SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
DON LUIGI STURZO (1 di 4)



(suggeriamo, anche se ci ripetiamo in qualcosa,
di leggere i singoli periodi in RIASSUNTI STORIA D'ITALIA )


ma importanti sulla questione sociale sono le due memorabili encicliche di due Papi:
La "Rerum Novarum" di Leone XIII del 1891
e la "Quadragesimo anno" di Pio XI del 1931

Di Don Sturzo - nelle pagine che seguono - gli scritti:
( vere e proprie profezie )
* "Statalismo" del 19 gennaio 1947
* "Maggioranza e opposizione" del 7 aprile 1951
* "sul "Liberismo" del 6 ottobre 1951
* sul "Sinistrismo economico" del 27 marzo 1955
* sul "Mezzogiorno e industrializzazione" del 19 dicembre 1954
* "Libertà e autolimitazione" del 9 agosto 1955

"Luigi Sturzo - La DEMOCRAZIA CRISTIANA DAL 1848 AL 1948"
(interamente digitalizzato, ma solo nei Documenti presenti nel DVD di Cronologia )

Più che semplici interventi quelle di Don Sturzo sono delle "profezie" di ciò - dopo che il "rompiscatole" era sceso nella tomba- accadrà in seguito in Italia, con le allegre "Partecipazioni Statali", e gli allegri "aiuti" con soldi pubblici anche alle grandi industrie private. Un assistenzialismo che dagli anni Settanta in poi creeranno lo spaventoso "buco nero" del debito pubblico, che non riusciranno a eliminare i figli e neppure i nipoti di quella irresponsabile generazione.
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Per Mussolini, Don Sturzo, era un "sinistro prete", un pericoloso concorrente, da esiliare.
Per la DC del dopoguerra un "rompiscatole" un "catto-comunista", da isolare per poter aprire - con la partitocrazia- quella strada dello statalismo endemico, figlio dell'assenza di un concreto ricambio di potere.
Del resto, già nel '52, Pio XII dopo il suo "geddiano successo" del '48, osservava: "l’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra" (vedi Gedda). La nuova DC, dopo essersi appoggiata all'A.C. in breve tempo era diventata - all'ombra di una croce sul suo scudo-simbolo - il "campo dei miracoli" degli improvvisati "rampanti" politici scesi a Roma, spesso dalle piccole province "bianche", clientelari feudi elettorali usati dentro il partito come arieti. Cosa poteva fare Don Sturzo? Se nel '23 Mussolini lo aveva emarginato perchè lo temeva, nel '45 dopo il suo rientro lo avevano preso per matto, un "rompiscatole", un catto-comunista".
Persino La Pira giunse a dire che "tornando dall'esilio, Don Sturzo era rincretinito", solo perchè il prete ribelle - nel tentativo di creare in Italia una società cristiana e socialista, seguitò a fare nei suoi ultimi anni una durissima critica allo statalismo, al demagogico populismo, a bacchettare i politici in cerca del potere per il potere.

Queste critiche sono, a distanza di anni, pagine di una grande modernità, o meglio delle profezie. E Don Sturzo non aveva ancora visto (morì nel '59) l'"allegro" Stato imprenditore (delle partecipazioni), quello assistenziale (degli industriali però, pubblici e privati), quello Stato che andrà a creare lo spaventoso "buco nero" del debito pubblico; senza moralità, senza trasparenza, senza responsabilità personale. In una sola generazione ha sperperato denari che forse non riusciranno a pagare nemmeno le prossime quattro generazioni di Italiani.

Don Sturzo insomma, aveva ragione !!! E con lui anche Dossetti (altro accusato di essere un "prete bolscevico") pure lui se non proprio emarginato, auto-emarginatosi perchè sdegnato: famosa la sua frase a un latifondista che si lamentava degli scioperi; "... ma chi spinge i braccianti a scioperare? I comunisti, o voi altri, col vostro sporco egoismo, col vostro desiderio di fare sempre più soldi sulla pelle degli altri?"

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Chi era Don LUIGI STURZO

Non era un figlio di proletari, da
famiglia baronale nasce a Caltagirone nel 1871
1894 Viene ordinato sacerdote
1896 Si laurea in teologia all'Università Gregoriana di Roma. 
Nello stesso anno con le tendenze che ci sono in atto in molti movimenti cattolici orientati sul sociale nel creare delle organizzazioni di assistenza, lui figlio di un barone, fonda a Caltagirone una cassa rurale e una mutua coperativa (una novità allora, fastidiosa per i liberal conservatori)
1897 Fonda e fa uscire il primo numero del giornale "La croce di Costantino"; che diventa il foglio e il portavoce della sua ideologia sociale e politica. Si batte per le autonomie locali e per i ceti contadini, divenendo un protagonista del primo movimento cattolico; ha infatti fondato il 3 settembre 1900 la Democrazia Cristiana con ROMOLO MURRI (vedi più avanti); ma pochi anni dopo (vedi più avanti) è lui a fondare un nuovo partito cattolico: il "Partito Popolare".

(Ricordiamo che Don Sturzo è un combattivo, non si fa scudo di una comoda croce, e nel fondare il suo partito disse "E' superfluo dire perchè NON ci siamo chiamati "partito cattolico": i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione".)

Si dedica alle battaglie amministrative con la carica di pro-sindaco della città natale e diventa anche vicepresidente dell’Associazione dei comuni d’Italia (1912).

 1913 - Critica sempre dal suo foglio il sostegno dato dai cattolici allo Stato liberale alle elezioni politiche del 26 ottobre (le prime a suffragio universale, con il "non expedit" sospeso che ha fatto entrare in Parlamento 20 deputati cattolici. Ma alcuni liberali sono stati eletti con il loro voto, in base al famoso "Patto Gentiloni", al solo scopo di contrastare un'avanzata delle sinistre, e con un programma che conteneva un vago accenno ai "principi di giustizia nei rapporti sociali").

