SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
STENDHAL - Marie-Henry Beyle

(vedi anche il suo - VITA DI MOZART )

 

Marie-Henri Beyle ( pseudonimo Stendhal) nacque nel 1783 a Grenoble da una ricca famiglia borghese. A sette anni perse la madre cui era molto affezionato. Un avvenimento tragico per il fanciullo.

A 16 anni (1799) insofferente al padre che aveva iniziato a detestare per il suo bigotto conservatorismo, abbandonò la odiata casa paterna per recarsi a Parigi. Sua intenzione - senza risorse economiche - era quella di iscriversi alla Ecole Polytecnique, ma per ristrettezze finanziarie fu costretto a  rinunciarvi. Si trattenne comunque a Parigi  lavorando (grazie a suo cugino Daru) alcuni mesi come semplice impiegato al ministero della guerra; poi scoppiati tra i giovani gli entusiasmi per le campagne napoleoniche in Italia, l'anno dopo (dopo la felice vittoria a Marengo dei francesi) raggiunse l'armata di Napoleone a Milano. Qui nacque il suo amore per l'Italia, che non cessò mai di riconoscere come sua patria d'elezione.

Il giovane Stendhal si distinse subito. Conquistati i gradi di sottotenente, nel 1806 a 25 anni diventa aiutante di campo del generale Michaud, e quasi subito entra a far parte dell'amministrazione imperiale civile e militare. Incarico che gli permise frequenti viaggi in Italia, in Austria, in Russia, in Germania, fino al 1815 alla caduta di Napoleone. Dieci anni di singolari esperienze; sempre a contatto con uomini di ogni ceto sociale; e con loro a vivere lo "spirito del tempo".

Alla restaurazione non rientrò in Francia ma si ritirò a Milano. Un soggiorno di sei anni che gli permise di vivere e partecipare - versatile com'era- con intensità alla vita culturale milanese di quel periodo molto instabile politicamente e  anche molto critico; infatti dovette interrompere questo idillio nel caotico 1821 (dopo i moti piemontesi ecc.) per far rientro a Parigi dopo essere entrato nei sospetti degli austriaci come seguace della carboneria milanese.
In Francia, trentasettenne, senza molte risorse economiche, e ancora del tutto sconosciuto come scrittore, iniziò a collaborare  con alcune riviste di critica d'arte e musicali con articoli piuttosto singolari. Non esprimendo (staccandosi dall'accademismo) una critica rigida ristretta su questi argomenti, ma diventando un poligrafo, con diverse forme d'espressione, un narratore, un giornalista, uno storico, un memorialista, un diarista; non dimenticando (ha del resto esercitato questo mestiere) di fare l'osservatore politico, di inserire nelle sue pagine le polemiche culturali in atto, ed infine di fare lo psicologo e concedersi anche momenti di meditazione autobiografica con l'io narrante (inventandosi il fortunato pseudonimo Stendhal) di un personaggio attento ma disinvolto, spigliato ma competente,  brillante ma ben informato, con toni confidenziali, spesso anche sublimi, come in Considerazioni sull'amore (uscito poi nel 1822) suscitando l'entusiasmo dei lettori e dei critici, avidi in questo periodo di indagini tra cronaca e storia. 

Sopravvivendo  fino alla rivoluzione del 1830, con l'avvento di Luigi Filippo, riuscì a ottenere quello che desiderava: con la nomina di Console a Trieste ritornò in Italia. Ma anche qui, in terra austro lombardo-veneta, come a Milano anni prima, fu considerato dalle autorità austriache persona indesiderata. Dovette ripiegare sullo Stato Pontificio a Civitavecchia; non male come destinazione visto che con continui viaggi scoprì a fondo gli ambienti (e non solo artistici-culturali) di Roma, Firenze, Napoli. Tre mondi molto diversi, con "viaggi" nel mezzo di condizioni umane altrettanto diverse

Appassionatosi dunque all'Italia ("felicità sublime il viverci"), proprio in Italia ambientò - subito e successivamente- molti dei suoi romanzi, tra i quali vanno annoverati: "La Certosa di Parma" (1839) (dominata dall'atmosfera di liberazione che seguì l'arrivo delle truppe francesi nella penisola e la conseguente eliminazione del dominio austriaco- ma anche sconfitta delle aspirazioni individuali per opera di una società che nel suo romanzo l'autore presenta con la tipica struttura del dispotismo moderno). Singolari anche il volume di viaggi "Roma, Napoli e Firenze"  (1817) e  le"Passeggiate Romane" (1829). Tutti specchi di incontri umani, con quella preziosa "sensibilità" stendhaliana che distingue questo scrittore che "ha il segreto di comunicare" con uno stile inconfondibile; un taglio giornalistico ma anche sapienti sollecitazioni intellettuali che mantengono sempre viva l'attenzione del lettore.

Di fondamentale importanza fu il romanzo "Il Rosso e il Nero", (1830) formalmente e contenutisticamente permeato da un realismo moderno che, nell'ambito di una sensibilità di tipo romantico, si poneva in maniera attenta nei confronti della società ma che, ai tempi della sua pubblicazione, incontrò pochi consensi in alcuni ambienti ancora ancorati ai condizionamenti storico-linguistici. Stendhal non si svincola da questi legami con l'intenzione di compiere una ribellione, ma lo fa onestamente, con una candida ingenuità e per intima esigenza.

Stendhal, cinquantottenne, ottenuto il congedo dal suo incarico per motivi di salute, rientrato a Parigi nel 1841, un anno dopo, morì improvvisamente d'un attacco apoplettico.

I romanzi di Stendhal costituiscono il primo grande modello della narrativa realistica ottocentesca, che da epoche remote attingeva le tematiche più adatte a descrivere la contemporaneità ed i cui protagonisti erano dominati da un ardente volontà di affermazione personale e di fuga dalla grigia quotidianità. Dialoghi tra l'autore-personaggio e il lettore- ascoltatore. Strumenti di una comunicazione nuova, dei veri e propri "incontri".

L' autorità dello scrittore supera i limiti di una cultura nazionale, raggiungendo dimensioni universali, e trova accoglienza ovunque si sia pronti a ricevere e discutere idee nuove, tanto più se proposte con energia e onestà. Idee libere di muoversi in spazi propri, ancora caotici, ma che dal giorno della sua scomparsa -questi spazi- diventeranno veri e propri universi in formazione.


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