativismi e di egoismi minaccianti le stesse basi della convivenza nazionale, ma come potremmo non attuare intanto una solidarietà operante in casa repubblicana?".

Lo sfascio della classe politica, che destabilizzò il sistema della cosiddetta prima Repubblica non lo vide minimamente coinvolto, pochi mesi dal momento della sua mancata rielezione a Palazzo Madama nel 1994, (per un voto!, passò Scognamiglio), ed è bene ricordare che Spadolini fu presidente del senato per l’intera durata della decima e undicesima legislatura, il professore si spense causa il tumore che lo affliggeva da tempo.

Il nanismo politico di questi anni, ci porta a mantenere sempre vivo il ricordo delle grandi capacità dell’emerito professore, professionista serio e compianto della vera politica.

Di Giacomo Franciosi

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