Frattanto, dopo lo scioglimento nel 1904 dell'Opera dei Congressi (la maggiore organizzazione sociale cattolica) e la scomunica contro il modernismo (*) (corrente che tendeva a conciliare i dogmi cattolici con la filosofia e la scienza moderna) avevano infranto la corrente democratica ispirata al pensiero e all'opera di
ROMOLO MURRI (1870-1944) e di GIUSEPPE TONIOLO (1845-1918), sicchè il reingresso dei cattolici nella vita politica dello Stato italiano dopo le elezioni, avvenne da posizioni piuttosto moderate e confessionali (diciamo timorate dalle alte gerarchie).

(*) Con il decreto Lamentabili, che condannava 65 posizioni chiave del movimento modernista e con l'enciclica Pascendi dominici regis ("sugli errori del modernismo") di Papa PIO X, entrambi del 1907, il modernismo fu condannato in blocco e definito "compendio di tutte le eresie", senza alcuna attenzione alle differenziazioni interne, che pur erano emerse. Si aggiunse poi nel 1910 il "giuramento anti-modernismo"; imposto a tutti i sacerdoti.  Nonostante ciò, essi venivano ormai affermandosi come una forza di massa fortemente radicata nella società civile, svolgendo una funzione di opposizione al liberismo di governo e di controllo sociale contro il socialismo, entrando in esplicita competizione con quest'ultimo per l'egemonia sulle classi subalterne.

1915 - Morto l'anno prima Pio X e con sul soglio Benedetto XV, Don Sturzo viene nominato segretario dell'Azione Cattolica.
1918-19 - Partecipa alla fondazione del Partito Popolare Italiano e ne assume la segreteria nazionale, carica che coprirà fino al 1923.

NEL FONDARLO LANCIA L'APPELLO "A TUTTI GLI UOMINI LIBERI E FORTI",
E TRACCIA LA COSTITUZIONE, FINALITA' E FUNZIONAMENTO DEL PARTITO,
TOCCANDO NEL PROGRAMMA I VARI TEMI, SOCIALI, DI POLITICA INTERNA ED ESTERA.

SE LO LEGGIAMO, CAPIREMO MEGLIO IL SUO PENSIERO
(VEDI IL TESTO)

Sulla linea del partito, aconfessionale, Don Sturzo afferma la necessità di non caratterizzare la nuova formazione politica in base alla scelta religiosa dei suoi aderenti, e (inizialmente) prevale sulla mozione di Padre Gemelli (direttore della rivista "Vita e pensiero") secondo il quale "il partito deve dichiarare esplicitamente l'impostazione cristiana del suo programma, pur confermando la scelta dell'autonomia dall'autorità ecclesiastica".

Nei due anni che seguono, assistiamo: ai fermenti del "biennio rosso", contrapponendosi ai socialisti nasce il Fascismo, Mussolini prende il potere, e forma un governo anche con l'aiuto dei Popolari ma con una corrente (proprio quella di Don Sturzo) insofferente al fascismo.

1923 - 12 APRILE - Al Congresso di Torino del Partito Popolare, Don Sturzo fa prevalere la tesi antifascista e l'uscita dei ministri cattolici dal governo Mussolini.
Ma commette un grosso errore cadendo nel tranello che gli ha teso Mussolini. Don Sturzo non gradisce l'appoggio dato al governo fascista da una propria corrente interna di destra, e pur ammettendo che "questo governo può portare del bene alla patria" rifiuta una seria convergenza con Mussolini. Alla fine nelle due correnti si é d'accordo di agire con un'ambigua tattica di collaborazione non condizionata (formula "né opposizione, né collaborazione"). Ma l'intesa  dura poco, una settimana. Alcuni vogliono uscire dal governo e fare opposizione, mentre altri (la corrente di destra) intende rimanerci e collaborare.  La doppiezza del Congresso non sfugge a Mussolini.

17 APRILE - Mussolini convoca i rappresentanti, i ministri e i sottosegretari del PPI. Appoggiato da questa piccola corrente di cattolici di destra, non si lascia sfuggire l'occasione: fa partire subito una campagna feroce e sprezzante (e qualche spedizione punitiva in alcune sedi dei popolari che chiama "traditori") contro DON STURZO, che il 10 luglio sarà costretto a fornire chiarimenti, che Mussolini ora esige "chiari, precisi, inequivocabili" dopo le ambigue dichiarazioni fatte a Torino; inoltre alcuni segnali a favore gli arrivano dai cattolici di destra. Mussolini invita i Popolari, e il segretario Don Sturzo, a chiarire o a dimettersi.
Mussolini ha già deciso, ma la scena la vuole ufficiale. Don Sturzo è ormai costretto ad abbandonare il governo. Poi, attaccato dalla corrente di destra e dagli ambienti ecclesiasistici conservatori, è anche costretto a dare le dimissioni da segretario del Partito Popolare, ormai all'interno lacerato.
 
23 APRILE - Il partito Popolare lascia il governo, ma non tutti sono d'accordo.
La protesta di Don Sturzo nasce fondamentalmente dal non voler dare il suo appoggio alla riforma elettorale presentata da Acerbo che prevede il sistema maggioritario contro quello ostinatamente sostenuto dal segretario del PPI: proporzionale.
 
24 APRILE - Il PPI  si è spaccato in due, e la sua componente di destra dà vita al Partito Nazionale Popolare, guidato da Egilberto Martire che il giorno stesso s'incontra con Mussolini.

19 MAGGIO - Mussolini incontra anche Alcide De Gasperi, e il trentino (tanto odiato da M. quand'era a Trento) non oppone rifiuto a priori ai progetti mussoliniani di riforma elettorale. E' il colpo di grazia che mette alle corde e isola del tutto Don Sturzo.

 3 LUGLIO - Il gruppo dei Cattolici Nazionali, dopo oltre un mese di discussioni, fanno anche di più: il 3 luglio firmano un manifesto dove offrono il pieno consenso al governo Mussolini e al suo progetto di riforma elettorale.
 Mussolini sempre abile ha condotto prima all'inizio una delicata operazione chirurgica, e alla fine (chiedendo le dimissioni di Don Sturzo) ha proposto ai popolari dissidenti il taglio netto con il "sinistro prete"; ha del resto dalla sua parte una corrente, anche se piccola, che si è espressa chiaramente a suo favore e lui ora può affermare che Don Sturzo era l'uomo sbagliato dentro un partito di "cattolici che invece desiderano il bene dello Stato".
 

Gli elettori delle due correnti cattoliche s'interrogano, molti non ci capiscono più nulla, la massa si sente (per tradizione o per fede conclamata) cattolica e basta e non comprende del tutto chi è fascista e chi popolare. Ma era quello che voleva Mussolini, e ora ha il piccolo gruppo che l'appoggia e lo usa come un ariete, vuole insomma dare l'impressione che tutti i cattolici d'Italia, ovviamente i "migliori", sono con lui. E per far questo, lui consumato giornalista, usa la propaganda. Dà l'impressione che tutti i cattolici si sono schierati al suo fianco, convincendo così, i titubanti, gli scettici, gli agnostici. (Ma anche le gerarchie Vaticane. Infatti fin dal prossimo anno Mussolini inizia -anche se ancora segreti- rapporti con la Santa Sede per giungere a una conciliazione, e a sua volta la Chiesa non ha mancato occasioni per pronunciarsi (anche se intercalato da qualche contrasto, ma non di Mussolini) in modo distensivo.

24 AGOSTO - Nel quadro di una lunga serie di atti di violenza e di devastazione contro le sedi dei cattolici donsturziani che si oppongono alla legge Acerbo, si inserisce l'episodio dell'uccisione di DON GIOVANNI MINZONI, ad Argenta nel Ferrarese. Molta indignazione a parole, ma il corso degli eventi non muta.

Il 14 NOVEMBRE, anche il Senato approva la legge Acerbo con 165 voti favorevoi e 41 voti contrari.

1924 - 25-26 GENNAIO - Si sciolgono le Camere per le elezioni del 6 aprile. Esce il manifesto elettorale del PPI (nei scorsi mesi, piuttosto calmo, ma ormai lacerato)  che riprende le tradizionali linee programmatiche del partito, ma accentua i toni antifascisti, abbandonando l'atteggiamento in precedenza tenuto nei confronti del governo di Mussolini ed espressso con la formula "né opposizione, né collaborazione".

Il 6 APRILE, in un clima di violenze (Matteotti dirà poi anche in un clima di brogli e palese illegalità) si svolgono le elezioni con la "Legge Acerbo". Molti cattolici confluiscono nel famoso "listone". I Popolari da 100 seggi scendono a 39.
Osteggiato dal fascismo, invitato a "mollare", "per non creare imbarazzi" a Roma, Don Sturzo emigra a Londra e quindi a New York dove si stabilisce, fino al suo rientro in Italia dopo la guerra.

Il  30 dello stesso mese Matteotti denuncia i brogli. Il 10 luglio scompare. Il 16 agosto è rinvenuto il suo cadavere. Nel frattempo già dal 27 di maggio l'opposizione  non partecipa più ai lavori della Camera, dando vita all"Aventino". (vedi l'anno in questione). Per l'intero secondo semestre del '24, per il "Delitto Matteotti", il fascismo entra in una profonda crisi, nel Paese ma anche nelle file del partito medesimo. Il 3 gennaio del 1925, Mussolini in un famoso discorso si assume la "responsabilità morale, politica e storica" di quel delitto; e da quella situazione piuttosto critica ne esce invece rafforzato. Alcuni cattolici aventiniani abbandonano l'ostruzionismo. Poi con i successivi Patti Lateranensi (11 febbraio 1919) tutto il mondo cattolico darà il suo consenso al fascismo, indicando perfino Mussolini come "l'uomo della Provvidenza".
Al plebiscito di pochi giorni dopo (24 marzo 1929) Mussolini farà il pieno di voti: diritto al voto 9.460.737, votanti 8.661.820, SI a Mussolini, 8.517.808. Dunque cattolici compresi, salvo pensare che erano solo 135.773 i cattolici in Italia (che erano appunto i voti del NO al fascismo)


1925  28 GIUGNO - Si apre a Roma l'ultimo congresso dello striminzito PPI, con Don Sturzo dall'esilio che manda un messaggio. Per alcuni ormai incomprensibile e poco realista. L'Italia ha ormai o brutalmente o consenziente, voltato pagina, i programmi liberali tutti nel cestino, quelli della sinistra ridicolizzati.
Don Sturzo spera ancora in qualche segno della Provvidenza, ma questa non solo non si muove, ma ha già scelto un altro uomo.

( vedi LETTERA DALL'ESILIO )

Gaetano Salvemini, laico e rigoroso intransigente, strinse amicizia con Don Sturzo, e nelle sue memorie, di lui scrisse "Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e per sempre. E' convinto che, attraverso il metodo della libertà, la sua fede prevarrà sull'errore delle altre opionioni per forza propria, senza imposizioni più o meno oblique".

Questo perchè Don Sturzo aveva nella sostanza del suo pensiero due componenti fondamentali e interdipendenti. Una era la superiorità dello spirituale sul temporale. L'altra riteneva che la Chiesa come istituzione dovesse tenersi libera e distante dalle questioni politiche.  Per lui era la Provvidenza divina a intervenire e a regolare le cose del mondo.
(Ma la Provvidenza gli fece un brutto scherzo, e nel '29, nel giorno della Madonna di Fatima, inviò sulla terra "l'uomo della provvidenza" per risolvere l'antica questione della riconciliazione Stato-Chiesa, cosa che non era riuscita a nessuno da quel famoso 20 settembre 1871).

Quello che è avvenuto dopo, lo sappiamo dalle altre pagine di "cronologia": affermazione del Fascismo, il Regime, la conquista dell'Impero che mandò in deliquio gli italiani compresi gli antichi avversari, poi dolori e sangue con il risveglio brutale della realtà della guerra, con gli italiani prima a morire all'estero, poi nella stessa penisola, e in alcuni casi dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, a scannarsi perfino sul proprio pianerottolo di casa.

1945 - Finita la guerra Don Sturzo rientra in Italia, riprendendo la vita politica attiva.
Ma ha mutato radicalmente l'indirizzo. Fin dal periodo della
Rerum Novarun di Leone XIII (vale la pena di leggerla - Sturzo allora aveva 20 anni) e dei primi movimenti cattolici che cercavano di armonizzare gli opposti interessi delle classi sociali, il giovane prete aveva sviluppato una sua particolare critica e condanna del capitalismo di sfruttamento; reclamava una politica sociale aperta ai ceti meno abbienti. Cioè tutto un complesso di posizioni ideologiche, politiche ed economiche, ben preciso. Una chiara visione interclassista, che però mise in allarme i cattolici conservatori, ritenendola infarcita di marxismo - Questa corrente, nel secondo dopoguerra, spregiativamente verrà chiamata "catto-comunista" e Don Sturzo il "bolscevico bianco".

Invece Don Sturzo, si scagliò violentemente non solo contro i partiti di sinistra, ma contro le stesse rivendicazioni dei lavoratori; ostile a ogni intervento pubblico e statale, nel campo economico, e quindi irritato della svolta conservatrice della nuova Democrazia Cristiana. In questa Don Sturzo - proprio lui fra i fondatori con De Gasperi - si mantenne indipendente ma non gli risparmiò feroci critiche. Ora era più a destra che a sinistra. Ed infatti nel...

1952 -  Pio XII, molto preoccupato dagli eventi non più uguali a quelli del '48 (con GEDDA, allora artefice della vittoria del '48 con i famosi Comitati Civici), cercò proprio Don Sturzo. Il Papa avrebbe voluto la costituzione di un’unica lista per le elezioni comunali romane, e sollecitò di tentare la formazione di un blocco di centro-destra, incaricando proprio Don Sturzo di condurre l’operazione.
 
Ma Papa Pio XII e Gedda, che nel frattempo era diventato Presidente generale dell’ACI, dovettero subire il rifiuto di tutti i Presidenti dei rami dell’ACI, e cioè 
Gli dissero NO, Carretto (Giac), Badaloni (Maestri Cattolici), Miceli (Gioventù Femminile) e Carmela Rossi (Donne Cattoliche), come pure la Fuci e i Laureati Cattolici; e questo perché l’operazione Sturzo coinvolgeva l’elettorato di destra. Soltanto Maltarello, presidente degli Uomini di Ac, si dichiarò favorevole".

A questo punto merita un certo rilievo la 47a udienza concessa nuovamente a Gedda, avvenuta il 17 giugno 1952, dopo il totale fallimento di questa "Operazione Sturzo". E  così scrive... 
LUIGI GEDDA nelle sue memorie...; "Gli chiedo (al Papa) se dobbiamo continuare ad appoggiare la Dc con i Comitati Civici ed Egli approva questo orientamento, ma consiglia di non attaccare le destre perché non diventino a loro volta anticlericali"
Gedda trova però il Papa "molto triste" e, osserva che "l’Azione Cattolica collabora non con la Chiesa ma con la Democrazia Cristiana", e gli parla di "amare scoperte", arrivando ad affermare che "l’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra".

Infatti in questo periodo (dopo soli tre mesi) matura pure il "ribaltamento" del pensiero di Carlo Carretto (Giac) che il 17 ottobre 1952 rassegna le dimissioni — una trasformazione che si deve soprattutto "....all’influenza degli uomini della Democrazia Cristiana che lavoravano per un’intesa con i comunisti, e in particolare (ma senza ascoltarlo troppo) con GIUSEPPE DOSSETTI.


(la DC dal '47 giunta al '52, ormai esprimeva due anime De Gasperi e Dossetti (Quella del partito di governo e quella degli ideali)- Ma la stessa prima anima si era già espressa nel 1923, nel Partito Popolare, mettendo alle corde Don Sturzo una prima volta, e la seconda volta dopo il suo rientro in Italia. Di conseguenza bisognava nel '52, mettere alle corde anche Dossetti) 

 A Carretto succede Mario Rossi, che "[...] portò nella Giac la tendenza a considerare la politica estranea alla disciplina ecclesiale dell’Azione Cattolica, conferendole invece un’impronta di tipo marxista conforme al socialismo sopravvissuto al fascismo nel suo Polesine"; ma anche lui, nel giro di due anni, viene costretto alle dimissioni con quasi tutti i dirigenti centrali della GIAC.

1953 - Di Don Sturzo non si sente più parlare, anche se viene nominato senatore a vita.
1959 - Don Sturzo muore  a Roma l'8 agosto, all'età di 88 anni. Un percorso lunghissimo, visto che era nato nell'anno della fine del potere temporale della Chiesa.
Ma anche Dossetti abbandona la politica attiva, deluso dai politici "mestieranti", che deludevano la "povera gente". Turbolenti i rapporti con De Gasperi, accusato di far politica di "basso profilo" a scapito di una politica con grandi slanci morali.
Poi per non indebilire il leader democristiano e favorire, così la destra di Gedda, si ritirò dalla politica, si chiuse in un convento e prese i voti. La Dc dopo essersi liberata di Don Sturzo, ha messo la museruola anche a Dossetti.


Anche Dossetti lo accusarono di marxismo, perchè era affascinato dal modello del PCI nelle "regioni rosse", più sensibile ai problemi sociali.

E qui ci viene in mente il cardinale Manning in Inghilterra (vedi Leone XIII) che occupandosi dei problemi sociali fu accusato dalla chiesa e dagli industriali di fare del socialismo; ma ai suoi nemici lui rispondeva sempre dicendo "No signori, io faccio del Cristianesimo!"

GIUSEPPE DOSSETTI, un grande personaggio! E' morto il 14 dicembre del 1996, quindi ha visto la nascita e la morte ingloriosa della Democrazia Cristiana, e con essa molti altri partiti che con la DC era connivente.
Dossetti, come Don Sturzo, aveva capito molto! E dicevano quello che si dice oggi -anni 2000- quando qualche saggio poco ascoltato, mette
in guardia contro i pericoli di un neo-liberismo sfrenato, sfruttatore e corrotto, che si è sostituito (in modo più elegante e furbesco - leggi finanziarie ombra, monopolisti senza nome ecc. ecc.) ai tanti regimi dittatoriali comunisti morti di consunzione naturale nell'Europa dell'Est. Un neo-liberismo che si dedica a creare un solo "valore": il valore dei soldi e delle "patacche" che spesso hanno più valore di chi le possiede; anzi costoro (corrotti e corruttori) spesso hanno un prezzo più basso delle stesse "patacche".
A Dossetti non gli perdonarono una frase irriguardosa rivolta a un proprietario che si lamentava degli scioperi dei braccianti: "ma chi spinge i braccianti a scioperare? I comunisti, o voi altri, col vostro sporco egoismo, col vostro desiderio di fare sempre più soldi sulla pelle degli altri?"
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Don Sturzo e Dossetti dicevano allora che quei politici improvvisati e rampanti erano dei "mestieranti", oggi è peggio: alcuni sono diventati solo "cose", appunto "patacche"; ma purtroppo anche pericolosi per la loro carica eversiva, che spesso giustificano in nome della volontà popolare (e che altrettanto spesso con uno spot la invitano di "andare al mare", per agire nell'ombra, indisturbati).

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L'APPELLO AL PAESE - LA FONDAZIONE DEL PARTITO POPOLARE
IL PROGRAMMA, LE FINALITA'


oppure

(Altra Biografia politica e che cosa ha rappresentato Don Sturzo)

Don Romolo Murri >, don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi > 
nella storia del movimento cattolico italiano >

di MARCO INVERNIZZI,
concesso da Cristianità n. 237-238 (1995)

Vi sono ricerche e documentazioni che non illustrano tematiche non note e non introducono nuove problematiche, ma servono a reimpostare o a chiarire questioni note ma irrisolte o controverse: fa certamente parte di questa categoria l’opera Murri, Sturzo, De Gasperi. Ricostruzione storica ed epistolario (1898-1906), pubblicata da don Lorenzo Bedeschi nel 1994 e dedicata alla ricostruzione, sulla base della documentazione epistolare, del rapporto sviluppatosi, nell’ambito del movimento cattolico italiano, fra don Romolo Murri, don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, a cavallo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento (1).

Le origini della democrazia cristiana in Italia

La questione irrisolta e controversa che l’opera di don Lorenzo Bedeschi contribuisce a chiarire riguarda le origini del movimento democratico cristiano in Italia.

Infatti, è opinione comune che tale movimento sia nato nel 1919 con la fondazione del PPI, il Partito Popolare Italiano, per iniziativa di don Luigi Sturzo, sacerdote nativo di Caltagirone, in Sicilia, e sia poi continuato nel secondo dopoguerra con il partito della DC, la Democrazia Cristiana, di Alcide De Gasperi, per arrivare infine nel 1994, attraverso mezzo secolo di governi a egemonia democristiana, allo scioglimento della DC e alla rifondazione del PPI per iniziativa, fra gli altri, dell’ultimo segretario della DC e primo del PPI, on. Mino Martinazzoli.

Contro questa vulgata, la ricerca di don Lorenzo Bedeschi contribuisce a restituire il giusto rilievo che ebbe, nelle origini della democrazia cristiana, la figura di don ROMOLO MURRI.

Nato a Gualdo, nelle Marche, nel 1870, quando si compiva la Rivoluzione italiana con la Breccia di Porta Pia, Romolo Murri resta ancor oggi una figura scomoda e imbarazzante nella storia del movimento cattolico, a causa delle sue vicissitudini intellettuali e politiche, oltre che umane, che hanno indotto la storiografia cattolica a occultare il suo ruolo e la sua importanza. Già punto di riferimento della corrente democratico-cristiana all’interno dell’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici durante il pontificato di Papa Leone XIII, fondatore di riviste come Vita Nova, nel 1895, e Cultura sociale, nel 1898 — con le quali comincerà a porre le premesse ideologiche della democrazia cristiana — don Romolo Murri entrerà in profondo contrasto con i cattolici intransigenti, che guidavano l’Opera dei Congressi, e in particolare con l’avvocato veneziano Giambattista Paganuzzi, presidente del Comitato Permanente dell’organismo negli ultimi anni dell’Ottocento. 

Con il pontificato di Papa Pio X, Romolo Murri entrerà in contrasto direttamente con la massima autorità ecclesiastica, soprattutto in seguito allo scioglimento dell’Opera dei Congressi voluto dal Papa nel 1903, quando il nuovo presidente dell’Opera, Giovanni Grosoli, sembrerà essere caduto in ostaggio proprio della corrente democratico-cristiana guidata da don Romolo Murri. Allora, il sacerdote marchigiano deciderà di continuare per la sua strada, fondando la Lega Democratica Nazionale, cioè quel movimento politico autonomo dalla Gerarchia ecclesiastica che era sempre stato al vertice dei suoi desideri, giungendo poi a solidarizzare pubblicamente con le idee moderniste che erano state condannate dal Magistero della Chiesa, con l’enciclica Pascendi dominici gregis, del 1907, e con la lettera agli arcivescovi e ai vescovi francesi Notre charge apostolique, del 1910 (2). Arriveranno così la sospensione a divinis, nel 1907, e quindi la scomunica nel 1909, in seguito alla sua candidatura al Parlamento in una lista sostenuta dalla Lega Democratica Nazionale, dai radicali e dai socialisti; e la vicenda di Romolo Murri continuerà con il suo matrimonio in Campidoglio nel 1912, la nuova candidatura nelle file dei radicali alle elezioni politiche del 1913, che questa volta lo vedranno sconfitto, la simpatia per il fascismo durante la nuova attività di giornalista presso il Resto del Carlino e, infine, il suo ritorno alla comunione con la Chiesa cattolica poco prima della morte, avvenuta 12 marzo 1944.

Il modernismo di don Romolo Murri, che manifesterà pubblicamente soltanto dopo la scomunica, era originale come quello di tutti gli altri modernisti, diventati — dopo aver rotto la comunione con la Santa Sede — chiesa a sé stessi. Esso aveva probabilmente avuto origine con il tentativo di unire l’insegnamento del cardinale gesuita Louis Billot (1846-1931) — che era stato suo insegnante di dogmatica all’Università Gregoriana, a Roma — con quello dello studioso marxista Antonio Labriola (1843-1904) — del quale aveva seguito le lezioni all’università di Roma —; si trattava così, secondo il progetto di don Romolo Murri, di combinare la filosofia scolastica del teologo francese con il materialismo storico dello studioso socialista italiano, in particolare la "tecnica logica" del primo con la supposta "attenzione alla realtà" caratteristica del secondo (3).

Come per ogni modernista, la sua posizione nasceva dal disagio di fronte all’affermarsi di una cultura anticristiana e dall’inadeguatezza con cui la cultura cattolica e le associazioni ufficiali del movimento cattolico cercavano di fronteggiare il processo di secolarizzazione in atto. Ma questa legittima preoccupazione portava don Romolo Murri — e come lui, in genere, i modernisti di tutte le epoche — ad assumere numerosi atteggiamenti negativi: un complesso d’inferiorità e un tentativo di emulazione nei confronti di quanto cresceva fuori dalla Chiesa, in particolare verso il concetto di democrazia mutuato dai princìpi liberali della Rivoluzione francese (4); il tentativo impossibile di conciliare lo sviluppo immanentistico del pensiero moderno con la filosofia dell’essere; infine, l’insofferenza verso le posizioni della Gerarchia, che lo avrebbe portato alla ribellione. Su tutto, inoltre, la mancanza contro la virtù teologale della speranza, che rende consapevoli del fatto che la Chiesa si salva per volontà del suo Fondatore, con i tempi e i modi scelti dal Signore Gesù Cristo, e che, se è compito dei cattolici annunciare fedelmente la verità perenne cercando anche le modalità più opportune per tale annuncio nei diversi tempi storici, sono preventivamente dovuti attenzione e rispetto alle scelte pastorali effettuate dalla Gerarchia.

L’incontro con don Luigi Sturzo

Dall’intensa azione culturale di don Romolo Murri nell’ultimo scorcio del secolo XIX nascono il Circolo Universitario Cattolico dedicato a san Sebastiano, fondato a Roma nel 1894, con il quindicinale di sociologia, letteratura e cose d’università Vita Nova — pubblicato nel biennio 1895-1896 — e, l’anno successivo, la FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, che ricevette anche una lettera d’approvazione da parte di Papa Leone XIII il 7 gennaio 1896, ma che nel 1898, durante il Congresso Cattolico di Fiesole, verrà annessa d’autorità all’Opera dei Congressi.

Il 3 settembre 1900 il sacerdote marchigiano fonda a Roma la Democrazia Cristiana Italiana, alla presenza di un centinaio di giovani, fra i quali molti avranno un ruolo significativo nella storia del movimento democratico-cristiano non soltanto italiano, come per esempio Marc Sangnier, fondatore del Sillon, il movimento politico francese condannato da Papa san Pio X con la già ricordata lettera Notre charge apostolique. E fra i fondatori vi è don Luigi Sturzo.

I due sacerdoti si erano conosciuti a Roma alla fine dell’Ottocento e ne era nato un rapporto di stima e di amicizia che durerà fino al 1906, coinvolgendo anche le rispettive famiglie.

Nato a Caltagirone, in Sicilia, un anno prima di Romolo Murri, don Luigi Sturzo comincia a collaborare alle riviste promosse da don Romolo Murri e a far conoscere il movimento democratico-cristiano nella sua terra d’origine: "[...] fu Murri a spingermi definitivamente verso la democrazia cristiana. Da allora vi sono rimasto fedele", scriverà nel 1946 in un messaggio inviato alla sezione della DC di Gualdo di Macerata, in occasione dello scoprimento di una lapide sulla casa natia dell’antico leader democratico-cristiano da parte della locale sezione dell’appena ricostituita DC (5).

Don Romolo Murri gli pubblica i primi lavori, Conservatori cattolici e Democratici cristiani, nel 1900, L’Organizzazione di classe e le Unioni professionali, nel 1901, e Sintesi Sociali, nel 1906, e viene invitato a Caltagirone da don Luigi Sturzo per tenervi una serie di conferenze.

Ma, mentre la collaborazione fra i due esponenti della democrazia cristiana viene trattata con molta discrezione, per decenni, dagli studiosi del movimento cattolico, in particolare da Gabriele De Rosa, il principale biografo di don Luigi Sturzo, don Lorenzo Bedeschi mette in risalto l’influenza esercitata da don Romolo Murri sul sacerdote di Caltagirone, distinguendone quattro ambiti ben precisi: ecclesiastico, letterario, culturale e socio-politico (6).

Don Romolo Murri è il maestro e don Luigi Sturzo ne subisce profondamente l’influenza — in questi termini si può schematizzare la tesi di don Lorenzo Bedeschi —, così che il sacerdote di Caltagirone gli è sensibilmente debitore, soprattutto sul piano ideologico. Si può senz’altro immaginare una eccessiva enfatizzazione di questo rapporto di sequela da parte di don Lorenzo Bedeschi, che non nasconde il suo tentativo — non soltanto attraverso quest’opera, ma con tutta la sua produzione intellettuale — di rivalutare la figura di don Romolo Murri come anticipatore della democrazia cristiana e del riformismo politico-religioso, che soltanto in seguito sarebbe penetrato nel mondo cattolico. Ma i fatti che porta a fondamento della sua tesi sono reali, così come fondata appare la tesi secondo cui don Romolo Murri verrà "dimenticato" perché, essendo stato scomunicato, poteva soltanto danneggiare l’opera di don Luigi Sturzo, almeno fino alla riconciliazione con la Chiesa del sacerdote marchigiano, nel 1944. Sarà lo stesso don Luigi Sturzo a ricordarlo, ancora nel 1946: "Ora giustamente rievochiamo la sua figura di pioniere della democrazia cristiana. Dio misericordioso ci ha concesso di poter dire che Murri è nostro, nonostante la temporanea deviazione in zone ideali e politiche non nostre" (7).

Tuttavia appare anche una reale differenza fra i due personaggi, una distinzione che potrebbe essere considerata soltanto tattica — don Luigi Sturzo pragmatico e don Romolo Murri "idealista" —, ma che mi sembra riveli anche una sostanziale indifferenza di don Luigi Sturzo verso le tematiche dottrinali sollevate dal modernismo; un’indifferenza, va aggiunto, anche verso la lotta contro il modernismo, e questo mi pare molto più grave, un’indifferenza che, per esempio, non aveva un altro democratico-cristiano, ma sicuramente ortodosso e fedele al Magistero, qual era Giuseppe Toniolo.

Don Luigi Sturzo comincia a manifestare i primi dubbi nei confronti delle modalità d’azione del fondatore della democrazia cristiana già durante gli ultimi anni del pontificato di Papa Leone XIII; in particolare manifesta le sue perplessità in una lettera a don Romolo Murri del 18 luglio 1903, nella quale, con parole ferme, lo accusa di danneggiare il movimento democratico-cristiano con prese di posizione polemiche, com’era avvenuto poco tempo prima quando don Romolo Murri aveva scritto e pubblicato una lettera di forte contestazione contro Giuseppe Toniolo (8). Comincia a emergere l’atteggiamento di grande accortezza operativa che caratterizzerà l’azione del futuro fondatore del PPI, di chi sa aspettare i tempi favorevoli per cercare di raggiungere i propri obbiettivi, di chi, soprattutto, non vuole inimicarsi l’autorità ecclesiastica. Gli ideali democratico-cristiani rimangono tuttora comuni e le parole di don Luigi Sturzo lo confermano: egli è infatti preoccupato che le finalità del movimento possano essere pregiudicate dai colpi di testa dell’amico. "Io penso che il nostro è il momento di disinteressarsi di tutto il movimento interno in quanto è pro o contro il modernismo; e di tirar dritto nel campo della cultura e nel campo delle opere pratiche", scriverà in una delle ultime lettere a don Romolo Murri, nel maggio del 1906, aggiungendo: "Non credere che io sia o voglia essere un opportunista o un prudentone [...]. Io invece sono e voglio essere pratico; cioè arrivare allo scopo intero e senza transazioni; ma anche studiando il terreno sul quale si cammina, per non cadere in trabocchetti, e per non scivolare e perdere quel che si è guadagnato" (9).

Il distacco

Quando don Romolo Murri, ormai in rotta con il nuovo Papa, Pio X, si lancia nell’avventura della Lega Democratica Nazionale, don Luigi Sturzo decide di separare le proprie responsabilità da quelle dell’amico e collaboratore. Lo fa con un’ultima lettera, scritta il 18 giugno 1906, nella quale prende commiato dal movimento e dall’amico, consigliandogli di dedicarsi all’attività intellettuale in qualche università, ma di uscire definitivamente dalla politica operativa.

Don Romolo Murri era ormai diventato un amico scomodo: l’anno successivo verrà sospeso a divinis, tre anni dopo, nel 1909, scomunicato, e nel 1912, con il matrimonio in Campidoglio, cesserà ogni rapporto con il mondo cattolico.

Tuttavia un certo rapporto fra i due continuerà, seppure indirettamente, soprattutto dopo la fondazione del PPI nel 1919. Nonostante il tentativo di sottacere le origini murriane del movimento democratico-cristiano, e quindi del PPI, non si poteva impedire l’emergere della polemica fra don Romolo Murri, che rivendicava la paternità del movimento e la continuità con esso del PPI, e quanti le negavano, fra i quali si distingueva il capufficio stampa del PPI, don Giulio De Rossi. E la polemica infatti scoppiò, con don Romolo Murri ancora vivente, sempre pronto a rivendicare la paternità della sua creatura (10).

Un problema irrisolto: modernismo e prima democrazia cristiana

Rimane tuttavia un problema irrisolto, almeno sulla base della documentazione presentata da don Lorenzo Bedeschi, e cioè la portata del modernismo nella prima democrazia cristiana fondata da don Romolo Murri.

Secondo le indicazioni di don Lorenzo Bedeschi, don Luigi Sturzo sembra staccarsi da don Romolo Murri per non incorrere nelle sanzioni disciplinari che stavano per abbattersi sul sacerdote di Gualdo, e che erano largamente prevedibili già nel 1906. Lo stesso don Romolo Murri, del resto, giudicava don Luigi Sturzo insensibile alla problematica modernista, in quanto esclusivamente proteso all’azione amministrativa e politica, sostenendo oltretutto che la prima democrazia cristiana non aveva nulla a che fare con il modernismo. Tuttavia, in una intervista al Giornale d’Italia durante il secondo Congresso del PPI, svoltosi a Napoli nel 1920 — intervista cui don Lorenzo Bedeschi non fa riferimento — don Romolo Murri sostiene la tesi che la differenza fra lui e i popolari consisteva proprio nel fatto che la sua riforma andava ben al di là dell’aspetto politico, in quanto prevedeva proprio la riforma della Chiesa nel senso auspicato dal modernismo (11).

Così, le domande che meriterebbero una risposta sono numerose, e vale la pena almeno di enunciarle:

1. La condanna di don Romolo Murri era stata comminata soltanto per ragioni disciplinari inerenti alla sua candidatura alle elezioni, oppure implicava la sua appartenenza a una prospettiva modernista, almeno al modernismo politico-sociale condannato nella Notre charge apostolique?

2. Quanto di queste supposte posizioni moderniste — in particolare riguardo al concetto di democrazia intesa come sovranità popolare — entrerà a far parte del bagaglio ideologico di don Luigi Sturzo, attraverso don Romolo Murri, e, quindi, nella cultura politica del PPI?

3. Quando don Luigi Sturzo scrive che la prima democrazia cristiana ebbe molto a soffrire dall’incontro con il modernismo (12), si riferisce soltanto all’aspetto disciplinare, in quanto rischiò di essere annientata dalla reazione antimodernista durante il pontificato di Papa san Pio X, oppure intendeva parlare della sofferenza che scaturiva da un accostamento indebito fra due posizioni inconciliabili, quella modernista e quella democratico-cristiana "ortodossa", che venne soltanto lambita dal modernismo senza esserne contagiata?

Alcide De Gasperi e don Romolo Murri

Quando, alla fine della seconda guerra mondiale, Alcide De Gasperi ricostruisce il partito democratico-cristiano, non ha nessuna remora a riprendere il nome che le aveva attribuito don Romolo Murri nel 1900. Anche il suo ufficio stampa — ricorda sempre don Lorenzo Bedeschi —, ristampando il vecchio libro di don Giulio De Rossi sulle origini del movimento democratico-cristiano, diversamente da quanto era stato fatto nel 1919, lo corregge mettendo adeguatamente in risalto la continuità fra la democrazia cristiana di don Romolo Murri e il PPI (13).

Ciononostante, nelle rievocazioni storiche delle origini, anche Alcide De Gasperi — secondo don Lorenzo Bedeschi (14) — tacerà l’influenza di don Romolo Murri, sostituendo la figura del sacerdote marchigiano come punto di riferimento con quella, ineccepibile dal punto di vista dell’ortodossia, di Giuseppe Toniolo, nei confronti del quale, peraltro, aveva avuto qualche parola di critica (15).

Più giovane di don Romolo Murri di undici anni, Alcide De Gasperi lo aveva conosciuto a Roma nel 1902, quando la crisi all’interno dell’Opera dei Congressi era già in corso. Gli scriverà alcune lettere fino al 1904, manifestando la sua simpatia e la sua adesione alle idee democratico-cristiane, e farà conoscere il movimento e le opere di don Romolo Murri in Trentino.

Accanto alla condivisione, dalle lettere di Alcide De Gasperi emerge anche l’incomprensione per le ansie riformistiche di don Romolo Murri, soprattutto in campo filosofico e, in genere, religioso. Secondo don Lorenzo Bedeschi, l’ostilità di Alcide De Gasperi verso il riformismo modernista era da attribuirsi alla sua formazione strettamente tomista, ricevuta dal sacerdote e professore Ernesto Commer (1847-1928), un teologo che aveva insegnato in diverse università prima di approdare a Vienna, dove aveva avuto la possibilità di influenzare il giovane studente trentino. Sarà grazie a questa educazione tomista che Alcide De Gasperi guarderà con sospetto l’estendersi della propaganda murriana in ambiti diversi da quello politico, per il quale soltanto manifestò la sua adesione; in seguito, in occasione della condanna del modernismo, difenderà la "sana filosofia" contro il riformismo modernista (16) e, nel 1911, Alcide De Gasperi arriverà a polemizzare direttamente con don Romolo Murri in occasione di una conferenza tenuta da quest’ultimo "a Rovereto per conto dei liberali", definendolo un "misero apostata" (17).

Anche dalla lettura delle poche lettere di Alcide De Gasperi a don Romolo Murri, emerge come il loro rapporto sia stato molto breve e di scarsa intensità intellettuale e di amicizia, a differenza di quello fra don Romolo Murri e don Luigi Sturzo. Da questo rapporto emerge soprattutto la volontà di Alcide De Gasperi di tenere separati l’ambito politico — nel quale continuerà sempre a manifestare la sua preferenza per le prospettive democratico-cristiane — da quello strettamente religioso, dove si manterrà sostanzialmente fedele all’insegnamento tomista ricevuto tramite il "maestro" Ernesto Commer.

Volendo trarre qualche conclusione da questo breve excursus sui rapporti fra don Romolo Murri, don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, si può senz’altro confermare l’impressione, già ricordata, dell’insensibilità di don Luigi Sturzo e di Alcide De Gasperi relativamente alle problematiche moderniste sollevate dal sacerdote marchigiano. Quanto questa insensibilità sia stata prodotta dalle condanne contro il modernismo da parte della Gerarchia ecclesiastica e quanto invece sia il risultato di un loro reale convincimento rimane un problema storico da accertare, se possibile. La posizione culturale di entrambi può essere più esattamente riconducibile al filone ottocentesco del cattolicesimo liberale, che teneva rigorosamente separati l’ambito religioso e quello politico, cioè li guardava più nell’ottica della separazione che in quella della distinzione. Quindi, in entrambi, appare comunque assente ogni desiderio di ricostruzione della società nella prospettiva della regalità anche sociale del Signore Gesù Cristo.

Marco Invernizzi

***  Cristianità art. n. 237-238 (1995)

(1) Cfr. Lorenzo Bedeschi, Murri, Sturzo, De Gasperi. Ricostruzione storica ed epistolario (1898-1906), San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1994. Pubblicato nel cinquantesimo anniversario della morte di don Romolo Murri (1870-1944), è la più recente fatica di don Lorenzo Bedeschi, che ha dedicato gran parte della sua attività di storico allo studio del modernismo, fondando il Centro per la Storia del Modernismo e istituendo la Fondazione Romolo Murri presso l’Università di Urbino, dove per molti anni è stato ordinario di storia dei partiti e dei movimenti politici.

(2) Cfr. san Pio X, La concezione secolarizzata della democrazia. Lettera agli Arcivescovi e ai Vescovi francesi "Notre charge apostolique", del 25-8-1910, Cristianità, Piacenza 1993.

(3) Cfr. L. Bedeschi, Murri, Sturzo, De Gasperi. Ricostruzione storica ed epistolario (1898-1906), cit., p. 24.

(4) Cfr. ibid., pp. 42-44.
(5) Ibid., p. 48.
(6) Cfr. ibid., pp. 64-72.
(7) Ibid., pp. 48-49.
(8) Cfr. ibid., pp. 214-217.
(9) Ibid., p. 243.
(10) Cfr. ibid., pp. 106-113.
(11) Cfr. Giornale d’Italia, 10-4-1920.
(12) Cfr. Luigi Sturzo, L’Abbè Naudet, in El Matì, 13-4-1935, in Idem, Scritti storico-politici (1926-1949), Cinque Lune, Roma 1984, p. 259.
(13) Cfr. L. Bedeschi, Murri, Sturzo, De Gasperi. Ricostruzione storica ed epistolario (1898-1906), cit., p. 111.
(14) Cfr. ibid., p. 145.
(15) Cfr. Idem, Il giovane De Gasperi e l’incontro con Romolo Murri, Bompiani, Milano 1974, p. 72. Il legame di Alcide De Gasperi con l’opera di Giuseppe Toniolo non sembra tuttavia occasionale, dal momento che, secondo la testimonianza di Giovanni Spadolini, lo statista trentino, due settimane prima della morte, era impegnato "[...] nella lettura della grossa biografia di Toniolo scritta dal Vistalli: la stessa biografia [...] che doveva ispirargli le famose considerazioni, tante volte riportate anche se non sempre seguite o capite, della lettera-testamento a Fanfani" (L’opposizione cattolica da Porta Pia al ’98, Mondadori, Milano 1994, p. XVII).
(16) Cfr. L. Bedeschi, Il giovane De Gasperi e l’incontro con Romolo Murri, cit., p. 64.
(17) Ibid., p. 69.


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